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Articoli marcati con tag ‘lega nord’

di Carmine Gazzanni

Centocinquantesimo anno dall’Unità d’Italia. Alcune dichiarazioni e “modi di fare” squisitamente leghisti. “Domani non sarò presente alla commemorazione in Aula alla Camera. Sarò sul territorio. A mio modo di vedere le strumentalizzazioni costruite anche contro la Lega sui 150 anni dell’Unità d’Italia alle quali abbiamo assistito in questi giorni non servono a nulla”. Questo è quello che ha affermato ieri Federico Bricolo, presidente della Lega Nord a Palazzo Madama.

150 anni di centralismo, che guasti”: è il titolo a due pagine che, oggi 17 marzo, centocinquantesimo anno dall’Unità d’Italia, la “Padania” mette in prima pagina. E ancora: “Festeggiamo l’addio ai parassiti uniti nel federalismo”.

In molte città nessun esponente della Lega Nord ha partecipato alle cerimonie organizzate per commemorare l’Unità d’Italia. Nemmeno a Torino, sebbene il Presidente della Regione sia un leghista. A Milano, invece, il capogruppo al Comune di Milano della Lega Matteo Salvini si trova ad un banchetto all’ingresso della galleria Vittorio Emanuele: distribuisce bandiere di Milano, cartoline storiche della città e adesivi del Carroccio.

E ancora. Al Pirellone, sede del Consiglio regionale lombardo, due giorni fa i consiglieri della Lega Nord non hanno partecipato all’esecuzione dell’Inno di Mameli che ha aperto la seduta dell’assemblea, secondo quanto stabilisce la legge lombarda per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, legge che il Carroccio non ha votato. In aula c’era solo il presidente del Consiglio regionale Davide Boni che, ha spiegato, “ha assicurato la sua presenza” soltanto “per il ruolo istituzionale”. Gli altri leghisti, fra cui gli assessori e Renzo Bossi, sono rimasti alla bouvette a prendere un caffè e a fare colazione.

E non è stato un caso isolato quello lombardo: polemiche anche a Genova nella solenne seduta congiunta dei consigli della Regione Liguria, del Comune e della Provincia per i 150 dell’Unità d’Italia. La Lega Nord qui non si è presentata alle celebrazioni. Stessa cosa dicasi in Emilia Romagna: i consiglieri regionali della Lega Nord, ieri, ricalcando un po’ le “gesta” degli amici lombardi, hanno disertato l’aula mentre era in corso la seduta solenne per i 150 anni dell’Unità d’Italia. D’altronde anche la stragrande maggioranza dei parlamentari leghisti ha assicurato che oggi diserterà i festeggiamenti e non parteciperà alla seduta a Camere riunite del Parlamento.

E non mancano nemmeno le proposte assurde, in perfetto stile padano. Ricordiamo, su tutte, quella di Cavallotto: “In occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità di questo Paese ritengo fondamentale il riconoscimento ufficiale della lingua piemontese. La prima lingua del Parlamento italiano non è solo proprietà dei piemontesi, ma è patrimonio storico di tutto il Paese giacchè ha contribuito alla nascita di questo Stato”. Ma d’altronde sono tanti quelli che continuano a blaterare, vomitando parole insensate. Come il capodelegazione della Lega Nord all’europarlamento, Francesco Speroni: “L’unità d’Italia non è un evento da festeggiare”. Anzi, “sarebbe stato meglio se non ci fosse stata perchè così la Padania sarebbe più ricca”. E ancora: “Quando ascolto l’inno di Mameli provo fastidio, perchè mi sento un pò oppresso da chi mi ha conquistato”. Infine: “non esporrei mai dal balcone di casa mia il tricolore”. E non è l’unico. Uno dei gotha della Lega, Mario Borghezio (pregiudicato) questa mattina,intervistato a “Omnibus” su LA7, ha dichiarato: “E’ fuori luogo buttare via tutti questi soldi […] Il destino, il vento della storia porterà a due Italie”.

Certo, dichiarazioni di questo tipo lasciano attoniti. Ma oggi non bisogna dare peso a uomini e donne vuote, che sbraitano, latrano, ululano suoni incomprensibili. Come se fossero tra loro in competizione nel riuscire a proferire le parole più insensate e, in questo, assolutamente leghiste. Ma, per fortuna, Dio ce ne scansi, l’Italia è altro.

L’Italia non è la Lega Nord: loro, forse, dal loro scranno di presunzione e arroganza da prendere a schiaffi, diranno di non aspirare affatto ad esserlo. Ma la questione è un’altra: siamo noi, gente italiana fiera di esserlo, a non voler riconoscere loro come italiani. Sebbene quanto descritto sopra faccia cadere le braccia, stringere i pugni e digrignare i denti, non siamo pochi a pensarla in questo modo. Lo dicono i dati (sondaggio condotto da Demos): quasi il 90% degli italiani (intervistati nel corso dell’indagine) considera in modo positivo la conquista dell’Unità. Di questi il 56% la giudica “positiva” e il 33% “molto positiva”. Checché se ne dica, è un sentimento condiviso dovunque: la Lega, così forte politicamente, quasi imbattibile, è da sola, snobbata oggi da tutti, abbandonata alle sue idee strampalate, anacronistiche, tragicomiche. Così come lo sono le loro iniziative e i loro modi di fare.

