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Articoli marcati con tag ‘feltri’

di Carmine Gazzanni

I quotidiani berlusconiani sono tornati all’attacco. Mentre, infatti, il sultanato sta lentamente cadendo a pezzi con un Berlusconi – il Sultano – completamente impotente, ci pensano i suoi scudieri a cercare di spostare l’asse del dibattito politico dalla crisi istituzionale in corso a questioni che tutto sono meno che drammatiche. Oggi Libero, quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, scrive: “Gomorra Rai: Il servizietto di Saviano a Fini. Roberto e Fazio gettano la maschera e lanciano la campagna elettorale del leader Fli, invitato in tv a illustrare i valori della destra. Ma non doveva essere un programma di inchieste e intrattenimento?“. E poi Il Giornale: “La Rai degli arroganti. L’ulitmo blitz: Gianfry da Saviano“. A parte l’assurdità di alcune tesi (pensare che Saviano e Fazio possano “lanciare” la campagna elettorale di Fli è alquanto assurdo!), soffermiamoci su alcuni aspetti, rispondendo alle domande e alle accuse che lanciano i due mastini berlusconiani, domande, tuttavia, che certamente sono in molti a porsi. I due si chiedono, come detto, “Ma non doveva essere un programma di inchieste e intrattenimento?“, perchè invitare Fini? A questa domanda si può rispondere facilmente: nella prima puntata è intervenuto anche Nichi Vendola. Bene, vi pare che il leader di SEL abbia fatto campagna elettorale, come sostengono Belpietro e Feltri? Assolutamente no: ha letto la lista degli insulti ignobili a cui molto spesso sono sottoposti gli omosessuali, dopodichè è andato via. Cinque minuti di scena. Ed è proprio questa la grande novità del programma di Saviano e Fazio: inchieste che si alternano al varietà, ma un varietà diverso, che, attraverso la lettura di liste ci fa conoscere meglio l’Italia, i suoi valori ma anche e soprattutto i suoi vizi, i suoi peccati, le sue debolezze. E chi legge queste liste? Tutti, personaggi famosi (politici o meno che siano) e non famosi, e a tutti viene concesso esattamente lo stesso tempo. E certamente lo stesso trattamento sarà riservato anche a Fini e Bersani che leggerano esclusivamente le loro liste di “valori”.

Niente politica dunque, niente campagna elettorale.Questioni sollevate inutilmente perchè non c’è alcun fine politico dietro la partecipazione dei due leader. Ma d’altronde in questi giorni abbiamo visto a quali attcchi, reiterati per giunta, continuano ad essere sottoposti i due conduttori di “Vieni via con me“. Come non ricordare ad esempio tutta la diatriba nata riguardo la storia dei contratti che non potevano essere firmati perchè mancavano i soldi (mentre intanto Minzolini se ne va anche in crociera), risolta abilmente da Benigni, ad esempio, che ha rinunciato al suo cachè. Alcuni giorni fa, ancora, è stata la volta di “Striscia la notizia” che hanno dato la notizia che Fazio avesse “tagliato” e “censurato” uno stralcio della canzone di Benigni in cui si faceva riferimento alla Endemol, casa di produzione di “Vieni Via con Me“, partecipata da Mediaset. Apriti cielo: tutti a dire “ecco vedi, anche Fazio censura!”. Ed invece tutta una bufala, come spiegano in una nota ufficiale i due conduttori: “Ieri sera Striscia la notizia ha mandato in onda un filmato nel quale alle immagini dell’esibizione di Roberto Benigni a Vieniviaconme veniva sovrapposta la voce di un imitatore. I conduttori di Striscia hanno affermato che si trattava di un brano della canzone di Benigni censurata da Fabio Fazio. Purtroppo lo scherzo di Striscia, presumibilmente satirico, non è stato inteso correttamente da alcuni quotidiani e alcuni blog, che hanno dato la notizia della censura inventata da Striscia come se fosse vera. Fabio Fazio e gli autori della trasmissione, costernati dalla facilità con la quale un falso, per giunta trasmesso da un varietà satirico, viene scambiato per cronaca vera, fanno presente che ovviamente Roberto Benigni non ha subito alcuna censura. Che la trasmissione va in onda in diretta e dunque non è possibile tagliare o censurare alcunché“.

Ed ora si ricomincia con la storia di Fini e della “campagna elettorale a Fli“. Ma Belpietro e Feltri non hanno null’altro di cui parlare? Ad esempio di un piccolo ometto preoccupato dalla caduta del suo Impero di illegalità?

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di Carmine Gazzanni

Oramai è chiaro qual è  la politica de “Il Giornale”: dossieraggio su chiunque si opponga in qualsiasi modo al capo. Sia egli Boffo, Fini, Di Pietro o la Marcegaglia.

Iniziamo, allora, proprio dal famigerato caso Boffo. L’ex direttore de “L’Avvenire”, durante il periodo ribattezzato da molti “puttanopoli” si era schierato contro la condotta immorale del premier (a dire la verità in maniera molto soft). Ma Feltri proprio non riusciva a digerire quel tono un po’ sopra le righe del direttore del quotidiano dei vescovi. E allora eccoti il primo dossier. Ricordiamo in breve cosa accadde: Vittorio Feltri, dato che, come detto, Boffo criticò il comportamento amorale di Berlusconi riportò la notizia dell’omosessualità dell’ex direttore de “L’Avvenire” e della sua aggressione nei confronti dell’amante del suo fidanzato. Ora, che Boffo avesse colpa è certo (ha patteggiato una pena pecuniaria di 516 euro); ciò che sconcerta è altro: la notizia riportata in prima pagina (dove solitamente si inseriscono le notizie più scottanti del giorno) era già vecchia di 5 anni! Come mai solo allora Feltri l’aveva pubblicata? E non è finita qui: l’articolo contro Boffo era stato assegnato a tale Gabriele Villa,  il quale per dare più rilievo alla notizia e per rafforzare l’attacco a Boffo, spacciò come nota giudiziaria (quindi  come attendibile perchè scritta da un pm) una lettera anonima (che invece, come tutti sanno, non ha alcun valore, essendo ignota la fonte).

Ma quel “cominciamo da” con cui si apriva l’editoriale ai tempi di Boffo prometteva bene. Ed infatti, dopo Boffo, è stata la volta di Antonio Di Pietro. Stranamente in quest’occasione “Il Giornale” è stato insolitamente accompagnato in quest’altra guerra mediatica  da “Il Corriere della Sera”. I due quotidiani, infatti, pubblicarono in prima pagina una foto a detta loro compromettente tra Di Pietro (allora pm) e Consorte (allora numero tre del Sisde). “Il Giornale” al tempo titolava in prima pagina: “Di Pietro colto sul fatto: ora parli“. Peccato, però, che al tempo Contrada ancora non veniva condannato per concorso esterno in associazione mafiosa; senza contare, poi, che era più che normale che un pm fosse a cena con colleghi in pratica, come membri del Sisde, carabinieri, forze dell’ordine, eccetera. Dovrebbe, invece, far riflettere il fatto che venga schiaffata una foto in prima pagina vecchia di diciotto anni (esattamente come nel caso di prima).

