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Articoli marcati con tag ‘‘ndrangheta’

di Carmine Gazzanni

da: www.infiltrato.it

Portatile sparito. Valigia piena di atti processuali sparita. E’ quanto accaduto pochi giorni fa ad Emiliano Morrone (che per la prima volta, a noi, parla pubblicamente della sua vicenda), giornalista antimafia e scrittore impegnato per l’emancipazione del sud: uscito dalla sua casa di Roma verso le 21.15, quando torna (23.55) non trova più nulla. O meglio, nulla di tutto il materiale che Emiliano utilizza per le sue inchieste. Casualità? Un particolare non da poco ci fornisce una risposta alla domanda: sparisce il computer 24 pollici (personale di Emiliano), più ingombrante e di certo di minor valore rispetto all’ultimo modello della Apple 17 pollici presente in casa (computer non di Emiliano).

Le indagini sono ancora in corso, ma lo stesso Emiliano ci dice di “non escludere alcuna possibilità”… CONTINUA

GUARDA L’INTERVISTA VIDEO AD EMILIANO MORRONE

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di Carmine Gazzanni

Forse è inutile sperare nel tanto agognato cambiamento sebbene da tutte le parti pure ci se ne riempie la bocca. La prassi, infatti, è sempre più veritiera della teoria, la sbugiarda drammaticamente nel caso questa si mostra in tutta la sua evidenza. E’ il caso di Fondi, cittadina in provincia di Latina, che, come sappiamo, si è distinta per manifeste collusioni tra membri della giunta comunale ed esponenti di cosche mafiose. Si è andati alle elezioni dopo che il Consiglio si era dimesso; cosa sarà accaduto? Assolutamente nulla. Nessun cambiamento. Cerchiamo, allora, di ricapitolare le ultime vicende per capire meglio le attuali.

L’economia locale a Fondi è fortemente legata alla produzione e alla distribuzione dei prodotti agricoli, tanto che Fondi è sede del secondo centro di distribuzione agroalimentare all’ingrosso d’Europa (M.O.F.), secondo solo a quello di Parigi, che movimenta circa 1,15 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli all’anno. Ed è proprio per questo che da tempo questa (apparente) tranquilla cittadina ha attirato a sé gli occhi e gli interessi delle organizzazioni mafiose.

Nel 2005 c’è stato un primo procedimento, denominato Damasco1, che svelò con chiarezza che in provincia di Latina la corruzione abitava (e abita tuttora) nei palazzi del potere e veste i panni della politica, sempre pronta a siglare affari con il crimine organizzato.
Il 21 settembre 2007 il pubblico ministero della Dda Diana De Martino dispose un nuovo procedimento penale contro Riccardo Izzi (consigliere di Forza Italia, ex assessore ai lavori pubblici nel comune di Fondi), Romolo Del Balzo e Massimo Di Fazio: i reati ipotizzati erano l’associazione per delinquere di stampo mafioso, l’abuso d’ufficio e la concussione. Lo stesso Riccardo Izzi, poco dopo, fu vittima di un duplice attentato incendiario alla sua autovettura. Izzi venne immediatamente interrogato dai Carabinieri: inizialmente non rivelò nulla, salvo ritrattare il giorno dopo e confessare che, nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale  del 28 maggio 2006, aveva preso voti da organizzazioni criminali: “Se qualcuno pensa di trovare a Fondi i segni della Lupara si sbaglia di grosso. Perché la quinta mafia, così chiamano l’intreccio d’interessi tra ‘ndrangheta e camorra, è qui per investire e per farlo ha bisogno di tranquillità. Due le attrazioni che spingono questa nuova mafia a riciclare il denaro sporco nel Basso Lazio. Il mercato immobiliare che, grazie al turismo è in forte espansione, e il Mof, il mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei più grandi d’Europa”.
L’aria a Fondi si faceva sempre più incandescente e il perfetto di Latina, il dott. Bruno Frattasi, visto il grave pericolo di infiltrazioni mafiose all’interno del Consiglio Comunale di Fondi, l’11 febbraio 2008 insediò una Commissione di Accesso che, dopo alcuni mesi di lavoro, accertò ciò che Riccardo Izzi aveva sostenuto, e cioè che l’amministrazione comunale di Fondi era collusa con una famiglia mafiosa ritenuta la cassaforte dell’usura del basso Lazio.

Arriviamo all’otto settembre del 2008: sulla base della relazione della Commissione di Accesso, Frattasi spedisce al ministro dell’Interno Roberto Maroni una propria relazione segreta sulla presenza della Camorra e dell’Ndrangheta a Fondi, con la richiesta di scioglimento immediato del comune per infiltrazione mafiosa. Il prefetto Frattasi, però, incontra degli scogli, in particolare nella persona del senatore Claudio Fazzone,  senatore della Repubblica, potentissimo cavallo di razza del PDL, cresciuto facendo da portaborse a Nicola Mancino e che ora controlla un patrimonio di circa 50.000 voti nel Lazio. Addirittura Fazzone invoca una commissione che indaghi sul suo operato: “Credo nelle istituzioni, ma ho ragione di dubitare su quanto accaduto con la Commissione d’Accesso a Fondi. Frattasi, che contesta agli altri di non saper amministrare, da commissario del Comune di Gaeta ha redatto bilanci contestati dalla Corte dei Conti. Tutti possiamo sbagliare, ma non si danno lezioni agli altri, come fa il prefetto”. Si schiera contro Frattasi anche il presidente della provincia, Armando Cusani, anche lui in quota Pdl: “la mafia a Fondi non esiste”.
Intanto, però, si aggiungono indagini su indagini: il 6 luglio 2009 la città di Fondi viene travolta da un’altra indagine della Dia di Roma con il supporto dei Carabinieri di Latina, denominata Damasco2, che porta all’arresto di 17 persone per associazione di stampo mafioso, abuso di ufficio, corruzione e falso. Tra gli arrestati, i fratelli Carmine e Venanzio Tripodo, esponenti legati a clan della ‘Ndrangheta, alcuni dirigenti comunali e l’ex assessore di Forza Italia Riccardo Izzi.

