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Articoli marcati con tag ‘mafia’

di Carmine Gazzanni

Praticamente ogni giorno sentiamo richieste di dimissioni avanzate dai berlusconiani nei riguardi di Gianfranco Fini o di altri finiani. Pare che tutti, in pratica, abbiano dimenticato chi sia Silvio Berlusconi. E questo in un periodo fortemente critico e al tempo stesso decisivo per la storia della Democrazia italiana: stanno infatti proseguendo le indagini a Caltanissetta e a Palermo sulle stragi del ’93-’94, indagini che potrebbero svelare i nomi dei mandanti a volto coperto. Una verità che ancora attende di essere conosciuta, anche perché farebbe molta chiarezza sull’origine (mafiosa e stragista) della cosiddetta Seconda Repubblica. E, secondo indiscrezioni rivelate alcuni giorni fa da “L’Unità”, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi mafiose del’93 a Firenze, Roma e Milano. Le indagini partirono qualche anno fa, ma poi vennero archiviate nel 2008. Oggi il fascicolo 11531 è stato riaperto e pare che i mandanti, chiamati nel fascicolo “Autore 1” e “Autore 2”, possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, ci sono. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

Una domanda, però, è essenziale. Bisogna sorprendersi quando sentiamo tali notizie? Assolutamente no. Sono diverse, infatti, le prove, le testimonianze, i documenti che accerterebbero i rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Proprio oggi, in un articolo uscito sul “Corriere della Sera“, si dice che Massimo Ciancimino, dopo che il figlio di soli cinque anni alcuni giorni fa ha ricevuto una lettera minatoria, si è recato dagli inquirenti per consegnare un pizzino dal contenuto molto interessante. Tale pizzino, che sarebbe stato inviato nel 2001 da don Vito Ciancimino a Bernardo Provenzano, contiene espliciti riferimenti a Silvio Berlusconi. Il testo rimane top secret, ma, stando alle rivelazioni comparse oggi sul “Corriere”, chi lo ha letto così sintetizza: “Dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo”. E poi: “Caro Rag. (Bernardo Provenzano, ndr) bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate … E di risolvere i problemi giudiziari…”. Anche la data è un particolare non poco rilevante: nel 2001 Berlusconi vinse le politiche e anche in Sicilia ci fu alle regionali il trionfo del Polo delle Libertà. Chiaramente la lettera è al vaglio dei magistrati che ne stanno verificando l’attendibilità.

D’altronde non sarebbe nemmeno la prima lettera che testimonierebbe rapporti tra Provenzano e Berlusconi. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano (o chi per lui) inviò direttamente a Silvio Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi stesso.
Occupiamoci dell’ultima, quella del ‘94. La parte iniziale di questa lettera sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita; i magistrati, infatti, hanno nelle mani non l’intera missiva, ma solo la seconda parte, nella quale comunque si legge: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio; evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27). Anche la storia di questa lettera è molto curiosa: venne sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino, ma è “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 5 anni dal suo ritrovamento e solo da un anno se ne parla. Dov’era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Domande a cui si dovrebbe dare una risposta.

Ma torniamo a noi. Diverse sono anche i collaboratori di giustizia che fanno i nomi di Silvio Berlusconi.
C’è Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci, che ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”. C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. E ancora c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

E non dimentichiamoci di Vittorio Mangano. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, ma secondo diversi pentiti la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

E arriviamo a Gapare Spatuzza. Il pentito ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano: “Disse che avevamo ottenuto quello che cercavamo. Non come quei quattro socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ‘89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi fece i nomi di Berlusconi e quello del Canale 5, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il Paese nelle mani”. Sarà un caso che a Spatuzza non è stata garantita la protezione speciale, misura presa per tutti gli altri collaboratori di giustizia, sebbene ben tre  procure (Firenze, Palermo e Caltanissetta) si siano pronunciate a favore della protezione di Spatuzza? Ai posteri l’ardua sentenza …

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di Carmine Gazzanni

Fini deve dimettersi”. E’ questo, oramai, il grido univoco e reiterato dei fedelissimi di Silvio Berlusconi: il Presidente della Camera deve abbandonare la sua carica per via delle indagini relative all’acquisto della casa di Montecarlo. Per carità, Fini è tenuto a spiegare, a chiarire la sua posizione, a dimostrare la sua innocenza. Ma può un Berluscones chiedere a gran voce le dimissioni? Assolutamente no. Silvio Berlusconi avrebbe dovuto dimettersi più e più volte. E come sappiamo (purtroppo) non l’ha mai fatto. Con che coraggio, ci si chiede allora, un Cicchitto, un Capezzone, un Bondi possono puntare il dito contro Fini se il loro padrone si chiama Silvio Berlusconi?

E’ bene, a questo punto, rinfrescarci la memoria. Chi è Silvio Berlusconi? Ce ne facciamo un’idea già a partire dal 1994: appena insediato il Primo Governo Berlusconi, scoppia l’emergenza arresti perché sta per essere arrestato Paolo, il fratello di Silvio, per corruzione; e allora ecco il Decreto Biondi per vietare la custodia in carcere per alcuni reati, tra cui, appunto, la corruzione (il decreto, alla fine venne ritirato).

