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Articoli marcati con tag ‘scuola’

di Carmine Gazzanni

Il 17 Novembre del 1939 gli occupanti nazisti uccisero 9 studenti all’Università di Praga e i loro insegnanti. Il 17 Novembre del 1973 gli studenti del politecnico di Atene furono travolti dai carri armati del regime dei Colonnelli che irruppero nell’ateneo. Il 17 Novembre 1989 in Cecoslovacchia la commemorazione del ‘39 (occupazione militare nazista) divenne l’inizio della rivolta contro il regime. Nasce così la giornata internazionale degli studenti che quest’anno ha assunto un significato maggiore e più profondo, visti i tagli a cui è andata incontro l’Università Italiana (e non solo l’Università).

Gli studenti in tutta Italia stanno avvertendo questo forte disagio e ieri si sono riversati per le strade proprio per manifestare il loro dissenso e soprattutto il desiderio di riappropriarsi del loro futuro e della libertà di poterselo scegliere. Gli studenti, in pratica, vogliono riappropriarsi del diritto, riconosciuto anche dalla nostra stessa Carta Costituzionale, dell’autorealizzazione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Anche per questo motivo, come detto, gli studenti sono scesi in piazza, occupando le strade con manifestazioni e cortei. In più di 100 città italiane: da Roma a Milano, da Torino a Bologna, da Trieste a Palermo. Tutti accomunati dal desiderio di gridare, urlare il proprio dissenso ad un Governo che li relega ad un ruolo subalterno, un Governo che preferisce, esempio scontato ma forte, finanziare la cosiddetta “missione di pace (con i cacciabombardieri?) afghana e non la cultura. Probabilmente nessuno dei nostri politici ha mai letto Piero Calamandrei.

Ed allora ecco più di 200 mila giovani a Roma protestare sotto i palazzi del Governo; a Torino sono stati bloccati i binari; a Genova e Trieste molte delle scuole superiori sono ormai occupate; a Catania due facoltà, Lettere e Lingue, sono state “prese in consegna”. E ancora musica, “reading” in piazza, lezioni all’aperto. Insomma, una grande partecipazione attiva, informativa, partecipativa.

E tra le cento città in cui si è sfilato, anche Perugia. Grande partecipazione, grande entusiasmo, grande coscienza del perché si era lì. Certo, alcune scelte erano opinabili (ad esempio la presenza di alcuni “simpatizzanti” presenti con le loro bandiere e i loro volantini che hanno rischiato, anche senza volerlo, di strumentalizzare la manifestazione), ma chi ha visto sfilare questi ragazzi, ha visto nei loro occhi la forza di non volersi arrendere perché in ballo non c’è solo l’ “oggi” dello studente, ma anche e sopratutto il “domani” del lavoratore, del manager, del docente, dell’avvocato, del padre e della madre di famiglia. Il futuro del cittadino e dell’Italia. Ed è per questo che i giovani di Perugia, e non solo quelli di Perugia, hanno deciso di unirsi anche ad altri movimenti e ad altre “vittime” della tagliola Gelmini-Tremonti: precari, operai, immigrati.

Il commento a caldo del Ministro dell’Istruzione è stato secco: “sempre i soliti slogan”. Ed ha ragione la Gelmini. Peccato, però, che non si sia chiesta anche il perché di questi “soliti slogan”. Se se lo fosse domandato, probabilmente avrebbe capito che l’Università sta cadendo a pezzi dopo anni e anni di scelte e gestioni fallimentari. I ragazzi questo l’hanno capito. Per i politici – cosa ci volete fare – dovremmo aspettare ancora a lungo. Anzi, avremmo dovuto. Ora “siamo tutti indisponibili“!

