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Articoli marcati con tag ‘pedofilia’

Carmine Gazzanni

Pochi giorni fa una grande manifestazione a Roma contro la pedofilia, una mobilitazione che non intende fermarsi e mira al lancio di una petizione che chieda all’Onu di riconoscere l’abuso sessuale sistematico sui bambini come un crimine contro l’umanità. Insomma, siamo solo all’inizio.

Ma, come ribadito anche ieri, i casi di “pedofilia pretesca”, nonostante questa mobilitazione e nonostante un maggiore risalto mediatico (che per la verità sta andando a scemare), non accennano a diminuire. Abbiamo parlato del processo in corso a San Diego in California: 150 persone vittime di preti cattolici che puntualmente venivano spostati da una parte all’altra, da una diocesi all’altra per insabbiare la vicenda.

Una “pratica”, come molti sapranno, che d’altronde è assai diffusa nel’ “ambiente”. Allora vale la pena soffermarsi sul modo di funzionare della Chiesa Cattolica, penetrare l’enigma della mentalità clericale per orientarsi in questo marasma della pedofilia. La chiesa come istituzione divina si ritiene santa, al di sopra di tutto e normatrice di ogni istituzione terrena, autosufficiente ed indipendente da quanto le è esterno. La sua santità, quindi, va assolutamente difesa: atti criminosi (vedi la pedofilia) che potrebbero originare scandalo vanno coperti e risolti al proprio interno. Ne risulta, necessariamente e inevitabilmente, una mentalità chiusa, difensiva, timorosa e sospettosa d’ogni intervento esterno, che genera, forse anche “a fin di bene”, un comportamento di “santa omertà”.

E chi è che dice questo? Di certo non noi che non abbiamo alcuna autorità in merito. Ce lo dice la storia.
Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi è realtà storica infatti: un papa, per la precisione Leone X, emanò la Taxa Camerae, un documento vergognoso che prometteva il perdono in cambio di denaro. (la cosiddetta “simonia”, pratica condannata – ufficialmente – dalla Chiesa). Leggiamo allora il secondo dei 35 articoli di cui si compone la Taxa: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi“. Correva l’anno 1517. E la Chiesa già sapeva, eccome se sapeva.

I tempi passano, ma il discorso (e i vizi) non cambia. Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis, documento ancora oggi valido: è il vademecum che è stato sempre seguito nei casi di pedofilia clericale, anche quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni. Tale documento, essenzialmente, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, tradotto: “da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento“.

Innanzitutto, il documento provvede a porre sullo stesso piano violentatore e violentato, semplicemente perché la condanna è all’atto stesso, a prescindere da come questo sia avvenuto (se ci sono state violenze ad esempio). E questo perché, si legge nel Crimen, tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus, cioè “con” il bambino, non “contro“.

L’aspetto ancora più importante da sottolineare, oltreché sconcertante, è che, in tutti i 74 articoli di cui il documento è composto, si insiste sempre sulla segretezza. Ciò che conta è celare, nascondere, non far sapere: “se per caso capiti loro (ai vescovi, ndr) di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo” (art.4)
E se invece c’è una denuncia al vescovo? Anche in questo caso segretezza. Viene fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata. Segreto che deve essere mantenuto anche dalla vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni“. (art.13). Ci sono, addirittura, formule precise da seguire riportate nel Crimen: “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento“.

Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede (al cui capo è stato anche Ratzinger; per questo oggi risulta essere uno di quelli che “nascondeva”). In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Essenzialmente perchè a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficienti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato“. Domanda: chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano, il vescovo, che, come è capitato sempre, ricorrerà alla possibilità di insabbiare tutto trasferendo il buon sacerdote.

Ora, tuttavia, le notizie ed i casi stanno uscendo e, allora, a muoversi contro la pedofilia dei sacerdoti è la giustizia ordinaria che sta anche analizzando il modo di operare (nel passato e nel presente) dei tribunali diocesani. “La punizione è giustizia per l’ingiusto”, diceva Sant’Agostino. Speriamo sia così, per la dignità di tutte quelle persone che solo alcuni giorni fa sfilavano a Roma chiedendo poprio giustizia, e che sia innanzitutto terrena.