Passano gli anni e arriviamo al 2001, secondo Governo Berlusconi. Si comincia con l’emergenza rogatorie: tutti gli atti trasmessi dalle autorità giudiziarie straniere che non siano “in originale” sono inutilizzabili. Peccato che, come affermò Bernard Bertossa , procuratore generale di Ginevra, “è impossibile trasmettere l’originale […] ciò di cui disponiamo è sempre un tabulato stampato, cioè una copia”. Chiaramente la legge è retroattiva, ovvero valida da subito anche per i processi già in corso. Per la prima volta, dunque, in decenni di storia della diritto viene violato il principio del “tempus regit actum”: non si possono cambiare le regole a partita iniziata; centinaia di processi bastai sulle rogatorie saltarono e, indovinate, tra questi sono divenute inutili le imbarazzanti dichiarazioni sui movimenti nei conti correnti esteri fatte con Berlusconi da Previti, Squillante e dal responsabile dei servizi finanziari di Mediaset, che addirittura confermò di aver dato disposizioni per i pagamenti documentati dalle carte svizzere (Sme- Ariosto 1).

Sempre nel 2001 si dice addio anche al falso in bilancio: depenalizzato. Da reato “di pericolo” (per i soci, ma anche per il mercato in genere) divenne reato “di danno”: se non danneggia i soci, non è reato: peccato che il falso in bilancio di un’azienda non può mai danneggiare i soci, semmai per avvantaggiarli, come sottolineò giustamente Davigo: “Non esistono processi per falso in bilancio scaturiti dalla denuncia del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato”. Risultato: ipso facto molti processi a carico dello stesso autore di questa legge andarono in fumo. Dal processo per i fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini al Milan (10 miliardi di lire versati in nero al Torino), alle decine di miliardi mossi da All Iberian (tra cui i 23 girati ad Hammamet all’amico Craxi), a buona parte delle imputazioni nel processo sui diritti Mediaset, fino ai 1500 miliardi di fondi neri accantonati all’estero sconosciuti ai bilanci del gruppo (All Iberian 2).

Passa solo un anno ed ecco la Legge Cirami: introduce il “legittimo sospetto” sull’imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo. Come sappiamo, questa è una delle norme più invocate ancora oggi dallo stesso Berlusconi, soprattutto per prendere tempo per sfornare altre “delizie”.

E infatti la Cirami non basta. Lodo Schifani: divieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato (non serve precisare che soltanto una aveva processi a carico). Per fortuna la legge venne dichiarata incostituzionale dalla Corte l’anno dopo (2004).

Ma il Governo del fare non si ferma. Passa un anno ed ecco la cosiddetta “Ex-Cirielli” (“ex” perchè lo stesso Edmondo Cirielli ritirò la sua firma dal ddl), che dimezzava i termini di prescrizione per gli incensurati: per la corruzione, ad esempio, si passava da 15 anni a 7 e mezzo, anche senza le attenuanti generiche. La norma consentì l’estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi “Lodo Mondadori“, “Lentini“, “Diritti tv Mediaset” (oltre che in molti altri: la legge manderà in prescrizione 35mila procedimenti in più di quelli del 2005. Tra i nomi illustri che ne beneficeranno: Cragnotti, Lotito, Cuffaro, Sirchia).

Sembrerebbe fatta, e invece no: Berlusconi ha ancora da bloccare il processo Sme-Ariosto, fermo in appello. Niente paura: Legge Pecorella per abolire l’appello. Ma prima Ciampi (che la rispedì alle Camere), poi definitivamente la Corte Costituzionale la dichiarò incostituzionale.

E arriviamo all’attuale legislatura: prima Lodo Alfano, poi legittimo impedimento, processo breve, infine ddl contro le intercettazioni. Insomma, ce ne sarebbe da parlare ancora a lungo.

E non è finita: oggi sappiamo, dalle rivelazioni di alcuni giorni fa de “L’Unità”, che Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono indagati come mandanti delle stragi mafiose del’93 a Firenze, Roma e Milano. Le indagini partirono qualche anno fa, ma poi vennero archiviate nel 2008. Oggi il fascicolo 11531 è stato riaperto e pare che i mandanti, chiamati nel fascicolo “Autore 1” e “Autore 2”, possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, ci sono. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

Dopo questo rapido ex-cursus, la perversa mente di Berlusconi in primis e dei berlusconiani poi è quanto mai chiara: Fini deve dimettersi per l’affaire monegasco, mentre un corrotto, corruttore, probabilmente mafioso, politico che si è servito della sua carica per fini privati e per eludere il naturale corso della giustizia, lui no, lui è legittimato a restare al suo posto.

Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Vangelo di Marco – 7,5). E qui parlare di trave è un eufemismo.

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di Carmine Gazzanni

Finalmente, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici si sono pronunciati: Dell’Utri condannato a sette anni in appello. Due in meno rispetto alla sentenza di primo grado, ma il discorso non cambia: concorso esterno in associazione mafiosa. Dunque anche in appello è stato riconosciuto che Dell’Utri ha avuto rapporti penalmente rilevanti con esponenti mafiosi. A iniziare dall’eroe Mangano.

D’altronde non c’è da sorprendersi. Le prove sono più che schiaccianti. A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni (sarà un caso il ddl contro le intercettazioni…?): nell’intercettazione in casa del boss Giuseppe Guttadauro, il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Prove schiaccianti dunque. Inconfutabili. Si potrebbe pensare “va a finire che anche il Pdl riconoscerà quanto deve”. Volesse il cielo! Nulla di tutto questo.

