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Carmine Gazzanni

Pochi giorni fa una grande manifestazione a Roma contro la pedofilia, una mobilitazione che non intende fermarsi e mira al lancio di una petizione che chieda all’Onu di riconoscere l’abuso sessuale sistematico sui bambini come un crimine contro l’umanità. Insomma, siamo solo all’inizio.

Ma, come ribadito anche ieri, i casi di “pedofilia pretesca”, nonostante questa mobilitazione e nonostante un maggiore risalto mediatico (che per la verità sta andando a scemare), non accennano a diminuire. Abbiamo parlato del processo in corso a San Diego in California: 150 persone vittime di preti cattolici che puntualmente venivano spostati da una parte all’altra, da una diocesi all’altra per insabbiare la vicenda.

Una “pratica”, come molti sapranno, che d’altronde è assai diffusa nel’ “ambiente”. Allora vale la pena soffermarsi sul modo di funzionare della Chiesa Cattolica, penetrare l’enigma della mentalità clericale per orientarsi in questo marasma della pedofilia. La chiesa come istituzione divina si ritiene santa, al di sopra di tutto e normatrice di ogni istituzione terrena, autosufficiente ed indipendente da quanto le è esterno. La sua santità, quindi, va assolutamente difesa: atti criminosi (vedi la pedofilia) che potrebbero originare scandalo vanno coperti e risolti al proprio interno. Ne risulta, necessariamente e inevitabilmente, una mentalità chiusa, difensiva, timorosa e sospettosa d’ogni intervento esterno, che genera, forse anche “a fin di bene”, un comportamento di “santa omertà”.

E chi è che dice questo? Di certo non noi che non abbiamo alcuna autorità in merito. Ce lo dice la storia.
Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi è realtà storica infatti: un papa, per la precisione Leone X, emanò la Taxa Camerae, un documento vergognoso che prometteva il perdono in cambio di denaro. (la cosiddetta “simonia”, pratica condannata – ufficialmente – dalla Chiesa). Leggiamo allora il secondo dei 35 articoli di cui si compone la Taxa: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi“. Correva l’anno 1517. E la Chiesa già sapeva, eccome se sapeva.

I tempi passano, ma il discorso (e i vizi) non cambia. Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis, documento ancora oggi valido: è il vademecum che è stato sempre seguito nei casi di pedofilia clericale, anche quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni. Tale documento, essenzialmente, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, tradotto: “da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento“.

Innanzitutto, il documento provvede a porre sullo stesso piano violentatore e violentato, semplicemente perché la condanna è all’atto stesso, a prescindere da come questo sia avvenuto (se ci sono state violenze ad esempio). E questo perché, si legge nel Crimen, tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus, cioè “con” il bambino, non “contro“.

L’aspetto ancora più importante da sottolineare, oltreché sconcertante, è che, in tutti i 74 articoli di cui il documento è composto, si insiste sempre sulla segretezza. Ciò che conta è celare, nascondere, non far sapere: “se per caso capiti loro (ai vescovi, ndr) di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo” (art.4)
E se invece c’è una denuncia al vescovo? Anche in questo caso segretezza. Viene fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata. Segreto che deve essere mantenuto anche dalla vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni“. (art.13). Ci sono, addirittura, formule precise da seguire riportate nel Crimen: “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento“.

Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede (al cui capo è stato anche Ratzinger; per questo oggi risulta essere uno di quelli che “nascondeva”). In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Essenzialmente perchè a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficienti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato“. Domanda: chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano, il vescovo, che, come è capitato sempre, ricorrerà alla possibilità di insabbiare tutto trasferendo il buon sacerdote.

Ora, tuttavia, le notizie ed i casi stanno uscendo e, allora, a muoversi contro la pedofilia dei sacerdoti è la giustizia ordinaria che sta anche analizzando il modo di operare (nel passato e nel presente) dei tribunali diocesani. “La punizione è giustizia per l’ingiusto”, diceva Sant’Agostino. Speriamo sia così, per la dignità di tutte quelle persone che solo alcuni giorni fa sfilavano a Roma chiedendo poprio giustizia, e che sia innanzitutto terrena.