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di Carmine Gazzanni

Anche a Roma sono arrivate le manifestazioni contro i preti pedofili, contro quella che è stata definita “pedofilia pretesca”. Sono venuti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi, Australia ed altri otto paesi per dire “basta”. Presenti anche alcuni italiani, di Verona e Francesco Zanardi, di Savona, in sciopero della fame da 11 giorni contro il vescovo della sua città, monsignor Vittorio Lupi, perché “provveda a denunciare i preti pedofili”. Molti sono stati anche i cartelli esposti, tutti eloquenti: “Giù le mani dai bambini”, “Chiesa senza abusi”, “Il Papa protegge i preti pedofili”.
Questo di ritrovarsi a Roma è un passo importante per le famiglia vittime di pedofilia da parte di sacerdoti. Ma non è finita qui. I presenti hanno già in mente prossime “mosse”:  il lancio di una petizione che chieda all’Onu di riconoscere l’abuso sessuale sistematico sui bambini come un crimine contro l’umanità. L’articolo 7 del Trattato Onu che istituisce la Corte Penale internazionale definisce un crimine contro l’umanità come “un atto commesso nell’ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili”.

Infatti la situazione, sebbene se ne parli sempre meno, rimane profondamente drammatica. Soltanto una settimana fa (venerdì 22 ottobre), ad esempio, il giudice della Corte Suprema di San Diego, che sta analizzando le circa 10.000 pagine di documenti interni e riservati della diocesi, forniti dagli avvocati di 150 persone vittime dei preti cattolici della diocesi stessa, ha reso pubblica tutta questa documentazione.
I file stando a quanto rivelato da “Giornalettismo”, sembrano evidenziare come la diocesi sapesse, conoscesse e coprisse la condotta criminale dei suoi sacerdoti da decenni. Prima che qualsiasi notizia fosse stata resa pubblica dalle stesse vittime. I sacerdoti copevoli, come purtroppo molto spesso accade in questi casi, venivano trasferiti da una diocesi ad un’altra per celare la sua ignobile condotta. “Invitiamo tutti i cattolici e tutti i membri della comunità a leggere questi documenti” – dice Antony De Marco, l’ex giudice che si occupava della vicenda – “Questi documenti dimostrano anni e anni, decenni di abusi perpetrati ai danni di bambini di questa comunità. Fin quando la comunità non vedrà questi documenti e conoscerà il loro contenuto e la loro gravità, questo dramma non si potrà mai dire concluso“.
E secondo lo stesso De Marco, ci sono anche sacerdoti che, sebbene i fatti risalgano ad un decennio fa, ancora praticano sacerdozio attivo. Un caso, poi, rivela risvolti ancora più struggenti: nei documenti compare un nome, Luis Eugenio de Francisco, originario della Colombia. Oggi noi sappiamo che la polizia stava indagando sul prete colombiano per aver abusato di alcuni bambini. Ma ecco l’intervento della diocesi, che convinse gli investigatori ad abbandonare il caso se il prete fosse ritornato subito alla sua diocesi colombiana senza più mettere piede negli Stati Uniti: “ai primi di agosto del 1963, il sacerdote è stato messo agli arresti da parte della polizia civile del Comune di San Diego per violazione del Codice Penale dello Stato“ – scriveva l’allora vescovo Charles F. Buddy alla diocesi colombiana di Cali – “Al momento c’è un accordo tra questa Curia e le autorità civili di San Diego, per il quale se egli lascerà gli Stati Uniti con la promessa di non tornare mai, le accuse verranno accantonate dalle legge civile“.

