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di Carmine Gazzanni

Si avvicina il 22 dicembre. Il Senato, che già da oggi è in discussione, si pronuncerà sulla Riforma Gelmini. L’esito è quasi certo: il ddl diventerà legge a tutti gli effetti. Abbiamo già parlato più e più volte degli effetti disastrosi che questo provvedimento avrà sulle università. Ma la pochezza della maggior parte dei politici italiani e la loro mancanza di buon senso contribuiranno a creare una situazione che è vicina (molto vicina) alla degenerazione. D’altronde questa sarà la prima prova che il Governo dovrà affrontare all’indomani del voto di fiducia e certamente non vorrà dimostrarsi debole rinunciando ad una Riforma per la quale il Ministro Gelmini tanto si è dibattuta. Poco importa se questo vorrà dire assistere a nuovi scontri da anni di piombo, nuovi momenti critici. Una nuova guerriglia per le strade di Roma.

Ma non è finita qui. Infatti, mentre si continua a far credere che gli studenti altro non sono che facinorosi, pronti allo scontro armato, veri e propri guerriglieri, questi piccoli politicanti invidiosi, inetti e ridicoli non fanno altro che rendere il clima rovente prima ancora che si arrivi a mercoledì. Ignazio La Russa, ad esempio, nella sua imbarazzante performance di giovedì sera ad “Annozero”, ha mostrato il suo essere “liberale” insultando e impedendo ad un giovane studente di parlare. Maurizio Gasparri, addirittura, si è spinto oltre dichiarando che nei cortei ci potrebbero essere “potenziali assassini”. E’ chiaro, dunque, che frasi del genere, commenti tanto insulsi quanto strampalati, potrebbero portare a serie conseguenze mercoledì. Conseguenze che immediatamente verranno bollate da questi stessi pidiellini farneticanti come atti irresponsabili di studenti facinorosi.

Ma, a questo punto, bisogna assolutamente porsi una domanda: MA COME SI PERMETTONO?

Domanda provocatoria questa? Assolutamente no. Sono i fatti che ci impongono una così forte questione. Vediamo di capirci meglio.

Ignazio La Russa ha cominciato la sua attività politica nel “Fronte della gioventù”, movimento giovanile dell’allora MSI (evoluzione naturale del fascismo. E suo padre Antonino era anche senatore missino). Nel 1973 Ignazio era segretario provinciale a Milano del gruppo fascista e si concedeva, di tanto in tanto, azioni repressive contro i giovani comunisti. Ma la svolta per il futuro Ministro arriva quando il leader della rivolta dei “Boia chi Molla” di Reggio Calabria (causa di sei morti), Ciccio Franco, doveva venire a Milano. Indovinate chi prende in mano la situazione? Proprio lui, Ignazio La Russa, organizzando un bel comizio sull’esigenza di combattere il comunismo. Ma il tutto, ben presto degenera: al comizio segue una manifestazione non autorizzata. Ecco cosa si legge dall’archivio di Stato: “Il 12 aprile 1973 alcuni appartenenti all’estrema destra scagliarono due bombe a mano di tipo ‘SRCM’ contro una squadra del 3° Reparto Celere di Milano, provocando la morte della guardia Antonio Marino e il ferimento di altri 12 militari […] I responsabili di un simile gesto vengono arrestati dopo poco: sono due conosciuti esponenti degli ambienti dell’estrema desta milanese, Maurizio Murelli e Vittorio Loi rispettivamente 19 e 21 anni”. E Ignazio? Cosa c’entrava? Lo rivelò Francesco Fornari, inviato de “La Stampa”: “Molti degli arrestati, infatti provengono da ‘Ordine Nuovo’ e da ‘Avanguardia Nazionale’ o hanno fatto parte delle SAM (squadre di azione Mussolini). Vi sono anche quelli del ‘Fronte della Gioventù’, l’organizzazione giovanile dell’MSI. Sembra infatti che Maurizio Murelli e Vittorio Loi abbiano chiamato in causa Ignazio La Russa, figlio del senatore missino Antonino La Russa, che da qualche mese ha preso il posto di Radice ed è responsabile provinciale. Questi secondo i due arrestati avrebbe partecipato attivamente alla manifestazione di giovedì guidandoli all’assalto della polizia in due momenti […]”. Ma l’inchiesta va avanti e tasselli si aggiungono al mosaico: “a San Vittore sono finiti accusati di radunata sedizione e resistenza alla forza pubblica, Romano La Russa, figlio del senatore missino Antonino la Russa […]. Per gli stessi reati sono ricercati Gaetano La Scala e Cristiano Rosati Piancastrelli scomparsi da parecchi giorni e un terzo personaggio di cui non è stata rivelata l’identità. Secondo voci non controllate potrebbe essere Ignazio La Russa segretario del Fronte della Gioventù”.

Questo basta per capirci. E Maurizio Gasparri? E’ “Il Secolo XIX” a ricostruire una vicenda che ha del paradossale. Siamo nel 1993, Gasparri era già deputato allora. I Giovani del Fronte, in cui Maurizio aveva militato, cingono d’assedio il Parlamento. Lui esce dalla Camera e solidarizza, stringe la mano, si complimenta. “Minimizza, con i giornalisti, quanto appena accaduto davanti ai portoni di Montecitorio”, scrive il “Secolo XIX”. Che poi continua: “Un centinaio di iscritti al Fronte della Gioventù cinge d’assedio la Camera, bloccandone l’ingresso. Le forze dell’ordine vengono colte di sorpresa. Per lunghi minuti gli ultrà spadroneggiano, indisturbati. Con le braccia tese del saluto romano, al grido di “Boia chi Molla”, cercano di aggredire alcuni deputati, li coprono di insulti, poi prendono di mira con biglie e monetine le vetrate dell’ingresso del palazzo, mentre si alzano cori contro i politici corrotti. Le cronache di allora raccontano che ai facinorosi si uniscono i parlamentari Gasparri, Buontempo, Pasetto, Poli Bortone, Martinat, Maceratini, Rositani, Nania. ‘Chiamateci pure fascisti, ci fate un piacere’, grida uno dei capifila. (…) Gasparri è li in mezzo ai contestatori, insieme ad uno scatenato Buontempo”.