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di Carmine Gazzanni

Anche a Roma sono arrivate le manifestazioni contro i preti pedofili, contro quella che è stata definita “pedofilia pretesca”. Sono venuti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi, Australia ed altri otto paesi per dire “basta”. Presenti anche alcuni italiani, di Verona e Francesco Zanardi, di Savona, in sciopero della fame da 11 giorni contro il vescovo della sua città, monsignor Vittorio Lupi, perché “provveda a denunciare i preti pedofili”. Molti sono stati anche i cartelli esposti, tutti eloquenti: “Giù le mani dai bambini”, “Chiesa senza abusi”, “Il Papa protegge i preti pedofili”.
Questo di ritrovarsi a Roma è un passo importante per le famiglia vittime di pedofilia da parte di sacerdoti. Ma non è finita qui. I presenti hanno già in mente prossime “mosse”:  il lancio di una petizione che chieda all’Onu di riconoscere l’abuso sessuale sistematico sui bambini come un crimine contro l’umanità. L’articolo 7 del Trattato Onu che istituisce la Corte Penale internazionale definisce un crimine contro l’umanità come “un atto commesso nell’ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili”.

Infatti la situazione, sebbene se ne parli sempre meno, rimane profondamente drammatica. Soltanto una settimana fa (venerdì 22 ottobre), ad esempio, il giudice della Corte Suprema di San Diego, che sta analizzando le circa 10.000 pagine di documenti interni e riservati della diocesi, forniti dagli avvocati di 150 persone vittime dei preti cattolici della diocesi stessa, ha reso pubblica tutta questa documentazione.
I file stando a quanto rivelato da “Giornalettismo”, sembrano evidenziare come la diocesi sapesse, conoscesse e coprisse la condotta criminale dei suoi sacerdoti da decenni. Prima che qualsiasi notizia fosse stata resa pubblica dalle stesse vittime. I sacerdoti copevoli, come purtroppo molto spesso accade in questi casi, venivano trasferiti da una diocesi ad un’altra per celare la sua ignobile condotta. “Invitiamo tutti i cattolici e tutti i membri della comunità a leggere questi documenti” – dice Antony De Marco, l’ex giudice che si occupava della vicenda – “Questi documenti dimostrano anni e anni, decenni di abusi perpetrati ai danni di bambini di questa comunità. Fin quando la comunità non vedrà questi documenti e conoscerà il loro contenuto e la loro gravità, questo dramma non si potrà mai dire concluso“.
E secondo lo stesso De Marco, ci sono anche sacerdoti che, sebbene i fatti risalgano ad un decennio fa, ancora praticano sacerdozio attivo. Un caso, poi, rivela risvolti ancora più struggenti: nei documenti compare un nome, Luis Eugenio de Francisco, originario della Colombia. Oggi noi sappiamo che la polizia stava indagando sul prete colombiano per aver abusato di alcuni bambini. Ma ecco l’intervento della diocesi, che convinse gli investigatori ad abbandonare il caso se il prete fosse ritornato subito alla sua diocesi colombiana senza più mettere piede negli Stati Uniti: “ai primi di agosto del 1963, il sacerdote è stato messo agli arresti da parte della polizia civile del Comune di San Diego per violazione del Codice Penale dello Stato“ – scriveva l’allora vescovo Charles F. Buddy alla diocesi colombiana di Cali – “Al momento c’è un accordo tra questa Curia e le autorità civili di San Diego, per il quale se egli lascerà gli Stati Uniti con la promessa di non tornare mai, le accuse verranno accantonate dalle legge civile“.

