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di Carmine Gazzanni

Ancora una volta ieri Gaspare Spatuzza è stato sentito dai magistrati. Un’ennesima deposizione nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi mafiose, in cui è rispuntato il nome di Silvio Berlusconi. Mentre, infatti, la Procura di Milano, sebbene osteggiata a più riprese dai Berluscones, continua a portare avanti le indagini sulle minorenni ad Arcore e sulle notti del bunga-bunga, i magistrati di Palermo da una parte, e quelli di Firenze dall’altra stanno svelando importanti particolari sulle stragi mafiose del ’93 e del ’94, finora restate celate o comunque poco chiare.

I magistrati stanno cercando di mettere insieme i vari pezzi, ma sembrerebbe proprio che tutto faccia pensare ad un coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri negli affari malavitosi di Cosa Nostra. Se si appurasse questo, certamente potrebbe essere riaperta nei confronti del premier un’inchiesta giudiziaria per mafia archiviata, nella quale già era stato coinvolto proprio con Dell’Utri. Stiamo parlando del fascicolo 11531, fascicolo nel quale i mandanti – tutto’oggi a volto coperto – venivano chiamatiAutore 1” e “Autore 2”. Ora sembra possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, potrebbero esserci. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

E ieri Spatuzza ha ricostruito proprio l’attentato in Via dei Gergofili. Durante la ricostruzione il pentito ha aggiunto che in un incontro con altri mafiosi, Pietro Romeo e Francesco Giuliano, avrebbe dovuto tranquillizzarli sull’opportunità delle stragi perché “avevano (i boss di Cosa Nostra, ndr) puntato molto su questo soggetto politico che si stava formando, Forza Italia e Berlusconi”. “Così – aggiunge - in una confidenza a tutti e due, Romeo e Giuliano, dissi a entrambi per tranquillizzarli che ‘siamo in mani buone’, siccome era nato questo soggetto politico che si chiama Forza Italia”.

Ancora una volta, dunque, come detto, i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri legati a Cosa Nostra nel periodo più tragico della loro attività criminale. E non è nemmeno la prima volta che emerge nel corso di quest’indagine. Soltanto alcuni giorni fa un altro pentito, Giovanni Ciaramitaro, ha dichiarato: “Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti”, per le stragi del 1993 “e in un’altra occasione mi fece il nome di Berlusconi”. Dopodiché ha precisato che “la ragione delle stragi era l’abolizione del 41 bis, l’abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C’erano dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d’arte”. E chi erano questi “politici”? Ciaramitaro l’ha precisato: ”chiesi a Giuliano perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi”.

Sembrerebbe, dunque, che Silvio Berlusconi sia coinvolto (e non poco) negli anni stragisti. D’altronde anche la sentenza Dell’Utri  del processo d’appello aiuta a chiarire un quadro che già di per sé fa rabbrividire. Dell’Utri, si legge nelle 641 pagine della sentenza, “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

E quali sono state le prove schiaccianti e che potrebbero esserlo anche in queste nuove indagini? Cominciamo da quanto emerge da microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

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di Carmine Gazzanni

Praticamente ogni giorno sentiamo richieste di dimissioni avanzate dai berlusconiani nei riguardi di Gianfranco Fini o di altri finiani. Pare che tutti, in pratica, abbiano dimenticato chi sia Silvio Berlusconi. E questo in un periodo fortemente critico e al tempo stesso decisivo per la storia della Democrazia italiana: stanno infatti proseguendo le indagini a Caltanissetta e a Palermo sulle stragi del ’93-’94, indagini che potrebbero svelare i nomi dei mandanti a volto coperto. Una verità che ancora attende di essere conosciuta, anche perché farebbe molta chiarezza sull’origine (mafiosa e stragista) della cosiddetta Seconda Repubblica. E, secondo indiscrezioni rivelate alcuni giorni fa da “L’Unità”, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi mafiose del’93 a Firenze, Roma e Milano. Le indagini partirono qualche anno fa, ma poi vennero archiviate nel 2008. Oggi il fascicolo 11531 è stato riaperto e pare che i mandanti, chiamati nel fascicolo “Autore 1” e “Autore 2”, possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, ci sono. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