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Oggi centinaia di migliaia tra docenti, studenti e ricercatori si sono riversati per le strade in tutta Italia. I numeri parlano chiaro: a Roma in 35mila hanno accerchiato il ministero dell’Istruzione paralizzando il traffico in viale Trastevere e nel centro della Capitale. Ma migliaia sono scesi in piazza anche a Milano (15mila manifestanti), Torino (10mila), Palermo (5mila), Firenze, Bologna, Lecce, Catania (4mila), Genova, Messina, Trieste (2mila), in migliaia a Cagliari, Oristano, Bergamo. E questo perché la riforma Gelmini uccide tutto quello che è stato portato avanti (sicuramente con alti e bassi) negli anni passati. Blocco del turn over, tagli indiscriminati, aule strapiene senza alcun rispetto per le norme di sicurezza, minor qualità dell’insegnamento. Insomma, una cultura che pian piano cade a pezzi. Anzi, una scuola pubblica che cade a pezzi perchè, mentre si conitnuano a sminuzzare i fondi pubblici, i finanziamenti destinati alle scuola private non vengono affato toccati.
Per capire la drammaticità di una situazione che va avanti da tempo, ma che da alcuni anni a questa parte sta diventando a dir poco tragica, riprendiamo alcuni stralci di un discorso pronunciato da Piero Calamandrei, discorso pronunciato a Roma l’11 febbraio 1950, in occasione del III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. Sono passati sessanta anni, ma le sue parole, oggi più che mai, restano assolutamente valide.

“Cari colleghi,
noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle Università, affratellati in questo esercizio quotidiano di altruismo, in questa devozione giornaliera al domani. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo?
[…] Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà.
[…] La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie.
[…] Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione. È l’art. 34, in cui è detto: «La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. […] Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius […] La scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti.

[…] Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione. […] Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito.
[…] Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”.

[…] E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. […] Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. […] Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire.
Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale“.

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di Jessica Proni

Oggi primo ottobre è passato quasi un mese dall’apertura ufficiale dell’anno scolastico, e ancora di scuola si parla: c’è un piccolo comune nella provincia di Brescia, Adro, che tanto ha fatto scalpore.

Si parla della nuova apertura di un polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio per il quale sono stati stanziati 6,6 milioni di euro affinché sorgesse il sole sui cinque edifici che contengono asilo, elementari, medie, mensa e palestra. Fin qui tutto regolare, il polo perfettamente efficiente e funzionante potrà accogliere i figli dei bresciani e contribuire alla loro formazione primaria. Il problema è che il sole che è sorto sul polo scolastico è un sole un po’ particolare, il Sole delle Alpi. Sarà possibile che sia solo ornamentale? Fatto sta che si trova su zerbini, banchi, sedie e lavagne, in pratica dappertutto.

Lo scalpore scatenato dalla vicenda è a mio dire parecchio giustificato considerando che si parla di istruzione primaria e bisognerebbe garantire una sana formazione delle giovani menti di modo tale che le loro convinzioni politiche si alimentino di ideali propri e non imposti. Se il Sole delle Alpi fosse solamente un simbolo riconoscitivo dell’etnia del territorio non ci vedrei nulla di male, ma si sta pur sempre parlando del vessillo apposto sulla bandiera di uno dei partiti attualmente al governo e può di gran lunga creare disagio nei bambini prima e nelle famiglie poi.

Dopo un mese dall’apertura delle scuole però la situazione non sembra cambiata e alle continue proteste che di giorno in giorno politici e genitori fanno, la presidenza comunale non ha ancora risposto.

Il sindaco Oscar Lancini, nonostante la vicenda si faccia di giorno in giorno più pesante (è intervenuto in merito il prefetto di Brescia, ma anche il ministro Gelmini appoggiato dal Quirinale), continua a non dare risposte decise sul caso rimandando e sostenendo che a breve il caso verrà fatto rientrare nell’ordine del giorno della giunta comunale.
Intanto i bambini vanno a scuola regolarmente e solo fuori dai cancelli del polo si alimentano dissapori: pochi giorni fa è stata aggredita verbalmente e spintonata da alcune mamme un’esponente della Cgil che accompagnava la nipotina a scuola, con l’accusa che ad aver scatenato questo putiferio sia stata solo una eccessiva attenzione dei media sul caso; in suo soccorso solo alcune donne arabe.

