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Articoli marcati con tag ‘università’

di Carmine Gazzanni

Ieri centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia hanno dato vita ad un’enorme protesta contro il ddl Gelmini in discussione alla Camera.

La situazione è caldissima. Le università in tutta Italia sono in subbuglio, mentre gli uomini (e le donne) del Palazzo sono più intenti a curarsi di compravendite, passaggi, acquisti di parlamentari e nuove e possibili alleanze per le imminenti elezioni. Ieri si è arrivati all’apice delle manifestazioni e dei cortei che da inizio anno scolastico, con alti e bassi, hanno visto gli studenti di tutta Italia cercare di informare e spiegare i motivi delle loro lamentele. Occupazioni, blocchi delle città, cortei, lezioni in piazza, assemblee, dai tetti, dalle facoltà e nelle scuole. A Roma alcuni studenti, superando le barriere di sicurezza, hanno tentato di entrare a Palazzo Madama, ma sono stati allontanati – in alcuni casi con modi assolutamente violenti e da “guerra civile” – dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Ma non solo Roma si è fatta sentire nel giorno della discussione della riforma Gelmini, il cui esame continuerà domani mattina. A Perugia ricercatori e studenti sono saliti sul tetto della mensa centrale in Via Pascoli. A Torino i ragazzi hanno occupato Palazzo Nuovo, sede di Lettere e Filosofia. Stessa sorte anche a Salerno: studenti, ricercatori e anche qualche professore hanno deciso di salire sui tetti degli edifici universitari per manifestare il proprio dissenso. Ma tante altre, ancora, sono state le forme di protesta: a Siena gli studenti hanno bloccato i binari della stazione; a Pisa addirittura le piste dell’aeroporto ‘Galileo Galilei’. Senza contare le svariate facoltà che, di giorno in giorno, vengono occupate. Per organizzare presidi, per stabilire un punto nevralgico da cui coordinare le forme di protesta, per far sentire la propria voce: a Bologna è stata occupata la facoltà di Lettere; a Pisa addirittura sono stati occupati gli edifici di Lettere, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lingue, Economia, Scienze, Ingegneria;  a Roma, invece, occupate le sedi di Fisica, Ingegneria, Igiene e Scienze Politiche; a Catania, ancora, Fisica; a Palermo la facoltà di Lettere e Filosofia.

Sappiamo bene quali sono i motivi di queste proteste. Povertà, disoccupazione e precarietà sono le condizioni cui un’intera generazione di soggetti produttivi viene sottoposta.

Il CUN (Consiglio Universitario Italiano) ha fornito dati molto preoccupanti: quest’anno (anno solare – dunque quello che rimane del 2010) ci saranno tagli per 279 milioni in meno. Per la prima volta ci sarà una diminuzione del FFO (Fondo Finanziamento Ordinario per le Università) del 3,72%.  E negli anni, come se non bastasse, la situazione subirà un peggioramento. Stando sempre al rapporto del CUN per il 2011 è previsto un taglio di 1 miliardo e 355 milioni; e per il 2012 una sforbiciata da 1 miliardo e 433 milioni.

Insomma, come ribadito nel documento, “lo schema del DM (Decreto Ministeriale, ndr) segue non una struttura programmatica per obiettivi e risultati, ma solo di tipo amministrativo-contabile”. In questo modo la qualità (molto spesso già scarsa) delle università italiane subirà un ulteriore tracollo.

Vediamo alcune conseguenze. Essendo stato confermato il prolungamento del blocco del turnover nelle assunzioni in tutta la pubblica amministrazione fino al 2014, e siccome per quanto riguarda l’università è prevista un’uscita dai ruoli di circa 18.000 su 60.000 unità, sarà oggettivamente impossibile garantire un’offerta formativa adeguata. Come se non bastasse, poi, ecco cosa si legge sul sito dei ricercatori “Rete 29 Aprile”: ”i tagli al fondo di finanziamento ordinario dell’università vengono prolungati nel tempo, arrivando al 2015, prevedendo tagli per circa 860 milioni di euro”. Insomma, una situazione devastante.