Mi spiace, gente del carroccio, ma oggi non vincete voi. Non vince Umberto Bossi con tutto il suo seguito di cravatte verdi. Non vincono le disertazioni o le dichiarazioni impietose dei padani. Oggi vince la Patria, vince l’Inno di Mameli, vince l’Unità, il Tricolore, l’unica Vera Bandiera Italiana. Vincono Cavour, Mazzini, Garibaldi. Vincono tutti quegli italiani che sono morti, che hanno sacrificato la loro vita affinchè oggi noi festeggiassimo.

Vince l’Italia Unita, contro cui quel carroccio di legno su cui viaggiate si è fracassato, si è distrutto. Il verde che tanto amate altro non è che la prima delle tre strisce di un’unica grande bandiera, alla quale voi – e ne sono contento – non potete appartenere.

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di Carmine Gazzanni

Denis Zavatti, Stefano Corti, Lorenzo Biagi e Livio Degli Esposti. È bene tenere a mente i nomi dei quattro leghisti consiglieri della Provincia di Modena. Come rivela “La Repubblica”, i quattro padani mercoledì presenteranno in aula una proposta per erigere una stele “a perenne ricordo di tutti i Caduti modenesi della Guerra Civile 1943-1945”.

Chiudiamo con il passato e guardiamo con più serenità al futuro”, dicono, giustificando un’idea quanto mai fuori luogo e assurda. Capiamo perché. La stele, nell’idea dei quattro consiglieri provinciali, dovrebbe essere collocata accanto a quella che ricorda le vittime dell’Olocausto. E dov’è l’assurdità? La stele commemorerebbe tutti i caduti: sacerdoti, contadini, avversari politici, partigiani. Ma anche i cosiddetti “vinti”. E chi sarebbero questi vinti? I repubblichini di Salò – dunque fascisti - e collaborazionisti filo-nazisti. In pratica, vicino al monumento che ricorda le vittime dell’Olocausto, i quattro geniali uomini del Carroccio vorrebbero porre una stele per commemorare gli stessi responsabili del genocidio e dello sterminio di centinaia di migliaia di ebrei e non solo.

Ma la proposta è ancora più paradossale e fuori luogo di quanto si possa pensare. La notte di Capodanno lo stesso monumento che ricorda le vittime dell’Olocausto è stato preso a martellate da alcuni vandali, probabilmente vicini a forze neofasciste. E cosa fanno i quattro lesti uomini del Carroccio? Propongono di porre accanto al monumento una stele in ricordo anche dei carnefici.

Una proposta che lascia allibiti. Una proposta che, tuttavia, trova una sua giustificazione. Viviamo un periodo socio-culturale (prima ancora che politico) durante il quale si preferisce affossare la coscienza storica, dimenticare ciò che siamo stati. Perché sarebbe scomodo. Perché ci farebbe vedere distintamente il baratro entro il quale siamo precipitati. Cicerone diceva: “La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità”. Noi preferiamo non appellarci a testimoni. Preferiamo non conoscere verità. Preferiamo non avere memoria. Preferiamo vivere una vita superficiale, slegata da tradizioni e dalla sua stessa storia. Preferiamo vivere in un’Italia nella quale anche quattro piccoli consiglieri succubi del loro stesso anonimato possono aprir bocca perché pensano sia legittimo commemorare non solo la vittima. Ma anche il boia.

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di Carmine Gazzanni

Ieri abbiamo parlato della vicenda di Pietro Giovannoni, il quale aveva affermato, in merito alla maratona che si organizza ogni anno a Padova che, vista la vittoria ogni anno di africani, “Gli enti locali non continuino a finanziare una manifestazione alla quale in maggioranza partecipano atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”.

Sempre nell’articolo di ieri abbiamo dimostrato che l’Italia ha molto di razzista: dati, episodi, vicende poco consone ad un Paese che si dice essere democratico lo rivelano.

Oggi vogliamo soffermarci su un altro aspetto di questa vicenda. Molte dichiarazioni e provocazioni che rivelano tratti xenofobi ed anche omofobi provengono quasi totalmente da esponenti (anche di punta) della Lega Nord. Si dirà: “che c’è da sorprendersi? Oramai è risaputo”. Certamente. Ma è bene ricordarle concretamente perché dobbiamo impedire che l’anormalità diventi normalità, come troppe volte accade nel nostro Paese.

E’ indispensabile, ad esempio, parlare di Roberto Calderoli, MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA. Anni fa il Ministro leghista –  il 14 settembre 2007 – partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi, e, a tal proposito, ricordò: “Il terreno dopo la passeggiatta del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. Ma non è finita qui: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee. Ma d’altronde il suo odio (perché di odio si tratta) verso il “diverso” si manifestò già un anno prima: il 18 settembre 2006, durante un comizio, chiese ad una platea tanto infervorata quanto ottusa: “E noi vogliamo far decidere il futuro nostro, del Paese e dei nostri figli a chi fino a cinque anni fa era nella giungla a parlare con Tarzan e Cita?

Ma Calderoli si è distinto anche per le esternazioni contro i gay: “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni… Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”. Ed ancora, quando incombeva la “minaccia” dei Di.Co.: “Se non si fosse ancora capito essere culattoni è un peccato capitale e chi vota una legge a favore dei Di.Co. finirà nelle fiamme del più profondo dell´Inferno”.