E questo, come sappiamo, è solo l’ultimo di una sequela impressionante di casi, condanne, verità che fa impallidire. Ma intanto il Vaticano, con un tattica molto fine (perché di vera e propria “tattica politica” stiamo parlando), cerca di coprire il tutto. O meglio: copre mistificando un’altra categoria, portando molto spesso la società a scagliarsi contro di questa. Proprio per le parole di “Eminenze” tenute (forse troppo) in considerazione. Stiamo parlando, chiaramente, dei gay, degli omosessuali tanto offesi, insultati, bistrattati in questo periodo. Sono molti i sociologi, gli psicologi, i giornalisti ad essere convinti che non si tratta assolutamente di un caso se, proprio negli ultimi anni in cui sono venute alla luce tristi episodi di “pedofilia pretesca”, le parole, le dichiarazioni, le affermazioni del Vaticano contro gli omosessuali sono diventate sempre più forti, più dure, più da “Inquisizione.
Basti pensare alle parole del Monsignor Babini a tal proposito (“Tutti sanno che si procrea solo tra esseri di sesso differenti. La pratica della omosessualità è un attentato al genere umano e mira all’estinzione della razza umana […] Questa perversa pratica è voluta dal Maligno, allontana l’umanità dalla verità e genera perversione e disgusto”); o a quelle del noto psichiatra Francesco Bruno, il quale dichiarò (gennaio 2010) che gli omosessuali sono dei “disturbati“, dei “patologicamente diversi“, dei membri di una di quelle lobbies che reggono il mondo e a cui “se ti opponi ti menano“; o agli articoli di Carlo Di Pietro, uno dei “giornalisti” di spicco del quotidiano on-line “Pontifex”: “Questo è sbagliato, moralmente scorretto e l’Ordine dei Medici, degli Psichiatri, la Cei, la Congregazione per la Dottrina della Fede, il telefono Azzurro e tutti gli organi preposti alla tutela dei minori, dovrebbero denunciare quotidianamente queste posizioni. E’ moralmente ingiusto e scorretto indurre i giovanissimi al peccato e promuovere nelle loro menti una finta idea di normalità, è forviante, deviante, anti crisitiano ed è reato!!!”.

Addirittura reato? E la pedofilia? Non si dirà, a questo punto, che sia “preferibile” la pedofilia all’omosessualità? Già fatto. Ecco cosa disse ancora una volta Monsignor Babini: “questi ex preti che devono essere ridotti allo stato laicale e cacciati, meritano, salva la misericordia di Dio, di finire la loro vita all’ Inferno che li aspetta. La omosessualità in un prete, se tradotta in pratica depravata, é addirittura più grave della pedofilia, si tratta di uomini viziosi e perversi, che si sono abbandonati a oscene pratiche contro natura”. Dunque, come dicevamo, meglio pedofili che gay. Alleluia!

Ma alcune domande rimangono insolute: come mai i sacerdoti non vengono condannati o, se questo accade, comunque bisogna aspettare – è il caso di dirlo – tempi biblici? Perché tanto accanimento contro i gay in difesa dei pedofili? C’è un interesse ancora più forte? E in Italia? Qual è la situazione italiana? Molte domande rimarranno tali, senza alcuna risposta. Ma domani qualche dato, qualche episodio, qualche delucidazione potrebbe servire a chiarire maggiormente la questione. A domani …

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di Carmine Gazzanni

preti_400Passano i giorni e sembra che le acque per il Vaticano diventino sempre più nere e intorbidite. E di certo Pontifex, il blog di informazione cattolica, non aiuta a migliorare la situazione. Alcuni giorni fa pubblicava l’intervista a monsignor Babini che ha affermato che lo scandalo pedofilia sui media non è altro che “un attacco sionista, vista la potenza e la raffinatezza: loro non vogliono la Chiesa, ne sono nemici naturali. In fondo, storicamente parlando, i giudei sono deicidi“, provocando lo sgomento, più che giustificato, della Comunità Ebraica. Ma questo, si vede, era solo un assaggio delle “capacità” di Pontifex. Oggi, infatti, compare sul sito cattolico un altro articolo che lascia attoniti.

Adesso basta: gli omosessuali devono smetterla di discriminare gli eterosessuali. Diffondono idee sbagliate ed inducono i giovani all’errore. Parla la Dottrina, la Medicina e la Cronaca. Vanno denunciati!”, titola Carlo Di Pietro che, nell’articolo, elenca una serie di questioni che dovrebbero dimostrare non si sa bene cosa, e di cui è “cosa buona e giusta” parlare.

