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Articoli marcati con tag ‘razzismo’

di Carmine Gazzanni

Ieri abbiamo parlato della vicenda di Pietro Giovannoni, il quale aveva affermato, in merito alla maratona che si organizza ogni anno a Padova che, vista la vittoria ogni anno di africani, “Gli enti locali non continuino a finanziare una manifestazione alla quale in maggioranza partecipano atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”.

Sempre nell’articolo di ieri abbiamo dimostrato che l’Italia ha molto di razzista: dati, episodi, vicende poco consone ad un Paese che si dice essere democratico lo rivelano.

Oggi vogliamo soffermarci su un altro aspetto di questa vicenda. Molte dichiarazioni e provocazioni che rivelano tratti xenofobi ed anche omofobi provengono quasi totalmente da esponenti (anche di punta) della Lega Nord. Si dirà: “che c’è da sorprendersi? Oramai è risaputo”. Certamente. Ma è bene ricordarle concretamente perché dobbiamo impedire che l’anormalità diventi normalità, come troppe volte accade nel nostro Paese.

E’ indispensabile, ad esempio, parlare di Roberto Calderoli, MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA. Anni fa il Ministro leghista –  il 14 settembre 2007 – partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi, e, a tal proposito, ricordò: “Il terreno dopo la passeggiatta del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. Ma non è finita qui: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee. Ma d’altronde il suo odio (perché di odio si tratta) verso il “diverso” si manifestò già un anno prima: il 18 settembre 2006, durante un comizio, chiese ad una platea tanto infervorata quanto ottusa: “E noi vogliamo far decidere il futuro nostro, del Paese e dei nostri figli a chi fino a cinque anni fa era nella giungla a parlare con Tarzan e Cita?

Ma Calderoli si è distinto anche per le esternazioni contro i gay: “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni… Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”. Ed ancora, quando incombeva la “minaccia” dei Di.Co.: “Se non si fosse ancora capito essere culattoni è un peccato capitale e chi vota una legge a favore dei Di.Co. finirà nelle fiamme del più profondo dell´Inferno”.

Cambiamo politico, ma il registro non cambia. Mario Borghezio non solo con parole, ma anche con le azioni ha dimostrato il suo essere razzista: l’europarlamentare, infatti, è un pregiudicato, essendo stato condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa. Ma anche con le sue dichiarazioni ha fatto intravedere la sua indole da ventennio: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ed ancora. Come Calderoli, anche altri non gradiscono le comunità gay. Giancarlo Gentilini: “Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni e simili”; “il Piave e’ vietato agli zingari, ai tossicomani, alle lucciole e ai gay. Ora deve essere vietato anche agli islamici”.

Ma il razzismo leghista sfocia anche nell’odio verso l’italiano. La Lega non è italiana, ma padana. Fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione in cui si affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Concetto sul quale anche Borghezio è tornato più volte: “Per la nostra gente, per la gente umile, che lavora, che produce, che si ostina a mantenere Roma ladrona che non fa un cazzo!”. Non c’è mai stato amore per Roma, dunque (e per l’Italia). Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Leggi la prima parte dell’inchiesta

Guarda il video “Ecco a voi il pantheon padano”

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di Carmine Gazzanni

L’Italia. Un paese razzista. Stando, infatti, agli episodi di cui sentiamo parlare o ai quali, a volte, assistiamo, è legittimo nutrire un pensiero di tale sorta. Prendiamo gli ultimissimi avvenimenti.

Giovedì 2 settembre, Milano. Un ragazzo di 12 anni, di nazionalità cubana, è stato prima insultato con frasi di stampo razzista e poi aggredito da tre coetanei italiani. Secondo quanto ricostruito dal racconto della vittima, il ragazzo era in compagnia di due coetanei quando è stato avvicinato da un gruppo di studenti, poco più grandi, che frequentano la sua stessa scuola media. In due, dopo avergli urlato delle frasi ingiuriose, lo hanno immobilizzato tenendogli ferme le braccia, mentre un terzo lo ha colpito più volte al volto. Risultato: ricovero in ospedale e frattura del setto nasale. A dodici anni.