Che strano. Nei due episodi né La Russa né Gasparri parlarono di “arresti preventivi” o “potenziali assassini”. Fate un piacere all’Italia, cari parlamentari. Le prossime volte state zitte, tacete. Vi date soltanto la zappa sui piedi in questo modo. Ma d’altronde cosa ci possiamo fare: la mamma degli imbecilli è sempre incinta!

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di Carmine Gazzanni

Domenico Scilipoti, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Antonio Razzi, Silvano Moffa. Ecco chi sono stati gli eterni sconosciuti che solo alcuni giorni fa, per vivere il loro personalissimo momento di gloria, hanno deciso di mantenere in vita un Governo che, nei fatti, non esiste più. Checchè ne dicano i berlusconiani. Ma andiamo a vedere cosa accadrà nei prossimi giorni. La maggioranza parlamentare, assolutamente ottusa e passiva, spogliata di tutti i suoi poteri legislativi da questo Governo incosciente, dovrà procedere a tappe forzate perché tre sono gli appuntamenti improrogabili e sulla cui vittoria c’è grande incertezza: riforma Gelmini, il voto di fiducia al Ministro Bondi e la sentenza della Corte Costituzionale prevista per gennaio (o l’undici o la successiva settimana, il venticinque) in merito al legittimo impedimento.

Iniziamo dalla Riforma. Come tutti ricorderanno, la discussione al Senato (dopo essere stata approvata alla Camera) era stata posticipata all’indomani del voto di fiducia. Dunque, è plausibile che ora Mariastella decida di riprendere il cammino a vele spiegate. Il parere favorevole del Senato è quasi scontato, essendo passata qui già prima che il testo approdasse alla Camera (ora, infatti, dev’essere ridiscussa a Palazzo Madama per via di alcuni emendamenti che modificano – ma solo marginalmente – il testo originale). D’altronde la maggioranza di cui gode Silvio Berlusconi è molto più ampia al Senato, pertanto non dovrebbero sorgere problemi. Attenzione, però. Chiediamoci: cosa succederà per le strade di Roma qualora la Riforma diventasse legge? Il malcontento sociale è alle stelle e le scene di Roma – bisogna essere sinceri – rivelano che la guerra civile non è poi così lontana. E dunque? Possiamo sperare che una briciola di buon senso spinga questi nostri politici piccoli e invidiosi a porre da parte liti, contese, momenti di gloria, cominciando ad interessarsi del popolo italiano. Bisogna essere ottimisti? Molto. Troppo forse: la pochezza dei nostri politici non fanno affatto sperare bene.

Il secondo appuntamento previsto per il 22 dicembre è il voto di fiducia su Sandro Bondi. Qui la questione si fa molto più preoccupante. Vediamo di capirci meglio: probabilmente si andrà a delineare la stessa situazione che si è verificata con il voto di fiducia di tre giorni fa. Pdl e Lega, chiaramente, voteranno a sfavore della sfiducia; Pd, Idv e nuovo Terzo Polo voteranno a favore. E dunque? La partita sarà decisa dagli stessi “Carneade” insignificanti che si sono lasciati comprare per il voto di fiducia e che, dunque, si lasceranno ancora comprare. E poi ancora. E poi ancora. E poi ancora.

È indubbio, però, che alcune variabili ci siano e potrebbero anche essere determinanti. Prendiamo, ad esempio, il gruppo (sconosciuto, ma determinante) “Noi Sud”, un gruppo fondato da Elio Belcastro, Antonio Gaglione (il parlamentare che detiene la percentuale di assenza più elevata, oltre il 90%), Arturo Iannaccone, Antonio MiloLuciano Sardelli,in cui è confluito anche lo stesso ex Idv Antonio Razzi. Vediamo di capire chi sono. I cinque deputati fondatori facevano parte del Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo, ma per la politica troppo indipendentista e troppo poco filo-governativa, hanno deciso di abbandonare il partito, fondandone un altro, appunto “Noi Sud”, a cui poco tempo fa ha aderito anche la (sconosciuta anche questa) “Lega Sud Ausonia”, partito autonomista e secessionista campano che fa (o aspira a fare) da contraltare alla Lega Nord. È allora logicamente impensabile che questo partito, alter ego della Lega Nord al Sud, possa votare la fiducia al Ministro responsabile del crollo di due edifici a Pompei. Che difesa sarebbe del territorio meridionale in questo caso?

E non dimentichiamo, poi, che Silvio Berlusconi deve restituire “favori” proprio a quei parlamentari che hanno tradito i loro partiti appoggiando la sua anti-democrazia. A questo punto si potrebbe anche pensare che il Governo non porti avanti alcuna compravendita, favorendo così un voto di sfiducia su Bondi, ma permettendo in questo modo un facile rimpasto. Accontentando anche i suoi stessi salvatori.

E arriviamo allora all’ultima questione, ma forse la più decisiva per le sorti del premier. Attualmente i processi che pendono sulla testa di Silvio Berlusconi sono congelati dal legittimo impedimento, che, come detto, sarà discusso dalla Corte Costituzionale a gennaio. Corte che con grande probabilità dichiarerà il provvedimento incostituzionale. A questo punto i tre processi tornerebbero ad essere in corso, e di questi uno su tutti intimorisce il premier: quello per la corruzione di David Mills, l’unico in dirittura d’arrivo.