Una domanda, però, è essenziale. Bisogna sorprendersi quando sentiamo tali notizie? Assolutamente no. Sono diverse, infatti, le prove, le testimonianze, i documenti che accerterebbero i rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Proprio oggi, in un articolo uscito sul “Corriere della Sera“, si dice che Massimo Ciancimino, dopo che il figlio di soli cinque anni alcuni giorni fa ha ricevuto una lettera minatoria, si è recato dagli inquirenti per consegnare un pizzino dal contenuto molto interessante. Tale pizzino, che sarebbe stato inviato nel 2001 da don Vito Ciancimino a Bernardo Provenzano, contiene espliciti riferimenti a Silvio Berlusconi. Il testo rimane top secret, ma, stando alle rivelazioni comparse oggi sul “Corriere”, chi lo ha letto così sintetizza: “Dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo”. E poi: “Caro Rag. (Bernardo Provenzano, ndr) bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate … E di risolvere i problemi giudiziari…”. Anche la data è un particolare non poco rilevante: nel 2001 Berlusconi vinse le politiche e anche in Sicilia ci fu alle regionali il trionfo del Polo delle Libertà. Chiaramente la lettera è al vaglio dei magistrati che ne stanno verificando l’attendibilità.

D’altronde non sarebbe nemmeno la prima lettera che testimonierebbe rapporti tra Provenzano e Berlusconi. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano (o chi per lui) inviò direttamente a Silvio Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi stesso.
Occupiamoci dell’ultima, quella del ‘94. La parte iniziale di questa lettera sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita; i magistrati, infatti, hanno nelle mani non l’intera missiva, ma solo la seconda parte, nella quale comunque si legge: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio; evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27). Anche la storia di questa lettera è molto curiosa: venne sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino, ma è “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 5 anni dal suo ritrovamento e solo da un anno se ne parla. Dov’era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Domande a cui si dovrebbe dare una risposta.

Ma torniamo a noi. Diverse sono anche i collaboratori di giustizia che fanno i nomi di Silvio Berlusconi.
C’è Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci, che ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”. C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. E ancora c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

E non dimentichiamoci di Vittorio Mangano. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, ma secondo diversi pentiti la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

E arriviamo a Gapare Spatuzza. Il pentito ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano: “Disse che avevamo ottenuto quello che cercavamo. Non come quei quattro socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ‘89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi fece i nomi di Berlusconi e quello del Canale 5, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il Paese nelle mani”. Sarà un caso che a Spatuzza non è stata garantita la protezione speciale, misura presa per tutti gli altri collaboratori di giustizia, sebbene ben tre  procure (Firenze, Palermo e Caltanissetta) si siano pronunciate a favore della protezione di Spatuzza? Ai posteri l’ardua sentenza …

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di Letizia Malanga

Proprio mentre mi appresto a scrivere questo articolo apprendo della morte di Saramago, premio nobel per la letteratura. A me piaceva essenzialmente perché era una di quei letterati che partecipava attivamente alla vita politica. È uno dei tanti artisti stranieri però che ha notato, studiato e denunciato l’anomalia berlusconiana italiana… ed addirittura censurato per questo. Sicuramente ci mancherà…

In questa settimana sono successi innumerevoli accadimenti. E purtroppo, come sempre, non troppo entusiastici. A Spatuzza, pentito accusatore di Berlusconi e Dell’Utri, è stata negata dal Viminale l’ammissione al Programma Protezione Testimoni con la scusa di essere stato discontinuo nel suo pentimento. Ora, si certo, Spatuzza è andato oltre i 180 giorni previsti dalla legge, ma è pur vero che la Cassazione ha detto che comunque il materiale raccolto oltre questo limite può essere sempre utilizzato. Poi ci sono quattro Procure che lo ritengono affidabile, lui stesso ha confessato i suoi innumerevoli delitti… non sembra anche a voi che c’è qualcosa sotto?

