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Articoli marcati con tag ‘mafia’

9 Maggio 1978. Sono passati 33 anni da quando Peppino Impastato, con la sua Radio Aut, dal piccolo paese di Cinisi alle porte di Palermo,venne ucciso perché era una voce scomoda. Era troppo ingombrante per la mafia e per Tano Badalamenti, il boss di Cinisi che abitava a soli cento passi da casa di Peppino. Badalamenti che, nel vero senso della parola, regnava. Sì, perché questo è quello che fa la mafia: regna, governa, domina. Sostituisce in tutte le sue funzioni lo Stato che, pian piano, soprattutto in questi piccoli paesi di provincia, scompare fino a diventare invisibile (e a volte complice). Ieri come oggi.

Ma a Peppino non andava giù questa situazione. E allora cominciò a parlare, a raccontare, a diffondere, a colpire, ad affondare con la semplice arma della verità. E questo gli costò la vita: lo assassinarono in modo atroce, mettendogli nel petto, dopo averlo legato sulle rotaie della ferrovia, una carica di tritolo. L’esplosione fu forte, ma nessuno volle sentire: il 9 maggio 1978 Peppino Impastato saltava per aria nel silenzio omertoso e criminale di tutto un paese. E i giorni dopo, al silenzio drammatico di Cinisi, si aggiunsero accuse di uomini deliranti: molti giornali catalogarono quel delitto di mafia come un “incidente” capitato ad un ”terrorista” che stava per compiere un attentato. E così nessuno se ne occupò più di tanto, anche perché nello stesso giorno venne ritrovato il corpo di Aldo Moro. Peppino, dunque, non era nessuno, era un delinquente, terrorista, comunista. Si sbagliavano: era un uomo (trentenne) morto ammazzato perché aveva parlato per la verità, aveva parlato contro la mafia.

Sono passati trentatre anni da allora e pare che molte cose non siano affatto cambiate. Ieri come oggi è molto scomodo parlare e dar libero spazio alla verità; si cerca, anzi, di proibirlo: come chiamereste coloro che tentano di negare questa fondamentale libertà (quella di espressione e di informazione) se non “mafiosi”? Non sono forse i mafiosi che fanno di tutto per azzittire chi rivela verità scomode? E cosa si sta facendo oggi con le leggi contro le intercettazioni se non esattamente questo? Certo i metodi saranno diversi, qui si parla di metodi “para-isituzionali”, ma la logica, l’ottica è chiaramente la stessa: una logica drammaticamente, perversamente, irrimediabilmente mafiosa.

Le mafie oggi sono cresciute, sono diventate più potenti, in molti casi hanno messo le radici nelle istituzioni. Ma la morte di Peppino non è stata vana. Né la sua, né quella degli altri nove giornalisti uccisi dalle mafie perché voci fuori dal coro omertoso. Nessuno di loro è morto senza lasciarci qualcosa: testimonianza, forza, verità. E anche oggi abbiamo i nostri Impastato, i nostri Peppino che gridano, denunciano, lottano senza alcun timore, senza mai fare un passo indietro perché coscienti e convinti che questa è l’Italia sana, vera, nobile. Questa è l’Italia d’onore! Roberto Saviano, Pino Maniaci, Giulio Cavalli, Emiliano Morrone, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e tutti quanti gli altri che, anche nel silenzio, lottano e combattono.

E’ necessario, allora, che l’Italia ricominci ad avere coscienza delle cose, ricominci a costruire una cultura antimafia: non si possono elogiare, applaudire, quasi onorare uomini politici che affermano che la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta perchèle otto serie de “La piovra” […] e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale,Gomorra e tutto il restogli fanno pubblicità. Questa è cultura “mafiosa” perchè si delegittima la verità, si delegittima la dignità della lotta al crimine. Dobbiamo ricominciare a riconoscere, a discernere, a chiamare le cose col proprio nome.

E il nome di Peppino Impastato è molto più forte di queste assurde affermazioni. E’ molto più forte di chi delegittima, imbavaglia, zittisce. La voce della verità è molto più forte di qualsiasi organizzazione mafiosa.

Peppino è vivo e lotta in mezzo a noi! Le nostre idee non moriranno mai!!!

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di Carmine Gazzanni

Ancora una volta ieri Gaspare Spatuzza è stato sentito dai magistrati. Un’ennesima deposizione nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi mafiose, in cui è rispuntato il nome di Silvio Berlusconi. Mentre, infatti, la Procura di Milano, sebbene osteggiata a più riprese dai Berluscones, continua a portare avanti le indagini sulle minorenni ad Arcore e sulle notti del bunga-bunga, i magistrati di Palermo da una parte, e quelli di Firenze dall’altra stanno svelando importanti particolari sulle stragi mafiose del ’93 e del ’94, finora restate celate o comunque poco chiare.

