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Articoli marcati con tag ‘fini’

di Carmine Gazzanni

Maurizio Belpietro, nell’editoriale di ieri, rilancia la sua battaglia contro il nemico numero uno del premier, Gianfranco Fini. Addirittura il direttore di “Libero” rivela due falsi attentati orditi dallo stesso Fini per screditare Silvio Berlusconi, due attentati di cui sarebbe stato finta vittima il Presidente della Camera. Ma tutto per fini propagandistici. Già il titolo dell’editoriale era molto eloquente: “Su Gianfranco iniziano a girare strane storie…”. Il primo progetto di cui parla Belpietro dovrebbe essere messo in pratica durante una visita istituzionale in Puglia, “per la precisione ad Andria”, dichiara il direttore. E per organizzarlo ci “si sarebbe rivolti a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro”. Un buon prezzo se si pensa che, stando sempre a quanto rivelato da Belpietro, comprenderebbe “il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio”. Un piano, dunque, per mettere in cattiva luce Berlusconi, soprattutto se teniamo conto che “l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito”. La seconda storiella raccontata da Belpietro riguarderebbe, invece, una prostituta che giura di essere nipote di un vecchio camerata” e che avrebbe offerto i propri servigi a Gianfranco Fini e “in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti”. Storie vere o false? Non possiamo dirlo. Fatto sta che ben due procure hanno aperto dei fascicoli a tal proposito. Come rivelava già ieri La Repubblica, “il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro” ha aperto “un’inchiesta (al momento senza ipotesi di reato e senza iscritti nel registro degli indagati) su quanto scritto dal quotidiano e ad ascoltare per circa due ore a Palazzo di Giustizia Belpietro”, il quale, tuttavia, ha fatto sapere di aver ribadito quanto già aveva affermato nell’editoriale. Ma non solo la Procura di Milano si è interessata alla vicenda. Anche quella di Trani, infatti, ha deciso di intervenire aprendo una seconda indagine, il cui coordinamento poi è stato assunto dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, dato che nell’editoriale si farebbe riferimento, come detto, “a un manovale della criminalità locale”.

Vedremo a cosa porteranno queste due inchieste. Maurizio Belpietro, a onor del vero, nell’editoriale più e più volte ha ribadito di essere disposto a riferire altri particolari anche ai magistrati (senza dimenticare che per quanto riguarda la vicenda della prostituta, ci sarebbe anche la “videoregistrazione della sua testimonianza”). Tuttavia sappiamo bene che Maurizio Belpietro non è nuovo a questi colpi di scena che poi, però, si rivelano grossi buchi nell’acqua. O vere e proprie bufale.

Il primo ottobre 2010, infatti, come molti ricorderanno, Maurizio Belpietro è stato vittima – a quanto si è detto – di un attentato da parte di un uomo vestito da finanziere. Ma ancora tutt’oggi le stranezze rimangono molte. Ad iniziare dall’unico uomo che ha visto l’attentatore, il caposcorta, il quale era già balzato agli onori della cronaca nel 1995 per un caso molto simile. All’epoca era un agente semplice addetto al servizio di scorta dell’allora procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio. Anche in quella situazione Alessandro M. – il caposcorta – fronteggiò da solo un uomo armato che si trovava sotto casa di D’Ambrosio e riuscì a metterlo in fuga. Dopo questa azione l’agente-eroe verrà promosso da agente semplice ad agente scelto. Come nel caso di Belpietro, anche allora solo Alessandro vide il bandito, il quale scappò e di cui si persero per sempre le tracce.

Ma le stranezze non finiscono qui. Un altro aspetto che certamente lascia ancora oggi perplessi è il fatto che l’attentatore (o presunto tale) aspettava nel vano scale tra il quarto e quinto piano. Ciò sicuramente era molto pericoloso per il falso-finanziere che avrebbe potuto facilmente imbattersi negli uomini della scorta. Non sarebbe stato più arguto aspettare di sotto, ben nascosto, e attendere che gli uomini se ne andassero e poi salire da Belpietro? E perché, poi, l’attentatore avrebbe dovuto estrarre una pistola e tradirsi in questa maniera? Nessuno avrebbe sospettato di nulla, essendo vestito da finanziere. Anche perché, come lo stesso direttore ha affermato, sicuramente avrebbe aperto la porta, vedendo dallo spioncino un finanziere (“se avessi visto dallo spioncino l’uomo con la divisa della Finanza, probabilmente avrei aperto la porta di casa”). In più l’uomo, nello scendere le scale, si è ritrovato di fronte all’attentatore che ha puntato la pistola, ma questa si inceppa. Anche qui: fortuna o stranezza? Anzi, qui tutto farebbe propendere alla stranezza. Spieghiamo perchè. La pistola può incepparsi in soli tre casi: il proiettile non è buono; la pistola è difettosa; se la pistola ha la sicura inserita. Ipotesi chiaramente possibili, ma comunque molto strane, se pensiamo ad un attentatore che, a detta di molti, avrebbe studiato il piano nei minimi particolari.

E infine ci sono i tre spari del caposcorta, il quale ha riferito di aver sparato tre colpi ad una distanza di 3-5 metri, ma di non averlo centrato. Possibile? Dubbi sono stati mostrati anche da Gerardo d’Ambrosio, ex procuratore che, come detto, contava tra i suoi “uomini” lo stesso caposcorta di Belpietro: per lui è tutto molto strano, “a cominciare da quei tre colpi sparati a vuoto, eppure Alessandro (il caposcorta, ndr) è uno che ci sa fare con le armi”.

Insomma, già in questa circostanza Maurizio Belpietro è stato al centro di una vicenda i cui buchi neri sono vere e proprie voragini. Ed ora? Cosa accadrà? Staremo a vedere. Per il momento, però, è più che legittimo nutrire perplessità.

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di Carmine Gazzanni

Siamo sempre più vicini al capolinea. E il capolinea ha una data ben precisa: 14 dicembre, giorno in cui si voterà sia al Senato che alla Camera e, quasi certamente, proprio a Montecitorio Berlusconi non otterrà quella maggioranza di cui avrebbe bisogno per continuare con il suo Governo. Ma, stando ad alcune indiscrezioni,  pare che l’esecutivo si stia sfaldando anche al suo interno. Con le proprie mani. Sembra, infatti, come rivela anche “IlCorrieredellaSera.it”, che ieri Alessandra Mussolini e il ministro Mara Carfagna abbiano avuto una pesante lite. Pomo della discordia? Mara Carfagna si era intrattenuta a parlare con l’acerrimo “nemico” Italo Bocchino. E subito la lesta nipote del Duce ha tirato fuori il telefonino e scattato una foto come prova evidente del misfatto. Ma la Carfagna si gira e nota la “paparazza”, batte le mani e dice “brava, brava!”. E a quel punto la Mussolini non si trattiene: “Vergogna”. Insomma, per due chiacchiere ed una foto scoppia il putiferio. Sembra assurdo, ma questo ci fa capire come, lentamente, il Pdl stia sprofondando.