Ecco alcuni commenti a caldo. I più esilaranti (e tragici!). Per Daniele Capezzone la corte è stata “poco coraggiosa”: “La sentenza, certo, addolora per la condanna contro Marcello Dell’Utri, comunque ridotta: e c’e’ davvero da augurarsi che la Cassazione possa essere molto più coraggiosa, su questo”. Mariastella Gelmini metterebbe le mani sul fuoco per Dell’Utri: “Marcello Dell’Utri e’ una persona perbene e ha tutta la mia solidarieta’ e quella dei tanti militanti che, in questi sedici anni, lo hanno conosciuto e apprezzato”.  Sandro Bondi sviluppa una strana equazione tra assoluzione Dell’Utri – vero diritto: “A parte la profonda amarezza per la decisione dei giudici d’appello sul caso di Marcello Dell’Utri, l’unico commento positivo in questo momento è la speranza che la Cassazione riaffermi che l’Italia è la patria del diritto”. Rotondi, invece, è speranzoso: “sono certo che la Cassazione ripristinerà una lettura veritiera delle cose”. Il deputato napoletano Amedeo Laboccetta, assoltamente incommentabile: “La Corte d’Appello di Palermo, con la riduzione della pena a sette anni nei confronti del Senatore Marcello Dell’Utri, ha dimostrato di non aver avuto il coraggio di assolvere un innocente”.

L’unico commento degno di nota è stato quello rilasciato da Antonio Di Pietro che, per quanto sia stato ironico e graffiante, è assolutamente meno esilarante dei precedenti e, di contro, assolutamente veritiero (paradossi italiani…) : “Speriamo che Berlusconi adesso non faccia ministro pure lui

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di Carmine Gazzanni

Gaspare Spatuzza non riceverà alcuna protezione speciale. Solo protezione ordinaria affidata al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Questo è quello che è stato deciso dalla Commissione del Viminale sui pentiti, presieduta dal sottosegretario del Ministero degli Interni  Alfredo Mantovano, che subito ha precisato che “non si è trattata di una decisione politica”. E allora qual è il motivo? “Ha parlato a rate” superando i 180 giorni previsti dalla legge. Sono doverose, però, piccole precisazioni: la tardività riguarderebbe una sola frase pronunciata dal pentito, quella appresa dal boss Graviano al bar Doney, a via Veneto a Roma, su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Una frase per la quale si è deciso di negare la protezione e, dunque, correre il rischio di far saltare tutt’un intera collaborazione.
Ma ancora non è finita. Nel provvedimento in questione si stabilisce che le dichiarazioni cosiddette “de relato” (cioè apprese da terza persona) – quali quelle incriminate perchè fatte “tardivamente” ai magistrati da Spatuzza che racconta di avvenimenti e nomi appresi dai fratelli Graviano e non vissuti in prima persona – addirittura non sarebbero neppure sottoposte alla legge dei 180 giorni.

E’ del tutto legittimo allora che le parole di Mantovano non godano di fiducia. Anche perché sono state ben tre le procure che si sono pronunciate a favore della protezione di Spatuzza: Firenze, Palermo e Caltanissetta. E proprio in quest’ultima città siciliana si è anche sottolineato che più e più pentiti “si sono comportati allo stesso modo di Spatuzza, ma non risultano analoghe decisioni”.

D’altronde non c’è motivo di sorprendersi. Non è la prima volta che si tenta in ogni modo di screditare il pentito che ha parlato dei rapporti Cosa Nostra – Dell’Utri/Berlusconi (anche se non è affatto stato l’unico). A cominciare dai due protagonisti. Berlusconi stesso infatti affermò che “sono accuse che si commentano da sole, ma in Italia non c’è nessuno disposto a credere a queste assurdità” e parlava di “macchinazione”; Dell’Utri, invece, fu molto più diretto nelle sue dichiarazioni: quelle di Spatuzza erano “aria fritta”, “minchiate” che “vengono prese sul serio, e si spendono soldi per giudici e indagini”.
Ma Spatuzza parlò anche dei rapporti con esponenti mafiosi intrattenuti tempo fa da Renato Schifani. E ti pare che il Presidente del Senato non avesse da ridire a riguardo? “Il signor Spatuzza intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili”.

Ma a parlare furono non solo i diretti interessati. Tutti gli uomini del Presidente, infatti, chi più chi meno, hanno colto la palla al balzo scatenandosi in dichiarazioni contro Gaspare Spatuzza. Ghedini parlò di “totale inconsistenza” delle accuse; Mario Valducci di ‘‘impazzimento” delle toghe e sostenne che alcuni magistrati covavano il progetto di attuare ”un colpo di Stato per via giudiziaria”; ragliò anche il leghista Calderoli a riguardo: “La montagna ha partorito un peto”; e ancora a parlare furono tra i tanti Frattini (“una vicenda indegna”), Sandro Bondi (“ferita all’immagine dell’Italia”) e Ignazio La Russa (“non uccide ma si vendica infangando i politici”). E poi Bonaiuti: “è del tutto logico che la mafia utilizzi i suoi esponenti per rilasciare dichiarazioni contro il Presidente del Consiglio di un Governo che agisce in maniera così determinata e così concreta nei confronti della criminalità organizzata”; Cicchitto: “da Spatuzza a Ciancimino Jr, è evidente che siamo di fronte ad un clamoroso uso politico della giustizia, prima per influire sulla vicenda politica adesso per far aprire le pagine dei giornali su Forza Italia-mafia”; e infine Miccichè: “Non escludo che Spatuzza sia pagato, magari da magistrati. O da terzi”.

Ma non solo politici si pronunciarono. Anche i fidi giornalisti presero la parola. E allora eccoti i titoli del 5 dicembre de “Il Giornale” e di “Libero”, rispettivamente: “E questo sarebbe un pentito? Soltanto minchiate” e “Le minchiate di Spatuzza”. Poi Minzolini in uno dei suoi editoriali ha parlato di “una deposizione senza riscontri”, “quelle balle sono andate in giro e hanno danneggiato l’immagine del Presidente del Consiglio”; Fede invece sentenzioso: “La vergogna delle vergogne”, “schifo autentico”.