Cambiamo politico, ma il registro non cambia. Mario Borghezio non solo con parole, ma anche con le azioni ha dimostrato il suo essere razzista: l’europarlamentare, infatti, è un pregiudicato, essendo stato condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa. Ma anche con le sue dichiarazioni ha fatto intravedere la sua indole da ventennio: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ed ancora. Come Calderoli, anche altri non gradiscono le comunità gay. Giancarlo Gentilini: “Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni e simili”; “il Piave e’ vietato agli zingari, ai tossicomani, alle lucciole e ai gay. Ora deve essere vietato anche agli islamici”.

Ma il razzismo leghista sfocia anche nell’odio verso l’italiano. La Lega non è italiana, ma padana. Fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione in cui si affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Concetto sul quale anche Borghezio è tornato più volte: “Per la nostra gente, per la gente umile, che lavora, che produce, che si ostina a mantenere Roma ladrona che non fa un cazzo!”. Non c’è mai stato amore per Roma, dunque (e per l’Italia). Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Leggi la prima parte dell’inchiesta

Guarda il video “Ecco a voi il pantheon padano”

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di Carmine Gazzanni

Ieri, dopo una settimana di polemiche, il Ministro Roberto Maroni è andato ospite da Fazio e Saviano per raccontare i meriti di questo Governo nella lotta alle criminalità organizzate. Una lista nella quale certamente compaiono indubitabili successi (anche se molti dei quali sono imputabili più al lavoro dinamico di magistratura e forze dell’ordine che, come sappiamo, per fortuna godono di autonomia nel loro lavoro), anche se senz’altro Maroni – come ha riconosciuto più volte lo stesso Saviano – è stato sempre al fianco di chi ha lavorato in questa direzione, incentivando tale stesso operato.

Tuttavia Maroni nella sua lista tace su alcuni aspetti, alcune misure prese da questo Governo, dalle quali le mafie certamente hanno, direttamente o indirettamente, tratto vantaggio. Tace sui silenzi (troppi silenzi) di questo Governo su più che palesi rapporti politica-mafia. Tace sul cambio di rotta improvviso e inspiegato della Lega, da opposizione ferma a Berlusconi, Dell’Utri e i loro rapporti con Cosa Nostra a tacito assenso. Ricordiamo, allora, alcune questioni.

Potremmo parlare, ad esempio, della miriade di leggi che in qualche modo hanno permesso alle criminalità di imporre il loro impero, soprattutto economico. Condoni, depenalizzazione del falso in bilancio, dimezzamento dei termini di prescrizione (ex Cirielli), la legge che permette di rivendere all’asta i beni confiscati alle mafie (con la possibilità, dunque, che la mafia stessa possa riacquistare) senza dimenticare la legge sulle intercettazioni, che, se fosse stata approvata – come il Governo voleva – avrebbe falcidiato migliaia di processi e impedito indagini chiave (per lo stesso Iovine sono state essenziali. Ma anche nella cattura di altri grandi boss come Provenzano e Riina e nella scoperta di traffici e affari criminali).

Ma non è finita qui. Paradossale è anche mettere a confronto le parole di ieri sera di Maroni, il quale – giustamente – ha elogiato i giudici che sacrificano la loro vita nella lotta alle mafie (molti, infatti, vivono da anni sotto scorta). Ma il ministro Maroni “lavora” per un Governo il cui Primo Ministro ha usato eufemismi non proprio eleganti nei confronti della magistratura: “talebani”, “metastasi della democrazia”, “disturbati mentali”.

E perché, ancora, nulla è stato detto, ad esempio, sulla sentenza Dell’Utri? Tale sentenza, in un altro Paese avrebbe provocato grande scompiglio e certamente avrebbe portato alle dimissioni dei personaggi coinvolti. Nelle 641 pagine depositate in cancelleria dai giudici di Palermo, in pratica, stabilisce una certezza: il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato perché faceva da medium tra Cosa Nostra (Bontate e Teresi in testa, boss mafiosi di allora) e Silvio Berlusconi. Nessuna parola di Maroni, ancora, sulla questione Cosentino: acclarati rapporti con la camorra, ma Nicola ‘o mericano”  rimane saldo alla guida del Pdl campano.

Insomma, su alcune questioni (rapporti, anche questi accertati, Lega Nord-‘ndrangheta) Maroni non transige, ma su altre il Ministro preferisce sorvolare. Senza dimenticare, poi, che nel ’94 il Governo cadde perché il partito di Bossi sfiduciò Berlusconi. E uno dei motivi principali della sfiducia era riconducibile proprio ai legami del Cavaliere con Cosa Nostra.  E per anni la Lega sembrava fare strenua resistenza affinchè Berlusconi “vuotasse il sacco”. Basta ricordare alcuni titoli di allora de “La Padania”:

La Fininvest è nata da Cosa Nostra” (7.10.98)

Berlusconi, metodi mafiosi” (6.10.1999)

Silvio riciclava i soldi della mafia” (7.7.98)

C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile” (25.11.99)

Imprenditore o politico, è il momento della scelta” (9.11.98)

Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica” (10.6.98)

Un biscione di miliardi in Svizzera” (3.11.98)

Le sedici casseforti occulte” (29.9.98)

Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca” (2.7.98)

Così il Biscione si mise la coppola” (16.7.98)

Le gesta di Lucky Berlusca” (31.8.98).

Insomma, c’è qualcosa che non quadra. Ma pensiamo che difficilmente, su tali questioni, Maroni chiederà il contraddittorio.