Senza dimenticare, poi, l’assurda situazione dei ricercatori. Innanzitutto la riforma prevede per loro un limite temporale di sei anni per riuscire a diventare associato. Scaduto il tempo previsto, non potranno più continuare l’attività accademica. In più le loro progressioni stipendiali saranno congelate dalla manovra per tre anni. E questo, in concreto, vuol dire che un ricercatore neoassunto si vedrà decurtata la retribuzione di quasi 1600 euro annui; i ricercatori in servizio da nove anni avranno un taglio pari a 4.745 euro annui.

E la ricerca? Anche qui tempi bui: per le collaborazioni, per le missioni all’estero e quant’altro è stato imposto un drastico taglio che rischia concretamente di mandare all’aria progetti internazionali, partecipazione a conferenze e a riunioni. Come scrive “Rete 29 Aprile”, ci saranno tagli su quegli aspetti “essenziali per una ricerca che non voglia limitarsi al vicolo sotto casa”. D’altronde cosa ci aspettiamo da un Paese che, a fronte della media europea del 2% di finanziamenti nella ricerca, investe soltanto lo 0,8% del Pil?

Ancora, c’è la questione della privatizzazione che, probabilmente, è proprio quella che più di ogni altra intimorisce. Se, infatti, i tagli all’FFO risulteranno incolmabili (come sembra siano), gli atenei saranno costretti a trovare aziende private non solo che le finanzino, ma che entrino anche nella loro gestione amministrativa. Cosa vuol dire questo? Sull’ “Infiltrato.it” si spiega in maniera adeguata cosa comporterebbe tale privatizzazione: “prendiamo un ateneo che non riesce a far fronte al mantenimento della facoltà di medicina. Interverrà, ad esempio, un’industria farmaceutica che, entrando nella gestione amministrativa, avrà grande potere decisionale. E secondo voi – non ci vuole un mago per capirlo – l’azienda sarà interessata a dare allo studente una preparazione globale o finalizzata ai suoi stessi interessi? Propenderà per la formazione di un medico “globale” o per la formazione di un possibile dottore che lavori all’interno dell’azienda stessa? La risposta è scontata”.

Senza contare, poi, che, con la privatizzazione, si andrà incontro al rischio di tasse sempre più elevate. Il tutto in barba all’articolo 34 della Costituzione Italiana che, nel suo comma 3, afferma: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Diritto, è evidente, che già oggi pare non essere più garantito totalmente. Si dirà: ma questo è qualunquismo. Niente affatto: non è un caso che nel ddl Gelmini ben 16 volte compare la dizione “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”.

Ma i ragazzi non sembrano essere intenzionati a mollare. Si legge nel comunicato stampa delle facoltà occupate di Roma: “Domani è prevista la votazione definitiva del D.d.L. Gelmini, ma noi studenti e precari non abbiamo intenzione di fermarci adesso: rilanciamo per questo e con maggiore forza l’assedio al Parlamento a partire dalle 10!”. Ma certamente oggi anche le altre città che già ieri sono state protagoniste, non si tireranno indietro: Vogliamo il ritiro del DDL e continueremo a protestare fino alla fine”.

Per maggiori informazioni: RIFORMA GELMINI/ Università pubblica (e diritto allo studio) sotto assedio

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di Carmine Gazzanni

Il 17 Novembre del 1939 gli occupanti nazisti uccisero 9 studenti all’Università di Praga e i loro insegnanti. Il 17 Novembre del 1973 gli studenti del politecnico di Atene furono travolti dai carri armati del regime dei Colonnelli che irruppero nell’ateneo. Il 17 Novembre 1989 in Cecoslovacchia la commemorazione del ‘39 (occupazione militare nazista) divenne l’inizio della rivolta contro il regime. Nasce così la giornata internazionale degli studenti che quest’anno ha assunto un significato maggiore e più profondo, visti i tagli a cui è andata incontro l’Università Italiana (e non solo l’Università).

