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Articoli marcati con tag ‘napolitano’

di Andrea Vetere

Fra poche ore inizierà a delinearsi il destino del nostro Governo, in bilico tra mozioni di sfiducia e questioni di fiducia. Presumo che questi termini, che riecheggiano da circa un mese nelle cronache politiche, siano ormai noti a tutti sicché sarà bene concentrarsi su altri aspetti della situazione.

Orbene, nel caso in cui il Governo goda ancora della fiducia parlamentare, nulla quaestio. I problemi di disciplina costituzionale potrebbero sorgere, invece, nel caso in cui il rapporto fiduciario Parlamento-Governo sia venuto meno giacché su tale rapporto si basa la nostra forma di governo. Si è soliti parlare, per definire questa eventualità, di crisi di governo.

Tenterò di fare chiarezza sugli scenari che si aprirebbero in tal caso avvertendo che le scelte fondamentali sono nella piena disponibilità del Capo dello Stato, entro i limiti costituzionali. Sono dunque prive di fondamento le affermazioni di chi propone le proprie soluzioni più o meno fantasiose.

È bene ricordare che, in materia, la nostra carta costituzionale non può esserci d’ausilio: l’Assemblea Costituente non ha delineato una chiara procedura per la nomina del governo, derivi essa da recenti elezioni o dalle dimissioni di un governo sfiduciato. Ci si affida, dunque, all’osservazione della prassi Costituzionale accertando i comportamenti tenuti costantemente nel tempo dagli organi costituzionali nella convinzione di conformarsi ad una norma giuridica.

Tutto quanto possiamo ricavare dalla Costituzione sulla formazione del governo è riassumibile in tre affermazioni, attorno alle quali si è sviluppata la prassi che vedremo. I cardini sono:

1.       Il Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica, e non eletto dal popolo come oggi si vuol far credere;

2.       Il Governo è nominato dal Presidente della Repubblica, su indicazione del Presidente del Consiglio;

3.       Il Governo deve godere della fiducia parlamentare.

Unico punto davvero complesso è il primo stante il silenzio della Costituzione in merito alla scelta del nome del capo del Governo. Mentre pare ovvio nominare, in seguito ad elezioni politiche, l’esponente di spicco del partito maggioritario, più complessa è la questione quando invece siamo davanti ad una crisi di governo.

Il Capo dello Stato dovrà cercare, infatti, una persona il cui governo possa godere della fiducia parlamentare. La complessità del primo punto, dunque, si risolve nella regola imprescindibile enunciata al terzo punto.

Per determinare chi possa essere tale figura, il Presidente della Repubblica svolge le proprie consultazioni per mezzo delle quali ascolta i presidenti delle due Camere, i Presidenti emeriti della Repubblica, i capi dei Gruppi parlamentari e, se lo ritiene utile, esponenti del mondo dell’economia. Il tutto al fine di trovare in Parlamento una nuova maggioranza in grado di sostenere un governo.

Spetta al Capo dello Stato il tentativo di garantire un governo al Paese tramite la sua libera scelta che può rivolgersi in tre direzioni. Vediamole con ordine.

1-      Crisi lieve. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico di formare il Governo al Presidente del Consiglio sfiduciato. Questi di norma accetta con riserva e, dopo sue proprie consultazioni, scioglie la riserva per rinunciare oppure per nominare un governo diverso dal precedente sul quale la maggioranza parlamentare possa convergere. Si avrebbe così il governo-bis che si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

2-      Crisi grave. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico ad una personalità di elevato spessore politico, morale o tecnico. Nel primo caso, spesso si guarda al Presidente del Senato che nel nostro ordinamento è anche vice del Capo dello Stato. Per questo spesso si parla di “Governo del Presidente”.   La personalità designata di norma accetta con riserva e, come sopra, procede alle consultazioni e decide se sciogliere la riserva in senso positivo o negativo.

3-      Crisi irreparabile. Di norma si arriva a questa soluzione solo quando i tentativi di ricomposizione della maggioranza falliscano. In questa eventualità, il Presidente della Repubblica, sentiti i Presidenti delle Camere, scioglie il Parlamento ed indice nuove elezioni poiché è ormai chiaro che il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza.

È da concludersi che le elezioni anticipate siano solo una extrema ratio alla quale ricorrere soltanto qualora non si possa diversamente addivenire alla formazione di un nuovo Governo. Sono a mio avviso da rigettare le istanze di chi annuncia in caso di crisi di governo le elezioni a primavera: esse possono essere indette solo dal Capo dello Stato che ha la piena libertà di trovare una soluzione alternativa alla crisi.