Ma lo sappiamo. Il bersaglio che più a lungo è stato preso di mira è stato sicuramente Gianfranco Fini. Non vogliamo ritornare nuovamente sulla questione. Ma per capire concretamene in cosa consista il giornalismo squadrista di Feltri, basta far riferimento ai titoli del quotidiano. Come sappiamo, si è cominciato a parlare dell’ affaire monegasco circa quattro mesi fa. E tuttavia, ancora si continua puntualmente ad aprire “Il Giornale” con riferimenti a Montecarlo, l’appartamento e Tulliani. Ecco una carrellata dei titoli del quotidiano nel mese di ottobre, titoli spudoratamente rivolti contro il Presidente della Camera (ripeto,  a distanza di quattro mesi): “Casa di Montecarlo: Ecco la mail che farà dimettere Fini” (2 ottobre); “Il caso Montecarlo: Fini un leader? Neppure il cognato gli da’ retta” (4 ottobre); “C’è la conferma: Fini trama da due anni” (5 ottobre); “La casa di Montecarlo: da Vespa l’ultima conferma. La Tulliani dirigeva i lavori” (6 ottobre).

Dal 7, invece, la questione Fini sembra aver lasciato il posto ad un altro dossier ed un’altra persona: Emma Marcegaglia. Come molti sapranno, tutto ieri ci sono state che voci su questi presunti dossier: si era detto che oggi il quotidiano della famiglia Berlusconi avrebbe pubblicato quattro pagine che avrebbero svelato tutto il marcio che si nasconde dietro la Marcegaglia. E invece anche qui abbiamo una grossa bufala. Gli articoli sono ripresi, per ammissione dello stesso Feltri, da “L’Espresso”, “Il Fatto Quotidiano”, “La Repubblica” e “L’Unità”. Ma attenzione: ora arriva il bello. L’assunto teorico di Feltri è il seguente: “L’officina dei dossier è molto efficiente. […] Oggi abbiamo deciso di dimostrare ai lettori che non noi eccelliamo nella specialità di sputtanare la gente, bensì alcuni colleghi convinti di essere vergini solo perché non lavorano con i media della famiglia Berlusconi”. Grosso grosso errore: lo squadrismo di Feltri non è imputabile al dossieraggio, in quanto, se le notizie sono fondate, è più che giusto portare avanti delle inchieste (questo, anzi, è il vero compito del giornalista). Lo squadrismo deriva, invece, dal fatto che si presentino presunti scoop, come nel caso Boffo, quando la notizia invece è vecchia di cinque anni; oppure si rimane sulla stessa questione per mesi e mesi, come nel caso Fini. E quand’è che si decide di attaccare? Nel momento in cui si “sgarra”, nel momento in cui si va contro il capo, come è capitato sia per Boffo che per Fini, che per la Marcegaglia. Questo è squadrismo.

Il fatto che ci siano inchieste sulla Marcegaglia è più che giusto. Non è un caso che gli articoli ripresi da “Il Giornale” sono tutti articoli basati su statistiche, numeri, date, sentenze. Insomma, documenti ufficiali che non possono essere soggetti a due diverse interpretazioni. Ciò che cambia, dunque, caro Feltri, è che chi ha scritto sulla Marcegaglia (o su Boffo o su Fini) non l’’ha fatto perché fa comodo al capo, ma perché rispetta quel dovere etico-professionale di giornalista (e non di cortigiano) che glielo impone.

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di Carmine Gazzanni

Nella seconda metà del pomeriggio, e non più in mattinata (secondo le voci che circolano in queste ore), Gianfranco Fini esporrà la sua verità sul caso monegasco. Tutti aspettano il suo videomessaggio; videomessaggio che sarà trasmesso sui siti a lui vicini (Generazione Italia, Libertiamo e il Secolo d’Italia), annunciato per le 12, ma, come detto, spostato in tardo pomeriggio anche perchè i tre siti sembrano non essere raggiungibili (si pensa per la certa massiccia affluenza).

La questione della casa di Montecarlo, comunque sia, risulta essere sempre meno chiara e l’impressione che dietro ci sia qualcos’altro (o qualcun altro) è sempre più forte. Iniziamo dalla lettera tanto discussa del Ministro della Giustizia di Saint Lucia, Lorenzo Rudolph Francis. Ieri, dopo l’anticipazione de “Il fatto Quotidiano”, abbiamo saputo, dopo tante parlare e dopo tante smentite, che il documento è autentico: “il documento è originale – ha affermato Francis – la firma è mia”. Subito dopo questa dichiarazione (certamente importante, sia chiaro) c’è stato un giro di dichiarazioni e di condanne nei confronti di Fini. A iniziare dal quotidiano che più di ogni altro si è scagliato in questi due mesi contro il Presidente della Camera, ovvero “Il Giornale”. Oggi, infatti, nell’editoriale dell’ex direttore Vittorio Feltri, i toni sono molto caldi. Già nel titolo: “E adesso vattene”. E ancora: “il ministro di Santa Lucia ribadisce che la lettera è autentica e che la società proprietaria dell’alloggio svenduto da An fa capo a Tulliani”.

Ora, bisogna necessariamente fare chiarezza. Certamente quanto detto da Francis è importante: il documento è autentico ed è stato vergato dallo stesso guardasigilli. Ma attenzione. Leggiamo un passo della lettera che Francis aveva spedito al Primo Ministro King: “I corrispondenti, tramite Mr. James Walfenzao, hanno replicato di aver condotto un’indagine sulla situazione e ordinato una visita a Monaco al Notaio Paul Luis Aureglia che era stato il responsabile del passaggio della proprietà […] Dai documenti arrivati dai corrispondenti è stato anche possibile accertare che il beneficiario della compagnia è il signor Giancarlo Tulliani”. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che l’indagine sembra aver accertato che Tulliani sia il “beneficiario della compagnia”. Cosa lo attesta? Nulla. Tale tesi (che Tulliani sia il proprietario) pare basarsi sulle informazioni raccolte presso il notaio Aureglia di Montecarlo, che registrò la vendita della casa, e presso, James Walfenzo, amministratore della Corporate Agetn Limited, una delle società acquirenti. C’è stato un documento che il Ministro della Giustizia ha mostrato per dare certezza a quanto affermato nella lettera? Assolutamente no. In sintesi, la lettera potrebbe (e sottolineo potrebbe. E più avanti vedremo perché è d’obbligo il condizionale) essere anche autentica, ma resta da stabilire se il contenuto sia autentico. E per stabilire questo servono documenti. Documenti di cui al momento nessuno dispone.

Ma soffermiamoci su altri aspetti che ci fanno capire quanto la situazione sia ingarbugliata. Proprio oggi su “La Repubblica” troviamo un articolo, in cui si riportano alcune dichiarazioni di Tulliani: “Ho con me il contratto d’affitto, il ministro di Santa Lucia può dire quello che vuole, ma la casa di Boulevard Princess Charlotte non è di mia proprietà”. Insomma, stando alle parole dell’irraggiungibile cognato di Fini la casa non è sua e ci sarebbe (anche qui il condizionale) un documento che lo attesta. Anzi, Tulliani sarebbe sotto contratto e pagherebbe un affitto “di molto superiore ai 1.500 euro al mese”. E non è finita qui. E’ proprio di queste ore un’ulteriore dichiarazione. A rilasciarla è stato Renato Ellero, ex senatore della Lega: “La casa di Montecarlo è di un mio cliente, e non di Giancarlo Tulliani – dice ai microfoni di Cnrmedia – Posso dire che il mio cliente non risiede in italia ma è una persona abbastanza facoltosa da poter comperare non solo l’appartamento al valore che gli viene attribuito da ‘Libero’ o ‘Il giornale’, ma tutto il palazzo”. Insomma, se anche questa dichiarazione fosse vera, si getterebbe nuova luce sulla vicenda.