Ma che fine ha fatto David Mills? Mentre Berlusconi, infatti, poteva dormire sonni tranquilli perché il suo processo è stato congelato prima dal Lodo Alfano ed ora dal legittimo impedimento, quello per l’avvocato inglese, non potendo questi godere degli stessi privilegi, è andato avanti.

E arriviamo al 25 febbraio scorso: la Cassazione si è pronunciata sul caso Mills, dopo che quest’ultimo era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per corruzione (sentenza 19 maggio 2009: Mills “ha agito certamente da falso testimone […] per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalla accuse”).  La Cassazione, al contrario di quanto volle farci credere Minzolini parlando di “assoluzione”, ha in realtà confermato la consapevolezza dell’avvocato (il reato è stato commesso): qualunque persona che abbia un minimo di conoscenza giuridica sa che, se si è condannati nei primi due gradi di giudizio, il reato rimane, tanto più che Mills è stato condannato anche a pagare le spese processuali alla Presidenza del Consiglio (guarda un po’ la sorte: ha pagato al suo stesso corruttore!!!).

Per quanto, invece, riguarda Silvio Berlusconi, se il legittimo impedimento venisse bocciato dalla Corte e non venisse partorita nessun’altra legge ad personam, Berlusconi non avrebbe più santi a cui appellarsi: il processo, infatti, è in dirittura d’arrivo e le prove sono più che forti.

Basti pensare a cosa si legge nella lettera che Mills consegnò al suo commercialista Bob Drennan il 2 febbraio 2004: “Caro Bob, in breve i fatti rilevanti si possono così riassumere: nel 1996 mi sono ritrovato con un dividendo di circa 1,5 mlioni di sterline […] proveniente dalle società di Mr. B.”. E ancora “Io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B.  e loro conoscevano la mia situazione. […] sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo

Quando i pm De Pasquale e Robledo scoprono la lettera convocano immediatamente Mills che viene interrogato (18 luglio 2004) per ben dieci ore. Alla fine Mills crolla. Sul verbale si legge: “io sono stato sentito molte volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere, laddove possibile, una certa riservatezza sulle azioni che ho comprato per lui. E’ in questo quadro che nell’autunno del’99 Carlo Bernasconi […] mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.

Tappe importanti per Berlusconi. Davanti alle quali si può ancora sperare in una sua caduta e nella fine di un regime ventennale.

Carneade, chi era costui? Viaggio tra i voltagabbana: da Scilipoti alla Polidori

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di Carmine Gazzanni

Ieri centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia hanno dato vita ad un’enorme protesta contro il ddl Gelmini in discussione alla Camera.

La situazione è caldissima. Le università in tutta Italia sono in subbuglio, mentre gli uomini (e le donne) del Palazzo sono più intenti a curarsi di compravendite, passaggi, acquisti di parlamentari e nuove e possibili alleanze per le imminenti elezioni. Ieri si è arrivati all’apice delle manifestazioni e dei cortei che da inizio anno scolastico, con alti e bassi, hanno visto gli studenti di tutta Italia cercare di informare e spiegare i motivi delle loro lamentele. Occupazioni, blocchi delle città, cortei, lezioni in piazza, assemblee, dai tetti, dalle facoltà e nelle scuole. A Roma alcuni studenti, superando le barriere di sicurezza, hanno tentato di entrare a Palazzo Madama, ma sono stati allontanati – in alcuni casi con modi assolutamente violenti e da “guerra civile” – dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Ma non solo Roma si è fatta sentire nel giorno della discussione della riforma Gelmini, il cui esame continuerà domani mattina. A Perugia ricercatori e studenti sono saliti sul tetto della mensa centrale in Via Pascoli. A Torino i ragazzi hanno occupato Palazzo Nuovo, sede di Lettere e Filosofia. Stessa sorte anche a Salerno: studenti, ricercatori e anche qualche professore hanno deciso di salire sui tetti degli edifici universitari per manifestare il proprio dissenso. Ma tante altre, ancora, sono state le forme di protesta: a Siena gli studenti hanno bloccato i binari della stazione; a Pisa addirittura le piste dell’aeroporto ‘Galileo Galilei’. Senza contare le svariate facoltà che, di giorno in giorno, vengono occupate. Per organizzare presidi, per stabilire un punto nevralgico da cui coordinare le forme di protesta, per far sentire la propria voce: a Bologna è stata occupata la facoltà di Lettere; a Pisa addirittura sono stati occupati gli edifici di Lettere, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lingue, Economia, Scienze, Ingegneria;  a Roma, invece, occupate le sedi di Fisica, Ingegneria, Igiene e Scienze Politiche; a Catania, ancora, Fisica; a Palermo la facoltà di Lettere e Filosofia.

Sappiamo bene quali sono i motivi di queste proteste. Povertà, disoccupazione e precarietà sono le condizioni cui un’intera generazione di soggetti produttivi viene sottoposta.

Il CUN (Consiglio Universitario Italiano) ha fornito dati molto preoccupanti: quest’anno (anno solare – dunque quello che rimane del 2010) ci saranno tagli per 279 milioni in meno. Per la prima volta ci sarà una diminuzione del FFO (Fondo Finanziamento Ordinario per le Università) del 3,72%.  E negli anni, come se non bastasse, la situazione subirà un peggioramento. Stando sempre al rapporto del CUN per il 2011 è previsto un taglio di 1 miliardo e 355 milioni; e per il 2012 una sforbiciata da 1 miliardo e 433 milioni.

Insomma, come ribadito nel documento, “lo schema del DM (Decreto Ministeriale, ndr) segue non una struttura programmatica per obiettivi e risultati, ma solo di tipo amministrativo-contabile”. In questo modo la qualità (molto spesso già scarsa) delle università italiane subirà un ulteriore tracollo.