26 Agosto, Civitanova Marche. Qui l’episodio ha dell’assurdo. La vittima è un giovane ambulante bengalese. Dopo il solito giro, il giovane venditore ambulante decide di fermarsi a riposare su una sdraio in riva al mare. A questo punto si avvicinano un gruppo di cinque bambini sui 10-11 anni. Avete capito bene: 10-11 anni. “Alzati da qua, vattene, questa è proprietà privata”. Poi gli insulti: “Amigo, vai a vendere fuori da qua. Questa roba l’hai rubata”. E dopo gli insulti, anche i calci. E non è finita qui. Alla scena, ricostruita dalla cronista dell’Ansa, Paola Lo Mele, assistevano anche i genitori seduti a pochi ombrelloni di distanza. “Questi ultimi – ricostruisce la cronista – non solo non sono intervenuti ma hanno anche riso del comportamento dei figli”.

Ma noi italiani siamo soliti prendercela con i venditori ambulanti. Sabato 28 Agosto, Sulcis (Sardegna). Secondo quanto ricostruito da una testimone, ecco quanto accaduto. Dopo una giornata trascorsa sulla spiaggia nel tentativo di vendere bijou colorati, magliette e cappellini, un venditore ambulante senegalese faceva rientro a casa. Salito sull’autobus che da Plagemesu doveva riportarlo a Iglesias, “il ragazzo straniero è andato nella parte posteriore del pullman dove c’erano alcuni posti liberi – ricostruisce la donna presente -  Quando stava per sedersi, un giovane che aveva già preso posto ha allungato la gamba con l’evidente obiettivo di impedirglielo”. A un simile atteggiamento, chiaramente, non poteva che esserci una reazione di incredulità e il conseguente battibecco, finché un ragazzo è intervenuto e, rivolto all’ambulante, ha detto “ma cosa pretendi tu, negro che hai la puzza di un elefante?”.

D’altronde non è l’unico caso di episodi di razzismo sui pullman. Ecco cosa accadde a Verona, all’indomani delle elezioni europee, elezioni nelle quali la Lega Nord riportò un risultato storico (più del 10%): autobus pressappoco pieno, una signora sulla cinquantina, in piedi, aggrappata ad una manopola, rompe il silenzio generale con un tono di voce che attira l’attenzione della gente attorno a lei, mentre si lamenta con una ragazza bassettina di origine sudamericana, la quale viene accusata dalla suddetta signora di averle calpestato i piedi. Un gesto di stizza che può capitare a chiunque; fino a quando la signora dà della “cafona” alla ragazza, visibilmente in difficoltà e imbarazzo (il suo italiano non le permetteva di capire, tanto meno di risponderle). Poi la signora allarga il discorso dicendo “per fortuna che ha vinto la Lega adesso, così ve ne tornate tutti a casa, cafoni!”. E la signora continua il suo comizio nel silenzio generale tenendo sempre il tono di voce alto, affinché tutti sentano, e se la prende ancora con gli immigrati in generale dicendo che sono dei vittimisti, ma che ora le cose cambieranno.

Ma andiamo oltre. Già, perché, sebbene offesi, insultati, discriminati, costoro possono addirittura ritenersi fortunati. Molto spesso, infatti, nella nostra democratica Italia episodi di razzismo possono trasformarsi in omicidi.
16 luglio, Reggio Calabria. Secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri un ragazzo di soli 17 anni, ha raggiunto tre ragazzi bulgari accusandoli per il furto di una bicicletta che aveva subito qualche giorno prima. C’è stata una prima colluttazione conclusasi con la fuga del ragazzo italiano. Poco dopo, però, il diciassettenne è tornato sul posto armato di un coltello con il quale ha aggredito i tre bulgari, uccidendo Alevandrev Zafir, di soli 16 anni, e ferendo gli altri due. Subito dopo si è dato alla fuga, conclusasi con l’arresto da parte dei carabinieri. Lo stesso accadde due anni fa ad Abdul William Guibre, 19 anni, originario del Burkina Faso e residente a Cernusco sul Naviglio, ucciso a sprangate da padre e figlio, gestori di un bar, nel quale Abdul aveva rubato una scatola di biscotti.