Volendo fare un’analogia potremmo ricordare il caso che qualche tempo fa scosse i banchi di una scuola all’Aquila in cui si chiedeva di rimuovere il simbolo del crocifisso dalle aule. In quella situazione a parlare era il rappresentante di una piccola comunità islamica, Adel Smith, che denunciava l’asimmetria presente nelle aule essendo esposto il solo simbolo cristiano dinnanzi ai bambini, in uno stato che costituzionalmente si definisce laico.
A pronunciarsi quella volta fu la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ritenne l’esposizione del crocifisso fosse “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione”.

Saremo a vedere cosa succederà in Padania.

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Ci scrive la Professoressa Giovanna Ciotola, docente di Storia dell’Arte. Leggiamo cosa le è accaduto quest’estate, conseguenza dei tagli previsti dalla Gelmini. Ringraziamo la Professoressa e pubblichiamo il suo articolo. Invitiamo i lettori a dire la loro su una questione profondamente delicata.

Sono un insegnante perdente posto, ho rovinato la mia estate a chiedermi dove mi avrebbero mandata, continue incursioni nel tempio di chi decide se sei fuori o dentro, cioè il Provveditorato.

Dice Brunetta che è colpa nostra se gli alunni nn imparano nulla, bene mi piacerebbe mandare al ministro tutte le mail e tutti gli sms che mi sono arrivate dai miei alunni, diplomati e non. Però sono perdente posto, nel senso che se prima avevo una cattedra che più o meno poteva andare, adesso, dopo le sceneggiate fatte in provveditorato ho una cattedra da D.O.P. che non è niente male, però so che le ore che ho avuto in più sono state tolte ad un precario, che resta senza lavoro.

Ho letto le guide-linea della nuova riforma e non mi sembra che sia cambiato molto. Per quanto riguarda il mio programma (la professoressa insegna Storia dell’Arte, ndr) hanno sottolineato l’importanza del Futurismo e non, per esempio, del Dadaismo: un governo di destra è pur sempre di destra anche nei programmi.

Parlano di meritrocazia, ma per chi? Per quelli che fanno e seguono progetti assurdi dettati dal ministero? Non c’è più creatività, non c’è più senso del dovere. L’unica cosa che resta, per noi fortunati che siamo ancora nella scuola, è quella di fare un lavoro a favore della crescita dello studente. E non abbiamo più niente.

Concludo che questa io la chiamerei la riforma Brunetta e non Gelmini, perchè lui e solo lui ha potuto pensare di far fuori 200.000 precari dalla scuola. Io penso a loro e penso che non hanno più futuro. Che cosa possono fare precari che insegnavano nella vecchia scuola da più di 10 anni? I commessi, forse.
Mai nessuno aveva messo le mani nella scuola come questi ministri e avranno sulla coscienza, sperando che non dormano la notte, i futuri negati di vite e di persone, che hanno messo su famiglia e che adesso non sanno più come crescere i loro bambini. Questo governo crea povertà, mentre loro si arrichiscono. E chi ci dice che i perdenti posti non siano licenziati nei prossimi anni? Tanto lavoro per niente, tanto lavoro per dare una nuova macchina blu alla Gelmini.

Che tristezza!

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di Carmine Gazzanni

Gel…mini : il primo gel che arresta la crescita!!!”. “Più si taglia più si faglia”. “- insegnanti + ignoranti”.

La Gelmini sta mandando allo sfascio la scuola italiana. E c’è chi protesta, arrivando anche allo stremo: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.
Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Hanno cominciato tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo,  con lo sciopero della fame. La protesta, però, poi ha preso piede e ci sono stati altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire.