E mentre va via via mostrandosi un saldo rapporto politica-mafia, il Governo pensa ad altro e, presumibilmente, ad altri, tergiversando sul caso “Fondi”. Il 2 ottobre 2009, proprio la mattina in cui il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto prendere la decisione definitiva sullo scioglimento della giunta di Fondi, arriva una notizia inaspettata. Un anno e 25 giorni dopo la richiesta di scioglimento del prefetto di Latina per infiltrazioni mafiose (respinta per ben due volte dal Consiglio dei Ministri), la maggioranza di centrodestra di Fondi decide di rassegnare le dimissioni, prendendo letteralmente in contropiede il governo. Domanda: perché? Le dichiarazioni che seguono aiutano a farci un’idea:  “E’ un escamotage per potersi ricandidare” (Cgil); “È una mossa mafiosa che serve a evitare lo scioglimento di un comune mafioso” (Pedica); “Se si sono dimessi, significa che il marcio c’era” (Franceschini). C’è, infatti, una profonda differenza tra il dimettersi e l’essere sciolti. Se ci si dimette, si può essere ricandidati; se la Giunta, invece, è sciolta per infiltrazioni mafiose, i membri di questa non possono godere di tale possibilità.

Arriviamo così ad oggi. Ci sono state le elezioni comunali poche settimane. Quale sarà stato l’esito di questa tornata elettorale? Ci sarà stato un segno di profondo rinnovamento? Ecco le risposte. Sindaco, con il 55,6% dei voti, è stato eletto Salvatore De Meo, titolare, nella precedente giunta, dell’assessorato all’Urbanistica. Lo stesso Assessorato che, si legge nella relazione del prefetto Frattasi, “ha oggettivamente agevolato interessi economici di Salvatore La Rosa, pregiudicato e già sottoposto a misure di sorveglianza speciale di P.S., considerato affiliato al clan Bellocco di Rosarno”.Tale comportamento gravemente omissivo – aggiungeva Frattasi – appare ripetuto anche nella vicenda della costruzione di 30 appartamenti” finiti nelle mani del clan camorristico dei Mallardo, posti sotto sequestro, 5 giorni prima delle elezioni, dalla magistratura. E, oltre al brillante e sempre attivo De Meo, ben altri dodici ex consiglieri sono stati, dodici membri di quella stessa ex giunta che doveva essere sciolta, ma ha scelto la strada delle dimissioni proprio per questo motivo: ricandidarsi e ritornare sulle stesse poltrone che aveva momentaneamente abbandonato qualche mese fa.
E Claudio Fazzone, il potente uomo del Pdl nella zona del basso Pontino? Lui è stato il più votato alle regionali laziali (28.817 preferenze, un terzo delle quali a Fondi) e certamente ricoprirà un importante ruolo nella Giunta regionale, assumendo così un terzo “lauto” incarico, oltre a quello di senatore e di presidente di Acqualatina, società che gestisce il servizio idrico nell’area pontina. Fazzone era più volte citato nella relazione Frattasi in quanto socio, con l’ex sindaco, Luigi Parisella, e un pregiudicato, di una srl (Sillo srl) “avvantaggiata da una variante al piano regolatore votata dallo stesso sindaco“. Insomma, Fondi ha scelto di tenersi la classe dirigente del Pdl collusa coi clan. In nome di un cambiamento che non ci sarà.

Ultima curiosità: a Fondi, in controtendenza con il resto dell’Italia, la percentuale dei votanti è aumentata81% contro il 75% del 2005 – ed ha registrato un plebiscito per la Polverini: 72,6%. Sarà un caso, ma l’alta percentuale di votanti contraddistingue sempre cittadine dove è alta la presenza mafiosa. Ma, probabilmente, è solo un caso. Alla faccia di Frattasi.

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di Carmine Gazzanni

Giovanni SpampinatoLa mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta“. D’altronde basti ricordare “le otto serie de “La piovra” […] e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto”. Berlusconi ne è convinto: se non ci fossero stati tutti questi giornalisti “farabutti” (cit. Berlusconi) sarebbe stato meglio. Molto meglio. La domanda che sorge, tuttavia, è per chi sarebbe stato meglio, chi ne avrebbe beneficiato. Logica vuole (ma forse in questo caso il condizionale sarebbe d’obbligo per alcuni) che, se si parlasse meno di mafia, a beneficiarne sarebbero i mafiosi stessi. Se io denuncio che mi ruba, è il ladro che ride, non io.