E d’altronde gli ultimi dati parlano chiaro: un vasto rapporto (2009) dell’Agenzia dei Diritti Fondamentali dell’UE dimostra che il razzismo e la discriminazione sono il pane quotidiano dei Paesi membri dell’Unione Europea, ma le vittime molto spesso nemmeno sporgono denuncia, per paura o perché non credono di poter essere aiutate dalle autorità. Lo studio, realizzato nei 27 paesi della UE, si basa su 23500 interviste a persone appartenenti a minoranze etniche e ad immigrati. E indovinate chi troviamo in testa a questa speciale classifica? Proprio la nostra bella e cara Italia: ben il 94% degli intervistati dice di essere stato vittima di discriminazioni.

Vero Paese democratico, il nostro.

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di Carmine Gazzanni

L’Islam diventi la religione dell’Europa”. In questo modo, ieri, ha esordito il leader libico Gheddafi appena arrivato in Italia. E nonostante Silvio Berlusconi abbia cercato di stemperare gli animi parlando di semplice “folklore”, una delle notizie più sconcertanti non sono tanto le parole di Gheddafi stesso (stiamo parlando di un leader di un Paese protagonista di diversi rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni pacifiste), quanto il silenzio delle istituzioni. Tutto tace. Il silenzio più imbarazzante e, al tempo stesso, inaspettato è certamente quello leghista. Oggi il quotidiano della Lega Nord si è risvegliato con un titolo in prima pagina molto esplicito: “L’Europa sia cristiana”; e si continua col sottotitolo: “Gheddafi sogna il vecchio Continente convertito a Maometto”. E ancora: “Il rischio concreto si chiama Turchia, vero cavallo di Troia dell’espansione islamica”.

Nonostante questo, però, i leghisti – ministri, senatori e deputati, insomma le figure di spicco del Carroccio – stanno zitti. Tutti tacciono davanti al dittatore amico del capo Silvio Berlusconi. La questione è alquanto inquietante. Per meglio capirci facciamo qualche esempio.

Perché mai, ad esempio, Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione, non ha detto nulla? Stiamo parlando di colui che mostrò in diretta al Tg1 una maglia satirica che derideva Allah, nel pieno del periodo del rischio-terrorismo, provocando gravissimi scontri istituzionali (insomma, un genio!). Ma non è finita qui. Roberto Calderoli è anche colui che il 14 settembre 2007 partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi; e, a tal proposito, lo stesso Calderoli ricordò quasi con le lacrime agli occhi: “Il terreno dopo la passeggiata del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. E ancora: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day” con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee.

Come mai, ancora, è rimasto zitto anche un tipo “tosto”, un vero leghista come Mario Borghezio, condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ma leghisti sono anche tutti quegli amministratori dai provvedimenti tanto assurdi quanto comici e, allo stesso tempo, tragici. Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i «clandestini» (a mò di leggi razziali che creano ghetti e schiavi); ad Adro (Brescia), c’è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino; a Voghera si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri; a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti su una panchina, se no stai in piedi; a Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. E si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il «White Christmas» di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. E per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

E si potrebbe continuare ancora a lungo. Ma fermiamoci qui. La conclusione, allora, qual è? E’ che si parla, si offende, si è razzisti soltanto quando si può esserlo. Davanti al diverso-ma ricco, per carità, ci si inginocchia, gli si offrono donne, soldi, agi e tutti i comfort che un Paese (in)degno di questo nome possa concedere.