E questo, come sappiamo, è solo l’ultimo di una sequela impressionante di casi, condanne, verità che fa impallidire. Ma intanto il Vaticano, con un tattica molto fine (perché di vera e propria “tattica politica” stiamo parlando), cerca di coprire il tutto. O meglio: copre mistificando un’altra categoria, portando molto spesso la società a scagliarsi contro di questa. Proprio per le parole di “Eminenze” tenute (forse troppo) in considerazione. Stiamo parlando, chiaramente, dei gay, degli omosessuali tanto offesi, insultati, bistrattati in questo periodo. Sono molti i sociologi, gli psicologi, i giornalisti ad essere convinti che non si tratta assolutamente di un caso se, proprio negli ultimi anni in cui sono venute alla luce tristi episodi di “pedofilia pretesca”, le parole, le dichiarazioni, le affermazioni del Vaticano contro gli omosessuali sono diventate sempre più forti, più dure, più da “Inquisizione.
Basti pensare alle parole del Monsignor Babini a tal proposito (“Tutti sanno che si procrea solo tra esseri di sesso differenti. La pratica della omosessualità è un attentato al genere umano e mira all’estinzione della razza umana […] Questa perversa pratica è voluta dal Maligno, allontana l’umanità dalla verità e genera perversione e disgusto”); o a quelle del noto psichiatra Francesco Bruno, il quale dichiarò (gennaio 2010) che gli omosessuali sono dei “disturbati“, dei “patologicamente diversi“, dei membri di una di quelle lobbies che reggono il mondo e a cui “se ti opponi ti menano“; o agli articoli di Carlo Di Pietro, uno dei “giornalisti” di spicco del quotidiano on-line “Pontifex”: “Questo è sbagliato, moralmente scorretto e l’Ordine dei Medici, degli Psichiatri, la Cei, la Congregazione per la Dottrina della Fede, il telefono Azzurro e tutti gli organi preposti alla tutela dei minori, dovrebbero denunciare quotidianamente queste posizioni. E’ moralmente ingiusto e scorretto indurre i giovanissimi al peccato e promuovere nelle loro menti una finta idea di normalità, è forviante, deviante, anti crisitiano ed è reato!!!”.

Addirittura reato? E la pedofilia? Non si dirà, a questo punto, che sia “preferibile” la pedofilia all’omosessualità? Già fatto. Ecco cosa disse ancora una volta Monsignor Babini: “questi ex preti che devono essere ridotti allo stato laicale e cacciati, meritano, salva la misericordia di Dio, di finire la loro vita all’ Inferno che li aspetta. La omosessualità in un prete, se tradotta in pratica depravata, é addirittura più grave della pedofilia, si tratta di uomini viziosi e perversi, che si sono abbandonati a oscene pratiche contro natura”. Dunque, come dicevamo, meglio pedofili che gay. Alleluia!

Ma alcune domande rimangono insolute: come mai i sacerdoti non vengono condannati o, se questo accade, comunque bisogna aspettare – è il caso di dirlo – tempi biblici? Perché tanto accanimento contro i gay in difesa dei pedofili? C’è un interesse ancora più forte? E in Italia? Qual è la situazione italiana? Molte domande rimarranno tali, senza alcuna risposta. Ma domani qualche dato, qualche episodio, qualche delucidazione potrebbe servire a chiarire maggiormente la questione. A domani …

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di Carmine Gazzanni

La Chiesa cattolica non gode solo dei soldi derivanti dall’otto per mille (come abbiamo visto l’87,2% del totale, sebbene la scelta di devolvere alla Chiesa Cattolica sia stata fatta solo dal 34,6% dei contribuenti). Sua Madre Chiesa, infatti, può contare su altri benefici che lo Stato italiano persevera a mantenere. Anche in un periodo di crisi.

Potremmo partire dall’esenzione Ici. Secondo l’UAAR la Chiesa Cattolica si ritrova a non pagare l’imposta comunale sugli immobili, nonostante il patrimonio immobiliare della Chiesa Cattolica sia immenso (si parla di un 20-25% dell’intero territorio nazionale). L’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha parlato di circa 700 milioni di euro l’anno di entrate in meno per i comuni.

E ancora. Parte degli oneri di urbanizzazione a disposizione dei Comuni deve essere destinata agli “edifici di culto”. Non solo. Recentemente sono state stipulate intese ad hoc tra diverse Giunte e Conferenze episcopali regionali che hanno riguardato anche i beni culturali ed ecclesiastici, il turismo religioso e la retribuzione del personale ecclesiastico presente negli ospedali.

E poi le scuole cattoliche che, come tutti ben sanno, ricevono finanziamenti che non sono mai stati toccati, a differenza di quelli per le scuole pubbliche.