I magistrati stanno cercando di mettere insieme i vari pezzi, ma sembrerebbe proprio che tutto faccia pensare ad un coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri negli affari malavitosi di Cosa Nostra. Se si appurasse questo, certamente potrebbe essere riaperta nei confronti del premier un’inchiesta giudiziaria per mafia archiviata, nella quale già era stato coinvolto proprio con Dell’Utri. Stiamo parlando del fascicolo 11531, fascicolo nel quale i mandanti – tutto’oggi a volto coperto – venivano chiamatiAutore 1” e “Autore 2”. Ora sembra possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, potrebbero esserci. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

E ieri Spatuzza ha ricostruito proprio l’attentato in Via dei Gergofili. Durante la ricostruzione il pentito ha aggiunto che in un incontro con altri mafiosi, Pietro Romeo e Francesco Giuliano, avrebbe dovuto tranquillizzarli sull’opportunità delle stragi perché “avevano (i boss di Cosa Nostra, ndr) puntato molto su questo soggetto politico che si stava formando, Forza Italia e Berlusconi”. “Così – aggiunge - in una confidenza a tutti e due, Romeo e Giuliano, dissi a entrambi per tranquillizzarli che ‘siamo in mani buone’, siccome era nato questo soggetto politico che si chiama Forza Italia”.

Ancora una volta, dunque, come detto, i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri legati a Cosa Nostra nel periodo più tragico della loro attività criminale. E non è nemmeno la prima volta che emerge nel corso di quest’indagine. Soltanto alcuni giorni fa un altro pentito, Giovanni Ciaramitaro, ha dichiarato: “Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti”, per le stragi del 1993 “e in un’altra occasione mi fece il nome di Berlusconi”. Dopodiché ha precisato che “la ragione delle stragi era l’abolizione del 41 bis, l’abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C’erano dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d’arte”. E chi erano questi “politici”? Ciaramitaro l’ha precisato: ”chiesi a Giuliano perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi”.

Sembrerebbe, dunque, che Silvio Berlusconi sia coinvolto (e non poco) negli anni stragisti. D’altronde anche la sentenza Dell’Utri  del processo d’appello aiuta a chiarire un quadro che già di per sé fa rabbrividire. Dell’Utri, si legge nelle 641 pagine della sentenza, “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

E quali sono state le prove schiaccianti e che potrebbero esserlo anche in queste nuove indagini? Cominciamo da quanto emerge da microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

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di Carmine Gazzanni

Ieri, dopo una settimana di polemiche, il Ministro Roberto Maroni è andato ospite da Fazio e Saviano per raccontare i meriti di questo Governo nella lotta alle criminalità organizzate. Una lista nella quale certamente compaiono indubitabili successi (anche se molti dei quali sono imputabili più al lavoro dinamico di magistratura e forze dell’ordine che, come sappiamo, per fortuna godono di autonomia nel loro lavoro), anche se senz’altro Maroni – come ha riconosciuto più volte lo stesso Saviano – è stato sempre al fianco di chi ha lavorato in questa direzione, incentivando tale stesso operato.

Tuttavia Maroni nella sua lista tace su alcuni aspetti, alcune misure prese da questo Governo, dalle quali le mafie certamente hanno, direttamente o indirettamente, tratto vantaggio. Tace sui silenzi (troppi silenzi) di questo Governo su più che palesi rapporti politica-mafia. Tace sul cambio di rotta improvviso e inspiegato della Lega, da opposizione ferma a Berlusconi, Dell’Utri e i loro rapporti con Cosa Nostra a tacito assenso. Ricordiamo, allora, alcune questioni.

Potremmo parlare, ad esempio, della miriade di leggi che in qualche modo hanno permesso alle criminalità di imporre il loro impero, soprattutto economico. Condoni, depenalizzazione del falso in bilancio, dimezzamento dei termini di prescrizione (ex Cirielli), la legge che permette di rivendere all’asta i beni confiscati alle mafie (con la possibilità, dunque, che la mafia stessa possa riacquistare) senza dimenticare la legge sulle intercettazioni, che, se fosse stata approvata – come il Governo voleva – avrebbe falcidiato migliaia di processi e impedito indagini chiave (per lo stesso Iovine sono state essenziali. Ma anche nella cattura di altri grandi boss come Provenzano e Riina e nella scoperta di traffici e affari criminali).

Ma non è finita qui. Paradossale è anche mettere a confronto le parole di ieri sera di Maroni, il quale – giustamente – ha elogiato i giudici che sacrificano la loro vita nella lotta alle mafie (molti, infatti, vivono da anni sotto scorta). Ma il ministro Maroni “lavora” per un Governo il cui Primo Ministro ha usato eufemismi non proprio eleganti nei confronti della magistratura: “talebani”, “metastasi della democrazia”, “disturbati mentali”.

E perché, ancora, nulla è stato detto, ad esempio, sulla sentenza Dell’Utri? Tale sentenza, in un altro Paese avrebbe provocato grande scompiglio e certamente avrebbe portato alle dimissioni dei personaggi coinvolti. Nelle 641 pagine depositate in cancelleria dai giudici di Palermo, in pratica, stabilisce una certezza: il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato perché faceva da medium tra Cosa Nostra (Bontate e Teresi in testa, boss mafiosi di allora) e Silvio Berlusconi. Nessuna parola di Maroni, ancora, sulla questione Cosentino: acclarati rapporti con la camorra, ma Nicola ‘o mericano”  rimane saldo alla guida del Pdl campano.