E il Pd? E’ questa la domanda a cui, ancora oggi, è difficile rispondere. Cerchiamo di slegare i fili della matassa (per quanto inestricabili siano).

Nei giorni in cui il Parlamento rivela il suo carattere depravato e squallido (è ormai certezza che da giorni va avanti una spaventosa “compravendita” di deputati per salvare il Governo), il Partito Democratico cerca di organizzare la sua controffensiva. Secondo gli ultimi sondaggi realizzati da Demos, una coalizione Pd-Idv-Sel oggi sconfiggerebbe Pdl e Lega. Mentre il cosiddetto “Terzo Polo” si attesterebbe sul 16 %. Ma, come sappiamo, questi sono solo sondaggi. La realtà potrebbe essere profondamente diversa. Per una serie di questioni.

Innanzitutto sembra che Bersani non voglia rinunciare all’idea di un Governo di transizione in cui far confluire anche Fli e Udc. Ma questo troverebbe contrari sia Di Pietro che Vendola. E certamente il Pd non potrà fare a meno di due così forti alleati che, stando sempre ai sondaggi, si attesterebbero l’uno al 6,8%, l’altro (inaspettatamente) al 6,6%. E non dobbiamo dimenticare un altro aspetto della questione:  le ultime vicende politiche hanno mostrato come il partito vendoliano stia facendo vacillare l’apparato pidino. E non in un piccolo comune di periferia, ma in una città importante come Milano. Qui, infatti, pochi giorni fa le primarie hanno decretato che candidato del centrosinistra sarà il vendoliano Pisapia, mentre l’uomo scelto dal Pd, Boeri, è uscito (anche se di poco) sconfitto. Questo è stato il motivo del terremoto che ha sconvolto la dirigenza regionale del Partito Democratico lombardo: hanno rassegnato le dimissioni, nell’ordine,  Maurizio Martina, segretario regionale lombardo, Roberto Cornelli, segretario metropolitano milanese, Pierfrancesco Majorino, capogruppo Pd in consiglio comunale a Palazzo Marino, e per ultimo Filippo Penati, ultimo candidato (perdente) alle regionali contro Formigoni e responsabile della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.

Senza dimenticare, poi, che cattiva aria si respira anche nelle altre segreterie, tanto a destra quanto a sinistra. Nell’Italia dei Valori, ad esempio, checché ne dicano i vertici a iniziare da Di Pietro e Donadi, esiste un “caso De Magistris” che ha spaccato il partito in due, con Antonio Borghesi che chiesto esplicitamente le dimissioni dell’ex magistrato napoletano, mentre molti, invece, specie tra i giovani, lo difendono e colgono l’occasione per chiedere l’epurazione degli uomini (inaffidabili a detta di molti) già presenti sulla scena politica durante la Prima Repubblica, come lo stesso Borghesi. Ma anche dall’altra parte le cose non vanno meglio. La Lega Nord, infatti, sembra stia perdendo molti consensi in una delle sue roccaforti, il Veneto, dopo l’alluvione e una gestione delle riparazioni che ha lasciato molti sostenitori attoniti. E in più c’è lui, Gianfranco Fini. Ieri, in un videomessaggio, Fini è stato, a detta di molti, profondamente ambiguo chiedendo “una maggiore responsabilità” da parte della maggioranza di governo. Subito centinaia e centinaia di critiche da parte degli stessi finiani che, appunto, non hanno colto il vero senso del videomessaggio. Alcuni hanno pensato addirittura ad una sorta di dietro-front, una porta aperta per una “riconciliazione” con Berlusconi. Se questo accadesse, dice un finiano incredulo, ”tutti gli italiani scoppieranno a ridere”. Tant’è che lo stesso Presidente del Consiglio ha colto subito la palla al balzo ed ha affermato che “Fini si è arreso”. Oggi, tuttavia, i finiani di spicco, su tutti Granata, stano chiarendo la questione: non c’è stato alcun passo indietro nelle loro posizioni e confermano che voteranno la sfiducia. Ma rimane l’incognita di quel videomessaggio. Strategia politica o c’è dell’altro?

Dunque la situazione è molto instabile, tanto a destra quanto a sinistra. Il caos è alle stelle. In  attesa che qualcosa diventi più chiaro dopo il 14 dicembre.

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di Jessica Proni

E ora parliamo di politica…“. Così esordisce Fazio nella serata di lunedì in un punto particolare della trasmissione “Vieni via con me” che conduce con Saviano.

E’ il momento più atteso della serata, ci saranno voci autorevoli a parlare, già dai giorni che precedevano la puntata si vociferava sulla presenza di Bersani e Fini che avrebbero letto rispettivamente i valori della destra e della sinistra, oggi.
La storia che raccontano nei pochi minuti messi loro a disposizione è una storia bellissima, che fa sognare, è fatta di ideali, è fatta di speranza e di voglia di cambiare questa Italia che, sia a destra che a sinistra, appare sofferente, come una bellissima venere affetta dal più terribile e incurabile dei mali, la cattiva politica:

Ma cos’è la destra? Cos’è al sinistra? Così cantava il signor G e così oggi canto anch’io, sia da una parte che dall’altra, oggi più che mai si respira aria di cambiamento.
Forse sarò un’illusa, forse sarò troppo giovane per capire certe cose, ma sentire parlare di giustizia sociale, di uguaglianza di opportunità, meritocrazia, assistenza pubblica, forza dello Stato, orgoglio di essere italiani, difesa della Costituzione, lotta all’evasione fiscale, unità nazionale, lotta alla disoccupazione, ripresa dell’economia, valorizzazione del territorio… mi esalta, mi fa sognare!!

Caspita, forse Gaber aveva ragione: l’ideologia, da una parte e dall’altra, altro non è che un mezzo per “affermare un pensiero, il suo perché, con la scusa di un contrasto che non c’è….

Credo che i tempi siano maturi, credo che qualcosa possa cambiare, voglio sperare che sia giunto il momento di mettere un punto, di voltare pagina, di smettere di pensare che non esiste possibilità di cambiamento.
Sono stanca dei luoghi comuni sui politici: la politica è bella e se fatta bene, fatta da gente seria, spinta da vocazione e non da interessi propri, fa respirare a tutti un’aria migliore che forse riuscirebbe anche a curare la bellissima Italia…

Dico la verità: non mi dispiacerebbe se al Governo ci fosse qualcuno di destra, espressione del voto popolare, se questi facesse politica sana, nell’interesse del Paese reale. Se sapesse fare il suo mestiere avrebbe anche il mio voto, se si muovesse nell’interesse degli italiani avrebbe il mio voto, se firmasse con i suoi elettori un patto vincolante che lo tenga fermo nella realizzazione del suo progetto elettorale e delle promesse da lui fatte, avrebbe il mio voto… sarei felice di darglielo, se davvero lo meritasse.