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di Carmine Gazzanni

Serve un ministro dell’industria? Passerò la voce. Così un (pare) nuovo Giorgio Napolitano alcuni giorni fa ha freddato i giornalisti che gli chiedevano se pensasse che l’Italia debba avere un Ministro per lo Sviluppo Economico. Lo stesso Napolitano, d’altronde, si era soffermato sull’argomento alcuni giorni prima parlando di “una politica industriale seria”. Il riferimento, ovviamente, è al fatto che l’Italia, dopo la più che doverosa dimissione di Scajola, è rimasto senza ministro. O meglio, Ministro ad interim è lo stesso Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Un articolo de “Il Fatto Quotidiano di Carlo Tecce di alcuni giorni fa metteva in risalto il motivo per cui Silvio Berlusconi ha deciso di prendere a sé anche questa carica. Conflitto di interessi? Vediamo.

Con un provvedimento preso già a fine giugno si è deciso che non ci sarà alcuna asta pubblica per l’assegnazione delle frequenze televisive per il digitale terrestre. Molto strano questo, anche perché in molti altri Paesi si ricorre all’asta proprio perché ciò permette allo Stato di far entrare molti soldi nelle casse: gli Stati Uniti sono stati i primi a ricorrere a questo mezzo e già nel marzo 2008 hanno messo all’asta frequenze per 19,6 miliardi di euro. In Germania sono stati necessari ben 224 rilanci per permettere a T-Mobile, Vodafone e O2 di mettere le mani sulle frequenze. Guadagno totale per lo Stato: 4,38 miliardi di euro.

E in Italia invece? Le aste non si fanno. Vediamo di capire il perché. Con il digitale terrestre saranno 25 le reti a disposizione. Di queste 20 già sono state assegnate: cinque rispettivamente a Rai e Mediaset, tre a Telecom Italia e le rimanenti ad altre emittenti nazionali e locali. Le cinque rimanenti non saranno soggette ad asta pubblica. Saranno assegnate, in pratica, dal Governo. Saranno assegnate dal Ministero per lo Sviluppo Economico. Domanda: chi è Ministro ad interim? Silvio Berlusconi. E chi potrebbero essere i “papabili” per ricevere le reti rimanenti? Anche le stesse emittenti che già hanno ricevuto le reti (anzi, come scrive Tecce, sono avvantaggiate proprio soprattutto le “società già sul mercato con buone referenze e lunghi trascorsi”), dunque anche Mediaset, sebbene Bruxelles abbia insistito sull’assegnazione di queste cinque reti a operatori televisivi alternativi.
In pratica il giudice che decide, con canoni del tutto arbitrari,  è la stessa persona che concorre a ricevere l’assegnazione (senza contare il fatto che concorre, pur avendo già ricevuto cinque reti!). Quando si dice “conflitto di interessi”.

Dunque evitando di fare le aste pubbliche entreranno meno soldi nelle casse dello Stato (la competizione tra le emittenti avrebbe fatto lievitare il prezzo di partenza) e si permetterà a Mediaset di dormire sonni tranquilli. Ma non è finita qui. C’è da aggiungere, infatti, che, oltre ai soldi in meno per la “rinuncia” all’asta, lo Stato richiederà solo l’1% del fatturato annuo degli operatori beneficiari come canone per l’assegnazione delle frequenze. Contro  al 4-5% richiesto di media in Europa.

D’altronde non è nemmeno la prima volta che provvedimenti del Governo Berlusconi portano a vantaggi assoluti per la sua azienda televisiva. Durante questa stessa legislatura, ad esempio, è stata approvata una legge che pone un impressionante deficit tra Sky e Mediaset in relazione alle pubblicità delle emittenti private. Ecco in pratica cosa prevede quest’altra legge “ad aziendam”: il tetto (prima al 20%) agli spot dovrebbe scendere al 16% quest’anno, al 14% nel 2011, per arrivare al 12% nel 2012. Tuttavia, il provvedimento sembra essere destinato solo a Sky, non per “altre” tv a pagamento.
Mentre la direttiva europea autorizza un tetto massimo di 12 minuti a ora (appunto il 20%) di spot pubblicitari, per le tv a pagamento (Sky) il governo va verso l’abbassamento al 12% dell’attuale limite; mentre per le tv commerciali private (Mediaset) resterà il limite del 20%. Conclusione: nel giro di tre anni i minuti di pubblicità per Sky scenderanno fino a poco più di 7, contro i 12 delle tv private. A tutto vantaggio di Mediaset: Sky necessariamente, col passare del tempo, sarà costretta ad alzare i propri canoni e, di conseguenza, molta gente deciderà di passare da Murdoch a Berlusconi.