Ma, ricorda Mantovano, “non si è trattata di una decisione politica“. Beh, se lo dice lui…

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di Jessica Proni

Morivano il giudice Falcone, con sua moglie e la loro scorta.
Innocenti che si erano macchiati della colpa di aver compiuto il loro dovere, nulla di più nulla di meno.
Questa è l’Italia.
Non fare quello che ritieni giusto, non essere un eroe, credi ancora al senso del dovere?
Ah, allora è questo quello che ti meriti, devi essere sgozzato come un’agnello, sacrificato sull’altare, inchiodato a una croce, o magari fatto saltare in aria su un’autostrada.
Devi essere tolto di mezzo perché non si addice il tuo modo di agire, di pensare alla società in cui vivi.
Esaltati per una partita di calcio, guarda la televisione pubblica, leggi i nostri libri e i nostri giornali, sii fiero di essere italiano.
Sei una macchina educata a non avere un pensiero autonomo.
Sei stato cresciuto in logiche di disonestà e corruzione e ora perché mai devi reagire, le cose così funzionano e così continueranno a funzionare.
Non cambierà mai niente, hai solo da perderci, mai nulla da guadagnare.
Ci saranno a ogni angolo lupi pronti a sbranarti e l’unico modo per sopravvivere è sparire, nasconderti o diventare più feroce di loro.
Non alzare la testa, comunista.
Non pensare di poter dire la tua, comunista.
Stai zitto e non fare rumore, comunista.
Non credere mai che qualcosa cambierà, sei solo un comunista.
Oggi siamo noi a comandare e la mafia, il potere, la corruzione, le stragi sono cose che vanno a braccetto e che prima o poi anche tu, comunista, dimenticherai, o ti abituerai a vedere.
Non ti indignare mai.
Non sperare mai che qualcosa cambierà.
Sei solo.
Prima o poi anche tu scomparirai.
Da solo o per mano nostra.
Siamo tanti, nessuno mai ti ricorderà né seguirà il tuo esempio.
Hai paura, sei sottomesso, questa è la nostra vittoria.

Sono comunista, nella loro accezione.
Credo che questo non sia il modo giusto di vivere, credo che qualcosa possa cambiare e non ci sto a non commentare, a non dire la mia, a dimenticare il mio passato e rinunciare a un futuro diverso dal mio presente. So che non sono sola, qualcun altro ci sarà, ma saremo abbastanza?

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di Carmine Gazzanni

Sono andato a vedere le tragedie greche. Oggi sono qui a vedere la fine di una tragedia tutta siciliana: la mia”. E’ Dell’Utri a parlare, a margine dell’udienza del  processo d’appello. Ma in ogni tragedia che si rispetti, per fortuna “ci sono anche eroi: io non sono un eroe”. E allora chi sarà mai il paladino del senatore pidiellino? ”Come ho sempre detto in questo caso l’unico eroe è Vittorio Mangano”. Casomai qualcuno se ne fosse dimenticato, Dell’Utri lo ha ribadito.

Lui, sì, è un eore. Di certo non Massimo Ciancimino, su cui è meglio non lasciare commenti “perché poi sarei caustico”. Oppure Gaspare Spatuzza, perché lui dice solo “minchiate” e “fandonie”. Molto meglio, dunque, Mangano. Ma non sarà, per caso, perché sia Ciancimino sia Spatuzza parlano dei possibili rapporti tra Cosa Nostra e il duo Berlusconi/Dell’Utri?

A questo punto, allora, anche Filippo Graviano potrebbe avere le credenziali per il titolo di “eroe”. L’undici novembre 2009, infatti, il giorno della deposizione sua e del fratello Giuseppe, ha negato tutto ciò che era stato detto da Spatuzza (“Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle, ho tentato di spiegarlo anche ai magistrati che mi hanno interrogato in altre occasioni”). In realtà, nonostante le dichiarazioni di politici esultanti e l’editoriale di Minzolini, non c’era e non c’è da meravigliarsi: Spatuzza è “pentito”, mentre Filippo Graviano, non essendo collaboratore di giustizia, non “collabora”: è ovvio e logico che abbia negato tutto.
Ma questo, probabilmente, Dell’Utri non lo sa. Lo ammirò quasi in quella circostanza: “Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta. Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato”.

Dunque Mangano è un eroe, oltre che esperto stalliere. Filippo Graviano è una “persona ravveduta”. E tutti quanti gli altri pentiti che hanno parlato del senatore, fondatore di Forza Italia?

Chissà cosa direbbe, ad esempio, Dell’Utri di Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70. Calderone, pentito anche lui, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Chissà cosa direbbe di Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. Chissà cosa direbbe di lui Dell’Utri.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Ebbene si, ha ragione Dell’Utri: che tragedia!

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di Carmine Gazzanni

Gli italiani si fidano di noi, di un governo che raccoglie la loro esigenza di sviluppo e di libertà  e che rende l’Italia protagonista in Europa contro l’avanzata della speculazione sull’euro”. E’ all’insegna dell’ottimismo il messaggio che Silvio Berlusconi ha inviato al senatore Pdl Carlo Vizzini per la manifestazione “Il Pdl per l’Italia del futuro” che si è tenuto a Palermo. Avanti, dunque, con “il governo del fare”. Due obiettivi su tutto: “il rilancio del nostro Mezzogiorno, attraverso quel Piano che porterà il Sud verso una nuova rinascita economica” e, strettamente legata a questa rinascita, “la lotta alla criminalità organizzata, che stiamo portando avanti con provvedimenti efficaci presi dal nostro governo, con risultati straordinari”.