Gli studenti in tutta Italia stanno avvertendo questo forte disagio e ieri si sono riversati per le strade proprio per manifestare il loro dissenso e soprattutto il desiderio di riappropriarsi del loro futuro e della libertà di poterselo scegliere. Gli studenti, in pratica, vogliono riappropriarsi del diritto, riconosciuto anche dalla nostra stessa Carta Costituzionale, dell’autorealizzazione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Anche per questo motivo, come detto, gli studenti sono scesi in piazza, occupando le strade con manifestazioni e cortei. In più di 100 città italiane: da Roma a Milano, da Torino a Bologna, da Trieste a Palermo. Tutti accomunati dal desiderio di gridare, urlare il proprio dissenso ad un Governo che li relega ad un ruolo subalterno, un Governo che preferisce, esempio scontato ma forte, finanziare la cosiddetta “missione di pace (con i cacciabombardieri?) afghana e non la cultura. Probabilmente nessuno dei nostri politici ha mai letto Piero Calamandrei.

Ed allora ecco più di 200 mila giovani a Roma protestare sotto i palazzi del Governo; a Torino sono stati bloccati i binari; a Genova e Trieste molte delle scuole superiori sono ormai occupate; a Catania due facoltà, Lettere e Lingue, sono state “prese in consegna”. E ancora musica, “reading” in piazza, lezioni all’aperto. Insomma, una grande partecipazione attiva, informativa, partecipativa.

E tra le cento città in cui si è sfilato, anche Perugia. Grande partecipazione, grande entusiasmo, grande coscienza del perché si era lì. Certo, alcune scelte erano opinabili (ad esempio la presenza di alcuni “simpatizzanti” presenti con le loro bandiere e i loro volantini che hanno rischiato, anche senza volerlo, di strumentalizzare la manifestazione), ma chi ha visto sfilare questi ragazzi, ha visto nei loro occhi la forza di non volersi arrendere perché in ballo non c’è solo l’ “oggi” dello studente, ma anche e sopratutto il “domani” del lavoratore, del manager, del docente, dell’avvocato, del padre e della madre di famiglia. Il futuro del cittadino e dell’Italia. Ed è per questo che i giovani di Perugia, e non solo quelli di Perugia, hanno deciso di unirsi anche ad altri movimenti e ad altre “vittime” della tagliola Gelmini-Tremonti: precari, operai, immigrati.

Il commento a caldo del Ministro dell’Istruzione è stato secco: “sempre i soliti slogan”. Ed ha ragione la Gelmini. Peccato, però, che non si sia chiesta anche il perché di questi “soliti slogan”. Se se lo fosse domandato, probabilmente avrebbe capito che l’Università sta cadendo a pezzi dopo anni e anni di scelte e gestioni fallimentari. I ragazzi questo l’hanno capito. Per i politici – cosa ci volete fare – dovremmo aspettare ancora a lungo. Anzi, avremmo dovuto. Ora “siamo tutti indisponibili“!

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di Carmine Gazzanni

Gel…mini : il primo gel che arresta la crescita!!!”. “Più si taglia più si faglia”. “- insegnanti + ignoranti”.

La Gelmini sta mandando allo sfascio la scuola italiana. E c’è chi protesta, arrivando anche allo stremo: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.
Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Hanno cominciato tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo,  con lo sciopero della fame. La protesta, però, poi ha preso piede e ci sono stati altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire.