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di Carmine Gazzanni

“Bianconi, chi era costui?”. E’ toccato all’illustre sconosciuto Maurizio Bianconi prendere la parola e inveire contro il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Già, perché la linea pseudo – politica del Pdl di questo periodo è bersagliare chiunque si opponga al Governo Berlusconi: prima è toccato a Gianfranco Fini, ora tocca a Napolitano.

E quale mai sarebbe il misfatto compiuto dal Presidente della Repubblica?  Tutto è cominciato con un’intervista che Napolitano ha rilasciato a “L’Unità”qualche giorno fa. “Proprio all’Unità doveva concedere l’intervista?” sembra si sia chiesto Berlusconi, ”Proprio al giornale che da sempre conduce una campagna denigratoria contro di me? È una provocazione”. Non contento, poi, Napolitano ha rilasciato un’altra intervista, questa volta al “Corriere della Sera”, nella quale palesa la possibilità di un governo tecnico. Non più dunque elezioni anticipate, ma governo transitorio non guidato da Berlusconi. Questa sembrerebbe essere l’idea espressa da Napolitano.

Ed è proprio a questo punto che il Pdl comincia a scagliarsi contro il Presidente della Repubblica. E lo fa con il “Carneade” di turno (nessuno degli uomini illustri pidiellini avrebbe potuto sporcarsi la faccia con tali critiche) Maurizio Bianconi: “Giorgio Napolitano ha tradito la Costituzione”. Immediata la replica di Napolitano, secondo cui l’Onorevole Bianconi “si è abbandonato ad affermazioni avventate e gravi […] Se egli fosse convinto delle sue ragioni avrebbe il dovere di assumere iniziative ai sensi dell’articolo 90 e relative norme di attuazione (impeachment, ndr) […]. Altrimenti le sue resteranno solo gratuite insinuazioni e indebite pressioni”. Ma Bianconi rimane della sua idea e lo dice apertamente nell’intervista rilasciata oggi a “La Stampa”: “Sono stupito e stupefatto. Ribadisco quello che ho detto. Non ho detto niente di straordinario”.

Ma d’altronde le parole di Bianconi, nonostante i soliti pidiellini che cercano di smorzare gli animi affermando che non sia successo niente di grave, trovano conferme anche in altri esponenti di Governo. Uno su tutti Altero Matteoli: “Il Colle non favorisca maggioranze diverse: o governiamo o si vota”; e ancora Cicchitto e Gasparri, secondo i quali “ipotizzare governi tecnici o di transizione senza consenso elettorale sarebbe vista come una manovra di palazzo lontana dal mandato del popolo”. E lo stesso Berlusconi alcuni giorni fa aveva affermato che “se danno vita a un altro esecutivo al posto mio, sarà un colpo di Stato e come tale io lo denuncerò” perché per lui sarebbe un “golpe”.

Insomma, il clima è molto rovente. E la linea politica, come già detto, è sempre la stessa: si attacca chi sbaglia. E chi è che sbaglia? Chi si oppone al volere del Sultano. Basti leggere, ancora, gli editoriali dei due fidi direttori berlusconiani, Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro. “Con quale coraggio si potrebbe mandare all’opposizione chi ha vinto le elezioni e affidare l’esecutivo a chi le ha perse? Un’operazione del genere, architettata appigliandosi alle regole del sistema parlamentare, sarebbe forse formalmente corretta, ma nella sostanza rappresenterebbe uno sfregio alla sovranità popolare”, afferma il direttore de “Il Giornale”, che fa intendere anche che le parole di Bianconi non sono poi così tanto campate in aria, in quanto bisogna “riflettere su certe argomentazioni, anziché considerarle irriguardose nei suoi confronti”.