Nonostante questo, il Governo si fa vanto di interventi che avrebbero destrutturato le criminalità organizzate. Avrebbe. Qui, certo, il condizionale è d’obbligo. Almeno stando ai dati del Censis, secondo cui, addirittura, se non ci fosse stato il tasso di zavorramento mafioso annuo (2,5% del Pil del Mezzogiorno), il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord. Affari, quindi, prima di tutto. Come, infatti, ha sottolineato anche Roberto Saviano nella risposta a Berlusconi, “Il ruolo della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d’affari”: cento miliardi di euro all’anno di profitto. Inoltre l’ombra della criminalità sulle imprese non si manifesta solo in termini di mancata crescita economica, ma anche di costi per dotarsi di sistemi di sicurezza, e questi ammontano a non meno di 4,3 miliardi di euro, pari al 3,1% del fatturato complessivo delle imprese considerate nella ricerca. Inoltre, il mancato valore aggiunto avrebbe potuto generare almeno 180.000 unità di lavoro regolari annue, ossia il 5,6% di quelle utilizzate attualmente dalle imprese.

Ma agli occhi del Governo tutto si azzera, tutte le cifre si annebbiano. E allora di chi è la colpa? Ma certamente dei giornalisti che scrivono, combattono, informano. Bene. Tra questi ce ne sono molti che vivono sotto scorta (a iniziare dallo stesso Saviano). Sono tantissimi i giornalisti presi di mira da affaristi, da criminali, da prepotenti, da potentati che non potrebbero sopravvivere sotto i riflettori dell’informazione critica, sotto la lente di un giornalismo attento, curioso, esercitato con coraggio e passione civile. Nel 2009 è stato reso noto un reportage di “Ossigeno”, l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti, sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza. Sono oltre duecento i giornalisti che in Italia, fra il 2006 e il 2008, hanno ricevuto minacce e intimidazioni per la pubblicazione di notizie sulla mafia, sul terrorismo o su episodi di estremismo politico.  Il Rapporto elenca 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel 2006-2008 sui giornali o segnalati da attestazioni di solidarietà. I casi di minacce e intimidazioni individuali sono 43, altri nove riguardano intere redazioni.

Alcuni di questi giornalisti “scomodi”, addirittura, hanno trovato la morte negli anni. Hanno trovato la morte perché, al contrario di quanto pensi l’attuale Presidente del Consiglio, vittima anche lui della sua stessa logica perversa (oltreché, chiaramente, illogica!), hanno voluto raccontare, informare. Noi, allora, vogliamo ricordarne alcuni. Lo facciamo per loro, per ridare dignità a tutte le vittime offese prima dalle mafie, poi (ed è qui che sorge il problema) dalle istituzioni con Berlusconi in testa.

Il cadavere di Cosimo Cristina (5 Maggio 1960) venne trovato in una galleria ferroviaria ed archiviato quale “suicidio”. Solo dopo alcuni anni il vicequestore Angelo Mangano, divenuto in seguito famoso per l’arresto di Luciano Liggio, volle indagare richiedendo l’esumazione del cadavere per supportare la tesi che non fosse suicidio ma omicidio. Pochi giorni prima di morire Cristina pubblicò un articolo su un periodico nel quale ricostruì un delitto di mafia avvenuto a Termini Imerese.

Il 16 settembre 1970 viene prelevato sotto casa a Palermo Mauro De Mauro. Da allora scomparve nel nulla. Cronista di razza, per conto de “L’Ora” di Palermo, venne eliminato molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri. Aveva appena pubblicato una interessante inchiesta sui rapporti fra mafia e gruppi eversivi. Di recente alcuni pentiti di ‘ndrangheta affermarono che il corpo del giornalista era stato seppellito sull’Aspromonte, ma non è stato possibile a tanti anni di distanza, verificarne l’attendibilità.

Giovanni Spampinato, giornalista de “L’Ora” e “L’Unità” ad appena ventidue anni è stato ucciso il 27 ottobre 1972 mentre era impegnato a far conoscere con le sue inchieste l’intreccio di affari, trame neofasciste e malavita nella città di Ragusa. Per il suo omicidio venne condannato Roberto Cambria , figlio di un alto magistrato, allora Presidente del Tribunale di Ragusa.

Il 9 maggio 1978, nello stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, venne rinvenuto il corpo dilaniato da un esplosione di Peppino Impastato, che, pur non essendo iscritto all’albo dei giornalisti, iscrizione che gli venne tributata alla sua memoria, venne ucciso dalla mafia anche per la sua attività di denuncia condotta con “Radio Out”.

Mario Francese, cronista giudiziario de “Il Giornale di Sicilia”, venne freddato la sera del 26 gennaio 1979. Fu il primo giornalista a denunciare la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. Dopo ben 22 anni, nel 2001, sono stati condannati i componenti della cupola che decisero l’eliminazione dello scomodo giornalista: Riina, Madonna, Cagarella, Calò, Geraci, Farinella e Greco, l’intero vertice di Cosa Nostra.

Giuseppe Fava, giornalista, venne assassinato il 5 gennaio 1984 nei pressi del Teatro Bellini di Catania. Aveva fondato “I Siciliani”, un giornale aggressivo che attaccò frontalmente i grandi gestori degli appalti di Catania, in odor di mafia.

Il 25 settembre 1985 viene eliminato dai sicari della Camorra, Giancarlo Siani a soli ventisei anni. Corrispondente de “Il Mattino” di Napoli aveva denunciato alcuni traffici di Torre Annunziata. Per la sua morte sono stati condannati quali mandanti i boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta.