Avete notato che grazie alla Rete sono aumentati in maniera esponenziale gli “Appelli” lanciati per i più svariati motivi. Ora sarebbe bello se accanto alla possibilità di aderivi, ci fosse anche la possibilità di mettere un bel “Non mi piace assolutamente” (stile Facebook). Quest’ultima opzione sarebbe utilissima per l’ultimo appello lanciato da “il Foglio” di Giuliano Ferrara & C. per promuovere la legge bavaglio e la difesa della Privacy. Bisogna essere proprio masochisti per incitare ad essere imbavagliati!

Avrete notato che oggi va tanto di moda il Federalismo. Il problema è che non sanno nemmeno i leghisti la sua vera portata. Comunque ora ne viene fuori che questo Federalismo (in piena crisi globale) è talmente importante da essere addirittura concepito un “Ministero per l’Attuazione del Federalismo” (come se ci fossero altri soldi da spendere per le poltrone!). Evidentemente non contenti per il lampo di genio, Pdl (il Sultanonano) e LEGA (Bossi) hanno scelto come Ministro, Aldo Brancher, imputato eccellente di Mani Pulite salvatosi grazie alla prescrizione e alla depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti, e oggi indagato per ricettazione. Non è che, niente niente, se la vuole svignare dal processo grazie alla porcata del “Legittimo Impedimento”?

Ma i politici di oggi sono una specie a parte, andrebbero quasi studiati, se solo ci fossero soldi per la Ricerca… la Carfagna, dopo 2 lunghissimi ed onoratissimi mesi di dura carriera al Consiglio Regionale Campano, ha deciso di dimettersi da questo incarico perché i doppi incarichi secondo lei sono una “cappa” per le menti brillanti e allontanano i giovani dalla politica. Io mi chiedo, ma non ci poteva pensare giusto giusto un pochettino prima di candidarsi in Campania? Sicuramente si sentiranno benissimo i campani che l’hanno votata! Tanto questo non allontana i giovani dalla politica, vero Ministro?

Ma come sempre nella mia rassegna non può mancare lui, l’unico (per fortuna) e l’inimitabile Sultanonano. Questo soggetto, che ormai vive in un mondo tutto suo, ha avuto recentemente l’ardire di raccontare all’Assemblea di ConfCommercio che è stato lui a convincere G.W. Bush a dare quei 700 miliardi di dollari per salvare le banche e quindi ad aver salvato il mondo dalla vera crisi, senza che nessuno lì presente si sia messo a ridere oppure se ne sia andato. Mi fa tenerezza, giocare ai supereroi alla sua età…

Poi, di sfuggita, il programma di Bertolino “Glob” su Rai3 non andrà più in onda, nonostante costi poco e frutti molto; si vociferava poco tempo fa che non era molto gradito al Sultanonano: ennesimo caso di censura! Luttazzi ha deluso un po’ tutti tacendo, più o meno elevatamente, la quantità del suo plagio ai grandi satirici americani; ma ancora peggio non ha chiesto scusa e ha reagito esattamente come i politici che tanto critica, millantando “Cacce al Tesoro” e volontarie dediche: i diritti d’autore ci sono e vanno rispettati, spero Luttazzi si ravveda e chieda scusa, comunque è un comico d’alta classe come pochi in circolazione… l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro è stato condannato in Appello a un anno e quattro mesi per il blitz alla Scuola Diaz; si è giustamente dimesso, ma il Consiglio dei Ministri ha respinto le sue dimissioni e addirittura Alfano e Maroni si dicono “con lui”, purtroppo non si riferiscono al carcere…

Ma la notizia più sconvolgente è che il Parlamento UE ha approvato in prima battuta una norma che impedirebbe a molti prodotti dolciari con tot grammi di grassi, Nutella in primis, di farsi pubblicità e li obbligherebbe ad esporre un’etichetta che indichi i pericoli che comporta una sua assunzione. Io credo che tutti sanno che non bisogna abusarne, ma credo anche che l’UE debba anche lasciarci un po’ di autonomia e non far strillare le sirene per un po’ di cioccolata, e che cioccolata!!!