Ma c’è anche chi ha intrapreso strade diverse, ma ugualmente significative. Stiamo parlando degli insegnanti che hanno messo su il concorso “PREMIO GELMINI SARTA SUBITO”. Si tratta di un premio di satira, un premio che ha come obiettivo “quello di utilizzare la forza comunicativa della satira – si legge sulla pagina facebookper coinvolgere il personale docente e non docente, le famiglie, gli studenti, tutti coloro i quali non hanno il quoziente intellettivo di una nespola, in una discussione critica sui rischi e le opportunità legate ai rilevanti cambiamenti che investiranno l’universo formativo, il luogo dove i sogni imparano a camminare”. Un’idea, dunque, produttiva: di fronte a tagli che colpiranno la qualità dell’insegnamento, il premio mira a mostrare le capacità creative di coloro ch parteciperanno. Ce lo conferma, d’altronde, lo stesso Guglielmo La Cognata, con cui abbiamo parlato della loro singolare idea: “Di fronte a tutto quello che sta accadendo (132.000 docenti e non, che hanno perso, stanno perdendo o perderanno il lavoro e un drastico impoverimento della qualità dell’istruzione), ci siamo interrogati sul da farsi. Esclusa a priori la passività, perché, come diceva il reverendo M. L. King, “non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti”, abbiamo scelto una protesta sul filo dell’ironia, del paradosso, che, con una buona dose di immodestia, potremmo dire quasi socratica. Le motivazioni sono diverse: essendo secchioni incalliti, topi di biblioteca, gente più da primo banco che da curva sud, ci è sembrata più nelle nostre corde”. Senza dimenticare che la satira è un mezzo comunicativo straordinario: “da Socrate a Peppino Impastato, lo sberleffo è sempre stato un’arma temutissima, in quanto capace di arrivare a tutti e di mostrare  il vero volto della verità, al di là delle maschere e della propaganda”.

E, al momento, i risultati dicono che la strada intrapresa da questi insegnanti è stata più che giusta: in soli due mesi e mezzo si è arrivati a 2.500 iscritti sulla pagina facebook, gente di tutte le regioni, di tutte le età e fasce sociali. “All’indirizzo di posta elettronica [email protected], sono arrivati un centinaio di contributi”, ci rivela Guglielmo La Cognata. Guglielmo che poi ci dice la sua anche sulla triste realtà della scuola italiana: “Per uscire dalla crisi, tutti i grandi paesi, sia quelli governati dalla destra che quelli governati dalla sinistra, sia quelli europei che quelli extraeuropei,  investono su scuola, università, ricerca, cultura […] Gli effetti di questa impostazione appaiono devastanti. La riduzione del tempo pieno e del tempo scuola settimanale, implicano minori servizi alle famiglie e minori strumenti formativi per gli allievi. Nei quartieri a rischio, dove le scuole costituiscono l’unico baluardo di legalità, i ragazzi passeranno meno tempo fra i banchi e più tempo in strada. Inoltre,  la drastica contrazione del numero di insegnanti di sostegno toglie opportunità di inserimento sociale ai più sfortunati, soprattutto in quelle zone dove la scuola rappresenta l’unico canale di integrazione. Accanto all’abbassamento del livello dell’offerta formativa, c’è il dramma occupazionale che colpisce le fasce più deboli, cioè le donne, che nella scuola operano per l’80 %, i precari, usati nel momento del bisogno e poi buttati via, i giovani laureati”.

L’importante, però, e questo è lo spirito del concorso “PREMIO GELMINI SARTA SUBITO”, è non perdersi d’animo, combattere, manifestare il proprio dissenso, anche nelle forme più originali, come può esserlo un premio di satira. “L’impressione sempre più netta – ci dice, infatti, Gugliemo –  è quella di aver toccato un nervo scoperto; insegnanti, genitori, studenti, operatori e utenti della scuola, non aspettavano altro che un’occasione per esprimere disagio, rabbia, incredulità, stupore, in modo, peraltro, garbato e creativo”. E la strada della satira è l’occasione giusta, uno dei modi più validi per sprigionare quella creatività che potrebbe mettere con le spalle al muro quelle istituzioni che poco credono (per convenienza?)  nei benefici della scuola italiana. Visti i tagli rovinosi, è legittimo pensarlo.

E da domani? Cosa accadrà quando, a giorni, comincerà la scuola? Come comportarsi. Guglielmo La Cognata rivolge il suo pensiero proprio ai colleghi che si troveranno a lavorare in una scuola che, probabilmente spesso, non disporrà dei mezzi adeguati per portare avanti un progetto educativo costruttivo: “A chi subirà questi tagli a pioggia, propongo di far emergere i piccoli atti di eroismo quotidiano di questi prof senza qualità, in trincea senza le scorte dei magistrati, senza i soldi degli industriali, senza i riflettori dei tg, senza il sostegno della politica, senza strutture adeguate. Come se fosse normale, vanno a cercare a casa gli alunni “speciali”, restano a scuola oltre l´orario per risolvere certe situazioni, devono sostituirsi al padre, alla madre, alla polizia, al medico, subiscono intimidazioni e danneggiamenti, pagano la refezione ai bambini, comprano vestiti e occhiali, macinano, precari e pendolari, centinaia di km al giorno. Nessun disegno riformatore può andare in porto senza il consenso di quanti vivono, lavorano, studiano all’interno delle aule scolastiche. Li si ascolti: è come leggere un romanzo, ma è tutto vero”.