Il 26 settembre 1988 nelle campagne di Lenz, in provincia di Trapani, viene freddato Mauro Rostagno. Molte le ipotes, ma, alla fine, si è indagato sulla responsabilità di personaggi di mafia come Vincenzo Virga e Mariano Agate, infastiditi per le denunce che Mauro Rostagno diffondeva con la conduzione di una trasmissione televisiva in onda su una emittente privata trapanese.

L’8 gennaio 1993 cadeva sull’altare della lotta contro i poteri mafiosi Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano”La Sicilia” da Barcellona Porto di Gozzo, in provincia di Messina. Ebbe il coraggio di pubblicare i lati oscuri dei grandi appalti pubblici dell’asse Messina– Palermo.

Nove vite spezzate nel nome della veritàNove storie da non dimenticare. Viene da chiedersi: c’è qualcuno che, forse, vuole si dimentichino?

Saviano ha concluso la sua lettera affermando: “non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta”. Facciamo in modo che non sia l’unico.

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di Carmine Gazzanni

1136_126600534398814-GiuseppeScopelliti,sindacodiReggioCalabriaIeri ci siamo occupati degli eletti in Calabria nelle file del Pd. Passiamo ora a esaminare gli eletti nel Pdl e nelle altre liste a sostegno di Scopelliti, possibili assessori e consiglieri che andranno a formare la maggioranza nella giunta regionale calabrese.

Iniziamo proprio dal Presidente Scopelliti. L’ex sindaco di Reggio Calabria, infatti, ha avuto rapporto con persone poco raccomandabili. Interrogato dal pm Giuseppe Lombardo, Antonino Fiume, killer della potente cosca De Stefano, ha affermato: “Conosco Giuseppe Scopelliti, in quanto ho appoggiato politicamente lo stesso”. E Scopelliti, interrogato dallo stesso pm su quanto detto da Fiume ha risposto: “Conosco Fiume. Come tutti i ragazzi di questa città, negli anni ottanta frequentavo l’unica discoteca che c’era a Reggio, il Papirus. Era un gruppo ampio ma sempre circoscritto. Ci si conosceva un pò tutti. È stata una frequentazione estiva e casuale. Lo ricordo perché era tra quei ragazzi con cui ci si salutava e si scambiava qualche battuta. Non c’è stata nessuna frequentazione. Attraverso i giornali ho appreso che lui era vicino ai De Stefano e che era legato alla figlia di Paolo De Stefano. Mai parlato di politica con Fiume. Ho appreso dai giornali che faceva campagna elettorale per me”. A detta di Scopelliti, quindi, i suoi rapporti con Fiume si sarebbero fermati agli anni ‘80 quando erano circoscritti alla discoteca. Ma, se da una parte ha sostenuto di non aver mai discusso con Fiume di politica, dall’altra ha affermato anche che “probabilmente, è stato uno di quelli che diceva di votarmi”. Domanda: come avrebbe fatto Fiume a comunicare il suo sostegno a Scopelliti se non lo ha mai visto in epoche successive alle serate del Papirus? È la domanda ch si è posto anche il pm Lombardo sottolineando la contraddittorietà del discorso di Scopelliti.
Il neopresidente, inoltre, quale ex sindaco di Reggio Calabria, è stato condannato nel novembre 2009 dalla Corte dei Conti a risarcire l’erario per 1.300.000 euro per via di una ex fabbrica per la lavorazione degli agrumi, “Italcitrus”, che il Comune di Reggio Calabria ha acquistato per 2.500.000 euro al fine di trasformarla in un centro di produzione della Rai. La Corte dei Conti ha accertato che il prezzo di acquisto era doppio rispetto ad una precedente valutazione realizzata dal Tribunale di Reggio Calabria.
Scopelliti, inoltre, nel novembre scorso, è stato rinviato a giudizio dal gip di Reggio per occupazione abusiva di spazio demaniale e violazione del codice della navigazione, avendo fatto sorgere a meno di trenta metri dalla battigia quattro gazebo sul lungomare di Reggio. I gazebo in questione sarebbero stati costruiti senza i necessari pareri degli uffici competenti e, quindi, senza il nulla osta del demanio marittimo.
Infine, per il 13 aprile prossimo è prevista la requisitoria del Pm nel processo che vede Scopelliti e il suo assessore comunale Caridi (anche lui eletto nelle file del Pdl) accusati di omissione di atti d’ufficio per non avere posto in essere adeguate azioni di programmazione, controllo e vigilanza in ordine allo smaltimento del percolato originato da una discarica. Secondo l’accusa, Scopelliti e Caridi non avrebbero provveduto alla bonifica e messa in sicurezza della discarica, vero pericolo per la città di Reggio Calabria se si considera anche che nelle nelle vicinanze della discarica sorge una scuola elementare.

Passiamo ora agli altri neoeletti. Francescantonio Stillitani (lista UDC): imprenditore e consigliere regionale uscente, è indagato dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia per abusivismo edilizio. La Guardia di Finanza gli ha sequestrato un immobile da adibire a centro commerciale del valore di oltre 4 milioni di euro. L’area di 13mila metri quadrati oggetto del sequestro è posta frontalmente allo svincolo autostradale della A3, uscita Pizzo. Le indagini della polizia giudiziaria hanno evidenziato una serie di gravi violazioni di tipo urbanistico con forti rischi idrogeologici.
Continui riferimenti a Stillitani ed ai suoi legami con le cosche Mancuso di Limbadi ed Anello di Filadelfia sono contenuti in due inchieste della Dda di Catanzaro denominate “Odissea” del settembre 2006 e “Uova di drago” dell’ottobre 2007. Inoltre, nel villaggio “Garden Resort ” di proprietà del consigliere regionale Stillitani ha prestato servizio per tanti anni, con la qualifica di “guardiano”, Francesco Michienzi, poi diventato un collaboratore di giustizia e condannato a diversi anni di carcere per gravi reati di mafia. Il pentito Michienzi ha rilasciato ai magistrati dichiarazioni anche su Stillitani nell’ambito dell’operazione “Uova di drago”.