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di Carmine Gazzanni

Siamo sempre più vicini al capolinea. E il capolinea ha una data ben precisa: 14 dicembre, giorno in cui si voterà sia al Senato che alla Camera e, quasi certamente, proprio a Montecitorio Berlusconi non otterrà quella maggioranza di cui avrebbe bisogno per continuare con il suo Governo. Ma, stando ad alcune indiscrezioni,  pare che l’esecutivo si stia sfaldando anche al suo interno. Con le proprie mani. Sembra, infatti, come rivela anche “IlCorrieredellaSera.it”, che ieri Alessandra Mussolini e il ministro Mara Carfagna abbiano avuto una pesante lite. Pomo della discordia? Mara Carfagna si era intrattenuta a parlare con l’acerrimo “nemico” Italo Bocchino. E subito la lesta nipote del Duce ha tirato fuori il telefonino e scattato una foto come prova evidente del misfatto. Ma la Carfagna si gira e nota la “paparazza”, batte le mani e dice “brava, brava!”. E a quel punto la Mussolini non si trattiene: “Vergogna”. Insomma, per due chiacchiere ed una foto scoppia il putiferio. Sembra assurdo, ma questo ci fa capire come, lentamente, il Pdl stia sprofondando.

E il Pd? E’ questa la domanda a cui, ancora oggi, è difficile rispondere. Cerchiamo di slegare i fili della matassa (per quanto inestricabili siano).

Nei giorni in cui il Parlamento rivela il suo carattere depravato e squallido (è ormai certezza che da giorni va avanti una spaventosa “compravendita” di deputati per salvare il Governo), il Partito Democratico cerca di organizzare la sua controffensiva. Secondo gli ultimi sondaggi realizzati da Demos, una coalizione Pd-Idv-Sel oggi sconfiggerebbe Pdl e Lega. Mentre il cosiddetto “Terzo Polo” si attesterebbe sul 16 %. Ma, come sappiamo, questi sono solo sondaggi. La realtà potrebbe essere profondamente diversa. Per una serie di questioni.

Innanzitutto sembra che Bersani non voglia rinunciare all’idea di un Governo di transizione in cui far confluire anche Fli e Udc. Ma questo troverebbe contrari sia Di Pietro che Vendola. E certamente il Pd non potrà fare a meno di due così forti alleati che, stando sempre ai sondaggi, si attesterebbero l’uno al 6,8%, l’altro (inaspettatamente) al 6,6%. E non dobbiamo dimenticare un altro aspetto della questione:  le ultime vicende politiche hanno mostrato come il partito vendoliano stia facendo vacillare l’apparato pidino. E non in un piccolo comune di periferia, ma in una città importante come Milano. Qui, infatti, pochi giorni fa le primarie hanno decretato che candidato del centrosinistra sarà il vendoliano Pisapia, mentre l’uomo scelto dal Pd, Boeri, è uscito (anche se di poco) sconfitto. Questo è stato il motivo del terremoto che ha sconvolto la dirigenza regionale del Partito Democratico lombardo: hanno rassegnato le dimissioni, nell’ordine,  Maurizio Martina, segretario regionale lombardo, Roberto Cornelli, segretario metropolitano milanese, Pierfrancesco Majorino, capogruppo Pd in consiglio comunale a Palazzo Marino, e per ultimo Filippo Penati, ultimo candidato (perdente) alle regionali contro Formigoni e responsabile della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.

Senza dimenticare, poi, che cattiva aria si respira anche nelle altre segreterie, tanto a destra quanto a sinistra. Nell’Italia dei Valori, ad esempio, checché ne dicano i vertici a iniziare da Di Pietro e Donadi, esiste un “caso De Magistris” che ha spaccato il partito in due, con Antonio Borghesi che chiesto esplicitamente le dimissioni dell’ex magistrato napoletano, mentre molti, invece, specie tra i giovani, lo difendono e colgono l’occasione per chiedere l’epurazione degli uomini (inaffidabili a detta di molti) già presenti sulla scena politica durante la Prima Repubblica, come lo stesso Borghesi. Ma anche dall’altra parte le cose non vanno meglio. La Lega Nord, infatti, sembra stia perdendo molti consensi in una delle sue roccaforti, il Veneto, dopo l’alluvione e una gestione delle riparazioni che ha lasciato molti sostenitori attoniti. E in più c’è lui, Gianfranco Fini. Ieri, in un videomessaggio, Fini è stato, a detta di molti, profondamente ambiguo chiedendo “una maggiore responsabilità” da parte della maggioranza di governo. Subito centinaia e centinaia di critiche da parte degli stessi finiani che, appunto, non hanno colto il vero senso del videomessaggio. Alcuni hanno pensato addirittura ad una sorta di dietro-front, una porta aperta per una “riconciliazione” con Berlusconi. Se questo accadesse, dice un finiano incredulo, ”tutti gli italiani scoppieranno a ridere”. Tant’è che lo stesso Presidente del Consiglio ha colto subito la palla al balzo ed ha affermato che “Fini si è arreso”. Oggi, tuttavia, i finiani di spicco, su tutti Granata, stano chiarendo la questione: non c’è stato alcun passo indietro nelle loro posizioni e confermano che voteranno la sfiducia. Ma rimane l’incognita di quel videomessaggio. Strategia politica o c’è dell’altro?

Dunque la situazione è molto instabile, tanto a destra quanto a sinistra. Il caos è alle stelle. In  attesa che qualcosa diventi più chiaro dopo il 14 dicembre.

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di Jessica Proni

Oggi primo ottobre è passato quasi un mese dall’apertura ufficiale dell’anno scolastico, e ancora di scuola si parla: c’è un piccolo comune nella provincia di Brescia, Adro, che tanto ha fatto scalpore.