Ma a quel punto la lettera del Ministro Francis sarebbe un falso. E allora due sono le cose: o le indagini portate avanti a Saint Lucia hanno portato ad un nulla di fatto, in quanto si è accusato Tulliani di essere “owner” quando in realtà non lo è; oppure c’è sotto qualcosa (o qualcuno) e allora le dichiarazioni di Francis sono state (volutamente) una montatura. Nel primo caso ci sarebbe stato un errore. Grossolano, ma pure sempre un errore e, come si suol dire, “errare humanum est”. Nel secondo caso, invece, la situazione sarebbe drammaticamente diversa: si potrebbe pensare davvero all’esistenza di un dossieraggio e alla mano dei servizi segreti, come spesso denunciato dal gruppo Fli, su tutti da Fini stesso e da Italo Bocchino.

Proprio perché, nel raccontare questa vicenda quanto mai oscura, non possiamo tralasciare questa seconda ipotesi, bisogna accennare anche ad un altro episodio alquanto oscuro, ma che si ricollegherebbe perfettamente con l’ipotesi “dossieraggio”. Giovedì sera, durante la diretta di “Annozero”, arriva alla redazione del programma una telefonata anonima. Chi parla si qualifica semplicemente come “David” e come “un amico della moglie del Ministro degli Esteri”. La telefonata, David precisa, non è ufficiale, ma “assolutamente confidenziale”. Ma quanto affermato è molto eloquente. Innanzitutto l’uomo afferma che la lettera è un “falso. Non è una dichiarazione ufficiale del governo di Saint Lucia, ma è un falso”. Ma ciò che dice in seguito è ancora più forte: “ora Saint Lucia è piena di uomini dell’intelligence di Russia, Libia e Italia. Non per una operazione coperta dal segreto… ma piena di turisti… se capisce cosa intendo..[…] in questo periodo ci sono molti turisti a Saint Lucia, e il nostro governo ha scoperto che questi turisti vengono dalla Russia e dalla Libia”.

E l’Italia cosa c’entra? “La sola cosa ufficiale che sappiamo è che una corporation di intelligence Italiana ha chiesto qualcosa al nostro governo e non posso dire di più. Una corporation italiana ha chiesto qualcosa al nostro governo… su documenti e… la moglie dice che hanno richiesto al nostro governo di fare e dire qualcosa che riguarda il governo italiano… circa case e altre cose…

E David, che durante la telefonata dichiara di parlare a nome “dell’entourage del Ministro degli esteri”, spiega anche perché si trovano in Svizzera: “Le famiglie di tutti i ministri di Saint Lucia sono state invitate a lasciare l’isola […] Il nostro governo ha detto a tutte le famiglie, ai membri del governo, all’intelligence, di non dire nulla al momento, perché il Primo Ministro non sa cosa fare per ora. Dovremo parlare con gli italiani e i libici e i russi. Così dice la moglie del Ministro. Poi parleremo. Siamo via dall’isola da una settimana e la moglie del primo ministro ha paura”.

La situazione sembrerebbe essere quasi terroristica dunque: “Quando abbiamo contattato quelli di Santo Domingo abbiamo ricevuto delle minacce, non so se capisce cosa voglio dire. [..] La moglie del ministro voleva parlare nel suo programma, ma ora ha appena ricevuto una chiamata da suo marito che le ha detto che la vostra compagnia la Rai, lo ha chiamato… Vi abbiamo chiamato e qualcuno ci ha contattato e lei si è spaventata… “. Insomma, se questo venisse appurato, la questione sarebbe molto molto scottante. Si parla, in pratica, di dossieraggio, servizi segreti, minacce. Il tutto per far fuori (politicamente) Gianfranco Fini. E’ un’ipotesi e come tale dev’essere presa in considerazione.

Ma “Il Giornale” non ne parla affatto. Per Feltri è fatta: “(Gianfranco Fini, ndr) dica come stanno le cose […] dopo di che abbandoni, non dico la politica, ma almeno la poltrona più alta della Camera che richiede, per essere occupata, un minimo di credibilità”. Il confronto, va da sé, è con la “credibilità” di un altro Presidente, più importante di Fini, che siede su una poltrona ancora più “alta”. Ma questo confronto lo lasciamo ai lettori.

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di Jessica Proni

La verità non è mai una sola, non è mai univoca e ahimè nel nostro mondo ne possiamo sì contare almeno tre: la verità dei fatti, la verità della giustizia e la verità dei media.
Ed io oggi vorrei parlarvi della terza verità poiché è necessario che a questa si sia attenti, siamo noi a scriverla.

Vi porto un esempio di qualche anno fa, siamo nel 2001, in una cittadina a nord della Francia, Outreau. Questo caso fece molto scalpore, si parlava di pedofilia, vennero messi in manette 18 persone: 13 di queste, alla fine del processo dopo anni di carcere, pur essendosi proclamati sempre innocenti, furono assolti, risarciti e ricevettero pubbliche scuse; 4 persone rimasero in galera come rei confessi, avendo loro confessato fin dall’inizio le proprie colpe.
L’ultimo dei 18 che non torna all’appello, alla fine del processo venne riconosciuto innocente, ma si tolse la vita tra le sbarre prima che la sentenza fosse giunta a giudizio.

Il caso di Outreau fa scuola poiché è un particolare caso “da manuale” in cui più che le prove concrete (scientifiche e certe, come ad esempio intercettazioni) vennero tenute in considerazione analisi psicologiche dei presunti pedofili e delle presunte vittime. E’ questo un caso in cui, come sottolinea Florence Aubenas (giornalista divenuta celebre perché rapita in Iraq, che sul caso ha scritto anche un libro), le emozioni della gente entrano nei tribunali e si fanno giustizia: l’indignazione popolare fomentata dai media, accuse irrisorie, non documentate, portate alla gogna dell’informazione ancora acerbe hanno distrutto la vita di persone innocenti e di intere famiglie.

Bisogna sempre essere prudenti, certi di ciò che si dice, di ciò che si pensa anche oltre ogni dubbio, quando questo può danneggiare chicchessia. Sparare a zero prima ancora che i processi siano chiusi o senza che nemmeno siano stati mai aperti non vuol dire fare informazione, ma disinformare il pubblico dando visioni distorte del reale, propinando appunto, una terza verità.

Tornando al presente, mi riferisco a quello che è accaduto per tutta l’estate al Presidente della Camera. Alcune testate d’informazione hanno continuato a tartassare lui e la sua famiglia senza che ci fosse l’ombra di un reato, o di un processo a suo carico.
Come funziona: hanno fatto tanto per creare una legge che limiti il diritto della stampa a promulgare intercettazioni, e senza che ci sia alcuna prova di reato, si contesta una persona, accanendosi e discreditandola agli occhi dell’opinione pubblica?

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di Carmine Gazzanni

Cesare è Silvio Berlusconi. Ora non ci sono più dubbi. Dopo le dichiarazioni di Arcangelo Martino, uno dei tre arrestati per la Loggia P3 insieme a Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, appare chiaro che i “quattro sfigati” (come Berlusconi stesso li definì) lavoravano per il Presidente del Consiglio. Almeno stando alla deposizione di Martino, deposizione che confermerebbe la contestata nota a piè di pagina in cui gli investigatori dei carabinieri scrivevano che “Cesare” era l’appellativo con cui la loggia chiamava il presidente del Consiglio. La notizia uscì a metà luglio e apriti cielo: tutti i Berluscones ad attaccare la magistratura  forcaiola e comunista. Primo fra tutti il suo legale e deputato del Pdl, Niccolò Ghedini, che si affrettò a precisare che “Cesare” non era Berlusconi. Che le date, citate dagli indagati, non coincidevano e che si trattava di “un’ipotesi ridicola“.