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di Carmine Gazzanni

I quotidiani berlusconiani sono tornati all’attacco. Mentre, infatti, il sultanato sta lentamente cadendo a pezzi con un Berlusconi – il Sultano – completamente impotente, ci pensano i suoi scudieri a cercare di spostare l’asse del dibattito politico dalla crisi istituzionale in corso a questioni che tutto sono meno che drammatiche. Oggi Libero, quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, scrive: “Gomorra Rai: Il servizietto di Saviano a Fini. Roberto e Fazio gettano la maschera e lanciano la campagna elettorale del leader Fli, invitato in tv a illustrare i valori della destra. Ma non doveva essere un programma di inchieste e intrattenimento?“. E poi Il Giornale: “La Rai degli arroganti. L’ulitmo blitz: Gianfry da Saviano“. A parte l’assurdità di alcune tesi (pensare che Saviano e Fazio possano “lanciare” la campagna elettorale di Fli è alquanto assurdo!), soffermiamoci su alcuni aspetti, rispondendo alle domande e alle accuse che lanciano i due mastini berlusconiani, domande, tuttavia, che certamente sono in molti a porsi. I due si chiedono, come detto, “Ma non doveva essere un programma di inchieste e intrattenimento?“, perchè invitare Fini? A questa domanda si può rispondere facilmente: nella prima puntata è intervenuto anche Nichi Vendola. Bene, vi pare che il leader di SEL abbia fatto campagna elettorale, come sostengono Belpietro e Feltri? Assolutamente no: ha letto la lista degli insulti ignobili a cui molto spesso sono sottoposti gli omosessuali, dopodichè è andato via. Cinque minuti di scena. Ed è proprio questa la grande novità del programma di Saviano e Fazio: inchieste che si alternano al varietà, ma un varietà diverso, che, attraverso la lettura di liste ci fa conoscere meglio l’Italia, i suoi valori ma anche e soprattutto i suoi vizi, i suoi peccati, le sue debolezze. E chi legge queste liste? Tutti, personaggi famosi (politici o meno che siano) e non famosi, e a tutti viene concesso esattamente lo stesso tempo. E certamente lo stesso trattamento sarà riservato anche a Fini e Bersani che leggerano esclusivamente le loro liste di “valori”.

Niente politica dunque, niente campagna elettorale.Questioni sollevate inutilmente perchè non c’è alcun fine politico dietro la partecipazione dei due leader. Ma d’altronde in questi giorni abbiamo visto a quali attcchi, reiterati per giunta, continuano ad essere sottoposti i due conduttori di “Vieni via con me“. Come non ricordare ad esempio tutta la diatriba nata riguardo la storia dei contratti che non potevano essere firmati perchè mancavano i soldi (mentre intanto Minzolini se ne va anche in crociera), risolta abilmente da Benigni, ad esempio, che ha rinunciato al suo cachè. Alcuni giorni fa, ancora, è stata la volta di “Striscia la notizia” che hanno dato la notizia che Fazio avesse “tagliato” e “censurato” uno stralcio della canzone di Benigni in cui si faceva riferimento alla Endemol, casa di produzione di “Vieni Via con Me“, partecipata da Mediaset. Apriti cielo: tutti a dire “ecco vedi, anche Fazio censura!”. Ed invece tutta una bufala, come spiegano in una nota ufficiale i due conduttori: “Ieri sera Striscia la notizia ha mandato in onda un filmato nel quale alle immagini dell’esibizione di Roberto Benigni a Vieniviaconme veniva sovrapposta la voce di un imitatore. I conduttori di Striscia hanno affermato che si trattava di un brano della canzone di Benigni censurata da Fabio Fazio. Purtroppo lo scherzo di Striscia, presumibilmente satirico, non è stato inteso correttamente da alcuni quotidiani e alcuni blog, che hanno dato la notizia della censura inventata da Striscia come se fosse vera. Fabio Fazio e gli autori della trasmissione, costernati dalla facilità con la quale un falso, per giunta trasmesso da un varietà satirico, viene scambiato per cronaca vera, fanno presente che ovviamente Roberto Benigni non ha subito alcuna censura. Che la trasmissione va in onda in diretta e dunque non è possibile tagliare o censurare alcunché“.

Ed ora si ricomincia con la storia di Fini e della “campagna elettorale a Fli“. Ma Belpietro e Feltri non hanno null’altro di cui parlare? Ad esempio di un piccolo ometto preoccupato dalla caduta del suo Impero di illegalità?

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di Carmine Gazzanni

Il capolinea. Probabilmente (si spera) quello che è accaduto in questi giorni potrebbe essere determinante per la politica italiana. Vediamo di capirci. Gianfranco Fini, senza mezzi termini, ha messo alla sbarra Silvio Berlusconi: “si dimetta, salga al Colle e apra la crisi – ha detto il Presidente della Camera a conclusione della due giorni di Bastia Umbra - Senza questo colpo d’ala la nostra delegazione non rimarrà un’ora in più al governo”. Insomma, la linea politica di Futuro e Libertà è chiara. E soprattutto non è, per così dire, “cancellabile”: i finiani sono giunti al tanto fatidico punto di non ritorno. Se prima era infatti possibile ipotizzare un dialogo, un incontro per una nuova coesione tra Berluscones e finiani, ora questo diventa impossibile. Si è arrivati a parole chiare, precise, puntuali: Berlusconi deve dimettersi, altrimenti i ministri e sottosegretari finiani usciranno dal Governo.

Ora, chiaramente, Silvio Berlusconi sa bene che le elezioni si fanno sempre più vicine. Ma la strategia del Pdl è nitida: addossare la colpa della “crisi istituzionale” tutta al gruppo finiano. E questo si evince dalle dichiarazioni maldestre di alcuni esponenti del Governo. A iniziare dallo stesso Berlusconi che, come rivela l’AGI, ha affermato: “Se vuole la crisi, Fini abbia il coraggio di venire in Parlamento e votare la sfiducia”. Della serie: intanto se ne parlerà in Parlamento e vediamo allora chi si prenderà la responsabilità davanti agli elettori.