P.S. Chiunque voglia partecipare (noi invitiamo a farlo!), può trovare tutte le informazioni sulla pagina Facebook “Premio Gelmini sarta subito“. Buon divertimento e che vinca il migliore!

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di Carmine Gazzanni

Pochi giorni fa Silvio Berlusconi, nonostante la palese crisi politica in cui è caduto il Governo e dalla quale difficilmente si rialzerà, cercava ancora di farsi vedere in piedi, elogiando  l’operato del suo “staff” parlando di quattro riforme in sette giorni. Una di queste è quella relativa all’università. In un passo, infatti, il Presidente del Consiglio affermava: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Chiaramente la questione è profondamente diversa.

Come scrivono i Ricercatori Precari sul loro sito, il provvedimento tende non a “migliorare il sistema universitario”, ma ha l’obiettivo “di liberare il paese di un’intera generazione di ricercatori precari”. Che saranno almeno ventimila. Cosa prevede infatti questa riforma? Nei prossimi sei anni sono previste promozioni a professore associato riservate. Per tutti coloro, invece, che ancora percorrono la strada del dottorato è stato fissato un tetto massimo di dieci anni: bisogna stare attenti a non collezionare più di dieci anni tra assegni di ricerca (4 anni massimo) e contratti da ricercatore o associato, altrimenti “si cade fuori dalla giostra”. In pratica, se si supera questo tetto di dieci anni di precariato si è fuori dai giochi. Misura del tutto illogica se si pensa che per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, l’ età media si aggira attorno ai 35 anni e il tempo di precariato mediamente attorno ai sei anni dopo il dottorato.
Come scrivono i Ricercatori Precari: “La legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI e non lo fa selezionando per merito, ma eliminando dalla competizione proprio quelli che non hanno alternative, se non l’espatrio”.

Detto questo, però, c’è da dire anche che l’università italiana da tempo è in crisi. Prendiamo in considerazione alcuni punti:
1. Il corpo docente (professori ordinari, associati e ricercatori) è il più anziano tra i paesi OCSE. Gli ultrasessantenni sono il 27% e di questi il 14% hanno più di 65 anni. Soltanto l’1,8% del corpo, invece, ha meno di trent’anni.
2. In tutti gli altri paesi europei i docenti universitari vanno in pensione a 65 anni. In Italia, si arriva oltre i 70. La riforma ora blocca l’età di pensionamento a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni), ma ancora siamo fuori i “regimi” degli altri Paesi europei. Anche se, a onor del vero, c’è da dire che alcuni esponenti del Pd avevano avanzato la proposta di abbassare l’età pensionabile a 65 anni. Chiaramente il Governo ha rispedito al mittente la proposta.
3. Gli stipendi dei ricercatori italiani (che sono la gran parte del corpo docente, più del 50%), nei primi anni di attività, sono più bassi del 30%-50% di quelli degli altri paesi europei. E non è finita qui: lo stipendio dei docenti ordinari a fine carriera è dell’ordine di un salario in una università USA.

E non è finita qui. Da anni e anni in alcuni atenei si continua a sprecare in maniera sconsiderata aprendo corsi inutili, finanziando progetti che non hanno visto mai la luce e così via. Basti pensare alla sola Università di Siena: i debiti per quest’ateneo ammontano a 110 milioni di euro. E ancora: in Italia sono attivi 5.500 corsi di laurea, 37 dei quali attivi con un solo studente, 327 facoltà che non superano i 15 iscritti. E sui corsi di laurea la fantasia è massima: si va da Scienze del fiore e del verde a Scienze dell’allevamento, igiene e benessere del cane e del gatto; da Storia delle donne e di genere a Scienze e turismo alpino; da Beni enogastronomiciOrtofrutticola internazionale; e ancora Chimica dei materiali e tecnologie ceramiche, Tecniche erboristiche e Scienza della Pace.