Si parla della nuova apertura di un polo scolastico intitolato a Gianfranco Miglio per il quale sono stati stanziati 6,6 milioni di euro affinché sorgesse il sole sui cinque edifici che contengono asilo, elementari, medie, mensa e palestra. Fin qui tutto regolare, il polo perfettamente efficiente e funzionante potrà accogliere i figli dei bresciani e contribuire alla loro formazione primaria. Il problema è che il sole che è sorto sul polo scolastico è un sole un po’ particolare, il Sole delle Alpi. Sarà possibile che sia solo ornamentale? Fatto sta che si trova su zerbini, banchi, sedie e lavagne, in pratica dappertutto.

Lo scalpore scatenato dalla vicenda è a mio dire parecchio giustificato considerando che si parla di istruzione primaria e bisognerebbe garantire una sana formazione delle giovani menti di modo tale che le loro convinzioni politiche si alimentino di ideali propri e non imposti. Se il Sole delle Alpi fosse solamente un simbolo riconoscitivo dell’etnia del territorio non ci vedrei nulla di male, ma si sta pur sempre parlando del vessillo apposto sulla bandiera di uno dei partiti attualmente al governo e può di gran lunga creare disagio nei bambini prima e nelle famiglie poi.

Dopo un mese dall’apertura delle scuole però la situazione non sembra cambiata e alle continue proteste che di giorno in giorno politici e genitori fanno, la presidenza comunale non ha ancora risposto.

Il sindaco Oscar Lancini, nonostante la vicenda si faccia di giorno in giorno più pesante (è intervenuto in merito il prefetto di Brescia, ma anche il ministro Gelmini appoggiato dal Quirinale), continua a non dare risposte decise sul caso rimandando e sostenendo che a breve il caso verrà fatto rientrare nell’ordine del giorno della giunta comunale.
Intanto i bambini vanno a scuola regolarmente e solo fuori dai cancelli del polo si alimentano dissapori: pochi giorni fa è stata aggredita verbalmente e spintonata da alcune mamme un’esponente della Cgil che accompagnava la nipotina a scuola, con l’accusa che ad aver scatenato questo putiferio sia stata solo una eccessiva attenzione dei media sul caso; in suo soccorso solo alcune donne arabe.

Volendo fare un’analogia potremmo ricordare il caso che qualche tempo fa scosse i banchi di una scuola all’Aquila in cui si chiedeva di rimuovere il simbolo del crocifisso dalle aule. In quella situazione a parlare era il rappresentante di una piccola comunità islamica, Adel Smith, che denunciava l’asimmetria presente nelle aule essendo esposto il solo simbolo cristiano dinnanzi ai bambini, in uno stato che costituzionalmente si definisce laico.
A pronunciarsi quella volta fu la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ritenne l’esposizione del crocifisso fosse “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione”.

Saremo a vedere cosa succederà in Padania.

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di Carmine Gazzanni

Il senatùr, vecchio e decrepito, quando va alle feste padane non si sa perché, ma si infervora. Ed allora, come già molto spesso è capitato, ecco gli insulti, le offese, gli improperi. Ed ancora una volta lo fa contro Roma, contro i Romani, contro quella capitale di quello Stato per il quale lui dovrebbe essere Ministro. Ecco, in breve, cos’è successo: Bossi, parlando ieri a Lazzate della possibilità di spostare il Gran Premio della Formula Uno da Monza a Roma, ha affermato: “I romani se lo possono dimenticare, Monza non si tocca e a Roma possono correre con le bighe”. Ma non è finita qui. Il Senatur, ci mancherebbe, si spinge oltre: ”Basta con Senatus Populusque Romanus, ‘il Senato e il popolo romano’, io dico ’sono porci questi romani’“. Il tutto condito dagli applausi degli esaltati leghisti presenti (in prima fila il Trota).

Ma soffermiamoci su un altro aspetto e domandiamoci: c’è da sorprendersi? Assolutamente no. E non sono commenti a caldo, né esagerazioni pessimistiche. Sono i fatti a ricordarcelo.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, di chi stiamo parlando. Stiamo parlando di un partito, la Lega, che non ha mai fatto mistero di uno dei suoi pilastri fondanti: il Sud e Roma possono anche marcire, l’unico nostro interesse è il Nord. Come definire, allora, un partito del genere? Secessionista. Punto. Basti ricordare un piccolo particolare: fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione che affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Non c’è mai stato amore per Roma, dunque. Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Ma non è finita qui: proprio oggi si legge su un articolo de “Il Fatto Quotidiano” una nuova, deprimente presa di posizione contro l’inno di Mameli. Questa volta è toccato al sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo: “Da adesso in poi le cerimonie si faranno senza inni”. Ma, come molti ricorderanno, non è nemmeno la prima volta che questo accade. Potremmo ricordare il caso di Curno, in provincia di Bergamo, dove la Lega Nord tentò di bloccare una mozione che chiedeva di affiggere nelle scuole d’Italia l’inno suddetto con la seguente motivazione: “L’Italia non esiste, è solo sulla carta”. Ancora più celebre l’episodio dell’inaugurazione di una scuola di Vedelago, per la quale si suonò, alla presenza di Zaia con la mano sul petto, il Va’ pensiero al posto dell’Inno. Ma di episodi alquanto grotteschi ce ne sono a centinaia: esami in dialetto per vigili, documenti ufficiali redatti in dialetto, il “federalismo meteorologico” proposto dallo stesso Zaia. E poi le scuole, a iniziare da Adro. Ma noi vorremmo citare un altro esempio, anche questo molto eloquente.