Insomma, su alcune questioni (rapporti, anche questi accertati, Lega Nord-‘ndrangheta) Maroni non transige, ma su altre il Ministro preferisce sorvolare. Senza dimenticare, poi, che nel ’94 il Governo cadde perché il partito di Bossi sfiduciò Berlusconi. E uno dei motivi principali della sfiducia era riconducibile proprio ai legami del Cavaliere con Cosa Nostra.  E per anni la Lega sembrava fare strenua resistenza affinchè Berlusconi “vuotasse il sacco”. Basta ricordare alcuni titoli di allora de “La Padania”:

La Fininvest è nata da Cosa Nostra” (7.10.98)

Berlusconi, metodi mafiosi” (6.10.1999)

Silvio riciclava i soldi della mafia” (7.7.98)

C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile” (25.11.99)

Imprenditore o politico, è il momento della scelta” (9.11.98)

Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica” (10.6.98)

Un biscione di miliardi in Svizzera” (3.11.98)

Le sedici casseforti occulte” (29.9.98)

Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca” (2.7.98)

Così il Biscione si mise la coppola” (16.7.98)

Le gesta di Lucky Berlusca” (31.8.98).

Insomma, c’è qualcosa che non quadra. Ma pensiamo che difficilmente, su tali questioni, Maroni chiederà il contraddittorio.

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di Carmine Gazzanni

Dell’Utriha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questo è quello che si legge nelle 641 pagine depositate in cancelleria dai giudici di Palermo. Fatti che, tuttavia, sono più che noti. Facciamo, allora, un resoconto di chi ha “cantato” e di altre prove schiaccianti che  inchiodano, non oggi, ma da ormai diversi anni il senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.

A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

Ma, sia chiaro, per il Pdl è tutta una montatura politica e tutta colpa dei giudici politicizzati.

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di Jessica Proni

Come voi tutti immagino sappiate negli ultimi anni, grazie anche alla splendida opera amministrativa attuata da Michele Iorio e i suoi, il Molise, in violazione al patto di stabilità delle regioni, ha creato un “buco” nel budget ad esso assegnato tutto a carico della sanità. Oltre che a perderne nel servizio pubblico offerto ai cittadini (vedi proteste del pronto soccorso di Isernia nell’ultima settimana http://www.infiltrato.it/notizie/molise/sanita-molise-pronto-soccorso-isernia-riparte-la-protesta), sono gli stessi cittadini a doverci rimettere di tasca propria, pagando imposte indirette perfino sul carburante.
[Attualmente il problema lungi dall’essere risolto continua a pesare come una spada di Damocle sulle teste dei molisani incuranti che immagino senza troppa difficoltà continueranno a rieleggere i candidati del centrodestra alle prossime elezioni.]

Il molisano doc, c’è poco da fare, è poco sveglio e a dimostrazione di quanto dico vi porto un altro esempio: si parla oggi molto di crisi energetica per risolvere la quale in sede nazionale si è tornato a parlare di nucleare.
Uno dei possibili siti ove collocare un’ipotetica centrale è lungo la costa molisana, vicino Termoli, ove le condizioni del suolo e dell’ambiente lo renderebbero più che adatto.
Ma i cittadini molisani si sono indignati: “perché proprio qui, noi non lo vogliamo il nucleare è rischioso, non sicuro e se proprio si deve fare, che si faccia altrove!!“, continuano a tuonare le associazioni del luogo.

Effettivamente il nucleare crea i suoi problemi e come dare torto ai timori derivanti da una risorsa che potenzialmente potrebbe risultare così dannosa, se solo ci fosse un’alternativa…

Si parla anche di rifiuti, l’esempio di Terzigno e del suo limone che sta facendo il giro del web in queste ore la dice lunga su come sia lontana una risoluzione definitiva del problema dei rifiuti in Campania, ma non solo: qualche tempo fa in un intervista fatta da noi a Daniela Sciarra (Legambiente) se ne parlava e il dato che lei ci fornì ci ricordò che nemmeno il Molise può essere immune dall’emergenza rifiuti.
Siamo pochi, poco più di 320 mila abitanti su una superficie di 4400 chilometri quadrati, ma dei nostri rifiuti il 90% finisce in discarica e il 10% che rimane è davvero una ridicola parte che viene recuperata e riciclata al di fuori delle aree molisane.

Se solo ci fosse un’alternativa alla discarica…

A me pensando a tutto questo viene un dubbio: e se le cose potessero migliorare risolvendo il problema del bilancio, il problema energetico e dei rifiuti con un unico intervento mirato?

Mi spiego meglio.
Nel 2007 venne fatta una proposta alla regione: un parco eolico a largo delle coste adriatiche, un parco di notevoli dimensioni, 54 pale a 3 km dalla costa di fronte alle spiagge tra Termoli e Vasto, un parco offshore, il primo in Italia che avrebbe prodotto una potenza di 162 megawatt.
L’allora presidente della regione, sempre tale Michele Iorio, con l’appoggio dei cittadini dei comuni interessati e il sostegno dell’illustre compaesano, Ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, si opposero alla proposta che venne pertanto respinta con la motivazione dell’immane impatto paesaggistico che avrebbe sicuramente danneggiato l’aspetto turistico della zona.
Le simulazioni del progetto davano questa immagine: http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/simulazione-offshore/2.html e secondo me non è così male. L’impatto paesaggistico è minimo tanto sono lontane dalla costa e in più essendo il primo impianto di questo tipo in Italia avrebbe attirato notevolmente l’attenzione di studiosi, studenti e scolaresche, esperti del settore da tutto il mondo, se solo fosse stato minimamente all’altezza delle aspettative.