Sulla stessa linea anche i fidi consiglieri del Cavaliere. In una nota congiunta Cicchitto e Bondi affermano che Fini “getta alle ortiche con una spregiudicatezza imbarazzante un impegno comune di quasi vent’anni, liquida una parte cospicua del patrimonio della destra italiana, tenta di distruggere alcuni punti fondamentali dell’impianto riformista del governo”. Insomma, Fini l’eversivo. E infatti a chi è imputabile la responsabilità di eventuali elezioni anticipate? Proprio a Fini che “si è assunto una responsabilità gravissima di fronte al Paese”. Chiaro no?

Ma le dichiarazioni non finiscono. Ci sono anche quelle estremamente imbarazzanti. Per Gaetano Quagliariello, ad esempio, lo “sbrego istituzionale” di cui è responsabile Gianfranco Fini è “peggio di quello che un tempo provocò la Marcia su Roma”. La pratica del Pdl, dunque, è semplice: annullare tutto ciò che di ignobile si è fatto e si è sentito nel corso di questa legislatura (dalle leggi ad personam, ad aziendam e ad castam, agli ultimi casi di Ruby, dei festini e della droga sul comodino per le escort) e insistere sul fatto che, semmai il Governo dovesse cadere, è tutta colpa di un “capriccio” di Gianfranco Fini.

A parte le giustificazioni tragicomiche del Pdl, un punto però dev’essere chiaro. E a sottolinearlo a dovere è Fabio Chiusi nel suo articolo di oggi su “Il Nichilista”. Gianfranco Fini, nel suo intervento di chiusura a Bastia Umbra, “ha distrutto le loro idee. Massacrato il loro programma (che aveva peraltro sottoscritto soltanto un mese e mezzo fa con una votazione di fiducia). Derubricato i loro nemici a un «argomento dialettico per polemizzare». Chiesto le dimissioni del loro capo, la cui «pagina» è comunque «chiusa». Dettato loro condizioni precise di sopravvivenza. E minacciato di non temere un rifiuto che più che eventuale è implicito nelle richieste”.

Insomma, è impossibile un passo indietro. Ora si può solo andare avanti. Per riprendere la massima di un imperatore (e non parliamo di Berlusconi), il dado, oramai, è tratto.

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di Carmine Gazzanni

Oramai è chiaro qual è  la politica de “Il Giornale”: dossieraggio su chiunque si opponga in qualsiasi modo al capo. Sia egli Boffo, Fini, Di Pietro o la Marcegaglia.

Iniziamo, allora, proprio dal famigerato caso Boffo. L’ex direttore de “L’Avvenire”, durante il periodo ribattezzato da molti “puttanopoli” si era schierato contro la condotta immorale del premier (a dire la verità in maniera molto soft). Ma Feltri proprio non riusciva a digerire quel tono un po’ sopra le righe del direttore del quotidiano dei vescovi. E allora eccoti il primo dossier. Ricordiamo in breve cosa accadde: Vittorio Feltri, dato che, come detto, Boffo criticò il comportamento amorale di Berlusconi riportò la notizia dell’omosessualità dell’ex direttore de “L’Avvenire” e della sua aggressione nei confronti dell’amante del suo fidanzato. Ora, che Boffo avesse colpa è certo (ha patteggiato una pena pecuniaria di 516 euro); ciò che sconcerta è altro: la notizia riportata in prima pagina (dove solitamente si inseriscono le notizie più scottanti del giorno) era già vecchia di 5 anni! Come mai solo allora Feltri l’aveva pubblicata? E non è finita qui: l’articolo contro Boffo era stato assegnato a tale Gabriele Villa,  il quale per dare più rilievo alla notizia e per rafforzare l’attacco a Boffo, spacciò come nota giudiziaria (quindi  come attendibile perchè scritta da un pm) una lettera anonima (che invece, come tutti sanno, non ha alcun valore, essendo ignota la fonte).

Ma quel “cominciamo da” con cui si apriva l’editoriale ai tempi di Boffo prometteva bene. Ed infatti, dopo Boffo, è stata la volta di Antonio Di Pietro. Stranamente in quest’occasione “Il Giornale” è stato insolitamente accompagnato in quest’altra guerra mediatica  da “Il Corriere della Sera”. I due quotidiani, infatti, pubblicarono in prima pagina una foto a detta loro compromettente tra Di Pietro (allora pm) e Consorte (allora numero tre del Sisde). “Il Giornale” al tempo titolava in prima pagina: “Di Pietro colto sul fatto: ora parli“. Peccato, però, che al tempo Contrada ancora non veniva condannato per concorso esterno in associazione mafiosa; senza contare, poi, che era più che normale che un pm fosse a cena con colleghi in pratica, come membri del Sisde, carabinieri, forze dell’ordine, eccetera. Dovrebbe, invece, far riflettere il fatto che venga schiaffata una foto in prima pagina vecchia di diciotto anni (esattamente come nel caso di prima).

Ma lo sappiamo. Il bersaglio che più a lungo è stato preso di mira è stato sicuramente Gianfranco Fini. Non vogliamo ritornare nuovamente sulla questione. Ma per capire concretamene in cosa consista il giornalismo squadrista di Feltri, basta far riferimento ai titoli del quotidiano. Come sappiamo, si è cominciato a parlare dell’ affaire monegasco circa quattro mesi fa. E tuttavia, ancora si continua puntualmente ad aprire “Il Giornale” con riferimenti a Montecarlo, l’appartamento e Tulliani. Ecco una carrellata dei titoli del quotidiano nel mese di ottobre, titoli spudoratamente rivolti contro il Presidente della Camera (ripeto,  a distanza di quattro mesi): “Casa di Montecarlo: Ecco la mail che farà dimettere Fini” (2 ottobre); “Il caso Montecarlo: Fini un leader? Neppure il cognato gli da’ retta” (4 ottobre); “C’è la conferma: Fini trama da due anni” (5 ottobre); “La casa di Montecarlo: da Vespa l’ultima conferma. La Tulliani dirigeva i lavori” (6 ottobre).

Dal 7, invece, la questione Fini sembra aver lasciato il posto ad un altro dossier ed un’altra persona: Emma Marcegaglia. Come molti sapranno, tutto ieri ci sono state che voci su questi presunti dossier: si era detto che oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi avrebbe pubblicato quattro pagine che avrebbero svelato tutto il marcio che si nasconde dietro la Marcegaglia. E invece anche qui abbiamo una grossa bufala. Gli articoli sono ripresi, per ammissione dello stesso Feltri, da “L’Espresso”, “Il Fatto Quotidiano”, “La Repubblica” e “L’Unità”. Ma attenzione: ora arriva il bello. L’assunto teorico di Feltri è il seguente: “L’officina dei dossier è molto efficiente. […] Oggi abbiamo deciso di dimostrare ai lettori che non noi eccelliamo nella specialità di sputtanare la gente, bensì alcuni colleghi convinti di essere vergini solo perché non lavorano con i media della famiglia Berlusconi”. Grosso grosso errore: lo squadrismo di Feltri non è imputabile al dossieraggio, in quanto, se le notizie sono fondate, è più che giusto portare avanti delle inchieste (questo, anzi, è il vero compito del giornalista). Lo squadrismo deriva, invece, dal fatto che si presentino presunti scoop, come nel caso Boffo, quando la notizia invece è vecchia di cinque anni; oppure si rimane sulla stessa questione per mesi e mesi, come nel caso Fini. E quand’è che si decide di attaccare? Nel momento in cui si “sgarra”, nel momento in cui si va contro il capo, come è capitato sia per Boffo che per Fini, che per la Marcegaglia. Questo è squadrismo.