Ora questa ipotesi “ridicola” pare non essere più tale, in quanto viene confermata da uno dei tra arrestati. Ma vediamo, allora di ricapitolare quanto sta accadendo. L’inchiesta sulla Loggia P3 ha portato all’arresto, come detto, di Arcangelo Martino, Flavio Carboni e Pasquale Lombardi per associazione segreta. Indagati, sempre per lo stesso motivo, troviamo tutti uomini del Pdl, cari a Silvio Berlusconi: Nicola Cosentino, Marcello Dell’Utri, Giacomo Caliendo e Denis Verdini. Cosa vuol dire “reato di associazione segreta”? Stiamo facendo riferimento alla cosiddetta “Legge Anselmi”. Questa legge è nata in occasione della prima loggia massonica – la P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli – il 25 gennaio 1982. Sono 6 articoli contenenti “Norme di attuazione dell’ articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell’ associazione denominata Loggia P2”. Basti ricordare l’art.2 per capire la gravità delle colpe: “Chiunque promuove o dirige un’associazione segreta […] o svolge attività di proselitismo a favore della stessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La condanna importa la interdizione dal pubblici uffici per cinque anni […]”.

Ed è proprio questo quello che è successo. L’inchiesta (prima giornalistica, ad opera del grande Fabrizio Gatti de “L’Espresso”, poi giudiziaria) è partita dalla realizzazione dei parchi eolici in Sardegna, ma ben presto si è allargata. E di molto: interventi sulla Consulta per salvare il Lodo Alfano, pressioni sui vertici della Cassazione per dare una mano all’onorevole Nicola Cosentino, interventi sui consiglieri del Csm per ottenere le nomine di magistrati amici, visite al ministero della giustizia per favorire la riammissione alle elezioni regionali della lista Formigoni. E poi le manovre per togliere la Fininvest dai guai provocati dal Lodo Mondadori. Ed ancora le operazioni di procacciamento fondi tutt’altro che limpide. Il tutto discusso e ridiscusso nel salotto di Denis Verdini.  La combriccola, stando a quanto sostiene la magistratura, ha portato avanti condotte di assoluta gravità e spregiudicatezza servendosi di una vastissima rete di conoscenze coltivate anche grazie ai lussuosi convegni organizzati dallo pseudo centro di studi giuridici “Diritti e Libertà”. Condotte illecite e tese “a condizionare il funzionamento di organi costituzionali, di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e di enti locali”, scrive il giudice.

Ma torniamo ad Arcangelo Martino: le sue dichiarazioni sono state riprese da “La Repubblica” in un pezzo a firma Francesco Viviano. Ecco di seguito alcuni passaggi chiave:

CESARE E VICE-CESARE
Prendo atto di alcune intercettazioni di telefonate tra me e Lombardi in cui si fa cenno a un certo “maresciallo” e a un certo “Cesare e vice Cesare”. Sul punto posso dire che nel linguaggio che utilizzavamo io, Lombardi e Carboni, “Cesare” era il presidente Berlusconi e “vice Cesare” era Marcello Dell’Utri. Il “maresciallo” era il generale della Finanza Giovanni Mainolfi che si era rivolto al Lombardi per ottenere un trasferimento da Napoli

I RAPPORTI CON DELL’UTRI
Poco dopo la mia scarcerazione (era stato arrestato nella Tangentopoli napoletana negli anni ‘90 ndr), conobbi Marcello Dell’Utri, da allora, e siamo all’incirca nel 1996, ho avuto continuativi rapporti con Dell’Utri. Tramite Dell’Utri ho conosciuto Carlo Maietto e, tramite lui, ho conosciuto Pasquale Lombardi e Flavio Carboni

I “CONTRIBUTI” DI MARTINO PER LA PRESENZA DI PERSONE IMPORTANTI
Ho dovuto noleggiare un aereo privato per ottenere la presenza di Bassolino e di Formigoni. Infatti l’aereo privato portò Bassolino da Napoli in Sardegna e viceversa, proseguì per Milano per portare Formigoni in Sardegna e riportarlo poi a Milano

UOMINI AL SERVIZIO DI BERLUSCONI PER FAR CADERE PRODI
Sica mi disse che egli aveva tutto il diritto di ottenere la candidatura alla Presidenza della Regione in quanto Berlusconi gli doveva molto, disse che lo conosceva molto bene e che aveva dormito per diverso tempo nella sua casa di Roma in via Plebiscito da cui era stato allontanato per gelosia di Paolo Bonaiuti e dell’avvocato Ghedini. Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi per convincere, previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori a votare contro Prodi. Mi fece il nome del Senatore Andreotti e del Senatore Scalera. Mi mostrò anche dei fogli sui cui, a suo dire, vi erano segnati gli estremi dei bonifici

LODO ALFANO…
Dopo il convegno in Sardegna, uno o due giorni prima dell’incontro a casa di Verdini, si è svolto un pranzo presso il ristorante Tullio. A questo pranzo erano presenti, oltre a me, Lombardi, Caliendo, Martone, Carboni, mi sembra anche Miller, Lusetti, Angelo Gargani, Nunzia di Girolamo. Due sono stati in particolare gli oggetti delle conversazione, il Lodo Alfano e il la causa Mondadori. Il Lombardi fece, a modo suo, una relazione, segnalando che, dal monitoraggio diretto e indiretto da lui effettuato sui componenti della Consulta, era possibile un esito favorevole

…E LODO MONDADORI
Il secondo argomento riguardava la Mondadori, società riferibile al presidente Berlusconi, che avrebbe dovuto pagare circa 450 milioni di euro. Lombardi disse che era possibile forse intervenire sulla Cassazione e andò a parlare con il Presidente Carbone e con il procuratore generale Esposito. Stessi argomenti si affrontarono in casa di Verdini. Eravamo presenti io, Lombardi, Carboni, Verdini, Dell’Utri, Caliendo, Martone e Miller. Dell’Utri mostrò qualche preoccupazione, Martone e Miller espressero l’opinione che potevano essere giuste le conclusioni di Lombardi

Oggi i pm ritengono che sia possibile convocare Silvio Berlusconi a deporre come persona informata dei fatti. In ogni Paese questa notizia avrebbe fatto scalpore: tutti avrebbero parlato di questo. Non in Italia. Chiaramente sono molti i giornali che affrontano la questione, ma altrettanti sono i quotidiani che non danno il giusto rilievo a quanto accaduto e alle vicende del Presidente del Consiglio. Su tutti, chiaramente, i due quotidiani berlusconiani, che rimangono ancorati alla vicenda monegasca e agli attacchi a Gianfranco Fini.

Iniziamo da Libero: “Fini, scusate abbiamo scherzato”. Secondo il quotidiano diretto da Belpietro, infatti, ora “che tutti hanno capito che il Cav ha i numeri per fare a meno di Gianfranco”, i finiani stanno cercando il dialogo. Nulla di più falso: non è affatto vero che il Cav “ha i numeri”, tant’è che Fini nei giorni scorsi ha affermato  di voler votare in Parlamento dopo il discorso di Berlusconi previsto per fine mese, proprio perché si sente sicuro del suo gruppo. Semmai è il contrario: sono Berlusconi e Bossi che stanno tentando la strada di un dialogo. Oggi Berlusconi, infatti, ha affermato di essere sicuro che ogni finiano “sarà leale anche al simbolo del Pdl su cui è scritto il nome di Silvio Berlusconi”. Ieri, invece, Bossi ha confessato di sperare “che Fini torni in ginocchio da Berlusconi” perché “è meglio Fini di Casini, nonostante tutto è meglio Fini di Casini”.