Insomma, si disdgena la gente meridionale, ma non i loro soldi, non i finanziamenti che vengono da “Roma Ladrona”, destinati a imprese, banche, scuole. Tutto questo certamente fa male, ma fa ancora più male pensare che stiamo parlando di signori che oggi siedono in Parlamento. Dovrebbe far riflettere il fatto che ci ritroviamo a parlare di un MINISTRO che lascia certe dichiarazioni. UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, appartenente ad un partito che ottiene molti voti, pur essendo (e forse in molti casi proprio perché lo è) SECESSIONISTA e RAZZISTA.

E non è finita qui. La Lega è un partito che non ha diritto di esistere perché contrario a quanto prescrive la nostra Costituzione. Esatto, la Lega Nord è un partito anticostituzionale. Andiamo a vedere perché: ARTICOLO 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali); ARTICOLO 5 (“La Repubblica, una e indivisibile”); ARTICOLO 12 (“la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano”), E, in generale, non dimentichiamo che in tutte le leggi fondamentali il riferimento ad “UNA” Repubblica è ricorrente.

Penso possa bastare quanto detto per avere un’idea chiara su cosa sia la Lega Nord.

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di Carmine Gazzanni

L’Islam diventi la religione dell’Europa”. In questo modo, ieri, ha esordito il leader libico Gheddafi appena arrivato in Italia. E nonostante Silvio Berlusconi abbia cercato di stemperare gli animi parlando di semplice “folklore”, una delle notizie più sconcertanti non sono tanto le parole di Gheddafi stesso (stiamo parlando di un leader di un Paese protagonista di diversi rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni pacifiste), quanto il silenzio delle istituzioni. Tutto tace. Il silenzio più imbarazzante e, al tempo stesso, inaspettato è certamente quello leghista. Oggi il quotidiano della Lega Nord si è risvegliato con un titolo in prima pagina molto esplicito: “L’Europa sia cristiana”; e si continua col sottotitolo: “Gheddafi sogna il vecchio Continente convertito a Maometto”. E ancora: “Il rischio concreto si chiama Turchia, vero cavallo di Troia dell’espansione islamica”.

Nonostante questo, però, i leghisti – ministri, senatori e deputati, insomma le figure di spicco del Carroccio – stanno zitti. Tutti tacciono davanti al dittatore amico del capo Silvio Berlusconi. La questione è alquanto inquietante. Per meglio capirci facciamo qualche esempio.

Perché mai, ad esempio, Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione, non ha detto nulla? Stiamo parlando di colui che mostrò in diretta al Tg1 una maglia satirica che derideva Allah, nel pieno del periodo del rischio-terrorismo, provocando gravissimi scontri istituzionali (insomma, un genio!). Ma non è finita qui. Roberto Calderoli è anche colui che il 14 settembre 2007 partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi; e, a tal proposito, lo stesso Calderoli ricordò quasi con le lacrime agli occhi: “Il terreno dopo la passeggiata del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. E ancora: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day” con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee.

Come mai, ancora, è rimasto zitto anche un tipo “tosto”, un vero leghista come Mario Borghezio, condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ma leghisti sono anche tutti quegli amministratori dai provvedimenti tanto assurdi quanto comici e, allo stesso tempo, tragici. Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i «clandestini» (a mò di leggi razziali che creano ghetti e schiavi); ad Adro (Brescia), c’è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino; a Voghera si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri; a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti su una panchina, se no stai in piedi; a Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. E si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il «White Christmas» di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. E per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

E si potrebbe continuare ancora a lungo. Ma fermiamoci qui. La conclusione, allora, qual è? E’ che si parla, si offende, si è razzisti soltanto quando si può esserlo. Davanti al diverso-ma ricco, per carità, ci si inginocchia, gli si offrono donne, soldi, agi e tutti i comfort che un Paese (in)degno di questo nome possa concedere.

La prossima volta che sentite un leghista alzare la voce contro qualche clandestino semplicemente perché “diverso”, ricordategli che tutti quegli agi su cui si gongola il dittatore libico, responsabile di omicidi, violenze e torture nel suo Paese, li stiamo pagando noi. La verità è questa: stiamo pagando il soggiorno italiano di  un dittatore.

Pecunia non olet”. Il denaro non puzza. Nemmeno se di un  islamico, vero carissimo Umberto Bossi?

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di Carmine Gazzanni

I magistrati oggi si fanno “i cazzi loro e noi i cazzi nostri”, mentre un tempo “avevamo un certo feeling”, per questo adesso “i giudici li educhiamo noi”. Questo diceva Umberto Bossi qualche giorno fa a Calalzo, presente per festeggiare il compleanno di Giulio Tremonti. Qualcuno, probabilmente, ha pensato che fosse un’altra delle tante provocazioni leghiste (vedi Zaia che qualche tempo fa ha parlato addirittura di “federalismo meteorologico”, perché Roma Ladrona sarebbe rea di fornire al Veneto previsioni meteo negative che danneggiano il turismo nel Nord Est). E invece no, tutto vero.
E’ nata a Bergamo la prima Scuola Superiore di Magistratura padana. E ne sono previste ben tre, pronte a sfornare magistrati padani per gente padana, per i distretti di Lombardia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Insomma, in attesa del federalismo tanto auspicato, si comincia con una sorta di federalismo giudiziario. Ed è molto curiosa anche l’affermazione di Calderoli che, si suppone, avrebbe dovuto rasserenare gli animi: “non si tratta di una scuola leghista, bensì di una scuola padana per avere magistrati padani in Padania”. Ecco, cosa cambia? Chi parlerebbe di una scuola solo ed esclusivamente padana per magistrati solo ed esclusivamente padani in Padania? Certamente un leghista. E dunque?