E poi abbiamo un articolo molto eloquente su “Libero” a firma Davide Giacalone. Secondo il giornalista “al Quirinale sono divenuti insofferenti anche alle critiche, pretendono che si obbedisca all’ordine di non fare certe inchieste giornalistiche, oppure che si dimentichino gli interventi del Colle sul calendario dei lavori parlamentari”. Insomma, Giorgio si sarebbe “innervosito”. E questo proprio non va giù ai Berluscones, come si evince anche dall’editoriale di Belpietro: “In tutta la sua vita credo che il Presidente della Repubblica non abbia mai preso posizioni  così nette e numerose come quelle pronunciate negli ultimi tre giorni”. In pratica “il cambiamento di tono e l’inatteso protagonismo […] fanno sospettare che il tranquillo ottantacinquenne si sia reso conto che senza di lui la sinistra non ce la farà mai a buttar giù il Cavaliere”.

Caro Presidente, dopo Gianfranco Fini, ora è il Suo turno. Certamente la colpa è la loro, dei Berluscones, che intendono la politica come una sorta di lista della spesa: tutto ciò che desidera Berlusconi è legge e chi si oppone diventa nemico dello Stato. Ma, signor Presidente, Lei non è esente da colpe: Lei ha sempre firmato tutto ciò che il Governo e il Parlamento ormai svuotato dei suoi poteri Le passavano. Su tutte le leggi ad personam ha sempre apposto la Sua firma.

Ricorda? Sono ben undici le “porcate” firmate senza batter ciglio: l’indulto esteso ai reati dei colletti bianchi, il decreto Mastella per distruggere i dossier della security Telecom, l’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli, la legge  cucita a misura per Pollari, il lodo Alfano, la norma della penultima finanziaria che raddoppia l’Iva a Sky favorendo così l’azienda Mediaset, i due pacchetti sicurezza Maroni contenenti norme razziali anti-rom e anti-immigrati, lo scudo fiscale Tremonti, il decreto salva-liste del Pdl alle ultime regionali e infine il legittimo impedimento.

Vuoi vedere che Napolitano si è davvero ripreso dal lungo letargo istituzionale?

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RIPROPONIAMO L’INTERVISTA CHE ABBIAMO REALIZZATO TEMPO FA A GATEANO CROCELLA’, UNO DEI PROMOTORI DI “DEMOCRAZIA PER L’ITALIA“, MOVIMENTO CHE STA RACCOGLIENDO FIRME PER CONSEGNARE UNA LETTERA A NAPOLITANO. TRA I FIRMATARI: MARGHERITA HACK (astrofisica di fama mondiale, importante scrittrice di libri di successo sull’astronomia), NICHI VENDOLA (Governatore della regione Puglia), FRANCA CORRADINI (una dei cinque blogger che ha promosso il No Berlusconi day), PAOLO FERRERO (segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista), ARMANDO PETRINI (segretario regione Piemonte del Partito della Rifondazione Comunista), MARCELLO ABIS (Presidente Nazionale dell’associazione culturale Penso Libero Onlus), MONICA CERUTTI (Consigliere Regionale Piemonte), MARIA LUISA SIMEONE (Sindaco di None), SAMANTA DI PERSIO (giovane scrittrice aquilana del capolavoro “Ju Tarramutu”), GIUSEPPE CASTRONOVO (Presidente del Consiglio Comunale di Torino).

“DEMOCRAZIA PER L’ITALIA” HA BISOGNO ANCHE DI TUTTI NOI. FIRMATE, FIRMATE, FIRMATE!!!

Lei è uno dei promotori di “Democrazia per l’Italia”,comitato che ha avvertito, come tanti soprattutto in questi giorni, un forte disagio sociale oltreché politico. Proprio per questo il vostro intento è quello di di fare un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con una lettera che sta raccogliendo molti consensi e, quindi, sempre nuovi firmatari.

Nella home del sito leggiamo “L’Italia che cambia”. Come intende questo cambiamento e quale pensa possa essere la direzione che bisogna imboccare?

Il cambiamento può essere possibile se in Italia si mette in moto una autentica rivoluzione democratica. Bisogna cambiare in modo radicale verso una società che consenta di passare da una democrazia rappresentativa minima ad una democrazia compiuta. Ciò vuol dire una società più equa, più giusta, più libera e solidale nei confronti delle fasce deboli della popolazione.
Il cambiamento non potrà che avere la direzione del completo rinnovamento del Paese, con una classe dirigente non più interessata al potere ed al denaro, ma all’interesse pubblico; e con dei cittadini consapevoli, istruiti, solidali, civilmente responsabili.
E’ una lunga marcia, che deve cominciare subito, più presto possibile!

La lettera che voi proponete è un segno tangibile proprio di questo cambiamento: si vuole in qualche modo tornare a legare ciò che oramai appare troppo distante l’uno dall’altro: mondo politico e società civile. Qual è stato, secondo lei, l’effetto più devastante di tale distanza quasi abissale?