E ancora gli insegnanti di religione che, in controtendenza con le conseguenze della manovra e della riforma del duo Gelmini – Tremonti (in un anno la scuola italiana ha perso 40.000 cattedre), aumentano: si parla di un incremento di 395 posti, secondo quanto rivela “Il fatto quotidiano”. Ma non è finita qui: la cattedra si ottiene solo grazie al “placet” del vescovo, ma nel momento in cui l’insegnante rinuncia all’insegnamento di religione per insegnare qualche altra materia in conformità con l’abilitazione posseduta, resta nell’organico scolastico e per questo sicuramente troverà un altro posto. Un modo, insomma, per evitare tutta la trafila del “periodo-supplenze” che ogni giovane che vuole gettarsi nel mondo dell’insegnamento deve affrontare.

Ma non è finita qui. Il potere del Vaticano incide anche in altri ambiti. Oggi si sente molto parlare della cosiddetta “legge-bavaglio”; pochi sanno che vantaggi sono riservati anche al Vaticano. Nonostante il periodo non poco felice derivante dai continui casi di pedofilia, ecco cosa dice l’articolo 1 comma 25 del ddl che, ricordiamo, già è passato in Senato: “Quando l’azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso del culto cattolico l’informazione è inviata all’autorità ecclesiastica di cui ai commi 2-ter e 2-quater”. Andiamo allora a vedere cosa dicono gli altri due commi: “Quando risulta indagato o imputato un vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un ordinario di un luogo equiparato a un vescovo diocesano, un abate di un’abbazia territoriale o sacerdote […] il pubblico ministero invia l’informazione al cardinale Segretario di Stato”. E l’altro comma invece: “quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente a un istituto di vita consacrata, il pubblico ministero invia l’informazione all’ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della repubblica competente”. In pratica per intercettare un vescovo è necessario il benestare del vescovo; dal vescovo in su è necessario quello del Vaticano.

Probabilmente, però, ai clericali questo non basta. Infatti, come si legge su “Dagospia”, “Il Papa avrà forse entro quest’anno la sua Telecom privata con tanto di banda larga”. La notizia fa riferimento ad una nota del comunicato che ha chiuso i tre giorni di riunione del Consiglio di cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede: “Nel periodo in esame il Governatorato, di concerto con la Santa Sede, ha avviato lo studio di una infrastruttura di comunicazione integrata che comprende i servizi di telefonia, internet, dati e video”. E’ lecito pensare, proprio per via del periodo abbastanza torbido che sta vivendo la Chiesa in questo periodo, che con una propria rete di telefonia fissa e mobile e di trasmissione dati, il Vaticano potrà garantirsi una maggiore, mi si permetta il termine, impunità. Che in realtà (e l’abbiamo visto) lo Stato stesso in parte già garantisce.

Soldi, potere, accordi più o meno “sani” con lo Stato dunque. E intanto l’Italia rimane indietro rispetto ad altri Paesi.

E’ notizia proprio di questi giorni, infatti, che, dopo la legge sula matrimonio in Islanda, dopo che in Irlanda è stata varata la legge sulle unioni civili, in Francia da ieri è possibile adottare per coppie gay e lesbiche. E l’Italia? Rimane profondamente omofoba.

Ecco cosa ha affermato in questi giorni Monsignor Giuseppe Agostino, Vescovo emerito di Cosenza: “Poiché la omosessualità e soprattutto pratica ed ostentazione di essa sono contro natura e una vera aberrazione, un trionfo dell’anormalità e della patologia, ecco che sia queste sfilate che le relative associazioni gay, per legge, non andrebbero mai tollerate e ogni atto del genere vietato”.
E ancora. Sulla questione omosessuali si è espresso anche Monsignor Vincenzo Franco, vescovo Emerito di Otranto: “L’omosessualità, se tradotta in pratica, diventa una cosa contraria alla pubblica decenza e come tale ritengo opportuno che sia considerata penalmente rilevante”

Insomma, tanti soldi, privilegi, onori. Ma anche (e soprattutto) tanta omofobia.

Anche Maria Maddalena nel Vangelo era odiata e disprezzata. Eppure Cristo non parlò mai di “rilevanza penale”, “anormalità”, “patologia”, ma disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. Forse il clero dovrebbe leggere più Vangelo, e meno assegni dell’otto per mille.