Alessandro Nicolò (PDL): consigliere regionale uscente, ex assessore alla Provincia di Reggio Calabria, ex coordinatore provinciale di Forza Italia di Reggio Calabria. Il padre di Alessandro, Pietro Nicolò, è scomparso nel gennaio del 2004 per lupara bianca ed era ritenuto dagli inquirenti un capomafia. Secondo l’ordinanza di custodia cautelare del Gip di Reggio Calabria, Concettina Garreffa, la scomparsa di Pietro Nicolò sarebbe legata a contrasti sorti all’interno del clan: “Pietro Nicolò, padre di Alessandro Nicolò, ex assessore alla Provincia di Reggio Calabria e già coordinatore provinciale di Forza Italia, aveva posizione verticistica nell’ambito della cosca essendo capo del locale Spirito Santo ed era entrato in contrasto con il boss Domenico Libri per questioni legate proprio al controllo delle zone d’influenza”. Pietro Nicolò, d’altronde, era stato processato e assolto per associazione mafiosa alla fine degli anni Novanta. Per i pentiti faceva parte del raggruppamento guidato dai De Stefano. All’indomani della scomparsa di Pietro Nicolò, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti, alla Gazzetta del Sud che gli chiedeva se Nicolò fosse stato ucciso dalla ‘ndrangheta, rispose: “Non mi sembra elegante in questo momento formulare supposizioni o peggio illazioni”. Il responsabile giustizia del suo partito, l’avvocato Antonino Aloi, invece, dichiarò: “Sembra proprio lupara bianca”.

Luigi Fedele (PDL): per capire come Luigi Fedele abbia gestito i fondi destinati alla Presidenza del Consiglio regionale durante la sua presidenza, basta prendere in mano gli atti: ben 104mila euro per la “partita del cuore a Reggio”; 619 mila euro per la “Serata dei Miracoli” su Raiuno. Quindi i viaggi all’estero di Luigi Fedele (con delegazione al seguito): 267 mila euro per il Columbus day; 56 mila euro per viaggio e soggiorno in Australia. Ed ancora: nel 2001 Luigi Fedele spende 56 mila euro per gli scambi di auguri di Natale, dona alla “Fondazione Rotella”, oltre ad un salone per una mostra, altri 170mila euro. Quindi un patrocinio “morale” di 13 mila euro alla manifestazione “Sposissima 2002″ in collegamento con “L’Italia in diretta” su Raiuno e 10.300 euro per una festa. Poi 450 mila euro per pagare 15 consulenti personali che ha nominato per decreto, e 5 mila euro per la sagra estiva di Sant’Eufemia di cui era Sindaco il fratello, nonostante la legge regionale n. 853 del 1983 vieti l’erogazione di tali tipi di contributi. Infine, spese pazze anche per i biglietti (e soggiorni) aerei per la tratta Reggio-Roma-Milano con una media di oltre 12 mila euro al mese.

Candeloro Imbalzano (lista Scopelliti Presidente): L’1 aprile del 2003 il pentito Paolo Iannò, braccio-destro del superboss Pasquale Condello, depone nel processo “Comitato d’affari”. Rispondendo alle domande del pm Mollace, il pentito ha spiegato di aver dato con la sua famiglia il suo sostegno elettorale a Imbalzano: “Ho sempre militato nel vecchio partito socialista, mio zio Paolo era amico del dott. Marino, il direttore del manicomio. Attraverso lui conobbi Nicola Argirò, l’ex presidente delle case popolari. Poi conobbi Giovanni Palamara (ex assessore regionale, ndr) e Giovanni Sculli dell’ex Iacp. L’ultima volta il sostegno l’abbiamo dato a Candeloro Imbalzano”.

Pasquale Tripodi (lista UDC): assessore regionale uscente. Ex sindaco Dc di Bova Marina, poi Psdi, infine Udeur. Nel numero del 3 Novembre 2005 del Settimanale “L’Espresso”, in un reportage dal titolo “Onorevoli Padrini” a firma dei giornalisti Peter Gomez e Marco Lillo, è scritto: “Sino al 9 luglio scorso Tripodi si faceva vedere spessissimo assieme a un geometra disoccupato di Montebello Ionico, tale Fortunato Laface di 37 anni,che pur non essendo stipendiato dalla Regione, tutti consideravano un suo collaboratore. Poi Laface è stato arrestato. Lo hanno fermato in macchina (una Bmw) con una 7,65 con matricola abrasa, silenziatore e munizioni, più un’altra pistola calibro 6,35 con munizioni. Sotto il sedile dell’auto nascondeva una calzamaglia nera. A casa gli hanno trovato un fucile a canne mozze col numero di matricola cancellato, un revolver cal.16, una bomba a mano perfettamente efficiente,munizioni di vario calibro e altri gingilli simili. A Montebello Ionico l’Udeur ha preso 810 voti alle scorse regionali, e 510 erano per Tripodi”. Secondo quanto ha riferito la Polizia al momento dell’arresto, Laface, pur incensurato, era da tempo sottoposto ad indagini perchè avrebbe avuto rapporti di frequentazione con persone riconducibili alla criminalità organizzata reggina.