Passiamo a “Il Giornale” che continua martellante sull’affaire monegasco. Intitola Feltri: “Montecarlo: la verità è vicina”. E poi, all’interno del quotidiano, una marea di articoli (come sempre) sul caso: “I guai del Presidente della Camera. Quanti incontri tra Fini e i giudici: ma chissà cosa si saranno detti”; “Il mistero americano dei Tulliani”; “Così Fini ha bluffato sulla casa di Montecarlo”. E poi anche intervista sul caso: “Legittimo indagare: si tratta dei beni di un partito”, intervista indovinate a chi? Marina Berlusconi. Insomma, una voce imparziale.

Risultato: una miriade di articoli su un caso su cui si è detto tutto e di più (bisognerebbe aspettare, ora, che la magistratura faccia il suo corso e chi ha sbagliato ne risponderà) e zero articoli su una questione ben più importante, quale il presunto legame di Berlusconi con la P3. Nemmeno un articolo. Niente.

Caro Feltri, va bene tutto, si continui ad occupare imperterrito solo di Fini. Se questo, d’altronde, è quello che vuole “Cesare

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di Carmine Gazzanni

Un Gianfranco Fini a 360 gradi quello di Mirabello. Un discorso che ha chiarito, semmai ci fosse stato ancora qualche dubbio, la posizione dei finiani sulla politica del Governo Berlusconi. Un Fini che dice la sua su tutto, su Gheddafi (“genuflessione poco decorosa”), sullo stesso Berlusconi (“Non esiste il reato di lesa maestà, perché non esiste un popolo di sudditi, ma di cittadini e di militanti”), sul Parlamento, spogliato dei suoi poteri (“Il Parlamento non è depandance dell’esecutivo, governare non significa comandare, ma garantire l’equilibrio dei poteri”). E poi si è soffermato sulla sua cacciata “autoritaria e illiberale” dal Pdl; sulla giustizia, riguardo cui ha detto che “non ci vogliono leggi ad personam, ma leggi che tutelino il capo del governo”; sulla Lega e sulla Padania (“Solo  chi non conosce la storia oltre che la geografia può pensare  che la Padania esista davvero”). E infine il Presidente della Camera ha detto la sua anche sugli attacchi de “Il Giornale, una campagna definita come una “autentica lapidazione di tipo islamico. Infame non perché si sia rivolta a me, ma perché si è rivolta contro la mia famiglia”.

Ma passiamo al giorno dopo, il giorno dei commenti. Come era facilmente immaginabile, i Berluscones hanno attaccato Gianfranco Fini, il cui discorso è stato “di rottura e polemica distruttiva”, come ha affermato Bondi. Ma le accuse più sfacciate arrivano dai giornali berlusconiani. Maurizio Belpietro, direttore di “Libero”, ad esempio, parla di Fini come “il grande ipocrita” che “propone un codice etico per i politici ma non dice neppure una parola sulla casa di Montecarlo”.

Due critiche su tutte, però, colpiscono. Analizziamole. Una è quella di Daniele Capezzone. Secondo l’ex radicale: “Il discorso di Gianfranco Fini è deludente. Nessuna spiegazione convincente sulle vicende che lo riguardano; antiberlusconismo costante e quasi ossessivo; insulti e offese contro il Pdl e contro la stampa che a Fini non piace. Con queste provocazioni non si va lontano”. Ecco alcuni esempi di “offese e insulti”: “Veltroni è un coglione” (Berlusconi, 3/9/95). “Veltroni è un miserabile” (Berlusconi, 4/4/2000). “Giuliano Amato, l’utile idiota che siede a Palazzo Chigi” (Berlusconi, 21/4/2000). “Prodi? Un leader d’accatto” (Berlusconi, 22/2/95). “La Bindi e Prodi sono come i ladri di Pisa: litigano di giorno per rubare di notte” (Berlusconi, 29/9/96). “Prodi è la maschera dei comunisti” (Berlusconi, 22/5/2003). “Prodi è un gran bugiardo pericoloso per tutti noi” (Berlusconi, 21/10/2006). “Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D’Alema e Fassino, a chi ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot” (Berlusconi, 14 dicembre 2005). “I Ds sono i mandanti delle toghe rosse. Noi non attacchiamo la magistratura, ma pochi giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere” (Berlusconi, 1/12/99). E ancora: “Il presidente Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista” (Berlusconi, La Stampa, 16/1/95).

Passiamo al quotidiano della famiglia Berlusconi. Già il titolo che campeggia in prima pagina è molto eloquente: “Le infamie di Fini”. E nel suo articolo il condirettore Alessandro Sallusti spiega il motivo per cui il discorso del Presidente della Camera sia stato infamante: “dice alcune cose e il loro contrario. E tace su molto, troppo per essere credibile”. Anche qui il paragone con Silvio Berlusconi regge molto bene. Se Sallusti parla di ambiguità per Fini (“dice alcune cose e il loro contrario”), vediamo come se la cava il Presidente del Consiglio:
Sono assolutamente intenzionato a vendere le mie televisioni” (28/02/94); “Non venderò mai le mie televisioni” (01/02/94).
Io non ho mai insultato nessuno” (10/09/05); “Lei ha una bella faccia da stronza!” (alla signora riminese Anna Galli, che lo contestava, 24/07/03).
Non abbiamo mai pagato tangenti” (10/12/93); “A Milano negli anni Settanta era un calvario. Per far passare una pratica da un ufficio all’altro, ci dovevi andare con l’assegno in bocca” (09/05/03)
Forza Italia e Craxi sono lontani anni luce” (01/10/95); “Quando fondammo Forza Italia, avevamo in mente le parole di Bettino Craxi” (30/01/05).
Non ho mai fatto un attacco contro la magistratura” (10/10/95); “Quello della magistratura è un cancro dello stato di diritto che dobbiamo estirpare” (30/06/03).
Neanch’io, come Bossi, voglio un piduista a Palazzo Chigi” (08/04/94); Berlusconi si iscrive alla P2 con la tessera numero 1816.
Quando mi iscrissi alla P2, era un ambito di persone perbene, riuniva i migliori del Paese” (16/10/96); “Con la P2 avevamo l’Italia in mano. Con noi c’era l’esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia. Tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia” (Licio Gelli, Maestro Venerabile).
Io non mi siederò più allo stesso tavolo con Umberto Bossi. E’ totalmente inaffidabile, un monumento alla slealtà” (02/02/95); “Al tavolo con Bossi? Abbiamo un vasto senso dell’ospitalità. Quindi credo che ci sarà l’antipasto, il primo, il secondo, la torta, il caffè, il liquore…” (03/04/98).
Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricattatore, truffatore, traditore, speculatore” (21/12/94); “Bossi è il mio amico più caro” (15/04/04).
Io di D’Alema mi fido. Mi sembra sincero e coraggioso” (01/02/96); “D’Alema è falso e vile. Mi ricorda Benito Mussolini” (26/01/00).
I rapporti tra me e Scalfaro sono cordialissimi, ci sentiamo continuamente” (12/05/94); “Scalfaro? Un serpente, un traditore, un golpista” (16/01/95).

Che dite,  può bastare?

Attenzione, però: non è tutto oro quello che luccica. Alcune questioni sollevate dal Pdl sono più che legittime. Da quanto riportato da “La Repubblica” pare che Silvio Berlusconi abbia commentato il discorso di Mirabello: “Sembra che abbia passato gli ultimi 15 anni su Marte, sembrava di ascoltare Di Pietro”. Come contraddirlo? Non bisogna dimenticarsi che per molti anni Gianfranco Fini è stato un fido alleato berlusconiano che non ha alzato mai la voce dinanzi alle svariate leggi ad personam delle precedenti legislature. E ancora. Anche Giorgio Stracquadanio coglie nel segno: “E’ evidente che la coerenza e il rispetto delle istituzioni che Fini esige dagli altri dovrebbero portarlo alle dimissioni da presidente della Camera, incarico a cui è stato eletto in tutt’altro contesto politico. E’ questa la prima prova della serietà dell’uomo”. Ma soprattutto sono i quotidiani che rilevano un particolare non da poco: nessuna parola sull’affaire monegasco. Né a Mirabello, né in tutto il periodo precedente. Fini non ha mai chiarito la sua posizione, non ha mai dimostrato che quanto dichiarato dal quotidiano di Feltri fosse falso.