Concludo in positivo come sempre; l’altro ieri era il terzo venerdì di giugno e quindi, secondo un ex docente dell’Università di Cardiff, il giorno più felice dell’anno. Naturalmente non è una verità scientifica, ma per quanto mi riguarda il solo sentirne mi ha fatto venire un certo ottimismo: forse ne usciremo da questo Regime Berlusconiano… Ah, per finire vorrei sottolineare che qualche dirigente del PD esiste ed è ancora in circolazione: Giuseppe Civati, Paolo Gentiloni e Matteo Orfini hanno proposto un emendamento volto ad abrogare l’assurda norma ammazza-blogger. Forse hanno deciso di fare un po’ di opposizione? Speriamo…

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di Carmine Gazzanni

Gaspare Spatuzza non riceverà alcuna protezione speciale. Solo protezione ordinaria affidata al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Questo è quello che è stato deciso dalla Commissione del Viminale sui pentiti, presieduta dal sottosegretario del Ministero degli Interni  Alfredo Mantovano, che subito ha precisato che “non si è trattata di una decisione politica”. E allora qual è il motivo? “Ha parlato a rate” superando i 180 giorni previsti dalla legge. Sono doverose, però, piccole precisazioni: la tardività riguarderebbe una sola frase pronunciata dal pentito, quella appresa dal boss Graviano al bar Doney, a via Veneto a Roma, su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Una frase per la quale si è deciso di negare la protezione e, dunque, correre il rischio di far saltare tutt’un intera collaborazione.
Ma ancora non è finita. Nel provvedimento in questione si stabilisce che le dichiarazioni cosiddette “de relato” (cioè apprese da terza persona) – quali quelle incriminate perchè fatte “tardivamente” ai magistrati da Spatuzza che racconta di avvenimenti e nomi appresi dai fratelli Graviano e non vissuti in prima persona – addirittura non sarebbero neppure sottoposte alla legge dei 180 giorni.

E’ del tutto legittimo allora che le parole di Mantovano non godano di fiducia. Anche perché sono state ben tre le procure che si sono pronunciate a favore della protezione di Spatuzza: Firenze, Palermo e Caltanissetta. E proprio in quest’ultima città siciliana si è anche sottolineato che più e più pentiti “si sono comportati allo stesso modo di Spatuzza, ma non risultano analoghe decisioni”.

D’altronde non c’è motivo di sorprendersi. Non è la prima volta che si tenta in ogni modo di screditare il pentito che ha parlato dei rapporti Cosa Nostra – Dell’Utri/Berlusconi (anche se non è affatto stato l’unico). A cominciare dai due protagonisti. Berlusconi stesso infatti affermò che “sono accuse che si commentano da sole, ma in Italia non c’è nessuno disposto a credere a queste assurdità” e parlava di “macchinazione”; Dell’Utri, invece, fu molto più diretto nelle sue dichiarazioni: quelle di Spatuzza erano “aria fritta”, “minchiate” che “vengono prese sul serio, e si spendono soldi per giudici e indagini”.
Ma Spatuzza parlò anche dei rapporti con esponenti mafiosi intrattenuti tempo fa da Renato Schifani. E ti pare che il Presidente del Senato non avesse da ridire a riguardo? “Il signor Spatuzza intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili”.

Ma a parlare furono non solo i diretti interessati. Tutti gli uomini del Presidente, infatti, chi più chi meno, hanno colto la palla al balzo scatenandosi in dichiarazioni contro Gaspare Spatuzza. Ghedini parlò di “totale inconsistenza” delle accuse; Mario Valducci di ‘‘impazzimento” delle toghe e sostenne che alcuni magistrati covavano il progetto di attuare ”un colpo di Stato per via giudiziaria”; ragliò anche il leghista Calderoli a riguardo: “La montagna ha partorito un peto”; e ancora a parlare furono tra i tanti Frattini (“una vicenda indegna”), Sandro Bondi (“ferita all’immagine dell’Italia”) e Ignazio La Russa (“non uccide ma si vendica infangando i politici”). E poi Bonaiuti: “è del tutto logico che la mafia utilizzi i suoi esponenti per rilasciare dichiarazioni contro il Presidente del Consiglio di un Governo che agisce in maniera così determinata e così concreta nei confronti della criminalità organizzata”; Cicchitto: “da Spatuzza a Ciancimino Jr, è evidente che siamo di fronte ad un clamoroso uso politico della giustizia, prima per influire sulla vicenda politica adesso per far aprire le pagine dei giornali su Forza Italia-mafia”; e infine Miccichè: “Non escludo che Spatuzza sia pagato, magari da magistrati. O da terzi”.