Vediamo alcune conseguenze. Essendo stato confermato il prolungamento del blocco del turnover nelle assunzioni in tutta la pubblica amministrazione fino al 2014, e siccome per quanto riguarda l’università è prevista un’uscita dai ruoli di circa 18.000 su 60.000 unità, sarà oggettivamente impossibile garantire un’offerta formativa adeguata. Come se non bastasse, poi, ecco cosa si legge sul sito dei ricercatori “Rete 29 Aprile”: ”i tagli al fondo di finanziamento ordinario dell’università vengono prolungati nel tempo, arrivando al 2015, prevedendo tagli per circa 860 milioni di euro”. Insomma, una situazione devastante.

Senza dimenticare, poi, l’assurda situazione dei ricercatori. Innanzitutto la riforma prevede per loro un limite temporale di sei anni per riuscire a diventare associato. Scaduto il tempo previsto, non potranno più continuare l’attività accademica. In più le loro progressioni stipendiali saranno congelate dalla manovra per tre anni. E questo, in concreto, vuol dire che un ricercatore neoassunto si vedrà decurtata la retribuzione di quasi 1600 euro annui; i ricercatori in servizio da nove anni avranno un taglio pari a 4.745 euro annui.

E la ricerca? Anche qui tempi bui: per le collaborazioni, per le missioni all’estero e quant’altro è stato imposto un drastico taglio che rischia concretamente di mandare all’aria progetti internazionali, partecipazione a conferenze e a riunioni. Come scrive “Rete 29 Aprile”, ci saranno tagli su quegli aspetti “essenziali per una ricerca che non voglia limitarsi al vicolo sotto casa”. D’altronde cosa ci aspettiamo da un Paese che, a fronte della media europea del 2% di finanziamenti nella ricerca, investe soltanto lo 0,8% del Pil?

Ancora, c’è la questione della privatizzazione che, probabilmente, è proprio quella che più di ogni altra intimorisce. Se, infatti, i tagli all’FFO risulteranno incolmabili (come sembra siano), gli atenei saranno costretti a trovare aziende private non solo che le finanzino, ma che entrino anche nella loro gestione amministrativa. Cosa vuol dire questo? Sull’ “Infiltrato.it” si spiega in maniera adeguata cosa comporterebbe tale privatizzazione: “prendiamo un ateneo che non riesce a far fronte al mantenimento della facoltà di medicina. Interverrà, ad esempio, un’industria farmaceutica che, entrando nella gestione amministrativa, avrà grande potere decisionale. E secondo voi – non ci vuole un mago per capirlo – l’azienda sarà interessata a dare allo studente una preparazione globale o finalizzata ai suoi stessi interessi? Propenderà per la formazione di un medico “globale” o per la formazione di un possibile dottore che lavori all’interno dell’azienda stessa? La risposta è scontata”.

Senza contare, poi, che, con la privatizzazione, si andrà incontro al rischio di tasse sempre più elevate. Il tutto in barba all’articolo 34 della Costituzione Italiana che, nel suo comma 3, afferma: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Diritto, è evidente, che già oggi pare non essere più garantito totalmente. Si dirà: ma questo è qualunquismo. Niente affatto: non è un caso che nel ddl Gelmini ben 16 volte compare la dizione “senza oneri aggiuntivi per lo Stato”.

Ma i ragazzi non sembrano essere intenzionati a mollare. Si legge nel comunicato stampa delle facoltà occupate di Roma: “Domani è prevista la votazione definitiva del D.d.L. Gelmini, ma noi studenti e precari non abbiamo intenzione di fermarci adesso: rilanciamo per questo e con maggiore forza l’assedio al Parlamento a partire dalle 10!”. Ma certamente oggi anche le altre città che già ieri sono state protagoniste, non si tireranno indietro: Vogliamo il ritiro del DDL e continueremo a protestare fino alla fine”.

Per maggiori informazioni: RIFORMA GELMINI/ Università pubblica (e diritto allo studio) sotto assedio

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di Carmine Gazzanni

Il 17 Novembre del 1939 gli occupanti nazisti uccisero 9 studenti all’Università di Praga e i loro insegnanti. Il 17 Novembre del 1973 gli studenti del politecnico di Atene furono travolti dai carri armati del regime dei Colonnelli che irruppero nell’ateneo. Il 17 Novembre 1989 in Cecoslovacchia la commemorazione del ‘39 (occupazione militare nazista) divenne l’inizio della rivolta contro il regime. Nasce così la giornata internazionale degli studenti che quest’anno ha assunto un significato maggiore e più profondo, visti i tagli a cui è andata incontro l’Università Italiana (e non solo l’Università).

Gli studenti in tutta Italia stanno avvertendo questo forte disagio e ieri si sono riversati per le strade proprio per manifestare il loro dissenso e soprattutto il desiderio di riappropriarsi del loro futuro e della libertà di poterselo scegliere. Gli studenti, in pratica, vogliono riappropriarsi del diritto, riconosciuto anche dalla nostra stessa Carta Costituzionale, dell’autorealizzazione: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Anche per questo motivo, come detto, gli studenti sono scesi in piazza, occupando le strade con manifestazioni e cortei. In più di 100 città italiane: da Roma a Milano, da Torino a Bologna, da Trieste a Palermo. Tutti accomunati dal desiderio di gridare, urlare il proprio dissenso ad un Governo che li relega ad un ruolo subalterno, un Governo che preferisce, esempio scontato ma forte, finanziare la cosiddetta “missione di pace (con i cacciabombardieri?) afghana e non la cultura. Probabilmente nessuno dei nostri politici ha mai letto Piero Calamandrei.

Ed allora ecco più di 200 mila giovani a Roma protestare sotto i palazzi del Governo; a Torino sono stati bloccati i binari; a Genova e Trieste molte delle scuole superiori sono ormai occupate; a Catania due facoltà, Lettere e Lingue, sono state “prese in consegna”. E ancora musica, “reading” in piazza, lezioni all’aperto. Insomma, una grande partecipazione attiva, informativa, partecipativa.

