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Articoli marcati con tag ‘provenzano’

di Carmine Gazzanni

Praticamente ogni giorno sentiamo richieste di dimissioni avanzate dai berlusconiani nei riguardi di Gianfranco Fini o di altri finiani. Pare che tutti, in pratica, abbiano dimenticato chi sia Silvio Berlusconi. E questo in un periodo fortemente critico e al tempo stesso decisivo per la storia della Democrazia italiana: stanno infatti proseguendo le indagini a Caltanissetta e a Palermo sulle stragi del ’93-’94, indagini che potrebbero svelare i nomi dei mandanti a volto coperto. Una verità che ancora attende di essere conosciuta, anche perché farebbe molta chiarezza sull’origine (mafiosa e stragista) della cosiddetta Seconda Repubblica. E, secondo indiscrezioni rivelate alcuni giorni fa da “L’Unità”, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi mafiose del’93 a Firenze, Roma e Milano. Le indagini partirono qualche anno fa, ma poi vennero archiviate nel 2008. Oggi il fascicolo 11531 è stato riaperto e pare che i mandanti, chiamati nel fascicolo “Autore 1” e “Autore 2”, possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, ci sono. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

Una domanda, però, è essenziale. Bisogna sorprendersi quando sentiamo tali notizie? Assolutamente no. Sono diverse, infatti, le prove, le testimonianze, i documenti che accerterebbero i rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Proprio oggi, in un articolo uscito sul “Corriere della Sera“, si dice che Massimo Ciancimino, dopo che il figlio di soli cinque anni alcuni giorni fa ha ricevuto una lettera minatoria, si è recato dagli inquirenti per consegnare un pizzino dal contenuto molto interessante. Tale pizzino, che sarebbe stato inviato nel 2001 da don Vito Ciancimino a Bernardo Provenzano, contiene espliciti riferimenti a Silvio Berlusconi. Il testo rimane top secret, ma, stando alle rivelazioni comparse oggi sul “Corriere”, chi lo ha letto così sintetizza: “Dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo”. E poi: “Caro Rag. (Bernardo Provenzano, ndr) bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate … E di risolvere i problemi giudiziari…”. Anche la data è un particolare non poco rilevante: nel 2001 Berlusconi vinse le politiche e anche in Sicilia ci fu alle regionali il trionfo del Polo delle Libertà. Chiaramente la lettera è al vaglio dei magistrati che ne stanno verificando l’attendibilità.

D’altronde non sarebbe nemmeno la prima lettera che testimonierebbe rapporti tra Provenzano e Berlusconi. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano (o chi per lui) inviò direttamente a Silvio Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi stesso.
Occupiamoci dell’ultima, quella del ‘94. La parte iniziale di questa lettera sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita; i magistrati, infatti, hanno nelle mani non l’intera missiva, ma solo la seconda parte, nella quale comunque si legge: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio; evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27). Anche la storia di questa lettera è molto curiosa: venne sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino, ma è “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 5 anni dal suo ritrovamento e solo da un anno se ne parla. Dov’era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Domande a cui si dovrebbe dare una risposta.

Ma torniamo a noi. Diverse sono anche i collaboratori di giustizia che fanno i nomi di Silvio Berlusconi.
C’è Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci, che ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”. C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. E ancora c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

E non dimentichiamoci di Vittorio Mangano. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, ma secondo diversi pentiti la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

E arriviamo a Gapare Spatuzza. Il pentito ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano: “Disse che avevamo ottenuto quello che cercavamo. Non come quei quattro socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ‘89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi fece i nomi di Berlusconi e quello del Canale 5, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il Paese nelle mani”. Sarà un caso che a Spatuzza non è stata garantita la protezione speciale, misura presa per tutti gli altri collaboratori di giustizia, sebbene ben tre  procure (Firenze, Palermo e Caltanissetta) si siano pronunciate a favore della protezione di Spatuzza? Ai posteri l’ardua sentenza …

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di Carmine Gazzanni

berlprovMio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi”. Queste sono state le parole pronunciate ieri da Ciancimino, che rivelano una notizia che per molti già era nota: Forza Italia nasce, stando a quello che ci dice il figlio dell’ex sidaco mafioso di Palermo, da un accordo con la mafia perché, una volta in carcere don Vito, l’uomo “trait-d’union” politica-Cosa nostra era diventato don Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, oggi senatore del Pdl. E’ stata rispolverata nell’interrogatorio la lettera che Provenzano (o chi per lui) scrisse all’ “onorevole Berlusconi”, di cui noi del blog già a suo tempo avevamo parlato.

Alcuni diranno: mai possibile? Ebbene si. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano inviò a Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del1992, e la terza all’inizio del1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi (quella di cui ha parlato Ciancimino).
E tale lettera già si conosceva perchè “L’Espresso” online la pubblicò in esclusiva. Cosa dice questa lettera? Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti parole: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio, evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27).