A distanza di tre anni si continua a parlare di eolico e i molisani continuano ad opporsi: l’eolico selvaggio, a detta di quanti protestano, sarebbe infatti un grave danno per il territorio. In tutta sincerità confido nella buona fede di coloro i quali sostengono e portano avanti questo tipo di proteste, ma credo di tutto cuore che non esista a oggi un’alternativa migliore: l’eolico è pulito, non danneggia l’ambiente né la salute di chi vive all’ombra delle pale e guardando il caso pugliese la cosa è più che mai evidente.

La densità della popolazione molisana è inoltre bassissima, volendoci distribuire uniformemente su tutto il territorio saremmo circa 70 ogni chilometro quadrato, questo vuol dire che di spazio ce ne è e ce ne è tanto, perché non sfruttarlo?!
Di questo dato più che gli abitanti del posto se ne sono ben accorte le varie mafie che hanno usato il Molise come discarica (negli ultimi due anni si sono scoperte ben 20 discariche abusive sul territorio che certo non hanno portato lavoro, salute e risorse al territorio!!).

La mia proposta è semplice: perché allora non creare delle centrali di riciclaggio nelle zone scarsamente abitate della regione e creare un business virtuoso che coinvolga anche le altre regioni bisognose di centri di questo tipo? Se solo si riuscisse a creare una cosa del genere avremmo risolto diversi problemi, avremmo lavoro per i giovani (con la chiusura di grosse fabbriche come ad esempio l’ITIERRE la situazione economica di molte famiglie è diventata parecchio critica), soldi per la regione (i servizi forniti alle altre regioni non sarebbero di certo gratuiti) e inoltre potrebbe il Molise diventare un esempio di come si possa intelligentemente trasformare un problema in una risorsa. Ma si sa il molisano doc non è così furbo.

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di Carmine Gazzanni

A Partinico esiste una piccola emittente, una piccola ma grandiosa emittente, Telejato. A condurre tutta la baracca (lo stesso Pino parla di “una camera e cucina”) è Pino Maniaci, ex imprenditore edile che nel 1999 decide di rilevare l’emittente. Pino Maniaci è decisamente un giornalista, non fa il giornalista: la sua è una passione, non è lavoro. Non è lavoro a tal punto che in passato accadde una cosa alquanto bizzarra: venne rinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione di giornalista” non disponendo del cosiddetto “patentino” da giornalista. Alla fine tutto si risolse al meglio, ma solo il fatto che sia statorinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione di giornalista” uno come Maniaci che rischia ogni giorno la vita parlando spudoratamente ed esplicitamente di mafia e di mafiosi, lascia molto sgomenti ed increduli.

Maniaci è uno che grida, che urla, uno che con “la sua camera e cucina” dà molto più fastidio delle emittenti nazionali: basti pensare all’abbattimento di stalle di proprietà dei boss Vitale, utili strategicamente a Cosa Nostra. Tanto ha strepitato contro queste costruzioni, che a seguito dell’abbattimento, un gruppo di ragazzi tra cui il figlio dei Vitale non molto tempo fa, attentò alla vita del giornalista, pestandolo e stringendo a forza la carotide. E Pino Maniaci si è fatto intimidire? Niente affatto. Il giorno dopo, alle 14.30, eccolo lì, in postazione davanti alla telecamera: “Bentrovati con l’odierna informazione di Telejato notizie. Nonostante i calci, i pugni e l’aggressione, come vedete Pino Maniaci non demorde e stiamo andando in onda nonostante i lividi”.

Ed oggi quello che è capitato più e più volte (non si contano non solo le aggressioni, ma anche gli atti intimidatori – ruote bucate, vetri spaccati – e le querele – tutte chiaramente risultate essere bolle di sapone), si è ripetuto ancora: “Non puoi attaccare tutti – si legge nella lettera anonima – altrimenti ci pensiamo noi a te e alla tua famiglia”. “La sentenza è stata emessa”, si legge ancora nella missiva, che invita Maniaci a “stare zitto e lasciare il paese”. Nuovo atto intimidatorio, dunque. Nuovo atto a cui il direttore di Telejato risponde a tono: “Non ci lasceremo intimidire”, ha detto Pino Maniaci, che ha prontamente sporto denuncia.

Ancora una volta, dunque, un giornalista viene minacciato perché ha il “brutto vizio” di raccontare la verità. E sappiamo bene che la vicenda di Pino non è una vicenda isolata.

