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Articoli marcati con tag ‘unità d’italia’

di Carmine Gazzanni

Centocinquantesimo anno dall’Unità d’Italia. Alcune dichiarazioni e “modi di fare” squisitamente leghisti. “Domani non sarò presente alla commemorazione in Aula alla Camera. Sarò sul territorio. A mio modo di vedere le strumentalizzazioni costruite anche contro la Lega sui 150 anni dell’Unità d’Italia alle quali abbiamo assistito in questi giorni non servono a nulla”. Questo è quello che ha affermato ieri Federico Bricolo, presidente della Lega Nord a Palazzo Madama.

150 anni di centralismo, che guasti”: è il titolo a due pagine che, oggi 17 marzo, centocinquantesimo anno dall’Unità d’Italia, la “Padania” mette in prima pagina. E ancora: “Festeggiamo l’addio ai parassiti uniti nel federalismo”.

In molte città nessun esponente della Lega Nord ha partecipato alle cerimonie organizzate per commemorare l’Unità d’Italia. Nemmeno a Torino, sebbene il Presidente della Regione sia un leghista. A Milano, invece, il capogruppo al Comune di Milano della Lega Matteo Salvini si trova ad un banchetto all’ingresso della galleria Vittorio Emanuele: distribuisce bandiere di Milano, cartoline storiche della città e adesivi del Carroccio.

E ancora. Al Pirellone, sede del Consiglio regionale lombardo, due giorni fa i consiglieri della Lega Nord non hanno partecipato all’esecuzione dell’Inno di Mameli che ha aperto la seduta dell’assemblea, secondo quanto stabilisce la legge lombarda per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, legge che il Carroccio non ha votato. In aula c’era solo il presidente del Consiglio regionale Davide Boni che, ha spiegato, “ha assicurato la sua presenza” soltanto “per il ruolo istituzionale”. Gli altri leghisti, fra cui gli assessori e Renzo Bossi, sono rimasti alla bouvette a prendere un caffè e a fare colazione.

E non è stato un caso isolato quello lombardo: polemiche anche a Genova nella solenne seduta congiunta dei consigli della Regione Liguria, del Comune e della Provincia per i 150 dell’Unità d’Italia. La Lega Nord qui non si è presentata alle celebrazioni. Stessa cosa dicasi in Emilia Romagna: i consiglieri regionali della Lega Nord, ieri, ricalcando un po’ le “gesta” degli amici lombardi, hanno disertato l’aula mentre era in corso la seduta solenne per i 150 anni dell’Unità d’Italia. D’altronde anche la stragrande maggioranza dei parlamentari leghisti ha assicurato che oggi diserterà i festeggiamenti e non parteciperà alla seduta a Camere riunite del Parlamento.

E non mancano nemmeno le proposte assurde, in perfetto stile padano. Ricordiamo, su tutte, quella di Cavallotto: “In occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità di questo Paese ritengo fondamentale il riconoscimento ufficiale della lingua piemontese. La prima lingua del Parlamento italiano non è solo proprietà dei piemontesi, ma è patrimonio storico di tutto il Paese giacchè ha contribuito alla nascita di questo Stato”. Ma d’altronde sono tanti quelli che continuano a blaterare, vomitando parole insensate. Come il capodelegazione della Lega Nord all’europarlamento, Francesco Speroni: “L’unità d’Italia non è un evento da festeggiare”. Anzi, “sarebbe stato meglio se non ci fosse stata perchè così la Padania sarebbe più ricca”. E ancora: “Quando ascolto l’inno di Mameli provo fastidio, perchè mi sento un pò oppresso da chi mi ha conquistato”. Infine: “non esporrei mai dal balcone di casa mia il tricolore”. E non è l’unico. Uno dei gotha della Lega, Mario Borghezio (pregiudicato) questa mattina,intervistato a “Omnibus” su LA7, ha dichiarato: “E’ fuori luogo buttare via tutti questi soldi […] Il destino, il vento della storia porterà a due Italie”.

Certo, dichiarazioni di questo tipo lasciano attoniti. Ma oggi non bisogna dare peso a uomini e donne vuote, che sbraitano, latrano, ululano suoni incomprensibili. Come se fossero tra loro in competizione nel riuscire a proferire le parole più insensate e, in questo, assolutamente leghiste. Ma, per fortuna, Dio ce ne scansi, l’Italia è altro.