Pino Gentile (lista PDL): è indagato per bancarotta semplice e fraudolente per il fallimento della società “Tesi”, azienda cosentina per lungo tempo impegnata nella fornitura di servizi informatici, di cui già abbiamo parlato ieri (ci sono anche eletti nel Pd coinvolti).
Pino Gentile, inoltre, unitamente al fratello Antonio (senatore), è stato chiamato in causa da diversi pentiti della ‘ndrangheta cosentina in molti processi. In particolare, il senatore Antonio Gentile è stato accusato di aver avuto l’appoggio elettorale della ‘ndrangheta alle politiche del 1992 (correva per il Psi). Infatti, il potere clientelare ed affaristico coltivato dai fratelli Gentile è davvero enorme. Basta considerare quanto segue. Negli anni, in vari concorsi, fra i vincitori troviamo sempre parenti e amici dei Parente: alla Camera di Commercio di Cosenza su 12 vincitori ci sono anche Claudio Gentile, fratello di Antonio e Pino Gentile, e Massimiliano Manna, nipote dei Gentile; alla “PromoCosenza” e alla Calab (società entrambe collegate alla Camera di Commercio di Cosenza) viene assunta a tempo determinato Daniela Gentile, nipote di Antonio e Pino Gentile; all’Asl di Cosenza su 35 vincitori per  dei posti di assistenti amministrativi troviamo Gentile Anna Rosa, Gentile Antonella, Gentile Katia, Gentile Manuela e Gentile Barbara, tutte figlie e nipoti dei potenti fratelli Gentile.

Franco Morelli (lista PDL): ex Dc ed ex capo di Gabinetto di Chiaravalloti, è salito alla ribalta per essere stato immortalato dalle telecamere di “Annozero” mentre abbracciava e baciava il consigliere regionale Domenico Crea (questi poi arrestato) mentre pronunciava la celebre frase: “Crea è compare del mio compare”.
Nell’ambito dell’inchiesta Why not, Franco Morelli è stato rinviato a giudizio e dovrà comparire dinanzi al Tribunale di Catanzaro il 9 giugno prossimo; a lui viene contestata, in qualità di capo gabinetto, l’adozione di atti amministrativi non rispondenti all’interesse generale. In un altro filone di Why Not, inoltre è indagato anche per truffa dalla Procura di Paola. Infine, è indagato per “bancarotta semplice e fraudolenta” anche lui nell’ambito del fallimento della società “Tesi”.

Buon lavoro cari consiglieri, assessori e Presidente!

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di Carmine Gazzanni

7582_elezioni2009La Calabria era arrivata alla tornata elettorale in una situazione a dir poco travagliata: un Consiglio Regionale dove, su 50 Consiglieri, erano imputati o indagati o condannati in 35. Forse le elezioni erano quello che ci voleva: aria di rinnovamento, di cambiamento. Cambiamento che il Pd proprio non ha voluto dare e allora eccolo che ti ripresenta lo stesso Presidente (Loiero) di quella stessa giunta falcidiata da avvisi di garanzia.

E allora andiamo a vedere come sono andate queste elezioni che hanno portato Scopelliti a Palazzo Campanella, sede del consiglio regionale della Calabria, chi sono i nuovi consiglieri, se c’è stata questa ventata di cambiamento. Oggi ci occuperemo solo degli eletti nelle file del Pd, rimandando a domani gli altri eccelsi eletti pidiellini & co.

Nicola Adamo: già vicepresidente della giunta Loiero, è stato rinviato a giudizio il 3 marzo 2010 per il reato di corruzione nell’ambito dell’inchiesta “Why Not”. Secondo l’accusa il neoeletto avrebbe ottenuto denaro dall’imprenditore e presidente dell’impero alimentare della Despar Antonino Gatto (anch’egli rinviato a giudizio), in occasione delle elezioni regionali del 2005. Nell’ambito della stessa inchiesta, Nicola Adamo è stato rinviato a giudizio anche per alcuni presunti casi di abuso d’ufficio. Il processo inizierà il 9 giugno.
Ed ancora: Nicola Adamo è indagato per reati che vanno dall’abuso d’ufficio alla corruzione anche nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Paola (Cosenza) relativa ad investimenti nel settore della produzione dell’ energia eolica realizzati nella zona dell’alto Tirreno cosentino.
Enza Bruno Bossio, moglie di Nicola Adamo, è stata invece rinviata a giudizio dal gup di Lecce per truffa e falso ideologico: come commissaria ministeriale avrebbe stilato una relazione falsa in favore di un’azienda pugliese che ha poi ricevuto i fondi dalla legge 488 (incentivi alle aree depresse).
Infine, Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio sono indagati per «bancarotta semplice e fraudolenta» nell’ambito del fallimento della società “Tesi”, azienda cosentina per lungo tempo impegnata nella fornitura di servizi informatici.

Mario Maiolo: assessore regionale uscente. Anche lui è indagato dalla Procura di Catanzaro nell’inchiesta sulle attività della società “Tesi”. Ad erogare i finanziamenti, sulla gestione dei quali vengono ipotizzati vari illeciti, sono stati l’Unione europea, lo Stato e la Regione Calabria, che figurano nell’inchiesta come parti lese.