Secondo il nuovo rapporto dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione sono raddoppiati nell’ultimo anno le minacce a giornalisti italiani. Quelli coinvolti in episodi di “censura violenta” e gravi intimidazioni sono stati nel 2009-2010 circa 400. I casi elencati nel rapporto con nomi e cognomi sono 53, ai quali se ne devono aggiungere altri 15 verificatisi negli ultimi sei mesi (non registrati perché il Rapporto già era stato chiuso). Dei 53 censiti nel Rapporto, ha detto Alberto Spampinato, direttore del Rapporto Ossigeno, durante la presentazione a Napoli lo scorso 23 settembre “29 riguardano minacce individuali e 24 sono minacce collettive. Alcune di queste ultime sono rivolte a intere redazioni,  e ciò ci fa stimare in circa 400 i giornalisti coinvolti. Non sono pochi. Sono più dei componenti del Senato della Repubblica. E’ come se ogni comunità di 150 mila abitanti avesse un giornalista minacciato. Quattrocento non sono pochi, ma in realtà i minacciati sono ancora di più. Il fenomeno è molto esteso’’.

Ma dove accadono cose così terribili? Chiaramente tassi molto alti sono presenti lì dove la democrazia è debole e incerta e, di contro, è forte l’organizzazione criminale. Ma attenzione: certamente molti giornalisti minacciati sono calabresi (qui il tasso più alto), siciliani (vedi Maniaci) e campani. Ma oramai questo è un problema italiano, in quanto ci sono altri giornalisti coinvolti nel Lazio, in Piemonte, in Emilia Romagna. Questi sono i dati (il primo numero indica i casi inseriti nel Rapporto 2010, il numero dopo il “+” i casi di cui siamo venuti a conoscenza dopo la chiusura del Rapporto, il numero fra parentesi il dato trattato dal Rapporto Ossigeno 2009): Calabria  8+7, Sicilia 4+2, Campania 6, Lazio 9+1, Lombardia 6, Puglia 3, Basilicata 2 , Piemonte 2, Emilia Romagna 1.

E’ evidente, dunque, che la situazione è profondamente drammatica. E ce ne accorgiamo anche se facciamo un raffronto con il 2009. Un anno fa, il  precedente Rapporto Ossigeno segnalò 61 episodi nell’arco di un  triennio (2006-2008), con una media di 20 minacce l’anno. I 43 episodi di questo nuovo Rapporto segnano dunque un aumento del 100 %. L’aumento è ancora più alto per le minacce collettive, cioè indirizzate a gruppi di giornalisti o a intere redazioni: nel 2009 il Rapporto contava 9 episodi e stimato almeno duecento giornalisti coinvolti, adesso gli episodi sono 24  (+250%) e i giornalisti coinvolti sono il doppio (+100%).

A tutto questo, ora, si aggiunge il caso Maniaci. Ancora una volta un giornalista viene minacciato semplicemente perché fa il suo lavoro: conduce inchieste, chiede, domanda, intervista, si informa e informa. Ma questo pare che in un Paese come il nostro non sia possibile: non si può scrivere né parlare di mafia, camorra, ‘ndrangheta; non si può scrivere di politici collusi con queste criminalità organizzate; non si può far domande perché altrimenti si è subito qualificati come “forcaioli”, “comunisti” o “dissidenti”. Un Paese che non chiede, non si informa e non vuole essere informato non è un Paese democratico.

ADERISCI ALL’APPELLO DI ARTICOLO 21: SIAMO TUTTI PINO MANIACI, LAVORIAMO TUTTI A TELEJATO

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Pubblichiamo una nota che ci invia Gianluca Daluiso, un giovane (ha solo diciotto anni) di Riccione, dalle cui parole leggiamo una grande volontà, un forte desiderio di voler cambiare quest’Italia martoriata dala mala politica e dalla pervesra culturale che la ottunde. Grazie Gianluca!!! Sono molti che dovrebbero prender spunto ed esempio dall tue parole!!!

Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!“. A pronunciare queste parole fu Peppino Impastato, politico, attivista, conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli costarono la vita. Ormai sono passati più di 32 anni dalla morte di Impastato, un uomo che ebbe il coraggio, ma soprattutto la volontà di denunciare quel sistema di mafie, di illegalità diffusa che soffocava una terra bellissima, ma disgraziata come la Sicilia. Nonostante sia passato cosi tanto tempo il problema della mafia è ancora di primissimo ordine.

Da un po’ di tempo a questa parte sentiamo in televisione e leggiamo sui giornali la grande pubblicità che il governo Berlusconi sta facendo, dicendo che loro stanno avendo dei veri risultati contro la mafia, che la riusciranno a sconfiggere entro fine legislatura. Si, è vero: ultimamente si sono avuti grandi risultati contro “il braccio armato” della mafia. Però prima di tutto io penso che il merito più che alla politica vada ai tanti magistrati, forze armate, poliziotti che combattono il crimine organizzato al rischio della propria vita ogni giorno, nonostante il governo tagli loro tantissime risorse. Come dicevo se contro il lato “armato” della mafia si stanno avendo ottimi risultati, dall’altro, nei confronti della cosiddetta mafia dai “colletti bianchi” c’è ancora molta pulizia da fare. Vedete, io sono molto giovane, ho appena 18 anni. Sto veramente molta male a pensare che in parlamento, a ricoprire ruoli prestigiosi all’interno delle nostre istituzioni ci siano persone colluse con la mafia. Marcello Dell’Utri (ideologo di Forza Italia) condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa è ancora li, a ricoprire il ruolo di Senatore della Repubblica, e nessuno dice niente. Silvio Berlusconi è indagato insieme allo stesso Dell’Utri dalla procura di Firenze come mandanti delle stragi del 93’, è anche qui tutti tacciono, d’altronde lui è soltanto il Presidente del Consiglio. La cosa, però, che mi da ancora più fastidio non sono le persone come Dell’Utri, come Totò Cuffaro. Io non me la prendo con loro, quelli fanno il proprio “lavoro” essendo collusi con la mafia.