E tra le cento città in cui si è sfilato, anche Perugia. Grande partecipazione, grande entusiasmo, grande coscienza del perché si era lì. Certo, alcune scelte erano opinabili (ad esempio la presenza di alcuni “simpatizzanti” presenti con le loro bandiere e i loro volantini che hanno rischiato, anche senza volerlo, di strumentalizzare la manifestazione), ma chi ha visto sfilare questi ragazzi, ha visto nei loro occhi la forza di non volersi arrendere perché in ballo non c’è solo l’ “oggi” dello studente, ma anche e sopratutto il “domani” del lavoratore, del manager, del docente, dell’avvocato, del padre e della madre di famiglia. Il futuro del cittadino e dell’Italia. Ed è per questo che i giovani di Perugia, e non solo quelli di Perugia, hanno deciso di unirsi anche ad altri movimenti e ad altre “vittime” della tagliola Gelmini-Tremonti: precari, operai, immigrati.

Il commento a caldo del Ministro dell’Istruzione è stato secco: “sempre i soliti slogan”. Ed ha ragione la Gelmini. Peccato, però, che non si sia chiesta anche il perché di questi “soliti slogan”. Se se lo fosse domandato, probabilmente avrebbe capito che l’Università sta cadendo a pezzi dopo anni e anni di scelte e gestioni fallimentari. I ragazzi questo l’hanno capito. Per i politici – cosa ci volete fare – dovremmo aspettare ancora a lungo. Anzi, avremmo dovuto. Ora “siamo tutti indisponibili“!

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Oggi centinaia di migliaia tra docenti, studenti e ricercatori si sono riversati per le strade in tutta Italia. I numeri parlano chiaro: a Roma in 35mila hanno accerchiato il ministero dell’Istruzione paralizzando il traffico in viale Trastevere e nel centro della Capitale. Ma migliaia sono scesi in piazza anche a Milano (15mila manifestanti), Torino (10mila), Palermo (5mila), Firenze, Bologna, Lecce, Catania (4mila), Genova, Messina, Trieste (2mila), in migliaia a Cagliari, Oristano, Bergamo. E questo perché la riforma Gelmini uccide tutto quello che è stato portato avanti (sicuramente con alti e bassi) negli anni passati. Blocco del turn over, tagli indiscriminati, aule strapiene senza alcun rispetto per le norme di sicurezza, minor qualità dell’insegnamento. Insomma, una cultura che pian piano cade a pezzi. Anzi, una scuola pubblica che cade a pezzi perchè, mentre si conitnuano a sminuzzare i fondi pubblici, i finanziamenti destinati alle scuola private non vengono affato toccati.
Per capire la drammaticità di una situazione che va avanti da tempo, ma che da alcuni anni a questa parte sta diventando a dir poco tragica, riprendiamo alcuni stralci di un discorso pronunciato da Piero Calamandrei, discorso pronunciato a Roma l’11 febbraio 1950, in occasione del III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. Sono passati sessanta anni, ma le sue parole, oggi più che mai, restano assolutamente valide.

“Cari colleghi,
noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle Università, affratellati in questo esercizio quotidiano di altruismo, in questa devozione giornaliera al domani. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo?
[…] Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà.
[…] La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie.
[…] Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione. È l’art. 34, in cui è detto: «La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. […] Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius […] La scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti.

[…] Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione. […] Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito.
[…] Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”.

[…] E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. […] Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. […] Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire.
Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale“.

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di Carmine Gazzanni

Gel…mini : il primo gel che arresta la crescita!!!”. “Più si taglia più si faglia”. “- insegnanti + ignoranti”.

La Gelmini sta mandando allo sfascio la scuola italiana. E c’è chi protesta, arrivando anche allo stremo: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.
Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Hanno cominciato tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo,  con lo sciopero della fame. La protesta, però, poi ha preso piede e ci sono stati altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire.

Ma c’è anche chi ha intrapreso strade diverse, ma ugualmente significative. Stiamo parlando degli insegnanti che hanno messo su il concorso “PREMIO GELMINI SARTA SUBITO”. Si tratta di un premio di satira, un premio che ha come obiettivo “quello di utilizzare la forza comunicativa della satira – si legge sulla pagina facebookper coinvolgere il personale docente e non docente, le famiglie, gli studenti, tutti coloro i quali non hanno il quoziente intellettivo di una nespola, in una discussione critica sui rischi e le opportunità legate ai rilevanti cambiamenti che investiranno l’universo formativo, il luogo dove i sogni imparano a camminare”. Un’idea, dunque, produttiva: di fronte a tagli che colpiranno la qualità dell’insegnamento, il premio mira a mostrare le capacità creative di coloro ch parteciperanno. Ce lo conferma, d’altronde, lo stesso Guglielmo La Cognata, con cui abbiamo parlato della loro singolare idea: “Di fronte a tutto quello che sta accadendo (132.000 docenti e non, che hanno perso, stanno perdendo o perderanno il lavoro e un drastico impoverimento della qualità dell’istruzione), ci siamo interrogati sul da farsi. Esclusa a priori la passività, perché, come diceva il reverendo M. L. King, “non ho paura delle parole dei violenti ma del silenzio degli onesti”, abbiamo scelto una protesta sul filo dell’ironia, del paradosso, che, con una buona dose di immodestia, potremmo dire quasi socratica. Le motivazioni sono diverse: essendo secchioni incalliti, topi di biblioteca, gente più da primo banco che da curva sud, ci è sembrata più nelle nostre corde”. Senza dimenticare che la satira è un mezzo comunicativo straordinario: “da Socrate a Peppino Impastato, lo sberleffo è sempre stato un’arma temutissima, in quanto capace di arrivare a tutti e di mostrare  il vero volto della verità, al di là delle maschere e della propaganda”.