L’Eurispes, tuttavia, traccia un quadro non molto confortante perché si possa parlare di una possibile “rinascita economica”: la crisi, con le famiglie e le piccole e medie imprese in difficoltà per l’aumento dei prezzi e la pressione fiscale, contribuisce ad alimentare l’usura. E al Sud il fenomeno è al livello di allarme. I numeri sono inequivocabili: un’analisi del valore riscontrato a livello provinciale evidenzia come l’Indice di Rischio Usura (IRU) classificato come “alto” (Valore IRU 80–100) e “medio-alto” (Valore IRU 60–80) appartengono al Mezzogiorno. Ciò è dovuto essenzialmente a fattori che favoriscono il diffondersi dell’usura, uno su tutti la presenza massiccia della criminalità organizzata. Non è un caso che il picco si registri proprio nelle province della Calabria (tutte nelle prime sei posizioni della graduatoria, con un IRU medio regionale di 97,1), nelle province campane (a rischio “alto” tutte le province, ad esclusione di Napoli, con un IRU medio regionale di 88,4) e della Sicilia (quattro province a rischio “alto”, tra le quali Caltanissetta è la prima in assoluto in Italia, cinque province a rischio “medio-alto” e un IRU medio regionale di 78,2).

Molto eloquenti sono anche i dati raccolti da “Sos Impresa” (Confesercenti). Anche qui i numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a fraintendimenti: la Mafia è la prima azienda in Italia con 135 miliardi di fatturato ed un volume d’affari che da solo supera i 100 miliardi di euro (una cifra pari a quasi il 7% del Pil italiano). E rivelazione dell’anno (2009) è stata proprio l’usura, che “ha registrato un vero boom per effetto della crisi e della stretta creditizia - spiega sempre il rapporto – . Questo reato segnala una crescita degli imprenditori colpiti, della media del capitale prestato e degli interessi restituiti, dei tassi di interesse applicati, facendo lievitare i commercianti colpiti ad oltre 200 mila con un giro d’affari che oscilla intorno ai 20 miliardi di euro”.
E nonostante questo, le denunce rimangono profondamente inferiori alla pericolosità e maestosità del fenomeno (anche se c’è da sottolineare un lieve aumento rispetto al 2008): in Campania solo 997 denunce per estorsione, in Calabria 258 e in Sicilia 567. E, di contro, a crescere sono gli atti intimidatori: solo in Calabria negli ultimi nove anni ce ne sono stati circa 700 (dati Legautonomie Calabria).

Dunque Berlusconi promette, ma i numeri parlano chiaro: la situazione è profondamente critica. L’economia meridionale è in gran parte in mano alla criminalità organizzata. Il vero problema, dunque, risponde al nome “mafia“. Non è un caso che, se non ci fosse stato il tasso di zavorramento mafioso annuo (2,5% del Pil del Mezzogiorno), il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord.

Dati, questi, che dovrebbero far riflettere.

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di Carmine Gazzanni

Forse è inutile sperare nel tanto agognato cambiamento sebbene da tutte le parti pure ci se ne riempie la bocca. La prassi, infatti, è sempre più veritiera della teoria, la sbugiarda drammaticamente nel caso questa si mostra in tutta la sua evidenza. E’ il caso di Fondi, cittadina in provincia di Latina, che, come sappiamo, si è distinta per manifeste collusioni tra membri della giunta comunale ed esponenti di cosche mafiose. Si è andati alle elezioni dopo che il Consiglio si era dimesso; cosa sarà accaduto? Assolutamente nulla. Nessun cambiamento. Cerchiamo, allora, di ricapitolare le ultime vicende per capire meglio le attuali.

L’economia locale a Fondi è fortemente legata alla produzione e alla distribuzione dei prodotti agricoli, tanto che Fondi è sede del secondo centro di distribuzione agroalimentare all’ingrosso d’Europa (M.O.F.), secondo solo a quello di Parigi, che movimenta circa 1,15 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli all’anno. Ed è proprio per questo che da tempo questa (apparente) tranquilla cittadina ha attirato a sé gli occhi e gli interessi delle organizzazioni mafiose.

Nel 2005 c’è stato un primo procedimento, denominato Damasco1, che svelò con chiarezza che in provincia di Latina la corruzione abitava (e abita tuttora) nei palazzi del potere e veste i panni della politica, sempre pronta a siglare affari con il crimine organizzato.
Il 21 settembre 2007 il pubblico ministero della Dda Diana De Martino dispose un nuovo procedimento penale contro Riccardo Izzi (consigliere di Forza Italia, ex assessore ai lavori pubblici nel comune di Fondi), Romolo Del Balzo e Massimo Di Fazio: i reati ipotizzati erano l’associazione per delinquere di stampo mafioso, l’abuso d’ufficio e la concussione. Lo stesso Riccardo Izzi, poco dopo, fu vittima di un duplice attentato incendiario alla sua autovettura. Izzi venne immediatamente interrogato dai Carabinieri: inizialmente non rivelò nulla, salvo ritrattare il giorno dopo e confessare che, nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale  del 28 maggio 2006, aveva preso voti da organizzazioni criminali: “Se qualcuno pensa di trovare a Fondi i segni della Lupara si sbaglia di grosso. Perché la quinta mafia, così chiamano l’intreccio d’interessi tra ‘ndrangheta e camorra, è qui per investire e per farlo ha bisogno di tranquillità. Due le attrazioni che spingono questa nuova mafia a riciclare il denaro sporco nel Basso Lazio. Il mercato immobiliare che, grazie al turismo è in forte espansione, e il Mof, il mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei più grandi d’Europa”.
L’aria a Fondi si faceva sempre più incandescente e il perfetto di Latina, il dott. Bruno Frattasi, visto il grave pericolo di infiltrazioni mafiose all’interno del Consiglio Comunale di Fondi, l’11 febbraio 2008 insediò una Commissione di Accesso che, dopo alcuni mesi di lavoro, accertò ciò che Riccardo Izzi aveva sostenuto, e cioè che l’amministrazione comunale di Fondi era collusa con una famiglia mafiosa ritenuta la cassaforte dell’usura del basso Lazio.