Sandro Principe: ex assessore regionale della giunta Loiero ed ex sottosegretario al Lavoro. Il suo materiale elettorale venne trovato nelle abitazioni di mafiosi della Piana di Gioia Tauro e della Locride alla vigilia delle elezioni politiche dell’aprile 1992. Le operazioni furono portate avanti dall’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova e dall’allora pm di Locri Nicola Gratteri. Per ben due volte Cordova chiese l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’allora sottosegretario al Lavoro Sandro Principe. L’autorizzazione venne però negata dalla Camera dei deputati. Nella richiesta del procuratore Cordova c’era di tutto: dalla campagna elettorale fatta per Sandro Principe da mafiosi e pregiudicati della Piana di Gioia Tauro, sino agli incontri di Sandro Principe (fotografati dai carabinieri di Rosarno) col boss mafioso Marcello Pesce nella saletta riservata di un bar di Rosarno. Agli atti anche le lettere di raccomandazione inviate da Sandro Principe all’allora sottosegretario alla Difesa socialista al fine di far ottenere l’esonero dal servizio militare al pregiudicato di Rosarno Galatà (fratellastro del boss Marcello Pesce).
Agli atti della richiesta di autorizzazione avanzata dalla Procura di Palmi anche la testimonianza dell’ex ministro Giacomo Mancini, che dichiarò a Cordova che la mafia della Piana di Gioia Tauro votò all’epoca per Sandro Principe. Contro di lui, infine, anche la testimonianza dell’ex sindaco comunista di Rosarno Giuseppe Lavorato che spiegò ai magistrati come per formare all’epoca la giunta di sinistra a Rosarno, lui stesso dovette trattare direttamente con Sandro Principe, al quale chiese l’esclusione dalla sua giunta di persone in odore di mafia.

RETTIFICA: La vicenda, risalente al 1991, che ha riguardato l’ On. Principe  si è conclusa con la richiesta di archiviazione della stessa Procura di Palmi in data 28 marzo 1995, accolta dal G.I.P. presso lo stesso Tribunale, che ha emesso il provvedimento di archiviazione in data 29 aprile 1995. L’ On. Principe ha avuto modo di chiarire davanti alla Camera dei Deputati e, soprattutto, davanti alla Magistratura ordinaria.

Gaetano Ottavio Bruni: presidente della Provincia di Vibo Valentia. Bruni è indagato dall’ottobre 2009 dalla Procura di Vibo per l‘alluvione del 2006 che causò 3 morti e danni per migliaia di euro. A Bruni vengono contestati i reati di inondazione, danno colposo ed omissione di atti d’ufficio; questo perché non procedette alla designazione del funzionario responsabile della realizzazione e programmazione delle opere volte alla rimozione delle criticità individuate dal Pai (Piano stralcio per l’Assetto Idrogeologico).
Nel 2008 Gaetano Ottavio Bruni lasciò la giunta regionale a seguito dello scandalo che travolse la figlia Francesca, trovata di notte nell’appartamento in cui si nascondeva il latitante della ‘ndrangheta Francesco Fortuna di Sant’Onofrio, fidanzato della ragazza e ritenuto elemento di primissimo piano di una feroce cosca. Nel rifugio, oltre a Francesco Fortuna e Francesca Bruni, la polizia ha trovato un vero arsenale composto da fucili automatici, revolver, numerose munizioni ed un lampeggiante in uso alle forze dell’ordine. La figlia di Bruni è stata denunciata a piede libero per favoreggiamento personale, mentre il fidanzato Francesco Fortuna è stato condannato ad 8 anni per associazione mafiosa e detenzione illegale di armi e munizioni. Ma, a un anno dalle dimissioni, Bruni è stato nominato nell’ottobre 2009, come nulla fosse, capo di Gabinetto di Agazio Loiero.
E’ infine indagato, quale ex Presidente della Provincia di Vibo Valentia, per il reato di abuso d’ufficio unitamente all’attuale presidente della Provincia di Vibo Francesco De Nisi ed al direttore generale dello stesso ente. L’accusa della Procura di Vibo nei loro confronti è quella di aver conferito le funzioni di segretario della Provincia ad Ulderico Petrolo, pur in carenza dei requisiti di legge.

Giuseppe Bova: presidente del Consiglio regionale uscente. Nel 2003 Giuseppe Bova era vicepresidente del Consiglio regionale, e quindi membro dell’Ufficio di Presidenza, allorquando, con soldi prelevati dal fondo destinato alle spese di rappresentanza del Consiglio regionale, regalò 47 borse in pelle e penne Montblanc a tutti i consiglieri regionali per una spesa di oltre 25mila euro, come regali di Natale. Il 27 gennaio 2006 la Corte dei Conti lo ha condannato a risarcire l’erario, scrivendo in sentenza che: “l’imputazione a carico del bilancio pubblico di spese dirette a soddisfare interessi meramente privati degli amministratori non risponde ai criteri di efficacia, efficienza e soprattutto di legalità dell’azione amministrativa”.