Ma non solo politici si pronunciarono. Anche i fidi giornalisti presero la parola. E allora eccoti i titoli del 5 dicembre de “Il Giornale” e di “Libero”, rispettivamente: “E questo sarebbe un pentito? Soltanto minchiate” e “Le minchiate di Spatuzza”. Poi Minzolini in uno dei suoi editoriali ha parlato di “una deposizione senza riscontri”, “quelle balle sono andate in giro e hanno danneggiato l’immagine del Presidente del Consiglio”; Fede invece sentenzioso: “La vergogna delle vergogne”, “schifo autentico”.

Ma, ricorda Mantovano, “non si è trattata di una decisione politica“. Beh, se lo dice lui…

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di Carmine Gazzanni

Basta con l’odio e il disfattismo”.  Pareva essere il Dalai Lama o il Santo Protettore dei giusti e dei pii. E invece no, era “Lui”, imagesil Presidente del Consiglio, a intervenire a sorpresa a Radio Anch’io.  Mancava solo che introducesse la sua novella con le famose parole “In verità in verità vi dico”. Si, perché Berlusconi, dopo aver perdonato l’empio e scellerato Tartaglia, si scaglia ancora contro “i farisei de noantri”: ”mi auguro che tutte le fabbriche del disfattismo e del pessimismo la smettano di produrre un’atmosfera che non è solo di odio e di violenza nella politica, ma è anche negativa sul piano del consumo e degli investimenti’‘. E secondo voi qualcuno ha abboccato alle soavi parole di Berlusconi? Si, e si è cominciato a parlare di  “leggine”, “inciucini”, “confronto”.

Si è parlato di dialogo certamente, ma occhio che c’è sempre sotto l’inghippo: dialogo non sul Paese e i suoi problemi, ma sui problemi giudiziari di una sola persona. E qual è l’immagine che è passata? Bisogna evitare l’odio. E in che modo? Non bisogna più parlare di tutto quello che il Sommo Profeta non vuole si parli. E allora chi osa soltanto menzionare parole come “mafia”, “spatuzza”, “processo”, “sentenza” e così via, mostra, secondo molti, chiari segni eversivi e, chissà, omicidi. Questo, però, porterebbe a pensare che un  gesto di uno squilibrato e i suoi effetti  siano diventati i capisaldi, i motivi ispiratori della nuova politica d’opposizione, il che farebbe, strano ma vero, del PD un partito peggiore di quello che ora già sia. Se si ragiona in quest’ottica, infatti, si comprende il perché della “leggina d’alemiana” e l’assurdità di questa proposta che è fuori da ogni ottica. Forse nemmeno Berlusconi avrebbe mai osato tanto: una legge spudoratamente ad personam. Lui aveva sempre cercato di mascherare quest’intento con la necessità di fare una legge per velocizzare i processi (processo breve) o con la necessità di salvaguardare non lui, ma più in generale le alte cariche dello Stato (lodo Alfano, che palesemente si è rivelato un “lodo Al-nano” perché l’unico che ha processi da scontare tra le alte cariche dello Stato è proprio il Presidente del Consiglio!). Ora no, si va oltre con una legge che non cela, una legge sincera: una davvero “ad personam”, solo e soltanto per Berlusconi. Neanche lui, forse, sarebbe arrivato a tanto. D’Alema, però, si vede che può e ha potuto.