A questo punto rimane un’unica soluzione che, se inizialmente pareva essere una remota possibilità, ora è molto di più: le elezioni anticipate.

Aspettando che anche il Pd se ne accorga …

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di Carmine Gazzanni

Continua la campagna diffamatoria del quotidiano di famiglia Berlusconi contro Gianfranco Fini. Ed oggi si è arrivati allo stremo. In prima pagina, infatti, campeggia il titolo: “LA PROVA FINALE: FINI MENTE”. Nell’articolo, a firma del direttore Vittorio Feltri, si avanza la tesi secondo cui “Neanche Gianfranco Fini ha resistito alla tentazione di dire bugie nella speranza di aggirare il problema della casa di Motecarlo”. E perché mentirebbe? Perché, in realtà, “la casa l’hanno arredata la Tulliani e l’ex leader di An”.
Pensate, poi, che “Il Giornale” si sia fermato qui? Certamente no. E allora, come d’altronde sempre in questi giorni, giù con svariati articoli contra – Fini. Pagina 2 e 3: “GIANFRY E SIGNORA SCELSERO I MOBILI PER L’APPARTAMENTO DI MONTECARLO”. Non manca l’intervista al vicino di casa monegasco: “A NATALE HO VISTO FINI NELL’ANDRONE DEL PALAZZO“. E ancora un’altra intervista, a Garzelli Stefano, l’uomo che ristrutturò la casa di Montecarlo: “TULLIANI SEGUIVA I LAVORI SEMBRAVA LUI IL PADRONE“. Insomma, le prime pagine tutte dedicate a Fini, che non ha perso tempo e ha querelato Vittorio Feltri. Ecco cosa, infatti, scrive in una nota Fabrizio Alfano, portavoce del Presidente della Camera: “Quanto pubblicato oggi da Il Giornale è l’ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad abdicare ai doveri minimi del giornalista”. E si continua così: a colpi di attacchi e querele. Attacchi più o meno giustificati e querele, anche queste più o meno giustificate. Si, perché, se da una parte è evidente l’intento squadrista di Feltri, sempre più impiegato della famiglia Berlusconi e sempre meno giornalista, dall’altra è pur vero che Fini non sta chiarendo in maniera ottimale questa vicenda. Insomma, il dubbio rimane.

Ma soffermiamoci sul primo aspetto: i continui attacchi a Gianfranco Fini, reo di aver “tradito” Silvio Berlusconi. Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare, disse Vittorio Feltri prima di diventare, l’estate scorsa, direttore de “Il Giornale”. Si,  perché lui sarebbeinsofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico” e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Conclusione quanto mai scontata: i fatti hanno smentito palesemente le parole. Probabilmente a Feltri manca la stoffa da cortigiano, ma non la lingua e la penna.

E non c’è nemmeno da stupirsi. Torniamo indietro di alcuni anni. 1994, cade il primo Governo Berlusconi. Colpevole, quella volta, fu Umberto Bossi. E Vittorio Feltri, ieri come oggi direttore de “Il Giornale” accusava, al tempo, la Lega di “voltagabbanismo”, tant’è che Roberto Maroni fu costretto addirittura a scrivergli una lettera affermando: “Non e’ vero che io mi sono “ripentito” delle decisioni prese, e non so davvero come il suo giornale possa affermare una simile stupidaggine“, e concludendo con un consiglio: “non ci faccia rimpiangere Montanelli…“. Conclusione: sbaglia chiunque non cammina lungo il sentiero deciso da Berlusconi, sia esso Bossi o Fini, sia il 1994 o il 2010.

Corsi e ricorsi storici dunque. Lo stesso Berlusconi nel ’94 si riferiva a Umberto Bossi con queste parole: Giuda, traditore, ladro e ricettatore di voti, personalità doppia e tripla”, che “per sette lunghi mesi ha messo a dura prova la pazienza mia e di tutto il governo”.
Parti perfettamente invertite tra il ’94 ed oggi: se ieri il problema era la Lega, oggi il problema nasce dai finiani. Finiani che non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro sul tema della giustizia. Come  non ricordare, ad esempio, cosa disse Fini davanti a Berlusconi al Convegno del Pdl ad Aprile: “ricordi il processo breve? Quella era un’amnistia mascherata”, ricordando “un litigio forte” col premier; e ancora: “mi devi dire che cosa c’entra la riforma della Giustizia se poi passano questo tipo di messaggi“. Ma ieri (1994) era Umberto Bossi a non condividere il programma sulla giustizia del Governo Berlusconi I: “Se arriva un avviso di garanzia di una certa gravità è probabile che il Cavaliere si faccia da parte e si vada verso un governo istituzionale”, affermava allora il senatùr. E a queste parole di Umberto Bossi, alla sua lontananza dal disegno del Governo, cosa rispondeva l’ex leader di An, oggi “dissidente” del Pdl? “Bossi e’ come un pugile all’angolo […] il governo non corre rischi, durerà per l’ intera legislatura, a dispetto dei gufi”. Leggevamo titoli come: “Fini: Umberto, spiega con chi stai“ (Corriere della Sera, 29 novembre 1994), proprio per via dell’ambiguità politica di Umberto Bossi che pareva essere sempre più vicino a Scalfaro e lontano da Berlusconi. E oggi invece Bossi dice: “Fini presidente della Camera è un problema. Invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie, ha rinnegato il patto iniziale e non ha fatto altro che cercare di erodere ciò che avevamo costruito, attaccandoci”.

Insomma, oggi Fini. Nel 1994 chi venne meno al “patto” fu proprio Umberto Bossi con tutto il suo Carroccio. E cadde il Governo.

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di Carmine Gazzanni

Ha costruito un partito dove ciò che piace al principe ha vigore di legge”. Con queste parole anche l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini ha lasciato Silvio Berlusconi per aderire al partito di Gianfranco Fini, “Futuro e libertà”. Insomma, molti, che sembravano essere pidiellini convinti e fidati, ora cominciano a pensare all’eventualità di abbandonare il Cavaliere. E il risultato è che il Presidente del Consiglio si ritrova da solo in una situazione profondamente critica: non è un caso che, come sappiamo, in questi giorni sta valutando lui stesso l’ipotesi di elezioni anticipate. D’altronde era inevitabile. La stessa mozione di sfiducia a Caliendo ha dimostrato che il Governo non ha più la maggioranza assoluta poiché lontana dai 315 voti per ottenerla (solo 299 voti a sfavore della sfiducia). E le parole, quasi minacciose, del Premier (“State tranquilli, da qui a qualche settimana sarà costretto a dimettersi dalla presidenza della Camera”) lasciano capire che anche durante il mese di agosto, probabilmente, ne vedremo delle belle.

Ed infatti Silvio Berlusconi può contare esclusivamente sul quotidiano di famiglia che da giorni sta continuando a martellare sulla questione della casa di Fini. Una piccola precisazione: è chiaro, come ha ribadito più e più volte anche Antonio Di Pietro, che il Presidente della Camera ha il dovere di chiarire tale questione. Ma soffermiamoci su un altro aspetto. La politica portata avanti dal quotidiano di Vittorio Feltri è da squadrismo: da giorni e giorni “Il Giornale” non fa che occuparsi di una sola questione. E non lo fa per spirito di giornalismo, non lo fa per il desiderio di svelare malefatte (se Fini fosse rimasto buono buono ai comandi di Silvio Berlusconi, nessuno mai avrebbe parlato. Questo è chiaro, oltreché evidente!). La questione Montecarlo è venuta fuori perché bisogna punire il Presidente della Camera. Bisogna punire i dissidenti.