A me fa rabbia la molta gente che non si indigna e che rimane a testa bassa, indifferente. M.L. King diceva : ”Non mi fanno paura le parole dei disonesti, ma il silenzio degli onesti”. Non bisogna mai essere indifferenti, bisogna sempre avere la forza, ma soprattutto la volontà di reagire, come fece Peppino Impastato, come hanno fatto Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e tutti gli altri martiri. ITALIANI ALZATE LA TESTA.

Il grande problema Italiano è di livello culturale. Gli Italiani se ne fregano o per apatia, o per rinuncia. Vedete io penso che il vincitore sia semplicemente un sognatore che non ha mai mollato, per questo non bisogna mai rassegnarci anche se purtroppo è la cosa più spontanea che ci viene da fare quando pensiamo che non ci siano più speranze. Io mi voglio rivolgere a tutti gli italiani e soprattutto ai giovani, alla mia generazione: fate sempre il vostro dovere, al di là dei vari pericoli o delle varie difficoltà che potrete incontrare nel farlo. Io cercherò sempre di combattere per ciò in cui credo.

Probabilmente sarò un illuso, forse perderò tutte le mie battaglie, ma come diceva Indro Montanelli, una battaglia la riuscirò sempre a vincere, la più importante, quella che si ingaggia ogni mattina davanti allo specchio. L’importante non è il risultato, ma la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere. Per questo dobbiamo combattere per il nostro paese, per il nostro futuro. Molto mi dicono di scappare all’estero se voglio vivere in un paese normale. No. Io non scapperò perché so che il mio posto, il mio futuro è qui nella mia terra e noi tutti, e specialmente noi giovani, dobbiamo batterci per questo. Perché lo dobbiamo ai nostri morti, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato e molti altri, ma soprattutto lo dobbiamo ai noi stessi. Io sono convinto che il nostro paese possa essere una nazione normale, ma per far questo ci vorrà una rivoluzione culturale e morale che smuoverà le coscienze di tutti gli italiani. Gli Italiani si devono iniziare ad indignare e a reagire. Ognuno nel suo piccolo può migliorare il nostro paese. Essere onesti nella vita di tutti i giorni, informare i propri amici. Si perché un altro grosso cancro del nostro paese è l’informazione. Sono veramente poche le voci libere, al contrario dei tantissimi giornalisti servi dei poteri. Quindi noi tutti dobbiamo fare qualcosa nel nostro piccolo. Ricordiamoci che tante piccole gocce formano un oceano. Lo so è difficile, ma occorre farlo e soprattutto bisogna crederci nel cambiamento.

Spero che un giorno io possa raccontare ai miei figli, ai miei nipoti questo periodo parlandone soltanto come un brutto ricordo, una situazione totalmente differente dalla realtà.

Aiutatemi a crederci e realizzare questo sogno.

Gianluca Daluiso

Chiunque mi voglia contattare lo può fare attraverso il mio profilo face book

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di Carmine Gazzanni

da: www.infiltrato.it

Portatile sparito. Valigia piena di atti processuali sparita. E’ quanto accaduto pochi giorni fa ad Emiliano Morrone (che per la prima volta, a noi, parla pubblicamente della sua vicenda), giornalista antimafia e scrittore impegnato per l’emancipazione del sud: uscito dalla sua casa di Roma verso le 21.15, quando torna (23.55) non trova più nulla. O meglio, nulla di tutto il materiale che Emiliano utilizza per le sue inchieste. Casualità? Un particolare non da poco ci fornisce una risposta alla domanda: sparisce il computer 24 pollici (personale di Emiliano), più ingombrante e di certo di minor valore rispetto all’ultimo modello della Apple 17 pollici presente in casa (computer non di Emiliano).

Le indagini sono ancora in corso, ma lo stesso Emiliano ci dice di “non escludere alcuna possibilità”… CONTINUA

GUARDA L’INTERVISTA VIDEO AD EMILIANO MORRONE

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di Carmine Gazzanni

“Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”. Questo confidò Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca in un’intervista rilasciata il 10 agosto 1982 a “La Repubblica”. Solo cento giorni, cento giorni a Palermo per il generale nominato prefetto della città siciliana prima della sua tragica, solitaria morte.