Dunque gli sprechi sono stati tanti. E’ indubbio, tuttavia, che la riforma va nella direzione sbagliata: i tagli non sono mirati, ma indiscriminati. Uno studio portato avanti dalla Flc-Cgil dimostra che l’Università si sveglierà con 26.500 occupati in meno, occupati precari mandati a casa alla scadenza del tempo determinato. Berlusconi parlava nella nota di riforma “basata sul merito”. Se pagano indistintamente tutti, dov’è il merito (e il demerito) signor Presidente? Non sarebbe stato più giusto mantenere il distinguo tra università virtuose e non virtuose anche per questi tagli?

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di Carmine Gazzanni

Il re vacilla. Ma cerca ancora di farsi vedere in piedi, ben saldo con la sua corona ed il suo scettro. E allora eccoti ieri Silvio Berlusconi che elogia l’operato del Governo affermando di essere giunto a quattro riforme in sette giorni. Ma allora vediamo quali sono queste riforme e qual è il loro peso.

E’ stata approvata la manovra economica che ha messo al riparo l’Italia dalle conseguenze più gravi della crisi economica e ha posto le condizioni dello sviluppo”, ha affermato Berlusconi in una nota. Beh, quali dovrebbero essere queste condizioni di sviluppo? Come si è detto più volte su questo blog, la manovra prevede tagli profondamente iniqui perché ad essere colpiti saranno i cittadini e, soprattutto, quelli più deboli: le farmacie dovranno versare alle Aziende sanitarie una tassa fissa del 3,65% per concorrere alla riduzione della spesa di settore in Italia (Articolo 11 del Decreto numero 78). Ma così lo Stato costringe i professionisti ad ulteriori versamenti al Servizio sanitario. Nelle casse, dicono, resta poco o nulla. Questo porterebbe al rischio di chiusura per numerose farmacie, soprattutto per quelle dei centri più piccoli (se ne calcolano circa 3.500). E ancora. Anche le forze dell’ordine si vedono colpite da una manovra che taglierebbe le tredicesime portando al rischio di una “paralisi dell’organizzazione militare”, come si legge in un documento in cui lo Stato Maggiore di Difesa ha manifestato il proprio malcontento. E ancora. Tagli agli Enti: la manovra prevede, infatti, tagli di 8,5 miliardi per le Regioni in due anni. E si tagliuzza anche riguardo a comuni (tagli per 3,7 miliardi) e Province (800 milioni). Le imposizioni draconiane, in questo modo, colpiranno essenzialmente i servizi per i cittadini:  tagli per le scuole (che costituiscono il 20% del bilancio delle Province), per i trasporti pubblici (il 7% del bilancio delle Regioni), per la gestione dei rifiuti e del territorio (19,2% della spesa dei Comuni). E gli stipendi dei politici? Tagliati di poco o nulla rimarranno i più alti tra i tutti i Paesi. Un esempio su tutti: un consigliere regionale del Molise guadagna molto di più (10.255 euro mensili) rispetto al Presidente francese Sarkozy, fermo a 6.712 euro.