Che quest’attacco sia “ad persoam”, o meglio “contra personam”, risulta evidente  semplicemente sfogliando il quotidiano. E’ la quantità di articoli su tale questione, infatti, che lascia totalmente sgomenti. Prendiamo in esame, ed esempio, “Il Giornale” di ieri, 5 agosto. In prima pagina ecco il titolone: “La casa di Montecarlo. La Procura indaga, Fini trema”. In più da ricordare l’editoriale di Feltri: “Che pena lesordio di Fli”.
Ma cominciamo a sfogliare il quotidiano. Pagine 2 e 3: “La Procura indaga sull’appartamento dei misteri”, con una chicca proposta da “Il Giornale”: a pagina 3 troviamo dieci domande proposte a Gianfranco Fini per chiarire la sua posizione. Ma come? Quando era “La Repubblica” ad avanzare le sue dieci domande a Silvio Berlusconi non andava bene, e ora? Si vede che è questione di soggetti: Fini si, Berlusconi no.
Ma andiamo avanti. Sempre a pagina 3 troviamo un’intervista rilasciata dall’On. Amedeo Laboccetta che giura: “Non c’entro nulla con quell’affare”. Ma le interviste abbondano. Ne ritroviamo ancora un’altra, rilasciata questa volta dal Sottosegretario Mantovani (ricordate? Quello che non ha concesso la protezione a Spatuzza, nonostante il parere favorevole di ben tre procure. Primo caso nella storia della Repubblica Italiana …): “Fini inganna gli italiana. Ora si dimetta”. Bella la tesi di Mantovano: Fini dovrebbe dimettersi, mentre un Sottosegretario alla Giustizia (nella fattispecie Caliendo) che va avanti ad inciuci per cercare di avere i “numeri” per far passare il Lodo Alfano e per far riammettere la lista esclusa di Formigoni, lui no, lui può tranquillamente rimanere al suo posto. E ancora un’altra intervista. Indovinate qual è l’argomento? Sempre la casa di Montecarlo. A rilasciarla è un inquilino del palazzo: “Ho offerto 1,5 milioni. Fini? E’ stato qui pochi mesi fa”. Può bastare? Assolutamente no. E allora eccoti un altro articolo a pagina 7: “Silvio: Fini chiarisca sulla casa a Monaco”. Ora, la tesi è quanto mai giusta: Gianfranco Fini deve chiarire sulla casa, ma che lo dica uno che dovrebbe chiarire diverse questioni, anche molto più scottanti, fa quasi ridere.

E oggi si continua. Ecco il titolo di oggi in prima pagina: “Perquisita la sede di An”, con affianco l’editoriale di Feltri che svela la verità: “Perché Fini pugnala alla schiena i suoi elettori”.

D’altronde non è la prima volta che Vittorio Feltri decide di scagliarsi contro chi non sta zitto e tenta anche di ribellarsi al volere del premier.
Così è stato per Boffo: Feltri, infatti, attaccò l’ex direttore dell’Avvenire perchè si era schierato contro la condotta immorale di Berlusconi nel caso “puttanopoli”, riportando la notizia dell’omosessualità di Boffo e della sua aggressione nei confronti dell’amante del suo fidanzato. Ora, che Boffo avesse colpa è certo (ha patteggiato una pena pecuniaria di 516 euro); ciò che sconcerta è altro: la notizia riportata era già vecchia di 5 anni! E non è finita qui: l’articolo contro Boffo era stato assegnato a tale Gabriele Villa (ora alla cronaca giudiziaria, ai tempi di Montanelli si occupava della pagina del golf!). Ebbene Villa, per dare più credibilità al suo articolo e per rafforzare l’attacco a Boffo, spacciò come nota giudiziaria (quindi  come attendibile perchè scritta da un pm!) una LETTERA ANONIMA. Mica male però!

Ma in questo periodo Fini rimane il bersaglio preferito da Feltri. Ricordate quando Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi si scontrarono durante il convegno del Pdl? Era il 22 aprile. Ebbene, dal giorno dopo, 23 Aprile, “Il Giornale” ha cominciato a portare avanti un’evidente politica di attacchi, giustificati o meno, tesi a colpire Fini e i finiani. In rapida sequenza ecco i titoli delle prime pagine dal 23 Aprile ad oggi:
23 Aprile. “VINCE BERLUSCONI. STRONCATO FINI” – “Resa dei conti nella direzione del Pdl. Gianfranco non sa cosa vuole, ma lo vuole: imbarazzante. Solo in 11 con lui: ora si deve dimettere da presidente della Camera
24 Aprile. “VOGLIA DI ELEZIONI” – “Berlusconi tentato dal blitz: Ora Fini farà il guastatore…”. In più in prima pagina troviamo l’articolo di Marcello Veneziale. L’incipit è molto eloquente: “Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso…
25 Aprile. “CHE COSA FARÀ IL SIGNOR NO DEL PDL. E ADESSO FINI TENTA IL GOLPE” – “Il presidente della Camera fa sapere che interpreterà il suo ruolo «all’americana». Cioè facendo politica, anche in tv. Ma così beffa la Costituzione. E poi negli Usa lo caccerebbero
26 Aprile. “PROVE TECNICHE DI SALTO DELLA QUAGLIA. I FINIANI: ALLEIAMOCI CON IL PD” – “In Sicilia, Granata offre ai Democratici un patto in chiave antiberlusconiana. Una smentita alle professioni di lealtà dell’ex leader di An. Che intanto perde i pezzi: ieri meno di 30 hanno risposto all’appello. E Menia e Laboccetta lo piantano

Poi si cominciò ad attaccare le “An-ladies”.
28 Aprile. “PAGA MAMMA RAI. UN MILIONE ALLA «SUOCERA» DI FINI” – “La madre della compagna del presidente della Camera a capo di una società che da settembre produce parte di una trasmissione: share modesto, cachet molto meno. Intanto Berlusconi liquida l’ex leader di An: è isolato
29 Aprile. “IL CONTRATTO RAI DELLA «SUOCERA». FINI NON SMENTISCE E CI INSULTA” – “Il presidente della Camera minaccia ritorsioni, parla di giornalismo di m… perché abbiamo raccontato come la Tv di Stato usa 1,5 milioni di (nostri) euro. Politici solidali con lui. Informazione falsa? No, verissima. Perciò ci  attaccano”
30 Aprile. “NON SOLO LA «SUOCERA» DI FINI. I SOLDI RAI ALLA MOGLIE DI BOCCHINO” –“La consorte del finiano di ferro ha ottenuto un appalto da sei milioni di euro per produrre una fiction Intanto il marito si dimette da vicecapogruppo del Pdl ma poi va in tv e strilla: Berlusconi mi ha epurato”

Insomma, squadrismo più che giornalismo. Non è un caso che dai banchi del Parlamento, quando ha fatto il suo ingresso Silvio Berlusconi, si sia alzato un grido: “Duce! Duce!”.