Tutti sanno che si procrea solo tra esseri di sesso differenti. La pratica della omosessualità è un attentato al genere umano e mira all’estinzione della razza umana […] Questa perversa pratica è voluta dal Maligno, allontana l’umanità dalla verità e genera perversione e disgusto”. E, a supporto di queste parole, inspiegabilmente, Pontifex ripropone anche la delirante intervista a Francesco Bruno risalente a più di due mesi fa  (29 gennaio 2010) in cui il noto psichiatra, sostiene che gli omosessuali siano dei “disturbati“, dei “patologicamente diversi“, dei membri di una di quelle lobbies che reggono il mondo e a cui “se ti opponi ti menano“.

Alcune osservazioni. Ecco cosa scriveva, a proposito dell’omosessualità, la rivista Focus qualche anno fa: “Nessuno scienziato oggi potrebbe definire “contro natura” l’omosessualità. Semplicemente perché in natura esiste. È diffusa tra molti animali, dagli insetti ai cani”. E’ interessante questo perché Carlo Di Pietro chiama in causa nel suo titolo anche la “Medicina” che dovrebbe illuminare e dimostrare che l’omosessualità è una malattia. L’apporto della scienza nell’articolo, tuttavia, è nullo: non c’è alcun riferimento alla medicina (sebbene questo si dica nel titolo). Ed è normale che sia così perché, come detto anche prima, oggi tutta la scienza è concorde nel ritenere che l’omosessualità non è affatto contro natura, anzi: sono molti gli studi che rivelano che c’è un legame anche genetico. Il ricercatore americano Dean Hamer, studiando l’albero genealogico di 114 maschi omosessuali, ha accertato che il 13,5% dei loro fratelli era gay. Lo era anche il 7,5% dei cugini maschi e degli zii da parte di madre. Una percentuale molto superiore a quella della media della popolazione. L’incidenza nella famiglia paterna è risultata nella media. Conclusione: l’omosessualità può avere nel 30% dei casi una base genetica, ed essere erditaria, anche se solo per via materna.

Ma non è finita qui. Alla denuncia segue la richiesta di impegno delle istituzioni. Impegno che il giornalista chiede a gran voce: “Questo è sbagliato, moralmente scorretto e l’Ordine dei Medici, degli Psichiatri, la Cei, la Congregazione per la Dottrina della Fede, il telefono Azzurro e tutti gli organi preposti alla tutela dei minori, dovrebbero denunciare quotidianamente queste posizioni. E’ moralmente ingiusto e scorretto indurre i giovanissimi al peccato e promuovere nelle loro menti una finta idea di normalità, è forviante, deviante, anti crisitiano ed è reato!!!!”.

Ed è a questo punto che sorge una domanda legittima: tutti questi organi dovrebbero denunciare qualcosa di infondato (si dice nell’articolo che gli omosessuali plagiano le menti dei ragazzi) e invece fare silenzio su qualcosa di ben più grave come gli svariati episodi di pedofilia che coinvolgono diversi sacerdoti? Siamo all’assurdo.