Ma c’è anche chi ha intrapreso strade diverse, ma ugualmente significative. Stiamo parlando degli insegnanti che hanno messo su il concorso “PREMIO GELMINI SARTA SUBITO”. Si tratta di un premio di satira, un premio che ha come obiettivo “quello di utilizzare la forza comunicativa della satira – si legge sulla pagina facebookper coinvolgere il personale docente e non docente, le famiglie, gli studenti, tutti coloro i quali non hanno il quoziente intellettivo di una nespola, in una discussione critica sui rischi e le opportunità legate ai rilevanti cambiamenti che investiranno l’universo formativo, il luogo dove i sogni imparano a camminare”. Un’idea, dunque, produttiva: di fronte a tagli che colpiranno la qualità dell’insegnamento, il premio mira a mostrare le capacità creative di coloro ch parteciperanno. Ce lo conferma, d’altronde, lo stesso Guglielmo La Cognata, con cui abbiamo parlato della loro singolare idea: “Di fronte a tutto quello che sta accadendo (132.000 docenti e non, che hanno perso, stanno perdendo o perderanno il lavoro e un drastico impoverimento della qualità dell’istruzione), ci siamo interrogati sul da farsi. Esclusa a priori la passività, perché, come diceva il reverendo M. L. King, “non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti”, abbiamo scelto una protesta sul filo dell’ironia, del paradosso, che, con una buona dose di immodestia, potremmo dire quasi socratica. Le motivazioni sono diverse: essendo secchioni incalliti, topi di biblioteca, gente più da primo banco che da curva sud, ci è sembrata più nelle nostre corde”. Senza dimenticare che la satira è un mezzo comunicativo straordinario: “da Socrate a Peppino Impastato, lo sberleffo è sempre stato un’arma temutissima, in quanto capace di arrivare a tutti e di mostrare  il vero volto della verità, al di là delle maschere e della propaganda”.

E, al momento, i risultati dicono che la strada intrapresa da questi insegnanti è stata più che giusta: in soli due mesi e mezzo si è arrivati a 2.500 iscritti sulla pagina facebook, gente di tutte le regioni, di tutte le età e fasce sociali. “All’indirizzo di posta elettronica [email protected], sono arrivati un centinaio di contributi”, ci rivela Guglielmo La Cognata. Guglielmo che poi ci dice la sua anche sulla triste realtà della scuola italiana: “Per uscire dalla crisi, tutti i grandi paesi, sia quelli governati dalla destra che quelli governati dalla sinistra, sia quelli europei che quelli extraeuropei,  investono su scuola, università, ricerca, cultura […] Gli effetti di questa impostazione appaiono devastanti. La riduzione del tempo pieno e del tempo scuola settimanale, implicano minori servizi alle famiglie e minori strumenti formativi per gli allievi. Nei quartieri a rischio, dove le scuole costituiscono l’unico baluardo di legalità, i ragazzi passeranno meno tempo fra i banchi e più tempo in strada. Inoltre,  la drastica contrazione del numero di insegnanti di sostegno toglie opportunità di inserimento sociale ai più sfortunati, soprattutto in quelle zone dove la scuola rappresenta l’unico canale di integrazione. Accanto all’abbassamento del livello dell’offerta formativa, c’è il dramma occupazionale che colpisce le fasce più deboli, cioè le donne, che nella scuola operano per l’80 %, i precari, usati nel momento del bisogno e poi buttati via, i giovani laureati”.

L’importante, però, e questo è lo spirito del concorso “PREMIO GELMINI SARTA SUBITO”, è non perdersi d’animo, combattere, manifestare il proprio dissenso, anche nelle forme più originali, come può esserlo un premio di satira. “L’impressione sempre più netta – ci dice, infatti, Gugliemo –  è quella di aver toccato un nervo scoperto; insegnanti, genitori, studenti, operatori e utenti della scuola, non aspettavano altro che un’occasione per esprimere disagio, rabbia, incredulità, stupore, in modo, peraltro, garbato e creativo”. E la strada della satira è l’occasione giusta, uno dei modi più validi per sprigionare quella creatività che potrebbe mettere con le spalle al muro quelle istituzioni che poco credono (per convenienza?)  nei benefici della scuola italiana. Visti i tagli rovinosi, è legittimo pensarlo.