Dialogo, dunque, si, è necessario. Ma questo non significa che bisogna smettere di parlare di tutto ciò che è “scomodo”. Intanto, infatti, il processo Dell’Utri va avanti, si fanno avanti nuovi testimoni e nuovi pentiti, ma nessuno ne parla. Anzi, si sottolinea che Filippo Graviano ha smentito Spatuzza. Ergo: è tutto falso. Capite da soli che questi, i commenti di cotanti politicanti pidiellini, sono pure e semplici “minchiate” (cit. Dell’Utri): Graviano Filippo non è un pentito, quindi è giusto e logico che menta, senza contare che è Giuseppe Graviano, che si è avvalso della facoltà di non rispondere, la persona che, a detta di Spatuzza, gli ha parlato del rapporto con Dell’Utri e Berlusconi (“”). E invece no, si dice che è tutto falso. E dall’altr parte, invece, che si fa? Si tace. Pare che molti abbiano capito che abbassare i toni vuol dire tacere. E non si risponde più, allora, ai vari Capezzone, Cicchitto e Bonaiuti che, ben istruiti, ripetono ogni volta la “lezioncina pidiellina” a memoria: Spatuzza è stato smentito, la giustizia perseguita Berlusconi, la Corte è di sinistra, è tutta una montatura e via dicendo. E invece basterebbe dire due cosine: che questo è un processo in appello, che Dell’Utri è stato già condannato in primo grado a 9 anni e che Spatuzza potrebbe anche venir smentito, ma non cambierebbe assolutamente nulla perché già hanno “cantato” 32 collaboratori di giustizia, confessando questi “rapporti” poco leciti, oltre a varie intercettazioni e documenti.

Ora speriamo solo che, detto questo, non venga tacciato di “eresia”.

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di Carmine Gazzanni

Oggi è stato il giorno della deposizione dei fratelli Graviano e, come era plausibile, uno, Filippo, ha negato tutto (“Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle, ho tentato di spiegarlo anche ai magistrati che mi hanno interrogato in altre occasioni”), l’altro, Giuseppe, si è avvalso della facoltà di non rispondere adducendo motivi di salute (“Signor presidente per il momento non sono in grado di essere sottoposto ad interrogatorio per il mio stato di salute. Quando sarò in grado ed il mio stato di salute lo permetterà chiederò io stesso alla signoria vostra di essere sottoposto a interrogatorio“). Quello che stupisce è altro: gli “uomini del Presidente”, felicitanti, hanno esultato convinti che ciò mostri come le dichiarazioni di Spatuzza siano “fandonie” (cit. Dell’Utri). In realtà non c’è da meravigliarsi e non c’è da esultare. C’è, invece, una piccola precisazione da fare: Spatuzza è “pentito”, i Graviano, non essendo collaboratori di giustizia, è ovvio e logico che abbiano negato l’uno, non parlato l’altro. Questo, forse, non lo sanno gli esultanti politicanti. O meglio, lo sanno, ma preferiscono i non-collaboratori, piuttosto che i collaboratori di giustizia. Eh si, perché se Spatuzza non è credibile perché ha commesso omicidi, stragi e crimini orribili, al contrario Filippo Graviano, sebbene anche lui non uno stinco di santo essendo stato capomafia anni fa, è degno di elogi e di credibilità. Almeno per Dell’Utri: “Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta. Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato“. Ah, ecco: la dignità non dipende dall’essere pentito o meno, criminale o meno, ma da cosa si dice e da che parte si sta. Ora è tutto chiaro. Complimenti signor Graviano; anche lei è destinato a diventare come Mangano. Un eroe.