E, al momento, i risultati dicono che la strada intrapresa da questi insegnanti è stata più che giusta: in soli due mesi e mezzo si è arrivati a 2.500 iscritti sulla pagina facebook, gente di tutte le regioni, di tutte le età e fasce sociali. “All’indirizzo di posta elettronica [email protected], sono arrivati un centinaio di contributi”, ci rivela Guglielmo La Cognata. Guglielmo che poi ci dice la sua anche sulla triste realtà della scuola italiana: “Per uscire dalla crisi, tutti i grandi paesi, sia quelli governati dalla destra che quelli governati dalla sinistra, sia quelli europei che quelli extraeuropei,  investono su scuola, università, ricerca, cultura […] Gli effetti di questa impostazione appaiono devastanti. La riduzione del tempo pieno e del tempo scuola settimanale, implicano minori servizi alle famiglie e minori strumenti formativi per gli allievi. Nei quartieri a rischio, dove le scuole costituiscono l’unico baluardo di legalità, i ragazzi passeranno meno tempo fra i banchi e più tempo in strada. Inoltre,  la drastica contrazione del numero di insegnanti di sostegno toglie opportunità di inserimento sociale ai più sfortunati, soprattutto in quelle zone dove la scuola rappresenta l’unico canale di integrazione. Accanto all’abbassamento del livello dell’offerta formativa, c’è il dramma occupazionale che colpisce le fasce più deboli, cioè le donne, che nella scuola operano per l’80 %, i precari, usati nel momento del bisogno e poi buttati via, i giovani laureati”.

L’importante, però, e questo è lo spirito del concorso “PREMIO GELMINI SARTA SUBITO”, è non perdersi d’animo, combattere, manifestare il proprio dissenso, anche nelle forme più originali, come può esserlo un premio di satira. “L’impressione sempre più netta – ci dice, infatti, Gugliemo –  è quella di aver toccato un nervo scoperto; insegnanti, genitori, studenti, operatori e utenti della scuola, non aspettavano altro che un’occasione per esprimere disagio, rabbia, incredulità, stupore, in modo, peraltro, garbato e creativo”. E la strada della satira è l’occasione giusta, uno dei modi più validi per sprigionare quella creatività che potrebbe mettere con le spalle al muro quelle istituzioni che poco credono (per convenienza?)  nei benefici della scuola italiana. Visti i tagli rovinosi, è legittimo pensarlo.

E da domani? Cosa accadrà quando, a giorni, comincerà la scuola? Come comportarsi. Guglielmo La Cognata rivolge il suo pensiero proprio ai colleghi che si troveranno a lavorare in una scuola che, probabilmente spesso, non disporrà dei mezzi adeguati per portare avanti un progetto educativo costruttivo: “A chi subirà questi tagli a pioggia, propongo di far emergere i piccoli atti di eroismo quotidiano di questi prof senza qualità, in trincea senza le scorte dei magistrati, senza i soldi degli industriali, senza i riflettori dei tg, senza il sostegno della politica, senza strutture adeguate. Come se fosse normale, vanno a cercare a casa gli alunni “speciali”, restano a scuola oltre l´orario per risolvere certe situazioni, devono sostituirsi al padre, alla madre, alla polizia, al medico, subiscono intimidazioni e danneggiamenti, pagano la refezione ai bambini, comprano vestiti e occhiali, macinano, precari e pendolari, centinaia di km al giorno. Nessun disegno riformatore può andare in porto senza il consenso di quanti vivono, lavorano, studiano all’interno delle aule scolastiche. Li si ascolti: è come leggere un romanzo, ma è tutto vero”.

P.S. Chiunque voglia partecipare (noi invitiamo a farlo!), può trovare tutte le informazioni sulla pagina Facebook “Premio Gelmini sarta subito“. Buon divertimento e che vinca il migliore!

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di Carmine Gazzanni

Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Questo andava ribadendo qualche mese fa il ministro Mariastella Gelmini mentre si continuava a discutere sulla manovra economica. Ed ecco i risultati: 135 mila posti da tagliare entro il prossimo anno in tutta Italia, pensionamenti forzosi per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi, precari messi alle porte. Una riforma, in pratica, che non ha nulla (o quasi) di prettamente scolastico. Si tratta di una riforma solo ed esclusivamente che mira a tagliare: taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni.

Checché, poi, ne dica Silvio Berlusconi che, alcuni giorni fa, andava dichiarando: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Come sempre nulla di più falso. Come già abbiamo ricordato nei passati articoli, infatti, la legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI: la riforma, infatti, prevede per i prossimi sei anni promozioni a professore associato riservate. Per tutti gli altri giovanissimi che stanno accedendo al dottorato ci sarà un tetto di dieci anni per diventare professore associato, dopodiché “si cade fuori dalla giostra”, come si legge sul sito dei Ricercatori Precari. Misura completamente illogica se si pensa che “per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza”.

E, chiaramente, queste misure esclusivamente economiche riguardano soltanto la scuola pubblica. Nel provvedimento, infatti, c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

I problemi, questi sì, scolastici e didattici, sarebbero altri invece. In tutti gli altri Paesi europei i docenti vanno in pensione a 65 anni, tant’è che il corpo docente italiano rimarrà comunque il più vecchio d’Europa, sebbene si sia deciso nella riforma che tassativamente in pensione si andrà a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni). E i ricercatori? In Italia sono numerosissimi, più del 50% del personale permanente, ma i loro stipendi, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30-50% di quelli degli altri Paesi europei. Si potrebbe pensare che il “pensionamento forzoso” per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi miri proprio a questo. Anche qui siamo nel falso: come ci ricorda il Professore Giovanni Falcetta, “tra gli insegnanti centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni)”. Senza contare, poi, che tale pensionamento coatto è profondamente incostituzionale e illegittimo. Vediamo alcuni aspetti.