E da domani? Cosa accadrà quando, a giorni, comincerà la scuola? Come comportarsi. Guglielmo La Cognata rivolge il suo pensiero proprio ai colleghi che si troveranno a lavorare in una scuola che, probabilmente spesso, non disporrà dei mezzi adeguati per portare avanti un progetto educativo costruttivo: “A chi subirà questi tagli a pioggia, propongo di far emergere i piccoli atti di eroismo quotidiano di questi prof senza qualità, in trincea senza le scorte dei magistrati, senza i soldi degli industriali, senza i riflettori dei tg, senza il sostegno della politica, senza strutture adeguate. Come se fosse normale, vanno a cercare a casa gli alunni “speciali”, restano a scuola oltre l´orario per risolvere certe situazioni, devono sostituirsi al padre, alla madre, alla polizia, al medico, subiscono intimidazioni e danneggiamenti, pagano la refezione ai bambini, comprano vestiti e occhiali, macinano, precari e pendolari, centinaia di km al giorno. Nessun disegno riformatore può andare in porto senza il consenso di quanti vivono, lavorano, studiano all’interno delle aule scolastiche. Li si ascolti: è come leggere un romanzo, ma è tutto vero”.

P.S. Chiunque voglia partecipare (noi invitiamo a farlo!), può trovare tutte le informazioni sulla pagina Facebook “Premio Gelmini sarta subito“. Buon divertimento e che vinca il migliore!

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di Carmine Gazzanni

Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Questo andava ribadendo qualche mese fa il ministro Mariastella Gelmini mentre si continuava a discutere sulla manovra economica. Ed ecco i risultati: 135 mila posti da tagliare entro il prossimo anno in tutta Italia, pensionamenti forzosi per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi, precari messi alle porte. Una riforma, in pratica, che non ha nulla (o quasi) di prettamente scolastico. Si tratta di una riforma solo ed esclusivamente che mira a tagliare: taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni.

Checché, poi, ne dica Silvio Berlusconi che, alcuni giorni fa, andava dichiarando: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Come sempre nulla di più falso. Come già abbiamo ricordato nei passati articoli, infatti, la legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI: la riforma, infatti, prevede per i prossimi sei anni promozioni a professore associato riservate. Per tutti gli altri giovanissimi che stanno accedendo al dottorato ci sarà un tetto di dieci anni per diventare professore associato, dopodiché “si cade fuori dalla giostra”, come si legge sul sito dei Ricercatori Precari. Misura completamente illogica se si pensa che “per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza”.

E, chiaramente, queste misure esclusivamente economiche riguardano soltanto la scuola pubblica. Nel provvedimento, infatti, c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

I problemi, questi sì, scolastici e didattici, sarebbero altri invece. In tutti gli altri Paesi europei i docenti vanno in pensione a 65 anni, tant’è che il corpo docente italiano rimarrà comunque il più vecchio d’Europa, sebbene si sia deciso nella riforma che tassativamente in pensione si andrà a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni). E i ricercatori? In Italia sono numerosissimi, più del 50% del personale permanente, ma i loro stipendi, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30-50% di quelli degli altri Paesi europei. Si potrebbe pensare che il “pensionamento forzoso” per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi miri proprio a questo. Anche qui siamo nel falso: come ci ricorda il Professore Giovanni Falcetta, “tra gli insegnanti centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni)”. Senza contare, poi, che tale pensionamento coatto è profondamente incostituzionale e illegittimo. Vediamo alcuni aspetti.

La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” per gli insegnanti con 40 anni di servizio è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note non hanno alcun valore di legge, come ribadisce anche la sentenza della Cassazione del 5 gennaio 2010: “La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”. E dunque? Ci sono evidenti tracce di incostituzionalità. Senza contare, poi, che si viola anche una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età. Risultato? Giovanni Falcetta ha presentato diversi ricorsi. Ma proprio ieri la Suprema Corte di Giustizia del Lavoro, presso il Tribunale di Crema, ha decretato che i “reclami”, inoltrati alla Corte dallo stesso Falcetta e da Annamaria Crotti, contro il rigetto del ricorso del loro pensionamento forzoso, sono ugualmente respinti per assoluta mancanza di fondamenti giuridici, sia di legislazione ordinaria che di legittimità costituzionale. Questo perché i giudici, sulla base di valanghe di sentenze favorevoli ai ricorrenti, hanno dovuto ammettere, in conclusione della loro Ordinanza, che “la fattispecie è nuova” e che “ancora la giurisprudenza in materia è molto controversa“.

Ma non è finita qui. Ci sono molti che hanno intrapreso anche altre strade: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.

Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Da alcuni giorni tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo, sono in sciopero della fame. Addirittura Pietro Di Grusa, 49 anni collaboratore scolastico, oltre ad astenersi dal cibo, ha sospeso anche l’assunzione di cardioaspirina. Infatti si è sentito male, è stato ricoverato due giorni in ospedale, ma, uscito, si è riunito ai due suoi colleghi. Ieri in serata, però, è stato nuovamente colto da un malore e allora ha abbandonato lo sciopero, su consiglio dei suoi stessi amici e dei suoi cari. La protesta, intanto, ha preso piede e ci sono altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire. C’è una pagina su facebook, nella quale è possibile esprimere le proprie opinioni a riguardo o anche semplicemente per dimostrare la propria vicinanza ai precari: “A fianco dei precari della scuola in sciopero della fame”.

Intanto domani i precari palermitani in sciopero della fame saranno davanti a Montecitorio dalle 12,00 in poi. Speriamo che qualcosa cambi. E speriamo che ci siano verità, realtà, e non solo parole. I precari sono (e anche noi siamo) stanchi di promesse, illusioni, bugie.

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di Carmine Gazzanni

La manovra è in dirittura di arrivo. O per lo meno così pare, dato che Silvio Berlusconi ha annunciato che il governo sta valutando di chiedere la fiducia. E intanto la protesta sale: farmacisti, cultura, istruzione, disabili e chi più ne ha, più ne metta. Tutti sul piede di guerra per una manovra che, oltre ad essere gravosa, colpisce anche lì dove non dovrebbe assolutamente colpire.

A scendere in piazza saranno i disabili che non si vedono affatto tranquillizzati dal fatto che l’assegno di accompagnamento dovrebbe essere riportato dall’85% al 74%. Da oggi, invece, i grossisti hanno sospeso la consegna dei medicinali alle farmacie. Anche loro, infatti, saranno colpiti dalla manovra: le farmacie dovranno versare alle Aziende sanitarie una tassa fissa del 3,65% per concorrere alla riduzione della spesa di settore in Italia (Articolo 11 del Decreto numero 78). Ma così lo Stato costringe i professionisti ad ulteriori versamenti al Servizio sanitario tra i cosidetti “pay back” e ritenute varie. Nelle casse, dicono, resta poco o nulla. Questo porterebbe al rischio di chiusura per numerose farmacie, soprattutto per quelle dei centri più piccoli (se ne calcolano circa 3.500). E ancora. Anche le forze dell’ordine si vedono colpiti da una manovra che taglierebbe le tredicesime portando al rischio di una “paralisi dell’organizzazione militare”, come si legge in un documento in cui lo Stato Maggiore di Difesa ha manifestato il proprio malcontento, sebbene Berlusconi già due giorni fa avesse assicurato che non ci sarebbero stati tali tagli: ”Smentisco questa notizia nella maniera più assoluta. La norma sulle tredicesime non ci sarà”.

E poi i comuni, le regioni, le province. Il clima è di quelli pesanti e roventi. La manovra prevede, infatti, tagli di 8,5 miliardi per le Regioni in due anni. E si tagliuzza anche riguardo a comuni (tagli per 3,7 miliardi) e Province (800 milioni). Le imposizioni draconiane, in questo modo, colpiranno essenzialmente i servizi per i cittadini:  tagli per le scuole (che costituiscono il 20% del bilancio delle Province), per i trasporti pubblici (il 7% del bilancio delle Regioni), per la gestione dei rifiuti e del territorio (19,2% della spesa dei Comuni).

E, come facilmente si poteva immaginare, ci saranno tagli anche per l’università e per la cultura. Checché ne dica il Ministro Gelmini: “Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Ecco, appunto: protestano le organizzazioni sindacali e le associazioni professionali della scuola a difesa dell’Enam, l’Ente nazionale di assistenza magistrale che potrebbe essere cancellato e accorpato all’Inpdap. Inoltre uno studio nei giorni scorsi portato avanti dalla Flc-Cgil dimostra che l’Università si sveglierà con 26.500 occupati in meno, occupati precari mandati a casa alla scadenza del tempo determinato. Il risultato? Proteste come quella all’Università della Sapienza nella quale, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si terranno regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà.