L’Italia non è la Lega Nord: loro, forse, dal loro scranno di presunzione e arroganza da prendere a schiaffi, diranno di non aspirare affatto ad esserlo. Ma la questione è un’altra: siamo noi, gente italiana fiera di esserlo, a non voler riconoscere loro come italiani. Sebbene quanto descritto sopra faccia cadere le braccia, stringere i pugni e digrignare i denti, non siamo pochi a pensarla in questo modo. Lo dicono i dati (sondaggio condotto da Demos): quasi il 90% degli italiani (intervistati nel corso dell’indagine) considera in modo positivo la conquista dell’Unità. Di questi il 56% la giudica “positiva” e il 33% “molto positiva”. Checché se ne dica, è un sentimento condiviso dovunque: la Lega, così forte politicamente, quasi imbattibile, è da sola, snobbata oggi da tutti, abbandonata alle sue idee strampalate, anacronistiche, tragicomiche. Così come lo sono le loro iniziative e i loro modi di fare.

Mi spiace, gente del carroccio, ma oggi non vincete voi. Non vince Umberto Bossi con tutto il suo seguito di cravatte verdi. Non vincono le disertazioni o le dichiarazioni impietose dei padani. Oggi vince la Patria, vince l’Inno di Mameli, vince l’Unità, il Tricolore, l’unica Vera Bandiera Italiana. Vincono Cavour, Mazzini, Garibaldi. Vincono tutti quegli italiani che sono morti, che hanno sacrificato la loro vita affinchè oggi noi festeggiassimo.

Vince l’Italia Unita, contro cui quel carroccio di legno su cui viaggiate si è fracassato, si è distrutto. Il verde che tanto amate altro non è che la prima delle tre strisce di un’unica grande bandiera, alla quale voi – e ne sono contento – non potete appartenere.

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di Carmine Gazzanni

Tutti oramai abbiamo sentito le dichiarazioni del ministro per la Semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, parlando delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia. Ospite del programma di Lucia Annunziata “In mezz’ora”  il ministro della REPUBBLICA ITALIANA (è bene sottolineare le contraddizioni del nostro Paese) ha precisato che “Non ho la minima idea” se ci sarà un ministro leghista a Genova, il 5 maggio, accanto al presidente Giorgio Napolitano. Inoltre “la celebrazione in sé ha poco senso. L’anniversario deve essere il momento per approntare le soluzioni, non solo per alzare la bandiera“. “Io non so se ci sarò“, ha concluso, “io sarò a lavorare per realizzare il federalismo“.

Più che giustificata e doverosa la marea di critiche a queste affermazioni che lasciano sgomenti. Ma una domanda è necessario venga posta: c’è da sorprendersi? Assolutamente no. E non sono commenti a caldo, né esagerazioni pessimistiche. Sono i fatti a ricordarcelo.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, di chi stiamo parlando. Stiamo parlando di un partito, la Lega, che non ha mai fatto mistero di uno dei suoi pilastri fondanti: il Sud può anche marcire, l’unico nostro interesse è il Nord. Come definire, allora, un partito del genere? Secessionista. Non ci sono dubbi. E’ chiaro, pertanto, che non gioiscano né partecipino alla festa di un’unità che essi stessi rinnegano e vorrebbero venisse meno.
Non dimentichiamoci, infatti, che fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione che affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Non c’è mai stato amore per l’unità d’Italia, come non c’è mai stato amore per Roma. Quante volte, infatti, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile, a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Talis pater, talis filius: Il neoconsigliere in Lombardia, Renzo Bossi, non può far altro che seguire la strada già solcata dal padre e allora in un’intervista di qualche giorno fa categoricamente precisa: “No, non tifo Italia (non sia mai, ndr). E poi bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me identifica un sentimento di cinquant’anni fa“. D’altronde non c’è da sorprendersi: per uno che è stato bocciato più e più volte, tutto ciò che è storia o “vecchio” di almeno 50 anni, è meglio non ci appartenga. Metti che qualcuno gli chieda chi fossero Mazzini, Garibaldi o Cavour?

E allora le parole di Calderoli giustamente infastidiscono, ma non devono sorprendere. Deve invece far pensare perché ci ritroviamo a parlare di un MINISTRO che lascia certe dichiarazioni. UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, appartenente ad un partito che ottiene molti voti, pur essendo (e forse in molti casi proprio perché lo è) SECESSIONISTA e RAZZISTA. Stiamo diventando un Paese che, tra le sue mille contraddizioni, non ha più storia perché nessuno più ha voglia di ricordare.

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