Arriviamo all’otto settembre del 2008: sulla base della relazione della Commissione di Accesso, Frattasi spedisce al ministro dell’Interno Roberto Maroni una propria relazione segreta sulla presenza della Camorra e dell’Ndrangheta a Fondi, con la richiesta di scioglimento immediato del comune per infiltrazione mafiosa. Il prefetto Frattasi, però, incontra degli scogli, in particolare nella persona del senatore Claudio Fazzone,  senatore della Repubblica, potentissimo cavallo di razza del PDL, cresciuto facendo da portaborse a Nicola Mancino e che ora controlla un patrimonio di circa 50.000 voti nel Lazio. Addirittura Fazzone invoca una commissione che indaghi sul suo operato: “Credo nelle istituzioni, ma ho ragione di dubitare su quanto accaduto con la Commissione d’Accesso a Fondi. Frattasi, che contesta agli altri di non saper amministrare, da commissario del Comune di Gaeta ha redatto bilanci contestati dalla Corte dei Conti. Tutti possiamo sbagliare, ma non si danno lezioni agli altri, come fa il prefetto”. Si schiera contro Frattasi anche il presidente della provincia, Armando Cusani, anche lui in quota Pdl: “la mafia a Fondi non esiste”.
Intanto, però, si aggiungono indagini su indagini: il 6 luglio 2009 la città di Fondi viene travolta da un’altra indagine della Dia di Roma con il supporto dei Carabinieri di Latina, denominata Damasco2, che porta all’arresto di 17 persone per associazione di stampo mafioso, abuso di ufficio, corruzione e falso. Tra gli arrestati, i fratelli Carmine e Venanzio Tripodo, esponenti legati a clan della ‘Ndrangheta, alcuni dirigenti comunali e l’ex assessore di Forza Italia Riccardo Izzi.

E mentre va via via mostrandosi un saldo rapporto politica-mafia, il Governo pensa ad altro e, presumibilmente, ad altri, tergiversando sul caso “Fondi”. Il 2 ottobre 2009, proprio la mattina in cui il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto prendere la decisione definitiva sullo scioglimento della giunta di Fondi, arriva una notizia inaspettata. Un anno e 25 giorni dopo la richiesta di scioglimento del prefetto di Latina per infiltrazioni mafiose (respinta per ben due volte dal Consiglio dei Ministri), la maggioranza di centrodestra di Fondi decide di rassegnare le dimissioni, prendendo letteralmente in contropiede il governo. Domanda: perché? Le dichiarazioni che seguono aiutano a farci un’idea:  “E’ un escamotage per potersi ricandidare” (Cgil); “È una mossa mafiosa che serve a evitare lo scioglimento di un comune mafioso” (Pedica); “Se si sono dimessi, significa che il marcio c’era” (Franceschini). C’è, infatti, una profonda differenza tra il dimettersi e l’essere sciolti. Se ci si dimette, si può essere ricandidati; se la Giunta, invece, è sciolta per infiltrazioni mafiose, i membri di questa non possono godere di tale possibilità.

Arriviamo così ad oggi. Ci sono state le elezioni comunali poche settimane. Quale sarà stato l’esito di questa tornata elettorale? Ci sarà stato un segno di profondo rinnovamento? Ecco le risposte. Sindaco, con il 55,6% dei voti, è stato eletto Salvatore De Meo, titolare, nella precedente giunta, dell’assessorato all’Urbanistica. Lo stesso Assessorato che, si legge nella relazione del prefetto Frattasi, “ha oggettivamente agevolato interessi economici di Salvatore La Rosa, pregiudicato e già sottoposto a misure di sorveglianza speciale di P.S., considerato affiliato al clan Bellocco di Rosarno”.Tale comportamento gravemente omissivo – aggiungeva Frattasi – appare ripetuto anche nella vicenda della costruzione di 30 appartamenti” finiti nelle mani del clan camorristico dei Mallardo, posti sotto sequestro, 5 giorni prima delle elezioni, dalla magistratura. E, oltre al brillante e sempre attivo De Meo, ben altri dodici ex consiglieri sono stati, dodici membri di quella stessa ex giunta che doveva essere sciolta, ma ha scelto la strada delle dimissioni proprio per questo motivo: ricandidarsi e ritornare sulle stesse poltrone che aveva momentaneamente abbandonato qualche mese fa.
E Claudio Fazzone, il potente uomo del Pdl nella zona del basso Pontino? Lui è stato il più votato alle regionali laziali (28.817 preferenze, un terzo delle quali a Fondi) e certamente ricoprirà un importante ruolo nella Giunta regionale, assumendo così un terzo “lauto” incarico, oltre a quello di senatore e di presidente di Acqualatina, società che gestisce il servizio idrico nell’area pontina. Fazzone era più volte citato nella relazione Frattasi in quanto socio, con l’ex sindaco, Luigi Parisella, e un pregiudicato, di una srl (Sillo srl) “avvantaggiata da una variante al piano regolatore votata dallo stesso sindaco“. Insomma, Fondi ha scelto di tenersi la classe dirigente del Pdl collusa coi clan. In nome di un cambiamento che non ci sarà.

Ultima curiosità: a Fondi, in controtendenza con il resto dell’Italia, la percentuale dei votanti è aumentata81% contro il 75% del 2005 – ed ha registrato un plebiscito per la Polverini: 72,6%. Sarà un caso, ma l’alta percentuale di votanti contraddistingue sempre cittadine dove è alta la presenza mafiosa. Ma, probabilmente, è solo un caso. Alla faccia di Frattasi.