Dalla Chiesa si era sempre distinto nella lotta alle associazioni bandiste: aveva combattuto brillantemente contro le Brigate Rosse e aveva portato avanti importantissime indagine sul caso Moro (anche in questo caso, però, rimangono delle ombre sull’operato e sulle responsabilità del Governo: parte del materiale ritrovato dal generale è andato perso). Dalla Chiesa già era stato a Palermo, dal 1966 al 1973, come colonnello dei Carabinieri, e già allora aveva portato avanti diverse indagini, il cui risultato fu il dossier “dei 114che portò all’arresto di decine di boss mafiosi; portò, inoltre, avanti le indagini sull’assassinio del giornalista Mauro De Mauro, freddato il 16 settembre 1970 molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri (della cui morte, poi, si interessò lo stesso generale).

Nel 1982 torna in Sicilia. Per cento giorni. Viene nominato prefetto. Inizialmente Dalla Chiesa non è molto convinto di questa nomina: lui era un uomo abituato a stare sul campo, ad avere una squadra a disposizione, non era un tipo da scrivania e da documenti da ufficializzare. Ma il Ministro degli Interni, Virginio Rognoni, lo tranquillizza subito: “Caro generale, lei va a Palermo non come Prefetto ordinario –  gli dice – ma con il compito di coordinare tutte le informazioni sull’universo mafioso”. Una frase assolutamente non chiara e difficilmente interpretabile. Ma il generale, che si era dimostrato sempre un grande servitore dello Stato e della democrazia, si fida anche questa volta delle istituzioni. E probabilmente questo fu un errore. Richiede subito “uomini, mezzi e fondi”. Ma non gli verranno mai dati.

Ma, come detto, il generale non si tira indietro e arriva a Palermo in un periodo molto convulso: il primo atto ufficiale fu la partecipazione alle esequie di un altro feroce nemico dei boss, Pio La Torre. L’uomo politico e segretario del PCI siciliano era stato ucciso il 30 aprile insieme al suo autista e compagno fedele, Rosario Di Salvo. La Torre e Dalla Chiesa si conoscevano, avevano collaborato e si stimavano profondamente, pur avendo due distinti orientamenti culturali. Entrambi avevano visto il cancro della mafia della provincia attecchire anche nel capoluogo. D’altronde anche La Torre preoccupava e non poco la mafia: fu il primo a capire che le mafie andavano colpite nella fase di accumulazione dei capitali illeciti. Ma solo dopo la morte dello stesso Dalla Chiesa si decise di approvare la legge proposta da La Torre per punire crimini mafiosi (nacque la 416 bis che definisce il reato di associazione mafiosa).

Ma nel frattempo la situazione precipita. I morti cominciano ad aumentare in maniera impressionante: se fino all’insediamento di Dalla Chiesa erano uno ogni settantacinque ore, adesso la media sale a un cadavere ogni quarantotto. Fino ad arrivare alla grande mattanza di agosto, tra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milizia, tutti comuni ai confini con Palermo: dall’inizio dell’anno fino al 4 agosto i morti erano 79; dopo soltanto tre giorni erano saliti a 86; l’11 agosto si arriva a 93; il 26 agosto a 100.
E il generale è sempre più solo, abbandonato dalle istituzioni. E’ a questo punto che cerca di prendere in mano la situazione. Un progetto ben definito il suo: creazione di centri antimafia, alle sue dipendenze dirette, nelle prefetture di Torino, Genova, Bologna, Napoli, Bari. Reggio Calabria, oltre che nelle province siciliane; la facoltà di ordinare indagini finanziarie e intercettazioni telefoniche; uno stretto collegamento con i servizi segreti; la formazione di nuclei costituiti da ufficiali di sua fiducia.
Ma ancora una volta sembra che il suo operato non piaccia ai “piani alti”: la reazione del Viminale è prima tiepida, poi addirittura critica (“Se si accettano tutte queste richieste il generale diventa più influente del ministro dell’interno”). Anche richieste assai più modeste vengono accolte solo parzialmente. Dalla Chiesa domanda trenta carabinieri specializzati nelle investigazioni e gliene mandano ventisette, domanda trenta poliziotti e gliene mandano quattordici. Come Mai? “Al Viminale ci sono dei prefetti che non gradiscono, anzi non tollerano che un loro pari grado assuma troppo potere”, mormorano alcuni.
E a Palermo è anche peggio: chiede di incontrare la giunta comunale ma il sindaco democristiano, Nello Martellucci, gli fa sapere che l’amministrazione cittadina la rappresenta solo lui (Martellucci pretese anche che Dalla Chiesa, al suo arrivo a Palermo, lo andasse a salutare. Dietro questa richiesta c’era il tentativo di una subalternità del prefetto antimafia al sindaco che sosteneva che “a Palermo la mafia non esiste”); tenta di stabilire un rapporto con la giunta regionale, ma l’unico a dargli retta è il presidente socialista dell’Assemblea, Salvatore Lauricella; viene persino snobbato nelle cerimonie ufficiali.