Ma andiamo avanti. Nel comunicato, ancora, si legge: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori“. Innanzitutto c’è da chiarire che anche qui le mani (e le forbici) di Tremonti (chiaramente con l’accondiscendenza della Gelmini) hanno avuto un ruolo determinante. Sebbene il Ministro dell’Istruzione avesse detto: “Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”, tagli ce ne sono stati: uno studio portato avanti dalla Flc-Cgil dimostra che l’Università si sveglierà con 26.500 occupati in meno, occupati precari mandati a casa alla scadenza del tempo determinato.
I problemi da affrontare sarebbero altri. In tutti gli altri Paesi europei i docenti vanno in pensione a 65 anni, tant’è che il corpo docente italiano rimarrà comunque il più vecchio d’Europa, sebbene si sia deciso che tassativamente in pensione si andrà a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni). E i ricercatori? In Italia sono numerosissimi, più del 50% del personale permanente, ma i loro stipendi, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30-50% di quelli degli altri Paesi europei. Tuttavia la riforma Gelmini non si occuperà affatto di questo, ma di altro: del taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni. Come si scrive sul sito dei “Ricercatori Precari”, infatti, “la legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI e non lo fa selezionando per merito, ma eliminando dalla competizione proprio quelli che non hanno alternative, se non l’espatrio: quei ventimila ricercatori (ancora) giovani che hanno fin qui consentito di costruire un futuro per la qualità dell’insegnamento universitario e per la ricerca nazionale”. Perché questo? In pratica saranno previste per i prossimi sei anni promozioni a professore associato riservate. Per tutti gli altri giovanissimi che stanno accedendo al dottorato ci sarà un tetto di dieci anni per diventare professore associato, dopodiché “si cade fuori dalla giostra”. Misura completamente illogica se si pensa che “per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza”.

Ma ancora. Nella nota il Presidente del Consiglio cita altri due provvedimenti. “Il Governo ha approvato poi un disegno di legge innovativo e liberale in materia cinematografica che permetterà di ridurre l’intervento esclusivo dello stato, di incentivare l’apporto dei privati e di favorire perciò un maggiore grado di autonomia e di libertà della cultura“. Sbagliato: l’unico aspetto innovativo di questo provvedimento è che alcuni film saranno vietati già a partire dai dieci anni. Per quanto riguarda gli incentivi fiscali per il cinema italiano, il Presidente del Consiglio fa riferimento alle cosiddette “tax credit” e “tax shelter”, che, come ha sottolineato il deputato PD Orfini: “esistono grazie all’iniziativa del governo Prodi nel 2008”. Dunque, innovativo un bel niente. E invece, a parte questo provvedimento che non prevede nulla di eclatante (anche se viene presentato come rivoluzionario) cos’è che veramente cambierà per la cultura? Per rispondere dobbiamo nuovamente far riferimento alla manovra. Mettendo in atto i tagli previsti nella manovra, infatti, si potrebbe correre il rischio di corrompere l’immagine culturale delle città italiane.. E’ quanto è stato sostenuto dal Fondo ambiente italiano (Fai) e dagli enti locali, regioni, aziende pubbliche e private raggruppate da Federculture. Le parole del Fai sono molto eloquenti: tale associazione, infatti, dichiara di essere “contro questi tagli, contro i criteri con cui sono stati fatti e, soprattutto, contro una politica che da sempre non dà alla cultura l’importanza che dovrebbe dare in un paese come il nostro”. Il motivo di queste parole? Abbattimento dell’80% delle spese per mostre e convegni imposto a comuni e province; un taglio complessivo di 58 milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni, quasi 50 dei quali sottratti al capitolo per la tutela e la valorizzazione; tagli e riduzioni anche per enti locali: meno 4 miliardi di euro per il 2011 e 4,5 miliardi nel 2012 per le Regioni; meno 1,5 miliardi per il 2011 e 2,5 per il 2012 per i Comuni; meno 300 milioni per il 2011 e 500  nel 2012 per le Province.

Ultimo provvedimento citato da Berlusconi: “Il governo  ha infine approvato il nuovo codice della strada, entrato in vigore già ieri, che consentirà di diminuire il numero degli incidenti e della mortalità sulle nostre strade”. Alcool zero per neopatentati e conducenti professionali, stretta sulle minicar, notifiche in 90 giorni, rateizzazione delle multe oltre i 200 euro per i meno abbienti, guida accompagnata a 17 anni, patente a ore in caso di ritiro del titolo di guida: 3 ore al volante per andare al lavoro o assistere parenti disabili. Almeno qui un provvedimento valido. Chissà, forse il primo (e l’ultimo, visti i tempi) di questa cattiva legislatura.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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