Leggi anche: “L’impero della Chiesa (parte prima): l’imbroglio dell’otto per mille”

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di Carmine Gazzanni

Uno dei brani evangelici tra i più conosciuti è sicuramente quello che ritroviamo nel Vangelo di Marco: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. In pratica, è chiaro, una cosa è la sfera temporale, altro è quella spirituale; una cosa è il potere temporale, altro è l’autorità spirituale.

Arriviamo al 2010. Per capire meglio la questione partiamo da una realtà piccola come può essere la sola Diocesi di Verona. Secondo uno studio condotto dal circolo UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) di Verona sarebbero ben 145 i milioni che la Chiesa Cattolica veronese ha ricevuto complessivamente da regione, provincia e comuni. Il calcolo certamente è approssimativo, ma ha buone ragioni per dirsi fondato: il circolo ha fatto la somma dei contributi documentati relativi al periodo luglio 2009/giugno2010. Il risultato è sconvolgente: 39.408.698 euro. Da qui si è partiti per giungere ad una stima minimale dei contributi annui e si è giunti a quella cifra esorbitante: 145 milioni di euro.

Ma questo è solo per cominciare, andiamo avanti. Analizziamo quel meccanismo, che molti non conoscono, dell’otto per mille. Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’otto per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane.
In realtà, però, nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo è molto simile ad un sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi. Alcune confessioni tra quelle elencate, molto coerentemente, lasciano i propri contributi allo Stato stesso. Cosa che, naturalmente, non ha mai fatto la Chiesa cattolica. Ma andiamo a vedere allora quali sono queste percentuali della destinazione dell’8 per mille:

89,81% Chiesa Cattolica
7,74% Stato
1,43% Valdesi
0,37% Comunità Ebraiche
0,26% Luterani
0,20% Avventisti del settimo giorno
0,19% Assemblee di Dio in Italia

In realtà questi sono dati non recentissimi, in quanto si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi del 2004. Come si legge sul sito dell’UAAR, infatti, “Il Ministero delle Finanze, già restio a fornire statistiche in merito (comunica i dati alle sole confessioni religiose, che ne danno notizia con estrema riluttanza), è peraltro estremamente lento nel diffondere i dati”.

E’ interessante poi sottolineare un’altra particolarità di questo sistema. Come abbiamo già detto, per stabilire come ripartire i fondi, si parte da una sorta di sondaggio.  Ma attenzione: logicamente non tutti esprimono un’opzione. Gli ultimi dati ci dicono che solo il 39,52% dei contribuenti ha effettuato una scelta; di questi solo il 34,6% dei contribuenti ha scelto di devolvere l’otto per mille alla Chiesa Cattolica. Nonostante questo tale scelta comunque viene intesa come se fosse stata espressa da tutti e non solo da una minima parte dei contribuenti. Le percentuali, per così dire, vengono concepite come se fossero relative al 100% dei contribuenti. Come dire: per chi non firma, decide chi firma!

Chi, ancora, non ha mai visto le pubblicità dell’otto per mille? Spot che, proprio per essere tali, sono molto costosi, ambientati, molto spesso, in luoghi poverissimi, nei Paesi del terzo mondo ad esempio. Ma quanti soldi vanno di quelli che arrivano alla Chiesa Cattolica a questi Paesi? Solo l’8,6% del gettito. La maggior parte dei fondi – il 43,7% – sono destinati alle cosiddette “esigenze di culto”: finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio.

E allora non sarebbe meglio affidarsi al cinque per mille? Questo è stato introdotto nel 2006 dal Governo per cercare di finanziare la ricerca scientifica, anche se oggi si è allargato anche ad altri scopi ugualmente nobili. Innanzitutto, infatti, se il cittadino non sceglie nessuna “meta” per i suoi soldi, il cinque per mille dell’Irpef rimane nei bilanci dello Stato (a differenza dell’otto per mille che risente, nel caso, delle scelte degli altri); se il cittadino, invece, vuole destinare, lo può fare a sostegno di una ONLUS, di enti di ricerca o ad università.