La prossima volta che sentite un leghista alzare la voce contro qualche clandestino semplicemente perché “diverso”, ricordategli che tutti quegli agi su cui si gongola il dittatore libico, responsabile di omicidi, violenze e torture nel suo Paese, li stiamo pagando noi. La verità è questa: stiamo pagando il soggiorno italiano di  un dittatore.

Pecunia non olet”. Il denaro non puzza. Nemmeno se di un  islamico, vero carissimo Umberto Bossi?

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di Carmine Gazzanni

Il discorso deve cominciare a farsi preoccupante quando si è razzisti (cominciamo a chiamare le cose col proprio nome) anche sulle banalità: vuol dire che oramai la discriminazione è talmente radicata che influisce su tutto. Calcio compreso.

Ed è quello che è successo ieri ai microfoni di Radio Padania Libera. Segna il Paraguay: Abbiamo fatto gol!”, esulta il conduttore Roberto Ortelli. Poi De Rossi pareggia e allora via coll’ “Ohhh, no!” che ricorda tanto quello dei laziali al gol dell’Inter. Ed il contorno è ancora più imbarazzante: dai commenti che arrivano in redazione durante la partita (“Al posto dell’Inno mandate in onda Il ballo del qua qua”, propone Mario da Milano) fino a quello di Matteo Salvini, direttore di Radio Padania ed europarlamentare (ricordate? E’ quello che quando venne eletto al Parlamento di Strasburgo, durante una festa padana, intonava: “senti che puzza, scappano i cani, stanno arrivando i Napoletani!”), che tutt’ad un tratto si scopre terzomondista, il tutto, chiaramente, per non tifare Italia: “non possiamo che abbracciare i fratelli sudamericani”. Qualcuno ricordi al povero Salvini che i “fratelli” sudamericani sono proprio quelli che tanto i leghisti (o razzisti?) non sopportano che vaghino per le strade delle città.

D’altronde questa è l’ultima goccia “che il vaso già colmo al fin fece tracimare”. Quante volte abbiamo sentito parlamentari, politici, cittadini sperare che la Lega si separi un bel giorno dal resto della zavorra italiana? Gli ultimi a parlare sono personaggi eminenti, Borghezio che si sofferma proprio sull’aspetto “calcistico”: “Quando la Padania avrà l’autodeterminazione si potrà confrontare con le nazionali di altri paesi […]. Del resto, molte nazionali che prima non erano riconosciute oggi partecipano ai campionati europei, quindi non penso che ci vorrà molto per vedere una nazionale padana”; fino allo stesso Umberto Bossi che ritiene che la Padania sia “una nazione”, che deve “avere la sua autonomia. Ci tengono come schiavi, e diamo loro tutti i soldi. Il Nord vuole essere padrone della sua casa, e che la sua casa sia riconosciuta”.
Quante volte, ancora, sentiamo notizie che ci lasciano senza parole? Segnaletiche stradali in dialetto a Bergamo, a Padova esami in dialetto per vigili, Luca Zaia che ad una cerimonia di inaugurazione di una scuola cambia l’Inno di Mameli con un più padano (a detta loro e soltanto a detta loro!) Va Pensiero.
Una domanda, a questo punto, è d’obbligo: dobbiamo sorprenderci? Leggiamo l’Art.1 dello “Statuto della Lega Nord per l’indipendenza della Padania”:
FINALITA’. Il Movimento politico denominato “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” (in seguito indicato come Movimento oppure Lega Nord o Lega Nord – Padania), costituito da Associazioni Politiche, ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”.