Il fatto che ci siano inchieste sulla Marcegaglia è più che giusto. Non è un caso che gli articoli ripresi da “Il Giornale” sono tutti articoli basati su statistiche, numeri, date, sentenze. Insomma, documenti ufficiali che non possono essere soggetti a due diverse interpretazioni. Ciò che cambia, dunque, caro Feltri, è che chi ha scritto sulla Marcegaglia (o su Boffo o su Fini) non l’’ha fatto perché fa comodo al capo, ma perché rispetta quel dovere etico-professionale di giornalista (e non di cortigiano) che glielo impone.

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di Carmine Gazzanni

Nella seconda metà del pomeriggio, e non più in mattinata (secondo le voci che circolano in queste ore), Gianfranco Fini esporrà la sua verità sul caso monegasco. Tutti aspettano il suo videomessaggio; videomessaggio che sarà trasmesso sui siti a lui vicini (Generazione Italia, Libertiamo e il Secolo d’Italia), annunciato per le 12, ma, come detto, spostato in tardo pomeriggio anche perchè i tre siti sembrano non essere raggiungibili (si pensa per la certa massiccia affluenza).

La questione della casa di Montecarlo, comunque sia, risulta essere sempre meno chiara e l’impressione che dietro ci sia qualcos’altro (o qualcun altro) è sempre più forte. Iniziamo dalla lettera tanto discussa del Ministro della Giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis. Ieri, dopo l’anticipazione de “Il fatto Quotidiano”, abbiamo saputo, dopo tante parlare e dopo tante smentite, che il documento è autentico: “il documento è originale – ha affermato Francis – la firma è mia”. Subito dopo questa dichiarazione (certamente importante, sia chiaro) c’è stato un giro di dichiarazioni e di condanne nei confronti di Fini. A iniziare dal quotidiano che più di ogni altro si è scagliato in questi due mesi contro il Presidente della Camera, ovvero “Il Giornale”. Oggi, infatti, nell’editoriale dell’ex direttore Vittorio Feltri, i toni sono molto caldi. Già nel titolo: “E adesso vattene”. E ancora: “il ministro di Santa Lucia ribadisce che la lettera è autentica e che la società proprietaria dell’alloggio svenduto da An fa capo a Tulliani”.

Ora, bisogna necessariamente fare chiarezza. Certamente quanto detto da Francis è importante: il documento è autentico ed è stato vergato dallo stesso guardasigilli. Ma attenzione. Leggiamo un passo della lettera che Francis aveva spedito al Primo Ministro King: “I corrispondenti, tramite Mr. James Walfenzao, hanno replicato di aver condotto un’indagine sulla situazione e ordinato una visita a Monaco al Notaio Paul Luis Aureglia che era stato il responsabile del passaggio della proprietà […] Dai documenti arrivati dai corrispondenti è stato anche possibile accertare che il beneficiario della compagnia è il signor Giancarlo Tulliani”. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che l’indagine sembra aver accertato che Tulliani sia il “beneficiario della compagnia”. Cosa lo attesta? Nulla. Tale tesi (che Tulliani sia il proprietario) pare basarsi sulle informazioni raccolte presso il notaio Aureglia di Montecarlo, che registrò la vendita della casa, e presso, James Walfenzo, amministratore della Corporate Agetn Limited, una delle società acquirenti. C’è stato un documento che il Ministro della Giustizia ha mostrato per dare certezza a quanto affermato nella lettera? Assolutamente no. In sintesi, la lettera potrebbe (e sottolineo potrebbe. E più avanti vedremo perché è d’obbligo il condizionale) essere anche autentica, ma resta da stabilire se il contenuto sia autentico. E per stabilire questo servono documenti. Documenti di cui al momento nessuno dispone.

Ma soffermiamoci su altri aspetti che ci fanno capire quanto la situazione sia ingarbugliata. Proprio oggi su “La Repubblica” troviamo un articolo, in cui si riportano alcune dichiarazioni di Tulliani: “Ho con me il contratto d’affitto, il ministro di Santa Lucia può dire quello che vuole, ma la casa di Boulevard Princess Charlotte non è di mia proprietà”. Insomma, stando alle parole dell’irraggiungibile cognato di Fini la casa non è sua e ci sarebbe (anche qui il condizionale) un documento che lo attesta. Anzi, Tulliani sarebbe sotto contratto e pagherebbe un affitto “di molto superiore ai 1.500 euro al mese”. E non è finita qui. E’ proprio di queste ore un’ulteriore dichiarazione. A rilasciarla è stato Renato Ellero, ex senatore della Lega: “La casa di Montecarlo è di un mio cliente, e non di Giancarlo Tulliani – dice ai microfoni di Cnrmedia – Posso dire che il mio cliente non risiede in italia ma è una persona abbastanza facoltosa da poter comperare non solo l’appartamento al valore che gli viene attribuito da ‘Libero’ o ‘Il giornale’, ma tutto il palazzo”. Insomma, se anche questa dichiarazione fosse vera, si getterebbe nuova luce sulla vicenda.

Ma a quel punto la lettera del Ministro Francis sarebbe un falso. E allora due sono le cose: o le indagini portate avanti a Saint Lucia hanno portato ad un nulla di fatto, in quanto si è accusato Tulliani di essere “owner” quando in realtà non lo è; oppure c’è sotto qualcosa (o qualcuno) e allora le dichiarazioni di Francis sono state (volutamente) una montatura. Nel primo caso ci sarebbe stato un errore. Grossolano, ma pure sempre un errore e, come si suol dire, “errare humanum est”. Nel secondo caso, invece, la situazione sarebbe drammaticamente diversa: si potrebbe pensare davvero all’esistenza di un dossieraggio e alla mano dei servizi segreti, come spesso denunciato dal gruppo Fli, su tutti da Fini stesso e da Italo Bocchino.