Ma c’è di più. Questa proposta, per quanto assurda sia, potrebbe essere per lo meno avanzata da un partito che sia immune da guai giudiziari. Con quale diritto un prescritto, un indagato o addirittura un condannato potrebbe parlare dell’istituzione di una “Scuola Nazionale di Magistratura” padana? Ed è proprio qui che viene il bello: la Lega Nord di certo non è immune da condannati, indagati e prescritti. Anzi, per alcuni aspetti si potrebbe definire il partito stesso incostituzionale. Ma andiamo con ordine.

Partiamo da Umberto Bossi stesso. Il senatùr, infatti, è stato condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; è stato in seguito condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla pubblicamente offesa in più occasioni. Il 26 luglio 1997 affermò: “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“; il 14 settembre dello stesso anno, invece, ad una signora che aveva esposto il tricolore alla finestra disse: “Il tricolore lo metta al cesso, signora”, e ancora: “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“. Per la prima affermazione, Bossi è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena. Per il secondo evento la Cassazione ha rigettato il ricorso di immunità presentato da Bossi, in quanto europarlamentare, confermando la condanna a pagare 3000 euro di multa.

Ma abbiamo anche altri esponenti di spicco che ritroviamo tra le file dei pregiudicati: Roberto Maroni, attuale Ministro degli Interni, condannato definitivamente a  4 mesi e 20 giorni per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale durante la perquisizione della polizia nella sede di via Bellerio a Milano; e Mario Borghezio, che è stato condannato nel 1993 a pagare una multa di 750.000 lire per violenza privata su un minore in relazione ad un episodio risalente al 1991, quando aveva trattenuto per un braccio un venditore ambulante marocchino di 12 anni per consegnarlo ai carabinieri; e ancora condannato nel 2000 per incendio aggravato da “finalità di discriminazione” a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino.

E poi abbiamo Matteo Bragantini, che nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e tre anni di interdizione dall’attività politica. L’accusa è istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nei documenti giudiziari si legge che Bragantini e altri sei coimputati, tra cui l’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi, hanno “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici”. L’11 luglio 2009 la Cassazione ha condannato in via definitiva Tosi, Bragantini e gli altri a due mesi di reclusione, con sospensione della pena, e a 4 mila euro di multa e alla sospensione per tre anni dai pubblici comizi. Logicamente questo è fatto di vanto: Bragantini è stato ricandidato ed eletto alla Camera, Tosi rimane sindaco di Verona.

Ancora abbiamo Matteo Brigandì. Era assessore regionale in Piemonte quando fu arrestato per truffa aggravata  ai danni della Regione Piemonte: avrebbe “regalato” all’amico imprenditore Agostino Tocci circa sei miliardi di lire, a titolo di “rimborso” per inesistenti danni subiti dalle alluvioni tra il 1994 e il 2000. Anche lui premiato per la sua condotta: Onorevole.

E ancora Roberto Castelli, indagato per abuso d’ufficio per alcune facili consulenze concesse quand’era Ministro della Giustizia. Il voto del Senato, tuttavia, l’ha salvato regalandogli l’immunità dai suoi reati ministeriali. Ma non è sfuggito alla Corte dei Conti, che l’ha condannato a rimborsare un danno erariale di circa 99 mila euro.

E poi, ancora, l’attuale Ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, indagato per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Fiorani. Lo stesso Fiorani dichiarò di averlo corrotto per ricevere l’appoggio politico della Lega. Secondo l’accusa Calderoli e l’allora sottosegretario Aldo Brancher (ve lo ricordate? Il Ministro più breve della storia Italiana) si sarebbero spartiti 200 mila euro.

Ma non è finita. Si potrebbe parlare di Gentilini, l’ex sindaco di Treviso, omofobo (“darò immediatamente disposizioni alla mia comandante affinché faccia pulizia etnica dei culattoni […] Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili”) e xenofobo (“Bisogna sparare sui gommoni e sulle carrette del mare […] i gommoni vanno distrutti, perché, a un certo punto, bisogna puntare ad altezza d’uomo”), indagato per  istigazione all’odio razziale, e poi condannato a non poter sostenere pubblici comizi per 3 anni e al pagamento di 4.000 euro di multa. Ancora si potrebbe parlare di Alessandro Costa, una sorta di Dottor Jekyll e mister Hyde: assessore alla Sicurezza di Vicenza di giorno; mentre di notte gestore di un vero e proprio giro di prostitute attraverso gli annunci pubblicati su internet. Senza dimenticare i ben 36 leghisti rinviati a giudizio per l’inchiesta sull’operato delle cosiddette “camicie verdi”, che fa riferimento al periodo tra il ’96 e il ’97. Secondo l’accusa  la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l’obiettivo anche di organizzare attraverso un’organizzazione armata la resistenza e pianificare l’eventuale secessione.