Ma chiediamoci ancora una cosa: tutto questo è in linea con la nostra Costituzione, Costituzione sulla quale anche i leghisti del Parlamento hanno giurato? Andiamo a vedere.
Potremmo cominciare con l’ARTICOLO 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), per poi passare all’ARTICOLO 5 (“La Repubblica, una e indivisibile”), per finire all’ARTICOLO 12 (“la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano”), senza contare che IN TUTTI LE LEGGI FONDAMENTALI IL RIFERIMENTO AD “UNA” REPUBBLICA E’ RICORRENTE.

Ma vuoi vedere allora che la Lega Nord è un partito anticostituzionale?

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Ieri ho fatto una chiacchierata con un ragazzo, un omosessuale che ha deciso, nell’intervista, di restare nell’anonimato (nell’intervista ci dice anche il perchè). E’ stato davvero molto interessante parlare con lui: fa capire quanto razzismo, quanti pregiudizi, quanto bigottismo vivono in Italia. Mi spiace per chi può pensarlo, ma mi sono trovato davanti una persona che mi ha insegnato tanto, che non è affatto perversa o pedofila. Faremmo bene a cominciare a farci una domanda: dov’è la vera perversione? Nell’omosessuale o in una società che molto spesso non accetta un individuo solo perchè bollato come “diverso”? Nel 2010 chi è perverso: chi marchia o chi viene marchiato?

Sei credente?
Si, sono credente, ma certamente non sono uomo di Chiesa perché non è un istituzione che riconosce il mio orientamento sessuale.

Quindi si a Cristo, no alla Chiesa?
Il messaggio cristiano per eccellenza è “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ora che sia un eterosessuale o un omosessuale non penso che a Cristo interessi più di tanto. Purtroppo siamo davanti ad una Chiesa che, come nel Medioevo, rimane concentrata molto spesso sul suo potere temporale, piuttosto che su quello spirituale: la Chiesa dovrebbe difendere i diritti della persona, la sua dignità, ma non lo fa , basti pensare, appunto, a omosessuali e disabili.

La Chiesa ritiene l’omosessualità una perversione. Dunque io sto parlando con un perverso?
La Chiesa accusa l’omosessuale di essere perverso, ma di perverso non c’è nulla perché perverso è qualcosa che in natura non funziona, mentre in natura l’amore tra due persone è quanto di più naturale possa esistere. Si è perversi perché non si è fini alla riproduzione. Ma se ragioniamo in quest’ottica ci scordiamo di una cosa importante: l’uomo oltre ad essere animale, è anche cultura. Innanzitutto, dobbiamo ricordare che in ambito biologico e zoologico è stato dimostrato che molti animali superiori, quindi affini all’uomo sulla scala evolutiva, sono propensi ad avere comportamenti sia eterosessuali che omosessuali. Per quanto riguarda la cultura, vedere l’atto sessuale come mera riproduzione è questa stessa una perversione perché noi non ci baseremo più, allora, su legami sentimentali, amorosi, affettuosi.

Molti ancora ritengono che l’omosessuale, oltre che perverso, sia poi anche pedofilo.
Essenzialmente si attacca l’omosessuale con l’appellativo di “pedofilo” per difendersi in maniera indiretta: è indubbio che una fetta degli uomini di chiesa abusa di minori. Spostare l’attenzione sugli omosessuali è un modo per attaccare persone che già sono facilmente attaccabili in una società che difficilmente li accetta. Non è questa stessa una “perversione”?

E lo Stato in tutto questo? Ti senti protetto e riconosciuto nello Stato?
Uno Stato che non riconosce i diritti di una persona non è uno Stato giusto: lo Stato sono anche io, quindi dovrei essere tutelato, ma anche riconosciuto: dovrei poter contrarre matrimonio e dovrei avere anche la possibilità di adottare figli. Anche perché ci sono questioni pragmatiche molto rilevanti e a cui mai nessuno risponde: è meglio far morire un bambino di fame o darlo a due gay? E’ meglio non far studiare un bambino, non garantirgli futuro perché è in orfanotrofio o è meglio che qualcuno si prenda la responsabilità di crescerlo? Una coppia omosessuale ama quanto una coppia eterosessuale. Spesso si dice, a tal proposito, che il bambino potrebbe crescere condizionato dalla presenza di due genitori omosessuali, ma non è affatto provato. D’altronde anche gli omosessuali nascono da eterosessuali.