Proprio perché, nel raccontare questa vicenda quanto mai oscura, non possiamo tralasciare questa seconda ipotesi, bisogna accennare anche ad un altro episodio alquanto oscuro, ma che si ricollegherebbe perfettamente con l’ipotesi “dossieraggio”. Giovedì sera, durante la diretta di “Annozero”, arriva alla redazione del programma una telefonata anonima. Chi parla si qualifica semplicemente come “David” e come “un amico della moglie del Ministro degli Esteri”. La telefonata, David precisa, non è ufficiale, ma “assolutamente confidenziale”. Ma quanto affermato è molto eloquente. Innanzitutto l’uomo afferma che la lettera è un “falso. Non è una dichiarazione ufficiale del governo di Saint Lucia, ma è un falso”. Ma ciò che dice in seguito è ancora più forte: “ora Saint Lucia è piena di uomini dell’intelligence di Russia, Libia e Italia. Non per una operazione coperta dal segreto… ma piena di turisti… se capisce cosa intendo..[…] in questo periodo ci sono molti turisti a Saint Lucia, e il nostro governo ha scoperto che questi turisti vengono dalla Russia e dalla Libia”.

E l’Italia cosa c’entra? “La sola cosa ufficiale che sappiamo è che una corporation di intelligence Italiana ha chiesto qualcosa al nostro governo e non posso dire di più. Una corporation italiana ha chiesto qualcosa al nostro governo… su documenti e… la moglie dice che hanno richiesto al nostro governo di fare e dire qualcosa che riguarda il governo italiano… circa case e altre cose…

E David, che durante la telefonata dichiara di parlare a nome “dell’entourage del Ministro degli esteri”, spiega anche perché si trovano in Svizzera: “Le famiglie di tutti i ministri di Saint Lucia sono state invitate a lasciare l’isola […] Il nostro governo ha detto a tutte le famiglie, ai membri del governo, all’intelligence, di non dire nulla al momento, perché il Primo Ministro non sa cosa fare per ora. Dovremo parlare con gli italiani e i libici e i russi. Così dice la moglie del Ministro. Poi parleremo. Siamo via dall’isola da una settimana e la moglie del primo ministro ha paura”.

La situazione sembrerebbe essere quasi terroristica dunque: “Quando abbiamo contattato quelli di Santo Domingo abbiamo ricevuto delle minacce, non so se capisce cosa voglio dire. [..] La moglie del ministro voleva parlare nel suo programma, ma ora ha appena ricevuto una chiamata da suo marito che le ha detto che la vostra compagnia la Rai, lo ha chiamato… Vi abbiamo chiamato e qualcuno ci ha contattato e lei si è spaventata… “. Insomma, se questo venisse appurato, la questione sarebbe molto molto scottante. Si parla, in pratica, di dossieraggio, servizi segreti, minacce. Il tutto per far fuori (politicamente) Gianfranco Fini. E’ un’ipotesi e come tale dev’essere presa in considerazione.

Ma “Il Giornale” non ne parla affatto. Per Feltri è fatta: “(Gianfranco Fini, ndr) dica come stanno le cose […] dopo di che abbandoni, non dico la politica, ma almeno la poltrona più alta della Camera che richiede, per essere occupata, un minimo di credibilità”. Il confronto, va da sé, è con la “credibilità” di un altro Presidente, più importante di Fini, che siede su una poltrona ancora più “alta”. Ma questo confronto lo lasciamo ai lettori.

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di Jessica Proni

La verità non è mai una sola, non è mai univoca e ahimè nel nostro mondo ne possiamo sì contare almeno tre: la verità dei fatti, la verità della giustizia e la verità dei media.
Ed io oggi vorrei parlarvi della terza verità poiché è necessario che a questa si sia attenti, siamo noi a scriverla.

Vi porto un esempio di qualche anno fa, siamo nel 2001, in una cittadina a nord della Francia, Outreau. Questo caso fece molto scalpore, si parlava di pedofilia, vennero messi in manette 18 persone: 13 di queste, alla fine del processo dopo anni di carcere, pur essendosi proclamati sempre innocenti, furono assolti, risarciti e ricevettero pubbliche scuse; 4 persone rimasero in galera come rei confessi, avendo loro confessato fin dall’inizio le proprie colpe.
L’ultimo dei 18 che non torna all’appello, alla fine del processo venne riconosciuto innocente, ma si tolse la vita tra le sbarre prima che la sentenza fosse giunta a giudizio.

Il caso di Outreau fa scuola poiché è un particolare caso “da manuale” in cui più che le prove concrete (scientifiche e certe, come ad esempio intercettazioni) vennero tenute in considerazione analisi psicologiche dei presunti pedofili e delle presunte vittime. E’ questo un caso in cui, come sottolinea Florence Aubenas (giornalista divenuta celebre perché rapita in Iraq, che sul caso ha scritto anche un libro), le emozioni della gente entrano nei tribunali e si fanno giustizia: l’indignazione popolare fomentata dai media, accuse irrisorie, non documentate, portate alla gogna dell’informazione ancora acerbe hanno distrutto la vita di persone innocenti e di intere famiglie.

Bisogna sempre essere prudenti, certi di ciò che si dice, di ciò che si pensa anche oltre ogni dubbio, quando questo può danneggiare chicchessia. Sparare a zero prima ancora che i processi siano chiusi o senza che nemmeno siano stati mai aperti non vuol dire fare informazione, ma disinformare il pubblico dando visioni distorte del reale, propinando appunto, una terza verità.

Tornando al presente, mi riferisco a quello che è accaduto per tutta l’estate al Presidente della Camera. Alcune testate d’informazione hanno continuato a tartassare lui e la sua famiglia senza che ci fosse l’ombra di un reato, o di un processo a suo carico.
Come funziona: hanno fatto tanto per creare una legge che limiti il diritto della stampa a promulgare intercettazioni, e senza che ci sia alcuna prova di reato, si contesta una persona, accanendosi e discreditandola agli occhi dell’opinione pubblica?

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di Carmine Gazzanni

Cesare è Silvio Berlusconi. Ora non ci sono più dubbi. Dopo le dichiarazioni di Arcangelo Martino, uno dei tre arrestati per la Loggia P3 insieme a Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, appare chiaro che i “quattro sfigati” (come Berlusconi stesso li definì) lavoravano per il Presidente del Consiglio. Almeno stando alla deposizione di Martino, deposizione che confermerebbe la contestata nota a piè di pagina in cui gli investigatori dei carabinieri scrivevano che “Cesare” era l’appellativo con cui la loggia chiamava il presidente del Consiglio. La notizia uscì a metà luglio e apriti cielo: tutti i Berluscones ad attaccare la magistratura  forcaiola e comunista. Primo fra tutti il suo legale e deputato del Pdl, Niccolò Ghedini, che si affrettò a precisare che “Cesare” non era Berlusconi. Che le date, citate dagli indagati, non coincidevano e che si trattava di “un’ipotesi ridicola“.