Demetrio Battaglia: talis pater, talis filius. Suo padre ha ricevuto la misura di prevenzione per mafia, mentre lui stesso figurava nel decreto di scioglimento del Comune di Reggio per le infiltrazioni della criminalità organizzata nel 1992. Il colonnello Angiolo Pellegrini, già collaboratore del giudice Borsellino, poi capo della Dia di Reggio Calabria, in un’ aula di Tribunale a Reggio ha ricordato: “Nel 1989 Giorgio De Stefano ha sostenuto l’elezione dell’avvocato Demetrio Battaglia”. Da 21 anni Giorgio De Stefano, appartenente dell’omonimo clan mafioso, è stato arrestato e condannato.

Appuntamento a domani per parlare un pò degli eletti nella maggioranza. A cominciare dal Presidente Scopelliti.

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di Carmine Gazzanni

ndranghetaDal 1860 i calabresi sembra abbiano solo 3 possibilità: rassegnazione, affiliazione, emigrazione. Come succede molto spesso in Campania con la Camorra e in Sicilia con la Mafia (anche se sappiamo tutti che in nessuno di questi casi si può parlare più di “problemi regionali”), anche in Calabria c’è forte collusione, forte affiliazione. Inevitabile in molti casi, ma pur sempre affiliazione. Come appunto succede con la mafia. Mafia a cui, però, si sono opposti i vari Ilardo, Borsellino, Caponnetto, Dalla Chiesa, Falcone, Impastato e molti molti altri. Ma anche qui, anche in Calabria ci sono eroi che hanno detto basta, hanno detto di no a una loro possibile rassegnazione, anche qui ci sono moltissimi esempi di resistenza, di persone che vogliono informare e combattere perché il senso di coscienza è più forte di qualsiasi interesse, di qualsiasi paura.

Non è un caso che, secondo quanto dice Mario Maiolo, presidente Legautonomie Calabria, “dal 2000 ad oggi sono stati circa 7oo (settecento) gli atti di intimidazione, anche molto gravi, che si sono registrati nella regione a danno degli amministratori locali di tutti i livelli istituzionali”. In questa lettera che Maiolo scrive al ministro Maroni si sottolinea anche che “già in questi primi mesi del 2010 si sono verificati decine di casi e moltissimi amministratori locali per poter adempiere al loro mandato democratico sono costretti a mettere a rischio la loro incolumità personale […] dovendo fare i conti con auto incendiate, familiari intimiditi, spari contro le loro case, devastazione delle loro proprietà”. Circa settecento intimidazioni nel giro di nove anni. Settecento.

Ed è sotto gli occhi di tutti: in quest’ultimo periodo la ‘ndrangheta ha alzato il tiro e la striscia di intimidazioni da qualche settimana a questa parte evidenzia un malessere (e non solo) preoccupante. Sembra quasi che in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo le organizzazioni criminali calabresi stiano preparando il terreno. Interessi, quattrini, favori, collusioni.
E allora capiamo perché compaia su un muro di Vibo Valentia la scritta “Spagnuolo vattene o muori”. La minaccia, scritta con uno spray nero, ha per obiettivo il procuratore Mario Spagnuolo, a Vibo Valentia dall’estate del 2008. Il magistrato, già procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, ha avviato in questo periodo importanti indagini nella zona del vibonese, con sequestri e arresti nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta.
Ancora. Capiamo perché la deputata Pdl (avete capito bene: Pdl) Angela Napoli, componente della Commissione parlamentare antimafia sia tra gli obiettivi della ‘ndrangheta. A rivelare il progetto omicida, secondo quanto riporta il Quotidiano della Calabria, è stato un boss pentito, Gerardo D’Urzo, con una lettera recapitata direttamente alla parlamentare tramite il suo legale. Tra le sue tante iniziative, la Napoli è stata promotrice del ddl anti-infiltrazione in campagna elettorale, tant’è che ha annunciato nei giorni scorsi che non andrà a votare il 28 e 29 marzo essendo le liste piene di personaggi “che seppure hanno la fedina penale pulita, risultano vicini a esponenti della ‘ndrangheta o comunque sul piano etico e morale quantomeno discutibili”.
E non è finita qui. C’è Antonino Monteleone, giovane giornalista e blogger che ha sempre profuso grande impegno civile nelle sue lotte di informazione. E’ in pratica un giornalista scomodo  in una terra in cui essere scomodi vuol dire fare il proprio dovere: a Monteleone qualche notte fa, infatti,  hanno fatto saltare in aria l’autovettura.
Ancora. “Non andare oltre“. Questa è la frase, scritta con lettere ritagliate dai giornali,  in una lettera minatoria con pallini di fucile, recapitata a Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano della Calabria e corrispondente di Repubblica.

Per questi  motivi noi del blog appoggiamo pienamente la manifestazione che si terrà questo sabato, 13 marzo, a Reggio Calabria: il No Mafia Day. Non è solo uno slogan, è altro: dire no alla Mafia è un dovere di ogni italiano, è un diritto per chi vuole vivere in uno Stato che non conosca più la folle e depravata politica criminale di Mafia, Camorra e ‘ndrangheta.
Sono loro a doversi vergognare, non noi. Sono loro a dover temere noi, non noi a dover temere loro. La società civile, se unita, è più forte di qualsiasi organizzazione mafiosa. Solo allora qualsiasi intimidazione sarà assolutamente inutile e persone come Napoli, Monteleone, Baldessarro e Spagnuolo potranno vivere tranquille: avranno come scorta l’Italia intera, quella sana, scesa in piazza per dimostrare che rassegnazione e affiliazione hanno fatto il loro corso. Ora basta!

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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