La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” per gli insegnanti con 40 anni di servizio è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note non hanno alcun valore di legge, come ribadisce anche la sentenza della Cassazione del 5 gennaio 2010: “La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”. E dunque? Ci sono evidenti tracce di incostituzionalità. Senza contare, poi, che si viola anche una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età. Risultato? Giovanni Falcetta ha presentato diversi ricorsi. Ma proprio ieri la Suprema Corte di Giustizia del Lavoro, presso il Tribunale di Crema, ha decretato che i “reclami”, inoltrati alla Corte dallo stesso Falcetta e da Annamaria Crotti, contro il rigetto del ricorso del loro pensionamento forzoso, sono ugualmente respinti per assoluta mancanza di fondamenti giuridici, sia di legislazione ordinaria che di legittimità costituzionale. Questo perché i giudici, sulla base di valanghe di sentenze favorevoli ai ricorrenti, hanno dovuto ammettere, in conclusione della loro Ordinanza, che “la fattispecie è nuova” e che “ancora la giurisprudenza in materia è molto controversa“.

Ma non è finita qui. Ci sono molti che hanno intrapreso anche altre strade: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.

Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Da alcuni giorni tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo, sono in sciopero della fame. Addirittura Pietro Di Grusa, 49 anni collaboratore scolastico, oltre ad astenersi dal cibo, ha sospeso anche l’assunzione di cardioaspirina. Infatti si è sentito male, è stato ricoverato due giorni in ospedale, ma, uscito, si è riunito ai due suoi colleghi. Ieri in serata, però, è stato nuovamente colto da un malore e allora ha abbandonato lo sciopero, su consiglio dei suoi stessi amici e dei suoi cari. La protesta, intanto, ha preso piede e ci sono altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire. C’è una pagina su facebook, nella quale è possibile esprimere le proprie opinioni a riguardo o anche semplicemente per dimostrare la propria vicinanza ai precari: “A fianco dei precari della scuola in sciopero della fame”.

Intanto domani i precari palermitani in sciopero della fame saranno davanti a Montecitorio dalle 12,00 in poi. Speriamo che qualcosa cambi. E speriamo che ci siano verità, realtà, e non solo parole. I precari sono (e anche noi siamo) stanchi di promesse, illusioni, bugie.

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di Carmine Gazzanni

Avete mai ricevuto le pagelle di fine anno sul tetto della scuola? Ora accade anche questo: ieri a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno manifestato in questa maniera forte il loro dissenso allo smantellamento della scuola pubblica. Perché è proprio di smantellamento che si tratta.
Tagli già ne sono stati fatti, ma non preoccupatevi sarti di tutto il mondo: ce ne saranno ancora, eccome se ce ne saranno!

In uno dei provvedimenti della Manovra del Governo sono previste, infatti, diverse misure per tagliare quel residuo scampato, tempo addietro, alle forbici del duo Gelmini-Tremonti.
Blocco degli aumenti di stipendio, con la sospensione degli scatti di anzianità maturati. Questo porterà ad una perdita sullo stipendio di 1.000 euro l’anno per un Ata, dai 2 mila ai 3 mila per un insegnante; blocco, per il biennio 2010-2012, dei rinnovi contrattuali e del trasferimento delle risorse disposte per la promozione (e premiazione) degli insegnanti meritevoli. Nel 2008, infatti, venne stipulato un accordo che prevedeva l’istituzione di un fondo da destinare agli insegnanti più virtuosi. Chiaramente una promessa non mantenuta: con questo provvedimento, infatti, si toglie questo fondo per gli insegnati meritevoli e lo si utilizza per risanare il disavanzo delle scuole italiane (le scuole in Italia, infatti, sono creditrici nei confronti dello Stato per migliaia e migliaia di euro).
Ancora: nel provvedimento c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“.

Eppure già i tagli erano stati più che pesanti. Meno 8 miliardi alla scuola pubblica entro il 2011, meno 140 mila posti di lavoro tra docenti e Ata, taglio del 25% della pulizia scolastica. E queste sono solo alcune delle conseguenze della Finanziaria del 2008. E ancora: tagli agli insegnanti di sostegno, eliminazione degli specialisti, carenza di fondi per piccole uscite didattiche, aule più affollate (anche 32 alunni per aula) e dunque più insicure. Insomma, una scuola, quella italiana, sempre più disastrata.
Per non parlare, poi, delle conseguenze ai tagli al tempo pieno (modulo a 40 ore). L’esempio più eclatante ci viene dal Lazio: 24.241 famiglie avevano chiesto il tempo pieno per i loro figli. Con la riduzione d’organico, però, solo 20.408 studenti potranno essere accontentati (almeno secondo le prime previsioni diffuse dalla Flc-Cgil). E perché questo? Perché qui, nel Lazio, c’è stato un taglio di 189 maestri deciso dal ministero dell’Istruzione per il prossimo anno. Questo non permetterà a oltre 3.800 famiglie di avere il tempo pieno che avevano richiesto per i loro figli.
E che dire, allora, della situazione quantomeno assurda di un Liceo di Putignano, in provincia di Bari? Qui il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti.

E la preparazione degli studenti ne risentirà? A detta dei Ministri no. Dai primi dati diffusi dal ministero, tuttavia, i non ammessi alla maturità del 2010 sarebbero circa 28.500, il 6,1% del totale degli studenti, con un aumento dello 0,6% rispetto al 2009. E le bocciature? Rispetto all’11.7% del precedente anno scolastico, quest’anno si sale al 13.1%. L’aumento delle bocciature si rileva soprattutto negli istituti professionali e nei licei.

E chiaramente non è possibile manifestara il proprio dissenso. Ne è la pova la circolare che circa un mese fa inviò l’Ufficio scolastico dell’Emilia Romagna agli insegnanti e al personale scolastico: vietato criticare le decisioni del Governo. Si legge nella circolare: “astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possono ledere l’immagine della scuola pubblica“. Pena “la sospensione dall’insegnamento o dall’ufficio“.