E infine la tanto bistrattata cultura. Mettendo in atto i tagli previsti nella manovra, infatti, si potrebbe correre il rischio di corrompere l’immagine culturale delle città italiane.. E’ quanto sostengono il Fondo ambiente italiano (Fai) e gli enti locali, regioni, aziende pubbliche e private raggruppate da Federculture. Le parole del Fai sono molto eloquenti: tale associazione, infatti, dichiara di essere “contro questi tagli, contro i criteri con cui sono stati fatti e, soprattutto, contro una politica che da sempre non dà alla cultura l’importanza che dovrebbe dare in un paese come il nostro”. Il motivo di queste parole? Abbattimento dell’80% delle spese per mostre e convegni imposto a comuni e province; un taglio complessivo di 58 milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni, quasi 50 dei quali sottratti al capitolo per la tutela e la valorizzazione; tagli e riduzioni anche per enti locali: meno 4 miliardi di euro per il 2011 e 4,5 miliardi nel 2012 per le Regioni; meno 1,5 miliardi per il 2011 e 2,5 per il 2012 per i Comuni; meno 300 milioni per il 2011 e 500  nel 2012 per le Province.

Insomma, se prima si cercava di fare qualcosa di culturale, ora anche volendo si è impossibilitati a farlo. Questo anche se, come hanno sottolineato le associazioni, la cultura rappresenta il 2,6 % del Pil. Il turismo cultura le rappresenta il 33% del mercato turistico nazionale e si avvia verso il 40%.

Herbert Georg Wells affermava: “La storia del genere umano diventa sempre più una gara fra l’istruzione e la catastrofe”. Come dargli torto…

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di Carmine Gazzanni

Avete mai ricevuto le pagelle di fine anno sul tetto della scuola? Ora accade anche questo: ieri a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno manifestato in questa maniera forte il loro dissenso allo smantellamento della scuola pubblica. Perché è proprio di smantellamento che si tratta.
Tagli già ne sono stati fatti, ma non preoccupatevi sarti di tutto il mondo: ce ne saranno ancora, eccome se ce ne saranno!

In uno dei provvedimenti della Manovra del Governo sono previste, infatti, diverse misure per tagliare quel residuo scampato, tempo addietro, alle forbici del duo Gelmini-Tremonti.
Blocco degli aumenti di stipendio, con la sospensione degli scatti di anzianità maturati. Questo porterà ad una perdita sullo stipendio di 1.000 euro l’anno per un Ata, dai 2 mila ai 3 mila per un insegnante; blocco, per il biennio 2010-2012, dei rinnovi contrattuali e del trasferimento delle risorse disposte per la promozione (e premiazione) degli insegnanti meritevoli. Nel 2008, infatti, venne stipulato un accordo che prevedeva l’istituzione di un fondo da destinare agli insegnanti più virtuosi. Chiaramente una promessa non mantenuta: con questo provvedimento, infatti, si toglie questo fondo per gli insegnati meritevoli e lo si utilizza per risanare il disavanzo delle scuole italiane (le scuole in Italia, infatti, sono creditrici nei confronti dello Stato per migliaia e migliaia di euro).
Ancora: nel provvedimento c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“.

Eppure già i tagli erano stati più che pesanti. Meno 8 miliardi alla scuola pubblica entro il 2011, meno 140 mila posti di lavoro tra docenti e Ata, taglio del 25% della pulizia scolastica. E queste sono solo alcune delle conseguenze della Finanziaria del 2008. E ancora: tagli agli insegnanti di sostegno, eliminazione degli specialisti, carenza di fondi per piccole uscite didattiche, aule più affollate (anche 32 alunni per aula) e dunque più insicure. Insomma, una scuola, quella italiana, sempre più disastrata.
Per non parlare, poi, delle conseguenze ai tagli al tempo pieno (modulo a 40 ore). L’esempio più eclatante ci viene dal Lazio: 24.241 famiglie avevano chiesto il tempo pieno per i loro figli. Con la riduzione d’organico, però, solo 20.408 studenti potranno essere accontentati (almeno secondo le prime previsioni diffuse dalla Flc-Cgil). E perché questo? Perché qui, nel Lazio, c’è stato un taglio di 189 maestri deciso dal ministero dell’Istruzione per il prossimo anno. Questo non permetterà a oltre 3.800 famiglie di avere il tempo pieno che avevano richiesto per i loro figli.
E che dire, allora, della situazione quantomeno assurda di un Liceo di Putignano, in provincia di Bari? Qui il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti.