Quanto razzismo c’è legato all’omosessualità?
Il razzismo legato all’omosessualità c’è ed è anche presente nel nostro Paese in larga misura. Io sono arrivato al punto che delle volte ho paura ad uscire di casa.

Hai vissuto episodi poco piacevoli?
Paradossalmente episodi concreti che mi hanno riguardato personalmente sono avvenuti più al Nord che al Sud, che, nell’immaginario comune, viene visto come culturalmente arretrato. Al Nord è quasi riprovevole trovarsi di fronte ad un omosessuale: siamo come gli appestati. Sono stato soggetto ad atti di aggressione, per fortuna solo verbale. Ero con il mio fidanzato, passeggiavo in pieno centro. Hanno cominciato ad offenderci con parole non molto cortesi, anche molto scontate, e pretendevano una risposta.

Quando ci si rende conto della propria omosessualità, come si reagisce?
Molti degli adolescenti che si rendono conto di essere omosessuali sviluppano alcune forme di autolesionismo,  di bulimia, di anoressia, sono spesso in cura da psicologi. Molti tentano il suicidio e ad alcuni, purtroppo, riesce anche. Perché questo? Non perché non si siano accettati, ma perché nel delicatissimo momento in cui uno si accetta, vedono che il mondo non lo accetta. Lei ci vivrebbe in un mondo in cui non viene accettato?

A te cos’è capitato?
Io ho avuto molti problemi avendo una situazione in cui sentivo spesso mio padre dire, quando uscivano per televisione omosessuali, che li avrebbe sparati. L’ho vissuta molto male, pensavo che non mi avrebbero mai accettato, e allora ho cominciato ad avere problemi di ordine psicologico: depressione,  bulimia, autolesionismo. Insomma, non ho affatto dei bei ricordi di quello che dovrebbe essere il periodo più bello della vita.

E ad oggi qual è il rapporto con i tuoi genitori?
Attualmente i miei genitori non sanno ancora che io sia omosessuale.

Come la vivi?
La vivo male perché non possono godersi parte della mia vita, però per il momento ho deciso ancora di non dirglielo, è molto difficile per me cercare di mascherare anche davanti a loro. La vivo male e fa male.

Oggi tu, però, sei fidanzato.
Si, sono fidanzato, tuttavia vivo questa storia tra quattro mura purtroppo. E’ vero: ci amiamo e questo è l’importante. Sarebbe bello, però, viverla anche fuori di casa…

Perché la scelta dell’anonimato?
Il restare anonimo non è frutto di codardia, ma purtroppo è una scelta perché in uno Stato che non mi tutela fondamentalmente ho paura.

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di Carmine Gazzanni

Vuoi o non vuoi, “Il Giornale” è sempre lì, al centro delle attenzioni. E anche in questi giorni è così. Su tutti i quotidiani nazionali in prima pagina il caso di Rosarno, della guerra civile di Rosarno; e anche Feltri non è da meno con titoloni che catturano l’attenzione dei più: “Ma questa volta … hanno ragione i NEGRI” (“Il Giornale” di ieri) e “Anziché ai NEGRI sparate ai mafiosi” (“Il Giornale” di oggi). Ora, bisogna precisare alcune cosette al di là della scelta del sostantivo poco piacevole, anzi pessima. Innanzitutto, già dire “ma questa volta …” indica che tutte le altre volte (quali?) per il dott. Feltri la ragione è di quegli italiani che mal sopportano gli extracomunitari. Ci dev’essere senz’altro un più rigido e stabile controllo, ma c’è da dire anche che chi lavora in quelle terre di Rosarno non sono gli italiani, indisposti a tali fatiche; e soprattutto si dovrebbe sottolineare che una sterile xenofobia a prescindere, un rifiuto del “diverso” comunque sia, è dannosa, svantaggiosa, caratterizza solo quell’Italia che è lontana dall’essere moderna, che vive ancora chiusa, vincolata e circoscritta in una mentalità che oltre il Medioevo non riesce ad andare.