Ora questa ipotesi “ridicola” pare non essere più tale, in quanto viene confermata da uno dei tra arrestati. Ma vediamo, allora di ricapitolare quanto sta accadendo. L’inchiesta sulla Loggia P3 ha portato all’arresto, come detto, di Arcangelo Martino, Flavio Carboni e Pasquale Lombardi per associazione segreta. Indagati, sempre per lo stesso motivo, troviamo tutti uomini del Pdl, cari a Silvio Berlusconi: Nicola Cosentino, Marcello Dell’Utri, Giacomo Caliendo e Denis Verdini. Cosa vuol dire “reato di associazione segreta”? Stiamo facendo riferimento alla cosiddetta “Legge Anselmi”. Questa legge è nata in occasione della prima loggia massonica – la P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli – il 25 gennaio 1982. Sono 6 articoli contenenti “Norme di attuazione dell’ articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell’ associazione denominata Loggia P2”. Basti ricordare l’art.2 per capire la gravità delle colpe: “Chiunque promuove o dirige un’associazione segreta […] o svolge attività di proselitismo a favore della stessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La condanna importa la interdizione dal pubblici uffici per cinque anni […]”.

Ed è proprio questo quello che è successo. L’inchiesta (prima giornalistica, ad opera del grande Fabrizio Gatti de “L’Espresso”, poi giudiziaria) è partita dalla realizzazione dei parchi eolici in Sardegna, ma ben presto si è allargata. E di molto: interventi sulla Consulta per salvare il Lodo Alfano, pressioni sui vertici della Cassazione per dare una mano all’onorevole Nicola Cosentino, interventi sui consiglieri del Csm per ottenere le nomine di magistrati amici, visite al ministero della giustizia per favorire la riammissione alle elezioni regionali della lista Formigoni. E poi le manovre per togliere la Fininvest dai guai provocati dal Lodo Mondadori. Ed ancora le operazioni di procacciamento fondi tutt’altro che limpide. Il tutto discusso e ridiscusso nel salotto di Denis Verdini.  La combriccola, stando a quanto sostiene la magistratura, ha portato avanti condotte di assoluta gravità e spregiudicatezza servendosi di una vastissima rete di conoscenze coltivate anche grazie ai lussuosi convegni organizzati dallo pseudo centro di studi giuridici “Diritti e Libertà”. Condotte illecite e tese “a condizionare il funzionamento di organi costituzionali, di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e di enti locali”, scrive il giudice.

Ma torniamo ad Arcangelo Martino: le sue dichiarazioni sono state riprese da “La Repubblica” in un pezzo a firma Francesco Viviano. Ecco di seguito alcuni passaggi chiave:

CESARE E VICE-CESARE
Prendo atto di alcune intercettazioni di telefonate tra me e Lombardi in cui si fa cenno a un certo “maresciallo” e a un certo “Cesare e vice Cesare”. Sul punto posso dire che nel linguaggio che utilizzavamo io, Lombardi e Carboni, “Cesare” era il presidente Berlusconi e “vice Cesare” era Marcello Dell’Utri. Il “maresciallo” era il generale della Finanza Giovanni Mainolfi che si era rivolto al Lombardi per ottenere un trasferimento da Napoli

I RAPPORTI CON DELL’UTRI
Poco dopo la mia scarcerazione (era stato arrestato nella Tangentopoli napoletana negli anni ‘90 ndr), conobbi Marcello Dell’Utri, da allora, e siamo all’incirca nel 1996, ho avuto continuativi rapporti con Dell’Utri. Tramite Dell’Utri ho conosciuto Carlo Maietto e, tramite lui, ho conosciuto Pasquale Lombardi e Flavio Carboni

I “CONTRIBUTI” DI MARTINO PER LA PRESENZA DI PERSONE IMPORTANTI
Ho dovuto noleggiare un aereo privato per ottenere la presenza di Bassolino e di Formigoni. Infatti l’aereo privato portò Bassolino da Napoli in Sardegna e viceversa, proseguì per Milano per portare Formigoni in Sardegna e riportarlo poi a Milano

UOMINI AL SERVIZIO DI BERLUSCONI PER FAR CADERE PRODI
Sica mi disse che egli aveva tutto il diritto di ottenere la candidatura alla Presidenza della Regione in quanto Berlusconi gli doveva molto, disse che lo conosceva molto bene e che aveva dormito per diverso tempo nella sua casa di Roma in via Plebiscito da cui era stato allontanato per gelosia di Paolo Bonaiuti e dell’avvocato Ghedini. Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi per convincere, previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori a votare contro Prodi. Mi fece il nome del Senatore Andreotti e del Senatore Scalera. Mi mostrò anche dei fogli sui cui, a suo dire, vi erano segnati gli estremi dei bonifici

LODO ALFANO…
Dopo il convegno in Sardegna, uno o due giorni prima dell’incontro a casa di Verdini, si è svolto un pranzo presso il ristorante Tullio. A questo pranzo erano presenti, oltre a me, Lombardi, Caliendo, Martone, Carboni, mi sembra anche Miller, Lusetti, Angelo Gargani, Nunzia di Girolamo. Due sono stati in particolare gli oggetti delle conversazione, il Lodo Alfano e il la causa Mondadori. Il Lombardi fece, a modo suo, una relazione, segnalando che, dal monitoraggio diretto e indiretto da lui effettuato sui componenti della Consulta, era possibile un esito favorevole

…E LODO MONDADORI
Il secondo argomento riguardava la Mondadori, società riferibile al presidente Berlusconi, che avrebbe dovuto pagare circa 450 milioni di euro. Lombardi disse che era possibile forse intervenire sulla Cassazione e andò a parlare con il Presidente Carbone e con il procuratore generale Esposito. Stessi argomenti si affrontarono in casa di Verdini. Eravamo presenti io, Lombardi, Carboni, Verdini, Dell’Utri, Caliendo, Martone e Miller. Dell’Utri mostrò qualche preoccupazione, Martone e Miller espressero l’opinione che potevano essere giuste le conclusioni di Lombardi

Oggi i pm ritengono che sia possibile convocare Silvio Berlusconi a deporre come persona informata dei fatti. In ogni Paese questa notizia avrebbe fatto scalpore: tutti avrebbero parlato di questo. Non in Italia. Chiaramente sono molti i giornali che affrontano la questione, ma altrettanti sono i quotidiani che non danno il giusto rilievo a quanto accaduto e alle vicende del Presidente del Consiglio. Su tutti, chiaramente, i due quotidiani berlusconiani, che rimangono ancorati alla vicenda monegasca e agli attacchi a Gianfranco Fini.