Il generale non ne può più: scrive a Spadolini per sollecitare il suo appoggio personale, ma nessuna risposta, nessun intervento. Non arriverà alcuna risposta neanche dal segretario della DC, Ciriaco De Mita. Lo stesso dicasi per il Ministro degli Interni, Virginio Rognoni. Ma sei giorni dopo ferragosto i due, Dalla Chiesa e Rognoni, si incontrano nei pressi di Corleone, per la commemorazione di un ufficiale dei carabinieri ucciso dalla mafia cinque anni prima. Il ministro promette che nella riunione del comitato nazionale per la sicurezza, in programma il 7 settembre a Roma, verrà concretizzato il collegamento  con tutte le altre prefetture, una delle richieste del generale. Ma il 7 è tardi, terribilmente tardi. Già il 26 agosto i Carabinieri avevano ricevuto una telefonata: “Siamo i killer del Triangolo della Morte. Con l’assassinio di oggi l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa. Dico quasi conclusa”. E il 3 settembre, alle ore 21.15, Carlo Alberto Dalla Chiesa, insieme alla compagna Emanuela Setti Carraro e all’uomo della scorta, il carabiniere Domenico Russo, venne ucciso in Via Isidoro Carini a Palermo.

Ai funerali tante autorità, tutti accolti in malomodo (fatta eccezione per il Presidente della Repubblica Pertini) con lancio di monete, di bottiglie, fischi, grida. Come disse nell’omelia il Cardinale Pappalardo, citando un passo di Tito Livio: “Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma Palermo”.

Sulla morte del generale rimangono ancora troppe ombre. Le indagini sulla strage si svilupparono subito in un contesto inquinato. Non è mai stato chiarito chi la notte del 3 settembre entrò nelle stanze di Villa Pajno, residenza del generale, con la scusa di cercare lenzuola per coprire i cadaveri. La chiave della cassaforte venne ritrovata dopo molti giorni in un luogo in cui era stata più volte cercata: ma le carte di Dalla Chiesa, tra cui documenti sequestrati nei covi dei brigatisti dopo il sequestro Moro, erano scomparse.
Ci sono stati sì dei condannati. Sono stati condannati all’ergastolo come mandanti i vertici Cosa Nostra, nelle persone di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Nel 2002, poi, sono stati condannati in primo grado quali esecutori materiali dell’attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia entrambi all’ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno. Ma tutto fa pensare all’esistenza anche di mandanti esterni, che rimangono tutt’oggi sconosciuti. Nella sentenza si legge: “Si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale e’ stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

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di Carmine Gazzanni

Sei un mafioso, vergognati!”, “Fuori la mafia dallo Stato!”. Una settimana fa questi sono stati i cori che hanno accolto a Como il fondatore di Forza Italia e senatore Pdl, Marcello Dell’Utri. Passano sette giorni e andiamo a Milano: il senatore era atteso alla rassegna “Parolario”, dove avrebbe dovuto presentare i presunti diari di Mussolini in suo possesso. L’incontro però non ha avuto neppure inizio perché all’arrivo di Dell’Utri un centinaio di persone ha immediatamente iniziato a protestare. E come ha commentato la vicenda Dell’Utri? “D’altra parte non puoi neanche arrestarli”. I toni del pidiellino, a onor del vero, erano ironici; tuttavia è indubbio che sentire Dell’Utri parlare di arresti, chiaramente per altri, lascia un attimo sbigottiti.

Ma andiamo avanti. Appena dopo tali contestazioni, subito i fidi pidiellini sono intervenuti in sostegno del senatore: “La manifestazione che ha impedito ieri a Dell’Utri di parlare a Como è assolutamente indegna e dovrebbe essere condannata da tutti. Invece vediamo che c’è un silenzio omertoso e inquietante” (Cicchitto); “gli autori della bravata neanche lo sanno, ma il loro comportamento incivile nei confronti di Marcello Dell’Utri ha i caratteri di un’azione da squadristi. E questi sarebbero gli antifascisti?” (Capezzone); “La scomparsa della democrazia, il requiem dei valori e principi che costituiscono l’architrave del vivere civile. Impedire a Marcello Dell`Utri di esprimere le proprie idee è un ignobile, scellerato, intollerabile atto di violenza che ci indigna e disgusta” (Miccichè).

Ma perché mai? Cos’è che non va in queste proteste, in questi slogan? Cosa c’è che si contesta in giovani che gridano a Dell’Utri “Fuori la mafia dallo Stato”? Stando alla condanna in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, stando alle prove, i documenti, le intercettazioni e le confessioni dei pentiti, assolutamente nulla.  E’ diritto (e dovere) di ogni cittadino manifestare il proprio dissenso, soprattutto se davanti si ha una persona che ha avuto rapporti con Cosa Nostra. Negli altri Paesi costui si sarebbe dovuto dimettere. In Italia questo non accade, si rimane in politica e, molto spesso, si è degni anche di promozioni. E, dopo tutto questo, poi sorprende se qualcuno contesta? Mi spiace, ma siamo in democrazia! Se qualcuno viene colpito da tali indagini, dovrebbe dimettersi (come accade in tutti gli altri Paese democratici), in Italia questo non avviene, ma, se si rimane personaggi pubblici, è più che legittimo che qualcuno manifesti.

Conviene, a questo punto, ricordare a coloro che tanto strenuamente hanno difeso e continuano a difendere il fondatore di Forza Italia perché è doveroso gridare tali slogan a Marcello Dell’Utri.

Le prove, infatti, sono più che schiaccianti. A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni. Nell’intercettazione in casa del boss Giuseppe Guttadauro, il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è il libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Prove inconfutabili, dunque. Almeno per coloro che non sono pidiellini.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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