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di Carmine Gazzanni

L’indignazione è quella che mi assale in questi giorni, assiduamente mi riverso sugli articoli cercando quel cambiamento che tutti stiamo aspettando. Oggi ascoltando il tg mi sono vergognata, vergognata per tutti quei giornalisti che palesemente si inginocchiano ad obbedire. Mi vergogno per loro perchè giovani ragazzi inesperti, portano alla luce verità degne, perchè nella loro inesperienza riescono ad essere migliori di chi per scelta e per vocazione ha deciso di fare quel lavoro. La prima notizia di oggi al tg è stata: governo record contro la mafia! Lo so anche voi vi state vergognando adesso per i nostri giornalisti lavativi, io non so cosa vogliono da noi, spero non la violenza. E’ ora di cambiare, non si può più aspettare!
Questo è quello che ci scrive Titta nel “Dite la vostra”. E, ringraziandola, devo dire che mai ci fu intervento, ahimè, più vero di questo. Il giornalismo sta assumendo sempre più gli aspetti di un gretto “servilismo mediatico”. Un esempio? Lampante ce lo fornisce lunedì sera Bruno Vespa, eminente esponente della “servinformazione”, moderna branca del giornalismo che ha grande fortuna e pratica in questi giorni.
L’argomento della serata erano le dichiarazioni di Spatuzza. Voi direte: strano, come mai non si è parlato di Garlasco, Erba, Perugia o magari un remake su Cogne? Vuoi vedere che Vespa ha deciso di abbandonare i suoi cari modellini delle case del delitto e alla sua veneranda età si è messo a fare davvero il giornalista?? Tranquillizziamo tutti: non preoccupatevi, non è così! C’è sempre la fregatura quando si parla di Vespa. All’indomito neo-giornalista, in realtà, lunedì sera mancava solo la toga da magistrato per assolvere un Marcello Dell’Utri a cui mancava solo l’aureola da santo, ma, intanto, poteva contare sulla presenza di Cicchitto che lo difendeva a spada tratta, pur non conoscendo molto bene l’argomento della serata (parla di tali fratelli “Gravano” … no comment!), anche perché forse, chissà, lui si era preparato su Cogne, non sulla mafia!
Ma non è finita qui, o meglio ancora  non iniziamo: ecco cosa dice Dell’Utri interpellato da Bruno Vespa che gli chiede, con finta aria da fustigatore, perché sia stato condannato, quali prove lo inchioderebbero: “Ma niente. A parte Mangano non c’è nulla!”. In effetti Marcello ha ragione: a parte Mangano non c’è nulla; a parte Mangano e altre piccole inezie, ovvero: a parte le testimonianze di Di Carlo sull’incontro tra Dell’Utri, Berlusconi, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, boss mafiosi, nel ‘70 (“Berlusconi ha detto a Stefano: “Marcello m’ha detto che lei può garantirmi questo e altro”. Allora Stefano ha detto: “Lei può stare tranquillo: se dico io può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei [...] rassicurandolo. Poi c’ha un Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello […] perché Marcello è molto vicino a noialtri”); a parte che Mangano venne mandato ad Arcore proprio per questa “protezione” (i giudici dicono: “Una volta usciti dagli uffici, [...] Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata ad Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto da Di Carlo come uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova”); a parte che è stato appurato che Mangano ha commesso reati prima e dopo aver vissuto ad Arcore (e, nonostante questo, Dell’Utri, in un’intervista del 1996 al Tgr Sicilia, la butta lì: “Non vedo niente di strano nel fatto che io abbia frequentato il signor Mangano, e lo frequenterei ancora adesso…”); a parte le due bombe in Via Rovani nella villa berlusconiana messe lì proprio da Mangano; a parte le testimonianze del pentito Antonino Calderone, che afferma che, in occasione di un suo compleanno, festeggiò con Dell’Utri, Mangano e i fratelli Grado (“Dell’Utri Marcello, me l’hanno presentato, lui (Mangano) mi diceva che era il suo principale. [...] Io e Nino Grado eravamo lì al ristorante e sono entrati Mangano e questo signore, era vestito molto elegante, con ricercatezza, e Nino Grado si è alzato per andarlo a salutare, a ossequiare [...] con molta deferenza”); a parte Calogero Ganci che ha spiegato ai pm che dal 1986 i corleonesi versarono denaro alla Fininvest; a parte Rapisarda che sostiene che, nel 1978, Bontate gli confessò che sarebbe diventato socio di Silvio Berlusconi in una tv. A parte tutto questo e molto altro ancora, non c’è nulla. Eppure se ci fosse, si direbbe che questi sono tutti delinquenti, criminali e assassini (e su questo, per carità, non ci piove), ergo: per gli uomini pidiellini non sono sinceri (passaggio logico chiaro, no?). Purtroppo, però, è normale che, per sapere qualcosa sulla mafia si ascoltino i pentiti, altrimenti non si saprebbe mai nulla. Sarebbe normale, evidente sentirli. E sarebbe normale che i giornalisti sottolineino questo. Giornalisti. A parte Vespa.