Iniziamo da Libero: “Fini, scusate abbiamo scherzato”. Secondo il quotidiano diretto da Belpietro, infatti, ora “che tutti hanno capito che il Cav ha i numeri per fare a meno di Gianfranco”, i finiani stanno cercando il dialogo. Nulla di più falso: non è affatto vero che il Cav “ha i numeri”, tant’è che Fini nei giorni scorsi ha affermato  di voler votare in Parlamento dopo il discorso di Berlusconi previsto per fine mese, proprio perché si sente sicuro del suo gruppo. Semmai è il contrario: sono Berlusconi e Bossi che stanno tentando la strada di un dialogo. Oggi Berlusconi, infatti, ha affermato di essere sicuro che ogni finiano “sarà leale anche al simbolo del Pdl su cui è scritto il nome di Silvio Berlusconi”. Ieri, invece, Bossi ha confessato di sperare “che Fini torni in ginocchio da Berlusconi” perché “è meglio Fini di Casini, nonostante tutto è meglio Fini di Casini”.

Passiamo a “Il Giornale” che continua martellante sull’affaire monegasco. Intitola Feltri: “Montecarlo: la verità è vicina”. E poi, all’interno del quotidiano, una marea di articoli (come sempre) sul caso: “I guai del Presidente della Camera. Quanti incontri tra Fini e i giudici: ma chissà cosa si saranno detti”; “Il mistero americano dei Tulliani”; “Così Fini ha bluffato sulla casa di Montecarlo”. E poi anche intervista sul caso: “Legittimo indagare: si tratta dei beni di un partito”, intervista indovinate a chi? Marina Berlusconi. Insomma, una voce imparziale.

Risultato: una miriade di articoli su un caso su cui si è detto tutto e di più (bisognerebbe aspettare, ora, che la magistratura faccia il suo corso e chi ha sbagliato ne risponderà) e zero articoli su una questione ben più importante, quale il presunto legame di Berlusconi con la P3. Nemmeno un articolo. Niente.

Caro Feltri, va bene tutto, si continui ad occupare imperterrito solo di Fini. Se questo, d’altronde, è quello che vuole “Cesare

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di Carmine Gazzanni

Era il 29 luglio. E Augusto Minzolini ci regalava un altro dei suoi editoriali. Il direttore del Tg1, in quell’occasione, commentò le vicende giudiziarie:Sono state enfatizzate inchieste dai contorni confusi […] Insomma, la solita cappa mediatica sta tentando di condizionare gli equilibri del paese”. E ancora, alludendo all’inchiesta sulla P3: “Un caso giudiziario serve a mettere in piedi un’operazione politica, e in questa nuova deriva giustizialista un semplice avviso di garanzia torna ad essere considerato da alcuni una mezza condanna”. Peccato che non sia proprio così: basti pensare che già tre, tra politici di vecchia scuola e faccendieri, sono finiti in carcere: Flavio Carboni, Pasquale Lombardi e Arcangelo Martino. Ma al centro del suo monologo dominava la “quaestio” Fini – Berlusconi. Ricordiamo alcuni passaggi. “Paradossalmente proprio in queste settimane la confusione politica è aumentata a dismisura, sui giornali sono fioccate previsioni pessimistiche sul futuro del governo, si è parlato di esecutivi tecnici o di larghe intese […] ecco perché il divorzio che si sta consumando nel Pdl tra Berlusconi e Fini […] un elemento positivo lo determina: la chiarezza. Mai come ora c’è bisogno di chiarezza”.

Passano i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo di definire il Tg di Enrico Mentanaun talk show più che un telegiornale” – telegiornale che, per inciso sta rubando telespettatori a destra e a manca (circa 600.000 telespettatori hanno lasciato Tg1 e Tg5 per seguire su La7 Mentana) – che eccolo lì, ieri, con un altro dei suoi editoriali. “C’è una confusione di ruoli estremamente pericolosa a livello istituzionale”, ha affermato l direttorissimo. Domanda: ma non aveva detto che “il divorzio che si sta consumando nel Pdl tra Berlusconi e Fini” avrebbe fatto “chiarezza”?

Ma la questione è un’altra in realtà: la bussola di Minzolini si regola in base a quello che è l’umore di Silvio Berlusconi e dei suoi uomini. Facciamo degli esempi concreti.
“Sarà il capo dello Stato a verificare se in parlamento c’è una maggioranza alternativa oppure no”, ha dichiarato Minzolini. Ora, nessuno mai aveva pensato nel Governo all’opportunità di rivolgersi al Presidente della Repubblica. Nessuno. Se non che, pochi giorni fa, Berlusconi, Bossi ed altri pochi intimi si incontrano ad Arcore. E indovinate un po’ cosa si decide? “Abbiamo deciso di andare dal presidente della Repubblica: è quella la strada giusta” (Bossi); “Berlusconi e Bossi andranno a rappresentargli una situazione gravissima che pone problemi al funzionamento delle istituzioni” (La Russa). Fa niente se Napolitano non ha alcun potere, non può chiedere ufficialmente le dimissioni di un politico, se non ci sono infrazioni costituzionali o di tipo regolamentare che motivino la richiesta. Ma questo non interessa a Minzolini. L’importante è che l’abbia detto Berlusconi.

Ancora. Minzolini ci riflette un po’ e poi si pronuncia: e se Napolitano dice di no? “Se questo governo non può contare su una maggioranza coesa, l’idea di andare al voto al più presto va valutata con attenzione”. Anche qui il buon portavoce del Tg1 non si smentisce: “Se cade la maggioranza si va al voto e il ministero dell’Interno è pronto a organizzare le elezioni in pochi giorni” (Maroni); “Meglio andare subito al voto. Stare nel pantano non sta bene” (Bossi); “La strada maestra non può essere che quella di ritornare davanti al giudizio del popolo che è sovrano“ (Berlusconi); “meglio il ricorso al voto piuttosto che la paralisi politica” (Bondi).

Certamente, poi, non è mancata la stoccata ai dissidenti finiani, definiti come “quelli che dicono di sostenere il governo”, ma “con infingimenti e esasperanti trattative sperano di trasformare il governo in un governicchio da logorare nel tempo”. Solo due giorni fa, dopo il discorso di Mirabello, era Capezzone (che guardacaso è il portavoce del Pdl) a parlare, in relazione alle parole di Fini, di “antiberlusconismo costante e quasi ossessivo; insulti e offese contro il Pdl e contro la stampa che a Fini non piace. Con queste provocazioni non si va lontano”. Guarda un pò il caso.

La prossima volta converrebbe che Minzolini si faccia scrivere il suo discorsetto direttamente da qualcuno dell’entourage berlusconiano. Prima che diventi lui stesso una pedina dello staff (se ancora non lo è diventato). Magari, chissà, si potrebbe proporre come prossimo portavoce.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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