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di Carmine Gazzanni

Checchè ne dica Cirielli, presidente Pdl in Campania che ha praticamente cancellato il merito della Resistenza elogiando solo “l’intervento americano” che “ha sancito un’alleanza che ha garantito un lungo periodo di pace e di progresso”, il 25 Aprile non può, nè ora né mai essere considerato una data come tante, né tantomeno essere cancellata. E’ la nostra data, quella italiana, data che ha segnato la fine di un regime e l’inizio di un qualcosa di nuovo, di un momento storico diverso che profumava, questa volta, di libertà.  Ma la libertà non viene regalata, va conquistata col sangue, con i sacrifici di persone che si sono rivelate profondamente, drammaticamente, terribilmente italiane.

E’ bene, allora, ricordare alcuni di costoro. Erano giovani, ragazzi e ragazze, donne, uomini, anziani che, pur appartenendo ad un ampio ed eterogeneo schieramento politico (comunisti, filo monarchici, cattolici, socialisti, azionisti) erano identificati col nome “partigiani”, nome che fa quasi paura oggi pronunciare. E invece no: dobbiamo essere coscienti che anche oggi abbiamo le nostre “Resistenze” da dover affrontare e anche noi, allora, dovremmo vestirci di vero spirito partigiano. Teniamo a mente, allora, scolpite nel cuore e nell’animo, alcune di queste lettere scritte da giovani partigiani condannati a morte:

Mario Brusa Romagnoli (18 anni):
“Papà e Mamma,
E’ finita per il vostro figlio Mario, la vita è una piccolezza, il maledetto nemico mi fucila; raccogliete la mia salma e ponetela vicino a mio fratello Filippo.Un bacio a te Mamma cara, Papà, Melania, Annamaria e zia, a Celso un bacio dal suo caro fratello Mario che dal cielo guiderà il loro destino in salvo da questa vita tremenda.
Addio. W l’Italia. Mario-Nando.
Mi sono perduto alle ore 12 e alle 12 e 5 non ci sarò più per salutare la Vittoria”

Armando Amprino (20 anni):

“Carissimi genitori, parenti e amici tutti,
devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.
Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina [...] Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri [...] Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.
Vostro figlio Armando. Viva l’Italia! Viva gli Alpini!”

Achille Barilatti (22 anni):
“Mamma adorata,
quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.
Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.
Viva l’Italia libera!”

Paolo Braccini (36 anni). Due giorni prima di morire il suo pensiero andò alla figlia che, di lì a poco, sarebbe diventata orfana:
“Gianna, figlia mia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.
Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre”

Dobbiamo esserne certi: queste persone sono morte per noi, hanno vissuto ore interminabili e angoscianti prima di affrontare i plotoni per rendere il Paese in cui viviamo un  Paese libero, democratico, dignitoso.
Dobbiamo essere coscienti, ancora, che non solo questi sono “partigiani”. Molti altri sono morti per lo stesso fine: per un’Italia libera. Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Beppe Alfano, Mauro Rostagni, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti gli altri morti per combattere la mafia, anche loro sono “partigiani”, perché anche loro sono morti per combattere un potere ostile alla libertà e alla democrazia che dovrebbe (e ripeto dovrebbe) contraddistinguere il nostro Paese. Chi dunque afferma che scrivere di mafia è un modo di diffamare il proprio paese ritenendo che gente come Saviano facciano più male che bene all’Italia, chiunque esso sia non è da ritenersi ITALIANO, nè tantomeno può riempirsi la bocca di parole quali “libertà”, “dignità”, “onore”, parole che appartengono soltanto a un’Italia che crede, che lotta, che è stanca di soccombere, di vedersi sempre sopraffare da qualcuno, ieri il Fascismo, oggi le Mafie e chi le difende.

Anche oggi, dunque, dobbiamo affrontare le nostre Resistenze. Diceva Sandro Pertini: “Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l’appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà. [...] E quindi l’appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo. Se c’è qualcuno che da’ scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!”. Parole che si commentano da sole.

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di Carmine Gazzanni

Giovanni SpampinatoLa mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta“. D’altronde basti ricordare “le otto serie de “La piovra” […] e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto”. Berlusconi ne è convinto: se non ci fossero stati tutti questi giornalisti “farabutti” (cit. Berlusconi) sarebbe stato meglio. Molto meglio. La domanda che sorge, tuttavia, è per chi sarebbe stato meglio, chi ne avrebbe beneficiato. Logica vuole (ma forse in questo caso il condizionale sarebbe d’obbligo per alcuni) che, se si parlasse meno di mafia, a beneficiarne sarebbero i mafiosi stessi. Se io denuncio che mi ruba, è il ladro che ride, non io.

Nonostante questo, il Governo si fa vanto di interventi che avrebbero destrutturato le criminalità organizzate. Avrebbe. Qui, certo, il condizionale è d’obbligo. Almeno stando ai dati del Censis, secondo cui, addirittura, se non ci fosse stato il tasso di zavorramento mafioso annuo (2,5% del Pil del Mezzogiorno), il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord. Affari, quindi, prima di tutto. Come, infatti, ha sottolineato anche Roberto Saviano nella risposta a Berlusconi, “Il ruolo della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d’affari”: cento miliardi di euro all’anno di profitto. Inoltre l’ombra della criminalità sulle imprese non si manifesta solo in termini di mancata crescita economica, ma anche di costi per dotarsi di sistemi di sicurezza, e questi ammontano a non meno di 4,3 miliardi di euro, pari al 3,1% del fatturato complessivo delle imprese considerate nella ricerca. Inoltre, il mancato valore aggiunto avrebbe potuto generare almeno 180.000 unità di lavoro regolari annue, ossia il 5,6% di quelle utilizzate attualmente dalle imprese.