Come ha scritto Vania Lucia Gaito su Il Fatto quotidiano (6 aprile) “tra arrestati, indagati e condannati sono circa 130 i casi di sacerdoti coinvolti in reati legati alla pedofilia”. E alcuni di questi episodi fanno davvero rabbrividire. Si va da Don Ruggero Conti che attirava il ragazzo che frequentava i locali della parrocchia in altre stanze e qui costretto a soggiacere ai desideri del sacerdote. In cambio alcuni potevano avere piccole somme, dai 10 ai 30 euro, o anche altro, come capi d’abbigliamento. A don Marco Cerullo, arrestato nelle campagne tra Villa Literno e Casal di Principe nel dicembre del 2007, mentre era in macchina con un bambino di 11 anni e lo costringeva a un rapporto orale. Ancora. In Lombardia lo stesso dramma ha colpito una bambina in un convento di suore. Racconta Simona: “Ho ricevuto avance esplicite da una monaca e, quando ne ho parlato, la mia famiglia s’è infuriata. Volevamo andare dai carabinieri, poi è intervenuto il vescovo: disse che sarebbe stato meglio risolvere la faccenda all’interno e che ci avrebbe pensato Dio a punire i colpevoli“. C’è il caso di Marco Marchese, che voleva fare il sacerdote. “Accadde una domenica pomeriggio. Era dicembre, e fuori pioveva. In genere, nei pomeriggi di domenica, si giocava a calcetto nel cortile del seminario. Invece quella volta don Bruno venne da me e mi invitò nella sua camera a riposare. Accadeva spesso che noi ragazzi entrassimo nelle camere degli assistenti. Magari per fare due chiacchiere. Invece quel pomeriggio lui mi spogliò, mi baciò, e poi… poi abusò di me. Dopo lui andò in bagno. Quando tornò mi chiese solo: ‘Ti sei sporcato?’. Mi diceva di non preoccuparmi, che non c’era nulla di male. La nostra era solo un’amicizia, un’amicizia particolare, ecco. Così mi diceva. E io gli credevo. Non avevo mai avuto esperienze sessuali, e gli credevo. Mi diceva che era normale, che era giusto. Mi diceva anche che non dovevo dirlo a nessuno, perché avrei suscitato invidie, gelosie. E io non lo dissi a nessuno. Neanche quando l’abuso si ripeté. E poi si ripeté ancora, e ancora. Soprattutto quando pioveva. Veniva a chiamarmi e io andavo da lui”.

Non è finita qui. Già perché Di Carlo non si accontenta dell’intervento delle sopraccitate istituzioni, ma vuole di più: “Per non parlare, poi, dei milioni di gay adescatori di minori e che, con i loro modi di fare buonisti, li introducono al dramma della malattia omosessuale. Anche questo è un grave reato! Intervenga la magistratura”. E’ doveroso, allora, tenere a mente anche un altro particolare in questo parallelo omosessualità – pedofilia “sacerdotale”. Mentre gli uni risponderebbero alla giustizia ordinaria, gli altri affrontano la giustizia diocesana, ergo il loro stesso vescovo o comunque il loro diretto superiore. E, come è scritto nel Crimen Sollicitationis, il documento che prescrive cosa fare nel caso un prete sia accusato di pedofilia, “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo” (art.4).

Conclude Di Pietro: “Adesso basta! Le lobby omosessuali devono smetterla di discriminare gli eterosessuali. Loro non sono certo migliori di noi”. Beh, Cristo non mi pare parlasse dei “migliori”! Ne parlava Hitler semmai! Vero spirito cristiano allora. Complimenti!!!!!

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di Carmine Gazzanni

03084420_alta-largePassano i giorni, ma sembra che le acque per il Vaticano diventino sempre più nere e intorbidite. E, pare, non se ne esca. Padre Federico Lombardi continua a parlare di tentativi accaniti di “coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi“, ma pochi sono quelli che ci credono. E non per posizione presa, ma perché i fatti parlano da soli. Aumentano i casi, e le responsabilità stanno varcando le mura vaticane per colpire lo stesso papa, ritenuto colpevole d’aver favorito un prete pedofilo quando era arcivescovo di Monaco e mal gestito il problema come presidente dell’ex Sant’Uffizio.

Tuttavia, più che ricercare casi e notizie, o meglio prima di fare questo, vale la pena soffermarsi sul modo di funzionare della Chiesa Cattolica, penetrare l’enigma della mentalità clericale per orientarsi in questo marasma della pedofilia. La chiesa come istituzione divina si ritiene santa, al di sopra di tutto e normatrice di ogni istituzione terrena, autosufficiente ed indipendente da quanto le è esterno. La sua santità, quindi, va assolutamente difesa: atti criminosi (vedi la pedofilia) che potrebbero originare scandalo vanno coperti e risolti al proprio interno. Ne risulta, necessariamente e inevitabilmente, una mentalità chiusa, difensiva, timorosa e sospettosa d’ogni intervento esterno, che genera, forse anche “a fin di bene”, un comportamento di “santa omertà”.