E’ necessario, poi, precisare alcuni aspetti poco “chiari” che vanno al di là della vicenda “interrogatorio Ciancimino”: questa lettera è stata sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino e “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 4 anni e mezzo dal suo ritrovamento e SOLO da luglio se ne parla. Dove era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Non saranno mica così stupidi i pubblici ministeri che hanno tirato fuori solo a luglio queste carte nei processi a Ciancimino junior e a Dell’Utri; forse è legittimo pensare che non sapevano dell’esistenza di questa lettera.
E allora sarebbe allo stesso modo legittimo porre una domandina al Procuratore Capo di Palermo del 2005 Piero Grasso e al suo braccio destro, il Procuratore aggiunto dell’epoca Giuseppe Pignatone, i quali oggi non sono più a Palermo perché Grasso è diventato procuratore nazionale antimafia e Pignatone è diventato il Procuratore capo di Reggio Calabria (hanno fatto carriera). Furono loro a dirigere le operazioni sull’inchiesta Ciancimino, furono loro a interrogarlo. E mai una domanda sulla lettera che testimonia possibili rapporti Provenzano-Berlusconi?? Non mi sembra una cosa su cui un procuratore possa sorvolare. La domanda è legittima. Perché Grasso è stato nei “secoli silente”? E perchè adesso nessuno chiede a Grasso il motivo di questo suo tombale silenzio? Perchè, insomma, si è preferito abbandonare la lettera in un cassetto affinchè prendesse polvere???

Bisogna poi precisare un altro piccolo particolare. A luglio, pochissimi giornali riportarono tale notizia, molti hanno taciuto sui possibili rapporti Provenzano-Berlusconi palesati dalla lettera. Nessuno è andato dal Presidente del Consiglio chiedendo se ha poi ricevuto tali missive, se per caso ha risposto (non sta mica bene non rispondere al boss della mafia…), domande del genere, legittime vista la vicenda e i due protagonisti: la massima figura (di allora) della mafia e la massima figura (di allora e di oggi) dell’Italia.

Ma nessuno ha chiesto, nessuno ha domandato nulla a Grasso, nessuno si è  andato a informare dal diretto interessato. E tutti taqcuero. E ora che parla Ciancimino, Berlusconi, dopo tanto silenzio, si sente legittimato a dargli del “ciarlatano”. Meno male che lui si è sempre contraddistinto per spirito pio e sincero. Non ci resta che credergli.

Mafiosi si nasce, e io…Tacqui.

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di Jessica Proni

ciancimino_jr_tribunale_NC’era una persona che pressava Riina e che lo costringeva a continuare le stragi, un grande architetto che voleva che la strategia operata da Cosa Nostra continuasse anche dopo la strage di via d’Amelio, qualcuno di potente che dall’oscurità muoveva le fila del capo dei capi.
È questo il motivo principale che spinse il suo alleato di sempre a pattuire la consegna del boss con i carabinieri. Con Riina fuori dalla scena Provenzano avrebbe potuto cambiare la strategia di Cosa Nostra e gestirla impunitamente senza più il clamore dei colpi di pistola e senza più inutili morti.
15 gennaio 1993- Riina viene arrestato, ma non ne viene perquisito il covo. Accordo questo tra i carabinieri, Provenzano e un certo Ciancimino che dal carcere accorda tutti.

Ciancimino era l’ex sindaco di Palermo e quella che sembra la pagina di un romanzo giallo ambientato nell’Italia dei primi anni Novanta, altro non sono che le rivelazioni che il figlio di Ciancimino,in qualità di testimone di giustizia, fa dall’aula bunker del carcere di Ucciardone nel processo che vede coinvolti il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Provenzano.

Del giallo c’è tutto: le stragi, i morti, i tradimenti, misteri irrisolti di cui anche i più vicini all’organizzazione conoscono poco o nulla e, chiaramente, come potevano mancare i coinvolgimenti tra uomini d’onore e uomini di potere…

Dopo la cattura di Totò Riina la mafia non scompare, non va in vacanza, smette solo di fare rumore. Troppe erano state le perdite dall’una e dall’altra parte e Provenzano, che d’ora in poi tiene le fila di Cosa Nostra, preferisce trattare, accordarsi, usare la strada della diplomazia tra Mafia e Stato.

Politica e Mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo” (Paolo Borsellino).
In aula anche in quest’occasione come in moltissime altre ormai, si sono fatti tanti nomi che hanno permesso a Provenzano di vivere libero per quarant’anni, nomi di persone immerse nel tessuto del legale, insospettabili, politici, imprenditori e rappresentati delle forze dell’ordine. Senza i giusti agganci la latitanza del boss non avrebbe avuto così grande successo.
Ripetere i nomi dei soliti o dei nuovi coinvolti nelle varie indagini non ha senso, non ha senso sapere che ruolo occupano, dove sono e che fanno. Una cosa è certe però: l’Italia è questa e se continuiamo a farci governare da mafiosi e delinquenti è parecchio difficile che cambi.

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di Carmine Gazzanni
Pochi giorni fa, l’articolo “Cosa Nostra, cosa italiana” cercava di sottolineare gli oggettivi rapporti che ci sono stati tra mafia e forze dell’ordine; oggi vogliamo spingerci oltre, andare più in là del “trait-d’union” e giungere alla meta che la mafia, a suo tempo, si è prefissa e che, ormai è più che una semplice probabilità, ha effettivamente raggiunto. Ciò è testimoniato da diverse “questioni” (oggetto di indagini), i cui protagonisti sono uomini che ancora oggi (e forse proprio per quello…) sono sulla scena politica. E tra questi c’è anche Lui, il Nano-magnate che non deve chiedere mai (perchè sono gli altri a chiedere). Sappiamo, infatti, oggi di una “relazione epistolare” tra Provenzano, al tempo massimo capo di Cosa Nostra, e Silvio Berlusconi, che tutti noi conosciamo bene!!!
Oggi noi sappiamo che furono ben tre le lettere che Provenzano inviò a Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi. Leggi il resto di questo articolo »
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La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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