Ma agli occhi del Governo tutto si azzera, tutte le cifre si annebbiano. E allora di chi è la colpa? Ma certamente dei giornalisti che scrivono, combattono, informano. Bene. Tra questi ce ne sono molti che vivono sotto scorta (a iniziare dallo stesso Saviano). Sono tantissimi i giornalisti presi di mira da affaristi, da criminali, da prepotenti, da potentati che non potrebbero sopravvivere sotto i riflettori dell’informazione critica, sotto la lente di un giornalismo attento, curioso, esercitato con coraggio e passione civile. Nel 2009 è stato reso noto un reportage di “Ossigeno”, l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti, sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza. Sono oltre duecento i giornalisti che in Italia, fra il 2006 e il 2008, hanno ricevuto minacce e intimidazioni per la pubblicazione di notizie sulla mafia, sul terrorismo o su episodi di estremismo politico.  Il Rapporto elenca 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel 2006-2008 sui giornali o segnalati da attestazioni di solidarietà. I casi di minacce e intimidazioni individuali sono 43, altri nove riguardano intere redazioni.

Alcuni di questi giornalisti “scomodi”, addirittura, hanno trovato la morte negli anni. Hanno trovato la morte perché, al contrario di quanto pensi l’attuale Presidente del Consiglio, vittima anche lui della sua stessa logica perversa (oltreché, chiaramente, illogica!), hanno voluto raccontare, informare. Noi, allora, vogliamo ricordarne alcuni. Lo facciamo per loro, per ridare dignità a tutte le vittime offese prima dalle mafie, poi (ed è qui che sorge il problema) dalle istituzioni con Berlusconi in testa.

Il cadavere di Cosimo Cristina (5 Maggio 1960) venne trovato in una galleria ferroviaria ed archiviato quale “suicidio”. Solo dopo alcuni anni il vicequestore Angelo Mangano, divenuto in seguito famoso per l’arresto di Luciano Liggio, volle indagare richiedendo l’esumazione del cadavere per supportare la tesi che non fosse suicidio ma omicidio. Pochi giorni prima di morire Cristina pubblicò un articolo su un periodico nel quale ricostruì un delitto di mafia avvenuto a Termini Imerese.

Il 16 settembre 1970 viene prelevato sotto casa a Palermo Mauro De Mauro. Da allora scomparve nel nulla. Cronista di razza, per conto de “L’Ora” di Palermo, venne eliminato molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri. Aveva appena pubblicato una interessante inchiesta sui rapporti fra mafia e gruppi eversivi. Di recente alcuni pentiti di ‘ndrangheta affermarono che il corpo del giornalista era stato seppellito sull’Aspromonte, ma non è stato possibile a tanti anni di distanza, verificarne l’attendibilità.

Giovanni Spampinato, giornalista de “L’Ora” e “L’Unità” ad appena ventidue anni è stato ucciso il 27 ottobre 1972 mentre era impegnato a far conoscere con le sue inchieste l’intreccio di affari, trame neofasciste e malavita nella città di Ragusa. Per il suo omicidio venne condannato Roberto Cambria , figlio di un alto magistrato, allora Presidente del Tribunale di Ragusa.

Il 9 maggio 1978, nello stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, venne rinvenuto il corpo dilaniato da un esplosione di Peppino Impastato, che, pur non essendo iscritto all’albo dei giornalisti, iscrizione che gli venne tributata alla sua memoria, venne ucciso dalla mafia anche per la sua attività di denuncia condotta con “Radio Out”.

Mario Francese, cronista giudiziario de “Il Giornale di Sicilia”, venne freddato la sera del 26 gennaio 1979. Fu il primo giornalista a denunciare la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. Dopo ben 22 anni, nel 2001, sono stati condannati i componenti della cupola che decisero l’eliminazione dello scomodo giornalista: Riina, Madonna, Cagarella, Calò, Geraci, Farinella e Greco, l’intero vertice di Cosa Nostra.

Giuseppe Fava, giornalista, venne assassinato il 5 gennaio 1984 nei pressi del Teatro Bellini di Catania. Aveva fondato “I Siciliani”, un giornale aggressivo che attaccò frontalmente i grandi gestori degli appalti di Catania, in odor di mafia.

Il 25 settembre 1985 viene eliminato dai sicari della Camorra, Giancarlo Siani a soli ventisei anni. Corrispondente de “Il Mattino” di Napoli aveva denunciato alcuni traffici di Torre Annunziata. Per la sua morte sono stati condannati quali mandanti i boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta.

Il 26 settembre 1988 nelle campagne di Lenz, in provincia di Trapani, viene freddato Mauro Rostagno. Molte le ipotes, ma, alla fine, si è indagato sulla responsabilità di personaggi di mafia come Vincenzo Virga e Mariano Agate, infastiditi per le denunce che Mauro Rostagno diffondeva con la conduzione di una trasmissione televisiva in onda su una emittente privata trapanese.

L’8 gennaio 1993 cadeva sull’altare della lotta contro i poteri mafiosi Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano”La Sicilia” da Barcellona Porto di Gozzo, in provincia di Messina. Ebbe il coraggio di pubblicare i lati oscuri dei grandi appalti pubblici dell’asse Messina– Palermo.

Nove vite spezzate nel nome della veritàNove storie da non dimenticare. Viene da chiedersi: c’è qualcuno che, forse, vuole si dimentichino?

Saviano ha concluso la sua lettera affermando: “non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta”. Facciamo in modo che non sia l’unico.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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