E chi è che dice questo? Di certo non io, non ho alcuna autorità per fare questo. Ce lo dice la storia.
Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi è realtà storica infatti: un papa, per la precisione Leone X, emanò la Taxa Camerae, un documento vergognoso che promette il perdono in cambio di denaro ( tutti sanno che la simonia è autentico atteggiamento cristiano…).
Leggiamo allora il secondo dei 35 articoli di cui si compone la Taxa: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi“. Correva l’anno 1517. E la Chiesa già sapeva, eccome se sapeva.

Non c’è, tuttavia, bisogno di andare così lontano. Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis, ancora oggi più che valido: è il vademecum che è stato sempre seguito nei casi di pedofilia clericale, anche quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni. Tale documento, essenzialmente, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, tradotto: “da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento“.

In pratica il Crimen stabiliva che fare se veniva fuori la notizia di un prete pedofilo. Innanzitutto, il processo al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Altra prerogativa importante riportata nel documento è quella di porre sullo stesso piano violentatore e violentato, semplicemente perché la condanna è all’atto stesso, a prescindere da come questo sia avvenuto (se ci sono state violenze ad esempio). E questo perché, si legge nel Crimen, tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus“, cioè “con” il bambino, non “contro“.

L’aspetto ancora più importante da sottolineare, oltreché sconcertante, è che, in tutti i 74 articoli di cui il documento è composto, si insiste sempre sulla segretezza. Ciò che conta è celare, nascondere, non far sapere: non c’è nulla che impedisca ai vescovi “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo …” (art.4)
E se invece c’è una denuncia al vescovo? Anche in questo caso segretezza. Viene fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata. Segreto che deve essere mantenuto anche dalla vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni“. (art.13). Ci sono, addirittura, formule precise da seguire riportate nel Crimen: “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento“.

Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede (al cui capo è stato anche Ratzinger; per questo oggi risulta essere coinvolto). In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Essenzialmente perchè a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficienti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato“. Domanda: chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano, il vescovo, che, come è capitato sempre, ricorrerà alla possibilità di insabbiare tutto trasferendo il buon sacerdote.

Questo, dunque, è il modo di trattare situazioni poco piacevoli da parte della Nostra Madre  Chiesa: nascondere, nascondere, nascondere. E intanto le vittime diventano migliaia.
Sant’Agosino diceva: “La punizione è giustizia per l’ingiusto”. E si sa, Sant’Agostino era un famoso blasfemo eretico!

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di Carmine Gazzanni

23604_1318430574613_1646240409_763990_5642029_nC’è una responsabilità specifica del mondo ecclesiastico. La Chiesa dovrebbe essere la più alta autorità morale ed educativa, che predica dai pulpiti delle proprie cattedrali la purezza come principio supremo del sacerdozio. Tuttavia, si predica (più o meno) bene e si razzola male. In questo periodo, infatti, veniamo a conoscenza di scandali che definirli assurdi sarebbe un eufemismo: abusi su abusi da parte di prelati che poi vengono spostati di qua e di là per non dare nell’occhio. Il tutto nel silenzio più assoluto: l’importante è non far sfigurare l’istituzione. I bambini che hanno subito gli abusi? Ma chi se ne frega!!! Vero spirito cristiano!

E allora veniamo a sapere che, il 7 marzo, John Magee, segretario privato di ben tre papi (Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II,che lo nominò anche Maestro di cerimonie pontificie), è stato costretto ieri a dimettersi, travolto da un’inchiesta su presunti casi di pedofilia in Irlanda.