La nostra lettera è il primo passo per mettere le Istituzioni di fronte alla situazione di emergenza in cui siamo. Sono necessari interventi ormai indispensabili, soprattutto nei seguenti settori: la tutela del lavoro, dei giovani, degli anziani e di tutte le fasce deboli.
Per superare la distanza tra il mondo politico (partitico) e la società civile non si  può far altro che tentare un cambiamento dal basso, perché purtroppo dall’alto, forse, non può arrivare più nulla.
L’effetto più devastante di tale distanza, che certamente è abissale, è stato quello dell’incomprensione dei bisogni effettivi dei cittadini. Un dramma che crea sfiducia e che non può far altro che determinare il declino del Paese

Nella lettera si parla delle gravi condizioni in cui versa l’Italia nell’ambito economico, politico, etico, culturale anche. Perché, secondo lei, oggi ci troviamo in una situazione così drastica? Di chi è la responsabilità?

Oggi ci troviamo in tale drammatica situazione perché da circa vent’anni la classe partitica non ha compreso i sintomi importanti del declino del Paese, e quindi non è riuscita a prendere provvedimenti adeguati. Ma c’è anche una responsabilità dei cittadini, che si sono infilati in un profilo politico e culturale di soggettivismo individualista lontano dall’interesse pubblico. I partiti sono importanti per il Paese e devono però essere sensibilizzati , mentre invece i cittadini devono esercitare un controllo democratico.

Aldo Moro diceva: “Non basta parlare per avere la coscienza a posto: noi abbiamo un limite, noi siamo dei politici e la cosa più appropriata e garantita che noi possiamo fare è di lasciare libero corso alla giustizia”. Sono parole che ancora oggi sono valide?

Certo che sono ancora valide. Sono molto attuali. Moro ci ha lasciato un grande insegnamento. Però questa esortazione implica il credere nella giustizia, e purtroppo non è sempre così.

Ieri Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini. Oggi?

Oggi c’è un bel niente. Persone di valore come quelle che avete citato, in una  società come la nostra, disattenta, pigra e interessata al potere ed al denaro, non possono più emergere. Io credo però che le potenzialità ci siano ma sono bloccate sul nascere, perché non si consente al cittadino di realizzare appieno la propria personalità.

Tutto questo malcontento, condiviso a giusta ragione da più parti, è ciò che si esprime nella lettera. Quali spera possano essere i risultati della vostra missiva al Presidente Napolitano?

Noi abbiamo tanta speranza. Il Presidente della Repubblica è uomo di cultura che appartiene alla storia più bella del nostro Paese. Non crediamo che non possa rimanere insensibile a questa situazione di emergenza. Però la nostra lettera aperta ha anche lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica. Se il Presidente non dovesse far nulla noi continueremo  lo stesso con altre iniziative finché ne avremo la forza. Certo che la delusione sarà tanta, perché quell’Istituzione ci rassicurava. Egli, nei limiti del dettato costituzionale, può fare molto pur rimanendo garante al di sopra delle vicende non sempre confortevoli dei partiti.
Il Presidente risponde ovviamente al Parlamento che lo ha eletto, ma risponde soprattutto al Paese, alla gente e alla Costituzione sulla quale ha giurato.
Questo tentativo per noi rappresenta un importante passo per avvicinare  le Istituzioni alla società civile.

Voglio ancora aggiungere che il 2 giugno è vicino: aderite, aderite, aderite!


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di Carmine Gazzanni

E’ necessario concorre efficacemente a promuovere le strategie per combattere gli infortuni sul lavoro”. Oggi è la giornata mondiale sugli infortuni del lavoro e il Presidente della Repubblica si augura non si debba più ricordare nessuna vittima, nessuna morte bianca, ma per questo, dice Napolitano, è necessario “radicare una cultura della legalita”, della sicurezza e della promozione del “buon lavoro” e della “buona impresa”. Tutti ce lo auguriamo. Ma, stando ai dati, l’appello di Napolitano è, al momento, più una speranza che una possibilità concreta.