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di Carmine Gazzanni

Era facilmente immaginabile che sarebbe andata così. Ieri Gianfranco Fini alla convention napoletana di Generazione Italia ha utilizzato parole che sarebbero suonate assolutamente normali in ogni Paese europeo, tranne che, chiaramente, in Italia. E più precisamente per gli uomini di Berlusconi e per i suoi giornali. Ma quali sono le dichiarazioni incriminate? Gianfranco Fini, in collegamento telefonico, ha affermato che sì, è importante il garantismo, ma bisogna considerare anche l’opportunità “di continuare a mantenere incarichi politici quando si è indagati. Il riferimento è palese: Denis Verdini, indagato per “violazione della legge sulla costituzione di società segrete” nell’ambito della cosiddetta P3 e nel filone d’inchiesta sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna; e poi Nicola Cosentino, dimessosi da sottosegretario, ma ancora coordinatore regionale in Campania. Ma non è finita qui. Il Presidente della Camera ha addirittura “osato” difendere il finiano Granata che negli scorsi giorni aveva parlato di pezzi di governo che impediscono di raggiungere la verità sulle stragi del ’92 (“Quando si pone la questione morale, non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa”).

Come già detto, parole assolutamente in linea con i principi civili, morali e politici di qualsivoglia Paese democratico. Non è così per gli uomini di Silvio Berlusconi. Per alcuni “Fini è un po’ confuso” (Casoli), per altri “viene meno al suo ruolo istituzionale” (Bondi), per altri ancora siamo arrivati alla frutta: “non se ne può più” (Cicchitto).

Ma il bello deve ancora venire. Leggiamo cosa ci dicono oggi i due maggiori quotidiani berlusconiani, “Il Giornale” e “Libero”.

Iniziamo dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri. L’articolo a firma Francesco Cramer si apre con un titolo molto eloquente: “Ora Fini chiede la testa di Berlusconi: ‘Fuori dal partito tutti gli indagati’“. Proprio che pare un’assurdità chiedere che gli indagati abbandonino le loro cariche pubbliche. E infatti per queste esternazioni incomprensibili per i fedeli berlusconiani, Cramer dipinge Gianfranco Fini come un “ex nero” che sta diventando “sempre più viola, inteso come popolo”; uno che  “in pratica non sconfessa l’ultrà Fabio Granata, denuncia la monarchia berlusconiana, occhieggia al giustizialismo dipietresco e prosegue nella guerriglia contro il Pdl e il suo principale alleato”. Insomma, queste parole sono inammissibili per un partito che ha nel suo nome la parola “libertà” soltanto come vacuo fumo che annebbia gli occhi. E parole di critica chiaramente non mancano per Fabio Granata, definito “ultrà” e “pasdaran giustizialista” (errata corrige: caro Cramer, “pasdaran” è plurale! Forse in riferimento ad un sol uomo è meglio usare la forma singolare – è questo quello che prevedrebbe la lingua italiana – che è “pasdar”).

Passiamo a questo punto al quotidiano di Maurizio Belpietro. Mentre Franco Bechis ne canta quattro a Fabio Granata perché “baby pensionato con tre lavori”, in un altro articolo ad essere preso di mira è, tanto per cambiare, Gianfranco Fini, accusato di “strillare come Di Pietro”: “ll presidente della Camera attacca tutti i “berlusconiani” finiti nella rete delle inchieste (l’ultimo in ordine di tempo è stato appunto Verdini) e, alla faccia del garantismo, ne invoca le dimissioni senza se e senza ma”. Insomma, anche per il quotidiano di Belpietro sembra assolutamente impensabile presentare le dimissioni nel momento in cui si finisce indagati a vario titolo in più inchieste.

In realtà il punto pare essere un altro: le parole di Gianfranco Fini, che nutre dubbi sull’opportunità di mantenere incarichi per chi è sotto inchiesta, dirette o indirette che siano, colpiscono comunque anche Silvio Berlusconi che ha sul groppone ancora alcune inchieste giudiziarie (senza contare poi le varie prescrizioni, molte delle quali frutto delle leggi ad personam che si sono succedute nel tempo, molto spesso con il placet anche dell’opposizione). E questo è intollerabile per due giornalisti come Belpietro e Feltri.

Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare, disse Vittorio Feltri prima di diventare, l’estate scorsa, direttore de “Il Giornale”. Si,  perché lui sarebbeinsofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico” e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”.
Forse non ha la stoffa da cortigiano, ma la lingua e la penna certamente sì.

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di Carmine Gazzanni

Brancher è fuori. Uno penserebbe: “Berlusconi e il suo governo hanno fallito”, come ha scritto Antonio Di Pietro sulla sua pagina facebook. Oppure si potrebbe pensare ad una “indegna fine di una pericolosa pagliacciata”, come ha rilevato Anna Finocchiaro.

Bene. Niente di tutto questo. Brancher si dimette? E’ una vittoria per Silvio Berlusconi, che ne esce completamente indenne. Almeno stando a quanto si legge oggi su “Libero” e su “Il Giornale”. Il quotidiano di Belpietro, infatti, titola: “La doppietta di Silvio. Risolto il caso Brancher mette la fiducia sulla manovra: ‘Gianfranco non mi serve per governare’”. “Fuori Brancher, poi tocca a Fini” è, invece, l’eloquente titolo del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, secondo cui le dimissioni del “ministro-breve” sono “un problema in meno per il premier, che ora avvia le operazioni per disinnescare il nemico interno. Prima mossa: fiducia sulla manovra”.

I due quotidiani sconcertano alquanto. Oltre al fatto di essere esattamente identici nei titoli e negli argomenti trattati negli editoriali, entrambi i direttori, infatti, liquidano la vicenda Brancher con assoluta “nonchalance”, addirittura arrivando a dire che Berlusconi ne ha guadagnato (cari direttori, ricordiamoci che spetta sempre al Presidente del Consiglio nominare i suoi Ministri, e dunque è stato Berlusconi a nominare a non si sa bene cosa un pregiudicato, il diciannovesimo di questa Legislatura). La loro attenzione, invece, viene rapita dal golpista Gianfranco Fini.

Entrambi, infatti, si scagliano contro il Presidente della Camera il quale, secondo Belpietro, è “in preda a una specie di isteria che tende a identificare nel premier la causa di tutti i suoi guai”; pare, dunque, che “si arriverà per forza allo scontro definitivo Fini-Berlusconi”, pronostica Vittorio Feltri, che comincia anche a far di conto: “attualmente la maggioranza gode di 170 voti più dell’opposizione, un’eventuale uscita dei finiani, una trentina o forse meno, non provocherebbe contraccolpi sulla stabilità di governo”. Come dire: dai Silvio, caccia Gianfranco!

Insomma, clementi con il caso Brancher e con chi l’ha eletto Ministro, assatanati contro Gianfranco Fini. Da buoni “garantisti”, si direbbe nel Pdl. Eppure tempo Feltri e Belpietro non erano proprio così.

Il 4 marzo del 1993 venne arrestato Enzo Carra (tuttora parlamentare pregiudicato del PD). Entrambi i direttori pubblicarono in prima pagina la foto di Carra in manette (noi aggiungiamo: giustamente). Insomma si comportarono da “forcaioli” e “giustizialisti”. Addirittura se la prendevano anche con i figli degli imputati: Vittorio Feltri, ad esempio, ebbe molto da ridire quando entrò in politica Stefania Craxi, figlia di Bettino.

E ora invece? E ora Brancher è una povera vittima sacrificale, Berlusconi ne è uscito pulito e vittorioso, e la colpa è totalmente da imputare a Gianfranco Fini che proprio oggi ha dichiarato: “In un grande Paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente”. Ora bisogna solo aspettare di leggere gli editoriali di domani dei due direttori.

E già Cicchitto li ha preceduti con la storia del “garantismo”: “Fini ha affermato di essere ispirato dal principio della legalità. Voglio ricordare che il Pdl è un partito garantista per eccellenza”. Sì, garanzia per imputati e pregiudicati.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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