Sono dunque evidenti le differenze tra i due sistemi: uno antidemocratico – l’otto per mille – nel quale le scelte di pochi diventano le scelte di tutti e nel quale i contributi vengono gestiti non dal cittadino che devolve, ma dalla Chiesa che riceve. Secondo il suo assoluto arbitrio. Dall’altra abbiamo un sistema più democratico – il cinque per mille – nel quale i cittadini possono decidere a chi affidare i loro soldi e, nel caso non decidano, i soldi rimangono nelle casse dello Stato. Ma attenzione, c’è un piccolo particolare. A differenza dell’otto per mille, per il cinque per mille è stato fissato un tetto: 400 milioni di euro. Cifra quasi irrisoria se confrontata con l’otto per mille; come abbiamo già detto, sebbene a firmare per la Chiesa Cattolica siano stati solo il 34,6% dei contribuenti, poichè le percentuali di “scelta” vengono concepite come se espresse dalla totalità dei contribuenti, la Chiesa incassa l’87,2% dei soldi: circa un miliardo di euro.

Ma non è finita qui… (a domani per la seconda parte)

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di Carmine Gazzanni

Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”. A meno che davanti a voi non ci sia un omosessuale: allora sì, lapidatelo.

Si potrebbe sintetizzare in questo modo la risposta del Vaticano alla proposta di depenalizzare l’omosessualità, proposta avanzata dalla Francia di Sarkozy nel novembre del 2008 e da subito osteggiata dalla Santa Sede.  L’iniziativa già due anni fa ha trovato l’appoggio, invece, di molti Paesi, non solo europei (tutti i membri dell’Ue hanno aderito), ma anche di alcuni Paesi africani che per la prima volta hanno dato il loro consenso a una proposta Onu in materia sessuale (Gabon, Repubblica Centrafricana, Capo Verde, Mauritius); ci sono poi anche molti paesi dell’Est Europa, diversi stati dell’America Latina (tra cui Brasile, Argentina, Cile, Venezuela), oltreché Giappone e Nepal.

Il Vaticano, al contrario, non ha aderito. Ieri come oggi la sua risposta è chiara e sgombra da fraintendimenti: noi non firmiamo.
I motivi? L’iniziativa lavorerebbe in favore “dello smantellamento del sistema dei diritti umani”, diceva allora il nunzio apostolico. Dichiarazione, questa, ribadita e confermata oggi: l’osservatore permanente del Vaticano presso l’Onu si è espresso contro la  proposta perchè destabilizzerebbe tutto l’humus culturale cristiano.

Dunque, meglio che soffrano, vengano arrestati o, addirittura, muoiano questi omosessuali. Perché questo, purtroppo, è ciò che avviene in molti Paesi, soprattutto africani e asiatici. 91 paesi considerano i rapporti omosessuali un reato. In molti Paesi islamici si ricorre all’impiccagione: si dice siano circa 4000 gli omosessuali giustiziati negli ultimi 30 anni in Iran. In altri Paesi è prevista per legge la pena di morte: Arabia Saudita (per via dell’applicazione della Sharia, la legge coranica), Emirati Arabi, Mauritania. In Yemen la situazione rimane drammatica: si può andare dalle cento frustate all’esecuzione capitale. In Malawi si va dai  cinque ai quattordici anni di reclusione, con pene corporali. In altri Paesi si sceglie la strada dei lavori forzati: così in Egitto, Giamaica, Monzambico, Nauru, Saint Kitts and Nevis, São Tomé and Principe.

La situazione è chiaramente, palesemente drammatica. Ma la Chiesa non può (e non vuole) opporsi. E non è la prima volta. Sempre nel 2008 (dicembre), il Vaticano non aderì alla Convenzione Onu sui diritti dei disabili. E qui perché mai? Semplice: i disabili, per Nostra Madre Chiesa, non hanno diritto alla pianificazione familiare, alla “educazione riproduttiva” e ai “mezzi necessari per esercitare questi diritti” (art. 23), né tantomeno hanno diritto all’accesso ai servizi sanitari, “inclusi quelli nell’area della salute sessuale e riproduttiva” (art.25).