Ma, come accennato anche prima, lo stesso partito della Lega Nord presenta dei tratti di incostituzionalità. Potremmo cominciare con l’ARTICOLO 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), per poi passare all’ARTICOLO 5 (“La Repubblica, una e indivisibile”), per finire all’ARTICOLO 12 (“la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano”), senza contare che NEI PRINCIPI FONDAMENTALI (primi 12 articoli) IL RIFERIMENTO AD “UNA” REPUBBLICA E’ RICORRENTE.

Insomma, mentre Bossi dice che è necessaria una Scuola di Magistratura padana perché i magistrati si fanno “i cazzi loro e noi i cazzi nostri”, la realtà pare essere esattamente l’opposto: si vuole a tutti i costi questa scuola proprio perché i magistrati si fanno troppo “i cazzi loro”. Sembrerebbe più plausibile, no? E allora, caro senatùr, se si vuole fare i “cazzi suoi”, per lo meno non dica cazzate.

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di Carmine Gazzanni

Il Movimento politico denominato ‘Lega Nord per l’Indipendenza della Padania’, costituito da Associazioni Politiche, ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”. Questo si legge nel’articolo 1 dello “Statuto della Lega Nord per l’indipendenza della Padania“.

Una domanda, però, a questo punto diventa inevitabile: cos’è la Padania? A cosa corrisponde? Sembrerebbe scontata la risposta, ma probabilmente non lo è per gli stessi leghisti. Stanno nascendo, infatti, centinaia e centinaia di sedi della Lega Nord anche al Sud: nel Lazio, nelle Marche, in Umbria e addirittura in Sardegna, Puglia, Abruzzo, Campania, Molise, fino in Calabria. E alcuni dati possono farci capire ancora di più l’assurdità di quanto sta succedendo: la Lega Nord Sardegna (anzi, “Sardinia” come la chiamano loro)  ha 3mila iscritti, due assessori (a Tortolì, provincia dell’Ogliastra) e quattro consiglieri comunali, e alle ultime provinciali ha preso l’1,4 per cento; in Abruzzo il partito di Bossi si attesta al 3 per cento; in Umbria e Marche al 5 -6 per cento. Addirittura in Molise e Basilicata hanno rispolverato il manifesto con la gallina dalle uova d’oro e una donna grassa (che rappresenterebbe Roma ladrona) che si ruba le uova, con l’aggiunta di uno “Sveglia lucano!” e “Sveglia molisano!”.

E poi c’è la Campania. Anche qui la Lega Nord acquista sempre più adepti. Il coordinatore del  movimento campano è Gianluca Buonanno che, nell’intenzione di voler promuovere incontri elettorali in alcuni paesi della provincia di Napoli come Casal di Principe e Castellammare di Stabia, ha avanzato anche un proposta: “Chiederò a Saviano di venire da noi“. Chissà cosa pensa di questa proposta Roberto Castelli che soltanto pochi giorni fa ha affermato che “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età”.

Ma le contraddizioni non sono finite qui. Tutt’altro. “Il movimento non è affatto contro il Meridione”, va ripetendo in litania Giovanni Fava, coordinatore del Carroccio per tutto il CentroSud. Ma sarà vero? Ecco un breve reportage degli attestati di affetto dei rappresentanti leghisti nei confronti dei meridionali.
6 Aprile a Verbania. Ecco le parole in comizio di Umberto Bossi: “Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”. Ma d’altronde per Bossi non può esistere Roma capitale: in un’intervista del 19 settembre 2003 il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”.
Ma la giusta razione di odio viene dispensata non solo per Roma, ma per tutto il Sud. Per quanto riguarda Napoli, ad esempio, ci pensa Mario Borghezio che avanza una proposta molto eloquente: “Vogliono mettere il becco persino nei rifiuti di Napoli. E’ pur vero che una soluzione ci sarebbe: basterebbe regalare la Campania e il Sud alla Corona di Spagna, erano già il Regno delle Due Sicilie, se la tengano pure!”. E, ancora, abbiamo Gentilini: “Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro”; e come non citare gli osceni cori di Matteo Salvini che, a Pontida, intonava slogan da stadio come “Senti che puzza, scappano i cani, stanno arrivando i meridionali, brutti terroni terremotati che con il sapone non si sono mai lavati”.

E poi ci sono tutte quelle proposte che sono state avanzate da leghisti che mal sopportano la presenza del meridionale. Potremmo parlare dell’assurda vicenda di Lampedusa: il vicesindaco Angela Maraventano (ora senatrice), lampedusana doc, ma leghista convinta, si fece promotrice della secessione dalla provincia di Agrigento e l’annessione di Lampedusa alla provincia di Bergamo. E non è finita qui. Potremmo parlare, ancora, dell’idea di Bossi di “regionalizzare” i docenti perché gli insegnanti provenienti dal Sud impiantati al Nord avrebbero rovinato la cultura e la preparazione dei padani (questo lo disse dopo la terza bocciatura del figlio Renzo. Ma il senatùr, per carità, mai a pensare che probabilmente è suo figlio ad essere un “ciuco”!).
E concludiamo con quello che è accaduto solamente un mese fa in Veneto. Qui Luca Zaia ha auspicato addirittura la nascita di un “federalismo meteorologico”, perché Roma Ladrona sarebbe rea di fornire al Veneto previsioni meteo negative che danneggiano il turismo nel Nord Est.

Insomma, assurdità su assurdità, offese su offese, aggressioni su aggressioni. E il Sud che fa? Risponde diventando leghista. No comment. A questo punto, e lo dice un meridionale, terroni certamente no, ma fessi, forse, sì.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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