I dati, infatti, non sono affatto confortanti. Iniziamo dalla situazione europea. Secondo dati Eurostat, ogni anno 5.720 persone muoiono a causa di infortuni. Il 3,2% dei lavoratori ha subìto almeno un infortunio, l’8,6 soffre di disturbi non riconosciuti. Una situazione drammatica dunque. Quasi 7 milioni di persone nell’Unione Europea ha subìto almeno un incidente. I giovani, tra l’altro, si infortunano più frequentemente dei colleghi anziani: la quota di lavoratori maschi vittime di incidenti è del 5 per cento per le persone di età inferiore ai 25 anni e diminuisce regolarmente con il crescere dell’età, fino al 2,9 per la fascia dei più anziani (55-64 anni). Anche tra le donne il tasso di infortuni raggiunge il picco massimo (2,7 per cento) nella fascia d’età più giovane, mentre dai 25 anni in poi resta costantemente al 2 per cento.

L’Italia non è certo il Paese che in Unione Europea se la passa peggio (le percentuali più preoccupanti sul tasso di infortuni in Finlandia 6,3%, Svezia 5,1% e Danimarca 4,9%), ma non c’è affatto da rilassarsi. Nel 2007 hanno perso la vita 1170 operai, più morti bianche che omicidi, quasi il doppio della Francia (che pure ha una più alta percentuale di infortuni sul lavoro), il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Passiamo al 2009. Secondo l’Inail, l’Istituto nazionale di previdenza contro l’infortunistica sul lavoro, da gennaio a giugno del 2009 sono rimasti feriti 397.980 lavoratori; in 490, invece, sono morti. La situazione non è meno preoccupante per le cosiddette “malattie sul lavoro”: da 26.500 casi del 2004 siamo arrivati ai 29.700 del 2008.

Statistiche che fanno riflettere. E intanto che la gente muore o si infortuna sul posto di lavoro, in Parlamento si continua a discutere sul disegno di legge delega sula lavoro.  Il testo, infatti, dopo che il Presidente della Repubblica non ha apposto la sua firma per la pubblicazione, ha trovato delle ipotesi di modifica nella commissione lavoro. Tra le misure del provvedimento, ricordiamo, quella che contiene le discusse norme sull’arbitrato per risolvere le controversie di lavoro, che lederebbe il rispetto dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: in caso di controversie di lavoro viene limitata la competenza del giudice e viene privilegiato il canale dell’arbitrato e della conciliazione. In altre parole, sarà possibile stabilire sin dal contratto di assunzione che qualsiasi controversia tra lavoratore e azienda venga affidata a un arbitro e non a un giudice.

D’altronde l’art.1 della Costituzione recita: “L’ITALIA E’ UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO…

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di Carmine Gazzanni

napolitano-e-berlusaconi1Ecco alcuni passi della lettera che il nostro Presidente della Repubblica ha inviato al signor Magni e alla signora Varenna, i quali  si chiedevano le ragioni della sua firma al decreto “salva – liste”.

Egregio signor Magni, gentile signora Varenna,
ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto. Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano” –
peccato che siamo in un Paese democratico: tutti i partiti (a prescindere) dovrebbero avere uguale peso ed essere uguali davanti alla legge. Domandina: se fosse capitato questo ad una lista civica o al nascente “Movimento 5 stelle” come si sarebbe comportato Napolitano? Come si sarebbe comportato il Governo? Le risposte sono assolutamente scontate ed ovvie.

“Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di “beni” egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico” – piccola precisazione: in uno Stato di diritto questo discorso non ha alcun senso perché nelle parole di Napolitano si tende a porre una linea di demarcazione tra legge e diritto. In uno Stato di diritto, invece, questi si equivalgono perchè è la legge stessa che deve far fronte al rispetto dei diritti dei cittadini (se un cittadino ritarda un pagamento è costretto a pagare una mora, non si cambia il termine massimo di pagamento, altrimenti sarebbe assoluta anarchia!). Punto questo che è stato ribadito dai grandi teorici dello Stato di diritto: da Locke a Rousseau, fino a Kant. Peccato non conoscessero Napolitano.

Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere – neppure in Lombardia – “per abbandono dell’avversario” o “a tavolino”. E si era anche da più parti parlato della necessità di una “soluzione politica”: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè “frutto di un accordo”, concordata tra maggioranza e opposizioni? Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia [...]
Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura” –
di quale opposizione sta parlando Napolitano? Se anche alcuni esponenti dell’opposizione non volevano vincere “per abbandono dell’avversario” sorge spontanea una domanda: perchè allora si è organizzata una manifestazione per il 13 marzo che raccoglierà tutte le opposizioni, civili e politiche??
Ma, a prescindere da questo, un’altra postilla: forse questo dl non presenta “evidenti vizi di incostituzionalità”, ma certamente si violano le norme, le leggi. Chi potrà pretendere in seguito che gli altri le rispettino, rimangano nei limiti previsti dalla legge?