Ma anche la Germania non è da meno. Qui lo scandalo parte da una scuola, una delle più prestigiose della Germania, nella quale “si formano i leader“. La scuola si chiama Canisius College, si trova a Berlino ed è gestita dai gesuiti. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio di quest’anno, nel più assordante silenzio dei media italiani (chissà perché), una ventina di ex studenti hanno rivelato di essere stati vittime di sistematici abusi sessuali da parte dei sacerdoti dell’istituto. I sacerdoti accusati sono due, Peter Riedel e Wolfgang Stab, che hanno lasciato la scuola già da diversi anni, perché nel frattempo hanno fatto carriera. E’ interessante come i due hanno reagito.  Peter Riedel, che nel 1986 fu aggredito con un coltello da una delle sue vittime che in seguito si tolse la vita, non ha mai ammesso gli abusi. Tuttavia le accuse contro di lui sono pesantissime. Una delle vittime ha raccontato, tra l’altro, di un abuso avvenuto in uno scantinato nel giardino della scuola: padre Riedel lo aveva portato dentro e gli aveva ordinato di masturbarsi davanti a lui. Stab ha invece ammesso gli abusi. E non solo. Ha affermato di aver informato fin dal 1991 le autorità cattoliche tedesche dei propri crimini: 19 anni di abusi sistematici su bambini affidati alle sue cure. I vertici della scuola gesuitica, ovviamente, forse perché nel frattempo immersi in litanie, sono caduti dalle nuvole.
Ma, intanto, le denunce si moltiplicavano finchè la Conferenza Episcopale tedesca è stata costretta a prendere provvedimenti, incaricando il vescovo di Treviri, monsignor Stephan Ackermann, di aprire una sistematica inchiesta nei ranghi della Chiesa stessa e delle scuole religiose per fare luce su ogni caso di abuso e molestia sessuale. E indovinate un po’ dove si arriva? A Ratisbona. ll vescovo qui ha ammesso infatti che sono stati commessi abusi sessuali nell’ambiente del famosissimo coro di ragazzi di Ratisbona all’epoca in cui esso era diretto da George Ratzinger, fratello di Papa Benedetto XVI, che logicamente ha dichiarato di non saperne nulla. Vero spirito cristiano.

E arriviamo agli Stati Uniti. La vicenda riguarda il reverendo Lawrence C. Murphy, che aveva lavorato nella scuola dal 1950 al 1974 e che detiene il “record” di aver violentato circa 200 bambini sordi di una scuola del Wisconsin. Padre Murphy sembrava un uomo eccezionale: I genitori dei bambini lo adoravano e descrivevano la messa celebrata da padre Murphy come un grande evento spirituale. Il suo lato oscuro forse non sarebbe mai stato conosciuto se tre delle sue vittime, dopo aver lasciato la scuola, non si fossero raccontate l’un l’altro quello che avevano subito. E allora, nel 1974, un ragazzo accusò Murphy di abusi, ma Murphy, insieme ad un altro insegnante della scuola, si presentò alla polizia sostenendo che il ragazzo fosse mentalmente disturbato, e il caso fu archiviato permettendo a Murphy di continuare con i suoi religiosi abusi, fino al 1994, anno della sua morte.
Intanto le accuse continuavano ad arrivare. Insediatosi a Milwaukee il nuovo arcivescovo Weakland si era trovato per le mani questa patata bollente di Murphy. E allora l’arcivescovo scrisse al cardinale Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ma risposta non arrivò. Soltanto tempo dopo rispose il Cardinal Bertone, sempre a nome della Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui chiedeva di istruire i processi come previsto dal “Crimen sollicitationis”, in pratica in segretezza assoluta. Pertanto, secondo quanto si legge, padre Murphy non ricevette mai alcuna punizione o sanzione e fu trasferito in segreto in alcune parrocchie e scuole cattoliche, prima di morire nel 1998. Il tutto per via di quel silenzio “istituzionale” voluto e controfirmato da Ratzinger prima (non rispondendo mai alla lettera dell’arcivescovo) e da Bertone poi.  Comportamento da veri cristiani, insomma.

Duecento bambini abusati contano molto meno di un sacerdote dunque. E’ legittimo, pertanto, che questo continui a trascorrere beatamente la propria vita fino alla fine.
Insomma, di due l’una: o sbagliava Cristo oppure questa Chiesa è farcita di uomini che, standosene nelle loro belle cattedrali, pensano di poter fare tutto ciò che vogliono: anche molestare un bambino. La chiesa al posto del carcere, dunque.
La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è la seguente: c’è qualcuno che può definirsi davvero cristiano nell’istituzione “chiesa” se poi si fa sempre di tutto per celare, nascondere, sovvertire, insomma per salvarsi la faccia (e  pararsi il culo)? L’apparire sull’essere. Vero spirito cristiano. Il tutto a danno dei “pargoli” di cristiana memoria.

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Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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