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di Carmine Gazzanni

Se a parlare di “immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, corte dei Conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento” soltanto perché “eletto dal popolo”, è un uomo di opposizione sembra essere tutto normale (fatta eccezione per alcuni esponenti del Pd che pare proprio non vogliano rendersi conto di stare nell’opposizione!). Cosa diversa se ad aver detto queste parole è il numero due del Governo, Gianfranco Fini che aggiunge anche altro, confessando al procuratore Trifuoggi: “il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza, speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da… perché è una bomba atomica”. Ecco. Sorge spontanea la domanda: chi è Spatuzza? Cosa ha confessato di così indicibile?
Spatuzza è un pentito che ci dice, a noi come ai giudici di Caltanissetta dove si sono riaperte le indagini sulle stragi, che nel gennaio del 1994 i fratelli Graviano (quelli incaricati delle stragi del 93) in un bar di Roma vicino al Parlamento gli dissero: “tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, ci siamo messi l’Italia nelle nostre mani … mi fa il nome di Berlusconi, gli domando “ ma quello di Canale Cinque?” e lui mi dà conferma, poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri”. Quando poi Berlusconi vinse le elezioni: “l’accordo è definitivamente preso, ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”.
Ma ancora non è finita. Il pentito ancora confessa che due anni fa i Graviano, con i quali lui parlò in carcere, perché erano tutti in galera in quanto furono arrestati il giorno dopo della discesa in campo di Berlusconi, il 27 gennaio a Milano, gli dicono: “qui o cambiano le cose, o arriva qualcosa per noi, oppure dobbiamo andare a parlare con i magistrati”. Interessante: sembra quasi, stando a ciò che dice Spatuzza, che i Graviano fossero scontenti di qualcosa. Si potrebbe pensare al fatto che non c‘era stato nessun favore per alleviare le loro condizioni di carcerati in isolamento al 41 bis. Ma questo, poi, lo decideranno i giudici, lettura soggettiva della vicenda, per carità. Anche perché molti esponenti della maggioranza sottolineano che non si può dar peso a pentiti che hanno commesso i più efferati crimini (mi spiace, ma, poichè la mafia è per eccellenza una “società segreta”, da sempre per sapere qualcosa di mafia bisogna dare ascolto alle testimonianze dei mafiosi che poi, sicuramente, devono essere appurate); o ancora dicono che ci sia un “disegno eversivo” per far fuori Berlusconi e allora giudici e pentiti, quindi, si sarebbero messi d’accordo. Complimenti per l‘originalità. Ma  c’è un altro piccolo particolare: oltre Gaspare Spatuzza, che ci dice dell’accordo con Berlusconi e Dell’Utri che scongiurò praticamente l’attentato allo Stadio Olimpico, ci sono Pietro Romeo che confermerebbe tutto (“sì, è vero, risulta anche a me quello che dice Spatuzza, perché quando un giorno stavamo parlando di armi e altri argomenti seri e fu chiesto a Spatuzza se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi, Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis”) e anche Salvatore Grigoli, l’assassino di Don Puglisi (“dalle informazioni datemi, le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti, Dell’Utri è il nome da me conosciuto quale contatto politico dei Graviano. Quello di Dell’Utri per me in quel momento era un nome conosciuto, ma neanche particolarmente importante. Quello che è certo è che me ne parlarono come del nostro contatto politico”).
Ora Berlusconi è profondamente deluso. Si, perché, oltre  a opposizione, manifestazioni, magistratura, anche il suo fido “compagno” (mi si scusi la volgarità) lo tradisce. Forse, dovrebbe sperare che a tradirlo non siano altri che, sulla cresta dell’onda e/o del fuori-onda, potrebbero cominciare a “cantare”. Vedi Spatuzza.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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