[...] Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale…” – dl salvaliste, scudo fiscale, lodo Alfano: “linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo”.

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di Carmine Gazzanni

foto-formigoni-290x244Italia. Il Paese delle meraviglie. Tre articoletti, una mezzoretta di  riunione del Consiglio dei Ministri, una firmetta da parte del sempre più complice Ponzio Napolitano e il gioco è fatto: addio regole, addio norme, addio democrazia. Questo è quello che è successo ieri: un dl “ad listam” (come l’ha definito Emma Bonino) di soli tre articoletti che permette il reinserimento delle liste Pdl alle regionali, in Lazio e in Lombardia.

E non è finita qui. Il bello, quando il Governo Berlusconi 3 mette in piedi queste porcate, è sentire i commenti a caldo: lì ci sono i veri colpi di genio dei politici che, dicono, dovrebbero rappresentarci. Ti regalano sempre nuove emozioni, nuove magie, nuovi colpi di scena. E allora vedremo la Polverini ferventemente convinta che questo dl, che palesemente cambia le carte in tavola permettendo a lei e all’amico Formigoni di raggirare le regole e candidarsi, dire che non è vero, che questo dl non cambia nulla: “Il Capo dello Stato ha firmato un decreto che interpreta la legge ma non la cambia. Adesso aspettiamo una risposta dal Tar“. Fantastico!

E ancora. Abbiamo Renato Brunetta che pensa che tutto quello che sia successo in questi giorni non sia uno scandalo per il Pdl, non sia segno dell’esistenza di una classe politica quanto mai inetta. No, in realtà per il Ministro nonché candidato sindaco di Venezia tutto questo ambaradan è stato solo una pubblicità, a mò di quella televisiva: “Pd. Vuoi vincere facile?”. E allora il “poltrono-filo” a buona ragione afferma: “le proteste contro il decreto interpretativo sono da parte di chi voleva vincere facile. Costoro non solo non vinceranno facile, ma troveranno un Pdl ancora più agguerrito, perché consapevole dello scippo che gli volevano fare“. Ergo: noi abbiamo presentato le liste in ritardo, quindi la colpa è del Pd, dell’opposizione e dei magistrati. Sillogismo perfetto. Aristotele sarebbe contento del buon Brunetta.

Ma non è finita qui. Infatti sin da subito le opposizioni sono scese in piazza per protestare, esprimere il proprio malcontento per una situazione sempre più paradossale e sempre meno democratica. E ti pare che qualcuno non abbia parlato e sparlato rigirando oltremodo tutte le frittate disponibili, facendo apparire il decreto come sano, utile e democratico e invece i vari sit-in e le varie manifestazione come evidenti atti sovversivi che rischiano di portare l’Italia alle soglie di una guerra civile?!? E allora ecco i fidi pidiellini dar fiato alle loro trombe. Cicchitto: “Coloro che alzano la voce, parlano di colpo di mano, addirittura di Pinochet e di golpe o parlano a vanvera, da quei piccoli demagoghi che sono, o non sanno di cosa parlano. Fino a prova contraria, i golpe e i colpi di mano sono fatti per annullare le elezioni o per falsarle” (ecco, appunto: falsarle!). E poi Bondi, ministro della (Min)Cul(Pop)tura: “Ogniqualvolta c’è da dimostrare un briciolo di saggezza politica, di equilibrio e di moderazione, nell’arcipelago della sinistra si scatena invece il peggio: un irresponsabile furore polemico senza attinenza con la realtà, in questo caso senza neppure un’attenta valutazione dei contenuti del decreto“. Il Pdl calpesta norme e leggi, e la colpa poi è di chi legittimamente protesta. Non fa una piega.

E ancora. Se Di Pietro legittimamente accusa non la figura istituzionale del Presidente della Repubblica, ma chi indegnamente incarna tale istituzione definendolo un “Presidente da impeachment”, copriti cielo: tutti ad additarlo come un folle eversivo. Cicchitto, ad esempio, ha affermato: “Ci chiediamo come fa una sinistra che si proclama riformista e moderata a restare, nei fatti, alleata per le elezioni regionali con chi attacca perfino il Capo dello Stato”, come se questo fosse un atto sacrilego, mentre cambiare le regole elettorali quello no, quello è consentito, quasi dovuto. E queste critiche, poi, si alzano anche dal Pd. Ad esempio Luciano Violante: “Di Pietro? Qualche volta parla a vanvera“. In realtà niente di nuovo, se si pensa che parliamo dello stesso Violante che disse che era legittimo che Berlusconi si difendesse non solo nel processo, ma anche dal processo. Forse ancora deve fare mente locale e capire che il suo partito ha un “elle” di meno.