E la preparazione degli studenti ne risentirà? A detta dei Ministri no. Dai primi dati diffusi dal ministero, tuttavia, i non ammessi alla maturità del 2010 sarebbero circa 28.500, il 6,1% del totale degli studenti, con un aumento dello 0,6% rispetto al 2009. E le bocciature? Rispetto all’11.7% del precedente anno scolastico, quest’anno si sale al 13.1%. L’aumento delle bocciature si rileva soprattutto negli istituti professionali e nei licei.

E chiaramente non è possibile manifestara il proprio dissenso. Ne è la pova la circolare che circa un mese fa inviò l’Ufficio scolastico dell’Emilia Romagna agli insegnanti e al personale scolastico: vietato criticare le decisioni del Governo. Si legge nella circolare: “astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possono ledere l’immagine della scuola pubblica“. Pena “la sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio“.

Meno male che siamo in estate! Per lo meno la scuola è chiusa!

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di Antonio Perna

Leggendo “La Repubblica” di qualche giorno fa mi sono alquanto stupito di leggere che il Ministro Gelmini fosse riuscita a pensare (forse non è tutta farina del suo sacco) qualcosa di corretto.

“Sono contraria al fatto che i bidelli non puliscano le scuole e si appaltino le pulizie all’ esterno, è uno spreco di risorse pubbliche” afferma il Ministro. Poi attacca i bidelli per lei incapaci di svolgere il proprio mestiere. Beh, pienamente d’ accordo sul fatto che non ci sia certo il bisogno di fare dei costosi appalti e spendere soldi (che le scuole non hanno) per pagare le ditte di pulizia.

Se proprio sono necessari dei tagli forse questo era il primo aspetto da controllare, era abbastanza evidente lo spreco, mentre un po’ meno visibile quello che ha notato da principio la Gelmini (eccesso di insegnanti … quella sì che è stata una grande pensata!). Certo è che il ministro ha un occhio più clinico ed è riuscita a vedere lo spreco dove noi gente comune non lo vedevamo. Ma adesso tramite il “capo” che ha una grande presa sulla mente degli Italiani, ci sta convincendo che i tagli erano necessari; era necessario per tutti togliere il posto di lavoro a chi ha sudato sette camicie per poter guadagnare poco più di mille euro al mese, era necessario che gli alunni avessero un solo insegnante perchè se si trovano male con questo possono tranquillamente cambiare scuola oppure rimanere ignoranti a vita.

L’apprendimento è veicolato anche o soprattutto dalle buone relazioni; pertanto se il maestro unico non riesce a costruire un buon rapporto con i suoi alunni è difficile che possa veicolare il sapere. Senza poi contare che gli insegnanti, purtroppo, non hanno tutti le stesse competenze; personalmente mi è capitato di conoscere delle insegnanti capacissime per quanto riguarda l’insegnamento dell’italiano, che però erano non molto brave nel far di conto. Adesso però la nostra Gelmini ha deciso che gli alunni non dovranno più imparare le cose secondo le proprie capacità, ma a seconda dell’ insegnante che capita loro. Ad esempio, se un/a maestro/a è bravo/a in italiano dovranno imparare bene solo l’Italiano, se l’insegnante è appassionato di storia allora i bambini si dovranno accodare al proprio insegnante.

Sicuramente individuare e risolvere problemi così vasti come quelli nelle scuole non è cosa semplice; ma sicuramente per una questione così delicata ci vuole tempo ed accortezza, non si può certamente, per risolvere un problema economico, creare delle crepe nella conoscenza.

Ma sì!!! Sicuramente era necessario prima eliminare gli insegnanti e poi le ditte di pulizia! O forse no??

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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