Ma andiamo avanti. Cosa dirà, con cotal titolone il Direttore nel suo editoriale? Ecco uno stralcio: “Gli extracomunitari sono poveri e debolissimi, brutti e sporchi: bersagli ideali. Mentre la criminalità organizzata , che tiene in scacco le forze dell’ordine e lucra sul lavoro della gente di qualsiasi colore, è forte violenta e vendicativa e, quindi, conviene non toccarla”. Ecco, i calabresi dovrebbero prendere le armi contro la ‘ndrangheta secondo Feltri. Allora sì che si potrebbe avere una “giusta” guerriglia. Piccolo particolare: siamo in democrazia e avrebbe più senso che le istituzioni fossero vicine al cittadino per frenare e casomai debellare il potere in alcune regioni della criminalità organizzata. Dopotutto, però, Feltri ha ragione. Non è facile una cosa del genere in un Paese dove Mangano è un eroe, Dell’Utri si sorprende per “la dignità” di Filippo Graviano e Berlusconi “strozzerebbe” gli autori della serie “La piovra”.

E allora è meglio prendere le armi e, casomai, contro i “negri” (cit. Feltri). E’ meglio ed è normale in un Paese dove si fa finta di nulla. In un Paese dove c’è un forte clima d’odio, ma non è contro il Presidente del Consiglio (quello era il gesto di un folle, qui è una comunità intera che insorge), ma contro coloro che sono considerati “diversi”, “altri”. “Negri”, appunto.

Ed è il dieci gennaio. Del 2010. Dopo Cristo.

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di Antonio Perna

Alberto è un giovane di Cittadella, provincia di Padova, che lavora insieme al padre in un piccolo negozio di famiglia. Un giorno gli capita qualcosa di particolare. Mentre si recava, come di solito, al bar nelle vicinanze del negozio vede un ragazzo di colore con un borsone. Capisce che il ragazzo si trova in uno stato precario, è costretto a passare le giornate cercando di guadagnare qualche spicciolo, quindi gli fa un sorriso e gli dà un euro. Un poliziotto assiste alla scena “C’ è un ordinanza, ciò che hai fatto è vietato” si affretta a puntualizzare. Il giovane con coraggio risponde che a lui non piace l’ ordinanza e neanche il sindaco che l’ ha emanata. A questo punto è facile immaginare che faccia può fare uno che ha una pistola attaccata alla cintura, si può facilmente intuire che reazione può avere un fiero servo dello Stato. Irritato chiede i documenti al ragazzo e gli dice di seguirlo in centrale. Alberto dice di dover tornare a lavoro, ma l’ agente che ha il dovere di far rispettare le regole (anche quelle estremamente stupide) non molla la presa e conduce il ragazzo dal padre.
Molti oggi sono i ragazzi che non si riconoscono nelle città in cui vivono. Oramai le leggi non sono più leggi del popolo, ma dei politici. Gli italiani stanno perdendo la fiducia nelle istituzioni, non si  fidano più dei propri rappresentanti. Da quando in qua la carità è un reato? Come si può negare a un cittadino di utilizzare i propri soldi come meglio crede? Chi ha il diritto di decidere se posso o non posso regalare soldi a qualcuno? In verità c’ è qualcosa di non chiaro. Alberto non può regalare soldi a nessuno o con gli amici lo può fare? La regola è soltanto per gli stranieri?
Beh allora è semplice. Quel ragazzo di colore era un grande amico d’ infanzia, si conoscevano da anni. Alberto ha solo fatto un favore a un amico.

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La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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