E, mentre sentiamo tutti questi commenti che non fanno ben sperare ma per lo meno fanno ridere, il Pdl, Partito Dei Latitanti, Partito Dei Ladri, Partito della Libertà (Provvisoria), diventa anche Partito delle Liste. Illegali in teoria. Non più nella realtà. Magia!

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di Carmine Gazzanni
Forse, le “preghiere” del precedente articolo sono servite! Come sapete, tutti i Lodi vengono al pettine e quelli incostituzionali, di norma, si cestinano; e questo è, in sintesi, quello che è accaduto ieri: la Corte Costituzionale ha dichiarato il Lodo Alfano, appunto, incostituzionale.

E subito pronte sono state le critiche del Pdl. Il Coro dell’Adelchi, ora ad Arcore, infatti, intonava unanime: “sentenza politica”! Gasparri nel suo “assolo” ci diceva che la Corte “non è più un organismo di garanzia, ma politico”; e Bossi poi se n’è uscito, minacciando non si sa bene chi (forse non lo sa nemmeno lui), parlando di “una guerra civile” nel caso non passi il federalismo, rispolverando Odino, i Celti, Maga Magò e la Strega Amelia, e se non bastasse anche Pietro Gambadilegno!

Ma il capobanda Silvio è quello che, come sempre, ci offre il meglio di sé con offese da uomo frustrato: se avesse avuto sotto tiro i nove giudici dei quindici totali della Corte, responsabili dell’incostituzionalità del Lodo, avrebbe cominciato a parlare di “toghe rosse”, parrucche lilla e mutande a pois, ma loro non c’erano; e allora se l’è presa con Rosy Bindi: “sei più bella che intelligente”! E subito anche il buon Castelli, elegantemente, da vero uomo perbene ha detto della Bindy: “Zitella petulante”. Insomma, offese di basso borgo che ci lasciano più sconvolti che rattristati!

Ma non è finita qui, ci mancherebbe!! Il capobanda ne ha per tutti e non risparmia nemmeno il Presidente della Repubblica: “Napolitano si sa da che parte sta”. Chi glielo ricorda a Berlusconi, che forse sta cominciando a perdere un po’ di colpi, che Napolitano è quel Leggi il resto di questo articolo »

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di Carmine Gazzanni
 
 
C’aveva provato già nella scorsa legislazione, ma il prode Berlusconi ritenta il “colpaccio” potendo contare, questa volta più che mai, sulla “più che collaborazione” del Pd, e sul silente Napolitano che non sia mai il cielo contesti qualcosa o non firmi un’altra cosa. Ed infatti, se in passato Ciampi una prima volta aveva respinto il pacco al mittente non firmando il Lodo (al tempo Lodo Maccanico-Schifani, fotocopia del Lodo Alfano o, come lo chiama Travaglio, Lodo Al-nano) che venne ripresentato una seconda volta (ora il Presidente della Repubblica non poteva più opporsi), e ci pensò la Corte Costituzionale a fare a pezzi il Lodo, rivelandone la, peraltro palese, incostituzionalità, ora le cose,  come tutti sappiamo, sono andate diversamente. Molto diversamente. Ed è proprio alla Corte Costituzionale, allora come adesso, dobbiamo affidarci se non vogliamo cadere ancora più Leggi il resto di questo articolo »
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“Antonio Di Pietro dovrebbe rispettare le istituzioni” tuona Massimo D’Alema, appena viene a conoscenza che il leader dell’Idv ha parlato, riguardo la firma di Napolitano al “condono salvamafia-evasori fiscali e non solo” (più noto come “scudo fiscale”), di “un atto di viltà e abdicazione”. E’ sorprendente che, oltre (ci mancherebbe) al buon Gasparri che parla di “teppismo parlamentare” (addirittura!?!?!?) e ritiene che queste persone, compresi i Travaglio e i Santoro, devono lasciar perdere Borsellino  “di cui non sono degni di pronunciare il nome” (forse non sa che fu proprio Borsellino nella sua ultima intervista, mai trasmessa in Italia, avanzò dubbi sulla possibilità di una collusione di Berlusconi con la mafia…). Ma torniamo al Leggi il resto di questo articolo »

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Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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