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Articoli marcati con tag ‘mangano’

di Carmine Gazzanni

Dell’Utriha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questo è quello che si legge nelle 641 pagine depositate in cancelleria dai giudici di Palermo. Fatti che, tuttavia, sono più che noti. Facciamo, allora, un resoconto di chi ha “cantato” e di altre prove schiaccianti che  inchiodano, non oggi, ma da ormai diversi anni il senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.

A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

Ma, sia chiaro, per il Pdl è tutta una montatura politica e tutta colpa dei giudici politicizzati.

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di Carmine Gazzanni

Praticamente ogni giorno sentiamo richieste di dimissioni avanzate dai berlusconiani nei riguardi di Gianfranco Fini o di altri finiani. Pare che tutti, in pratica, abbiano dimenticato chi sia Silvio Berlusconi. E questo in un periodo fortemente critico e al tempo stesso decisivo per la storia della Democrazia italiana: stanno infatti proseguendo le indagini a Caltanissetta e a Palermo sulle stragi del ’93-’94, indagini che potrebbero svelare i nomi dei mandanti a volto coperto. Una verità che ancora attende di essere conosciuta, anche perché farebbe molta chiarezza sull’origine (mafiosa e stragista) della cosiddetta Seconda Repubblica. E, secondo indiscrezioni rivelate alcuni giorni fa da “L’Unità”, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi mafiose del’93 a Firenze, Roma e Milano. Le indagini partirono qualche anno fa, ma poi vennero archiviate nel 2008. Oggi il fascicolo 11531 è stato riaperto e pare che i mandanti, chiamati nel fascicolo “Autore 1” e “Autore 2”, possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, ci sono. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

Una domanda, però, è essenziale. Bisogna sorprendersi quando sentiamo tali notizie? Assolutamente no. Sono diverse, infatti, le prove, le testimonianze, i documenti che accerterebbero i rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Proprio oggi, in un articolo uscito sul “Corriere della Sera“, si dice che Massimo Ciancimino, dopo che il figlio di soli cinque anni alcuni giorni fa ha ricevuto una lettera minatoria, si è recato dagli inquirenti per consegnare un pizzino dal contenuto molto interessante. Tale pizzino, che sarebbe stato inviato nel 2001 da don Vito Ciancimino a Bernardo Provenzano, contiene espliciti riferimenti a Silvio Berlusconi. Il testo rimane top secret, ma, stando alle rivelazioni comparse oggi sul “Corriere”, chi lo ha letto così sintetizza: “Dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo”. E poi: “Caro Rag. (Bernardo Provenzano, ndr) bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate … E di risolvere i problemi giudiziari…”. Anche la data è un particolare non poco rilevante: nel 2001 Berlusconi vinse le politiche e anche in Sicilia ci fu alle regionali il trionfo del Polo delle Libertà. Chiaramente la lettera è al vaglio dei magistrati che ne stanno verificando l’attendibilità.

D’altronde non sarebbe nemmeno la prima lettera che testimonierebbe rapporti tra Provenzano e Berlusconi. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano (o chi per lui) inviò direttamente a Silvio Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi stesso.
Occupiamoci dell’ultima, quella del ‘94. La parte iniziale di questa lettera sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita; i magistrati, infatti, hanno nelle mani non l’intera missiva, ma solo la seconda parte, nella quale comunque si legge: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio; evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27). Anche la storia di questa lettera è molto curiosa: venne sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino, ma è “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 5 anni dal suo ritrovamento e solo da un anno se ne parla. Dov’era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Domande a cui si dovrebbe dare una risposta.

Ma torniamo a noi. Diverse sono anche i collaboratori di giustizia che fanno i nomi di Silvio Berlusconi.
C’è Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci, che ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”. C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. E ancora c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

E non dimentichiamoci di Vittorio Mangano. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, ma secondo diversi pentiti la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

E arriviamo a Gapare Spatuzza. Il pentito ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano: “Disse che avevamo ottenuto quello che cercavamo. Non come quei quattro socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ‘89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi fece i nomi di Berlusconi e quello del Canale 5, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il Paese nelle mani”. Sarà un caso che a Spatuzza non è stata garantita la protezione speciale, misura presa per tutti gli altri collaboratori di giustizia, sebbene ben tre  procure (Firenze, Palermo e Caltanissetta) si siano pronunciate a favore della protezione di Spatuzza? Ai posteri l’ardua sentenza …

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di Carmine Gazzanni

Sono andato a vedere le tragedie greche. Oggi sono qui a vedere la fine di una tragedia tutta siciliana: la mia”. E’ Dell’Utri a parlare, a margine dell’udienza del  processo d’appello. Ma in ogni tragedia che si rispetti, per fortuna “ci sono anche eroi: io non sono un eroe”. E allora chi sarà mai il paladino del senatore pidiellino? ”Come ho sempre detto in questo caso l’unico eroe è Vittorio Mangano”. Casomai qualcuno se ne fosse dimenticato, Dell’Utri lo ha ribadito.

Lui, sì, è un eore. Di certo non Massimo Ciancimino, su cui è meglio non lasciare commenti “perché poi sarei caustico”. Oppure Gaspare Spatuzza, perché lui dice solo “minchiate” e “fandonie”. Molto meglio, dunque, Mangano. Ma non sarà, per caso, perché sia Ciancimino sia Spatuzza parlano dei possibili rapporti tra Cosa Nostra e il duo Berlusconi/Dell’Utri?

A questo punto, allora, anche Filippo Graviano potrebbe avere le credenziali per il titolo di “eroe”. L’undici novembre 2009, infatti, il giorno della deposizione sua e del fratello Giuseppe, ha negato tutto ciò che era stato detto da Spatuzza (“Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle, ho tentato di spiegarlo anche ai magistrati che mi hanno interrogato in altre occasioni”). In realtà, nonostante le dichiarazioni di politici esultanti e l’editoriale di Minzolini, non c’era e non c’è da meravigliarsi: Spatuzza è “pentito”, mentre Filippo Graviano, non essendo collaboratore di giustizia, non “collabora”: è ovvio e logico che abbia negato tutto.
Ma questo, probabilmente, Dell’Utri non lo sa. Lo ammirò quasi in quella circostanza: “Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta. Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato”.

Dunque Mangano è un eroe, oltre che esperto stalliere. Filippo Graviano è una “persona ravveduta”. E tutti quanti gli altri pentiti che hanno parlato del senatore, fondatore di Forza Italia?

Chissà cosa direbbe, ad esempio, Dell’Utri di Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70. Calderone, pentito anche lui, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Chissà cosa direbbe di Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. Chissà cosa direbbe di lui Dell’Utri.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Ebbene si, ha ragione Dell’Utri: che tragedia!

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Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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