Insomma, tutti figli di Dio. Tutti ad eccezione di omosessuali e disabili (che andranno all’inferno). O forse dovremmo parlare di “ricchioni” e “handicappati”? Aspettiamo risposte dai prelati del Vaticano. Casomai tra un bambino e l’altro.

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di Carmine Gazzanni

03084420_alta-largePassano i giorni, ma sembra che le acque per il Vaticano diventino sempre più nere e intorbidite. E, pare, non se ne esca. Padre Federico Lombardi continua a parlare di tentativi accaniti di “coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi“, ma pochi sono quelli che ci credono. E non per posizione presa, ma perché i fatti parlano da soli. Aumentano i casi, e le responsabilità stanno varcando le mura vaticane per colpire lo stesso papa, ritenuto colpevole d’aver favorito un prete pedofilo quando era arcivescovo di Monaco e mal gestito il problema come presidente dell’ex Sant’Uffizio.

Tuttavia, più che ricercare casi e notizie, o meglio prima di fare questo, vale la pena soffermarsi sul modo di funzionare della Chiesa Cattolica, penetrare l’enigma della mentalità clericale per orientarsi in questo marasma della pedofilia. La chiesa come istituzione divina si ritiene santa, al di sopra di tutto e normatrice di ogni istituzione terrena, autosufficiente ed indipendente da quanto le è esterno. La sua santità, quindi, va assolutamente difesa: atti criminosi (vedi la pedofilia) che potrebbero originare scandalo vanno coperti e risolti al proprio interno. Ne risulta, necessariamente e inevitabilmente, una mentalità chiusa, difensiva, timorosa e sospettosa d’ogni intervento esterno, che genera, forse anche “a fin di bene”, un comportamento di “santa omertà”.

E chi è che dice questo? Di certo non io, non ho alcuna autorità per fare questo. Ce lo dice la storia.
Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi è realtà storica infatti: un papa, per la precisione Leone X, emanò la Taxa Camerae, un documento vergognoso che promette il perdono in cambio di denaro ( tutti sanno che la simonia è autentico atteggiamento cristiano…).
Leggiamo allora il secondo dei 35 articoli di cui si compone la Taxa: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi“. Correva l’anno 1517. E la Chiesa già sapeva, eccome se sapeva.

Non c’è, tuttavia, bisogno di andare così lontano. Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis, ancora oggi più che valido: è il vademecum che è stato sempre seguito nei casi di pedofilia clericale, anche quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni. Tale documento, essenzialmente, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, tradotto: “da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento“.

In pratica il Crimen stabiliva che fare se veniva fuori la notizia di un prete pedofilo. Innanzitutto, il processo al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Altra prerogativa importante riportata nel documento è quella di porre sullo stesso piano violentatore e violentato, semplicemente perché la condanna è all’atto stesso, a prescindere da come questo sia avvenuto (se ci sono state violenze ad esempio). E questo perché, si legge nel Crimen, tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus“, cioè “con” il bambino, non “contro“.

L’aspetto ancora più importante da sottolineare, oltreché sconcertante, è che, in tutti i 74 articoli di cui il documento è composto, si insiste sempre sulla segretezza. Ciò che conta è celare, nascondere, non far sapere: non c’è nulla che impedisca ai vescovi “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo …” (art.4)
E se invece c’è una denuncia al vescovo? Anche in questo caso segretezza. Viene fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata. Segreto che deve essere mantenuto anche dalla vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni“. (art.13). Ci sono, addirittura, formule precise da seguire riportate nel Crimen: “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento“.

Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede (al cui capo è stato anche Ratzinger; per questo oggi risulta essere coinvolto). In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Essenzialmente perchè a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficienti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato“. Domanda: chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano, il vescovo, che, come è capitato sempre, ricorrerà alla possibilità di insabbiare tutto trasferendo il buon sacerdote.

Questo, dunque, è il modo di trattare situazioni poco piacevoli da parte della Nostra Madre  Chiesa: nascondere, nascondere, nascondere. E intanto le vittime diventano migliaia.
Sant’Agosino diceva: “La punizione è giustizia per l’ingiusto”. E si sa, Sant’Agostino era un famoso blasfemo eretico!

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Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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