Meno male che siamo in estate! Per lo meno la scuola è chiusa!

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di Carmine Gazzanni

La gravidanza è una cosa unica, è proprio come dicono – afferma la neo-mamma Maria Stella Gelmini – Ho più facilità di altre donne a tornare subito a lavorare senza trascurare mia figlia. Ma non vuol dire non essere una buona mamma, dovrebbero farlo tutte. Però le donne normali che lavorano dopo il parto sono costrette a stare a casa. Lo giudico un privilegio. Una donna normale deve certo dotarsi di una buona dose di ottimismo, per lei è più difficile, lo so; so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi”. La gravidanza, dunque, è un privilegio per il Ministro dell’Istruzione, non di certo un diritto garantito per legge a tutela della donna e a garanzia del diritto del bambino ad un’adeguata assistenza. Ci mancherebbe. Probabilmente la Gelmini aveva in mente anche il collega Brunetta e pensava alle donne che dopo un parto restavano ad accudire i propri figli come “fannullone”. In realtà, se voleva sottolineare la modernità e il dinamismo della donna che riesce a conciliare maternità e carriera professionale, la sua sortita non solo è controproducente, ma pone il Ministro lontano dai veri problemi che molte donne devono affrontare al momento del parto: non tutte le neo-mamme, infatti, percepiscono uno stipendio di circa 17.000 euro netti al mese, a cui bisogna poi aggiungere varie indennità: cellulari, tessera del teatro e del cinema, aerei nazionali, autobus, metropolitane, piscine e palestre, autostrada, ristoranti.

D’altronde non è la prima volta che i Ministri al femminile commettono, al pari dei colleghi maschi, gaffes poco encomiabili.

Come non ricordare Mara Carfagna quando l’otto marzo affermò, in difesa delle donne e facendo sfoggio della sua cultura: “Sacche di maschilismo ancora ci sono, ma le donne sono ovunque: al governo, in Parlamento, ai vertici di Confindustria, persino tra i senatori a vita […] In Italia paghiamo un grande ritardo: le donne hanno guadagnato il diritto di voto soltanto nel 1960, fino al 1919 erano sottoposte ad autorizzazione maritale, il delitto d’onore è stato abolito nel 1980, la riforma del diritto di famiglia è del 1970“. Parlò in difesa delle donne, ma è presumibile che molte, in verità, si vergognarono più che gioire. Infatti, come direbbe qualche comico “ne avesse azzecata una”: le donne in Italia (per fortuna) votano dal ‘46, la riforma del diritto di famiglia è del ’75 e l’abolizione del delitto d’onore è dell’’81.

Finito qui? Certo che no. Manca lei, la “rossa” Michela Vittoria Brambilla che, da buon Ministro del Turismo, una sera a Ballarò (dicembre 2009) parlò delle cose di cui i media avrebbero dovuto interessarsi, cioè quelle “che portano lustro allimmagine dell’Italia, come la prima della Scala, trasmessa in 250 Paesi in tutto il mondo”. Un record certamente mondiale. Anzi spaziale, se si tiene conto che i Paesi al mondo sono solo 201.

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di Antonio Perna

Leggendo “La Repubblica” di qualche giorno fa mi sono alquanto stupito di leggere che il Ministro Gelmini fosse riuscita a pensare (forse non è tutta farina del suo sacco) qualcosa di corretto.

“Sono contraria al fatto che i bidelli non puliscano le scuole e si appaltino le pulizie all’ esterno, è uno spreco di risorse pubbliche” afferma il Ministro. Poi attacca i bidelli per lei incapaci di svolgere il proprio mestiere. Beh, pienamente d’ accordo sul fatto che non ci sia certo il bisogno di fare dei costosi appalti e spendere soldi (che le scuole non hanno) per pagare le ditte di pulizia.

Se proprio sono necessari dei tagli forse questo era il primo aspetto da controllare, era abbastanza evidente lo spreco, mentre un po’ meno visibile quello che ha notato da principio la Gelmini (eccesso di insegnanti … quella sì che è stata una grande pensata!). Certo è che il ministro ha un occhio più clinico ed è riuscita a vedere lo spreco dove noi gente comune non lo vedevamo. Ma adesso tramite il “capo” che ha una grande presa sulla mente degli Italiani, ci sta convincendo che i tagli erano necessari; era necessario per tutti togliere il posto di lavoro a chi ha sudato sette camicie per poter guadagnare poco più di mille euro al mese, era necessario che gli alunni avessero un solo insegnante perchè se si trovano male con questo possono tranquillamente cambiare scuola oppure rimanere ignoranti a vita.

L’apprendimento è veicolato anche o soprattutto dalle buone relazioni; pertanto se il maestro unico non riesce a costruire un buon rapporto con i suoi alunni è difficile che possa veicolare il sapere. Senza poi contare che gli insegnanti, purtroppo, non hanno tutti le stesse competenze; personalmente mi è capitato di conoscere delle insegnanti capacissime per quanto riguarda l’insegnamento dell’italiano, che però erano non molto brave nel far di conto. Adesso però la nostra Gelmini ha deciso che gli alunni non dovranno più imparare le cose secondo le proprie capacità, ma a seconda dell’ insegnante che capita loro. Ad esempio, se un/a maestro/a è bravo/a in italiano dovranno imparare bene solo l’Italiano, se l’insegnante è appassionato di storia allora i bambini si dovranno accodare al proprio insegnante.

Sicuramente individuare e risolvere problemi così vasti come quelli nelle scuole non è cosa semplice; ma sicuramente per una questione così delicata ci vuole tempo ed accortezza, non si può certamente, per risolvere un problema economico, creare delle crepe nella conoscenza.

Ma sì!!! Sicuramente era necessario prima eliminare gli insegnanti e poi le ditte di pulizia! O forse no??

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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