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di Carmine Gazzanni

Ancora una volta ieri Gaspare Spatuzza è stato sentito dai magistrati. Un’ennesima deposizione nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi mafiose, in cui è rispuntato il nome di Silvio Berlusconi. Mentre, infatti, la Procura di Milano, sebbene osteggiata a più riprese dai Berluscones, continua a portare avanti le indagini sulle minorenni ad Arcore e sulle notti del bunga-bunga, i magistrati di Palermo da una parte, e quelli di Firenze dall’altra stanno svelando importanti particolari sulle stragi mafiose del ’93 e del ’94, finora restate celate o comunque poco chiare.

I magistrati stanno cercando di mettere insieme i vari pezzi, ma sembrerebbe proprio che tutto faccia pensare ad un coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri negli affari malavitosi di Cosa Nostra. Se si appurasse questo, certamente potrebbe essere riaperta nei confronti del premier un’inchiesta giudiziaria per mafia archiviata, nella quale già era stato coinvolto proprio con Dell’Utri. Stiamo parlando del fascicolo 11531, fascicolo nel quale i mandanti – tutto’oggi a volto coperto – venivano chiamatiAutore 1” e “Autore 2”. Ora sembra possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, potrebbero esserci. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

E ieri Spatuzza ha ricostruito proprio l’attentato in Via dei Gergofili. Durante la ricostruzione il pentito ha aggiunto che in un incontro con altri mafiosi, Pietro Romeo e Francesco Giuliano, avrebbe dovuto tranquillizzarli sull’opportunità delle stragi perché “avevano (i boss di Cosa Nostra, ndr) puntato molto su questo soggetto politico che si stava formando, Forza Italia e Berlusconi”. “Così – aggiunge - in una confidenza a tutti e due, Romeo e Giuliano, dissi a entrambi per tranquillizzarli che ‘siamo in mani buone’, siccome era nato questo soggetto politico che si chiama Forza Italia”.

Ancora una volta, dunque, come detto, i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri legati a Cosa Nostra nel periodo più tragico della loro attività criminale. E non è nemmeno la prima volta che emerge nel corso di quest’indagine. Soltanto alcuni giorni fa un altro pentito, Giovanni Ciaramitaro, ha dichiarato: “Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti”, per le stragi del 1993 “e in un’altra occasione mi fece il nome di Berlusconi”. Dopodiché ha precisato che “la ragione delle stragi era l’abolizione del 41 bis, l’abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C’erano dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d’arte”. E chi erano questi “politici”? Ciaramitaro l’ha precisato: ”chiesi a Giuliano perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi”.

Sembrerebbe, dunque, che Silvio Berlusconi sia coinvolto (e non poco) negli anni stragisti. D’altronde anche la sentenza Dell’Utri  del processo d’appello aiuta a chiarire un quadro che già di per sé fa rabbrividire. Dell’Utri, si legge nelle 641 pagine della sentenza, “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

E quali sono state le prove schiaccianti e che potrebbero esserlo anche in queste nuove indagini? Cominciamo da quanto emerge da microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

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di Carmine Gazzanni

Ieri, dopo una settimana di polemiche, il Ministro Roberto Maroni è andato ospite da Fazio e Saviano per raccontare i meriti di questo Governo nella lotta alle criminalità organizzate. Una lista nella quale certamente compaiono indubitabili successi (anche se molti dei quali sono imputabili più al lavoro dinamico di magistratura e forze dell’ordine che, come sappiamo, per fortuna godono di autonomia nel loro lavoro), anche se senz’altro Maroni – come ha riconosciuto più volte lo stesso Saviano – è stato sempre al fianco di chi ha lavorato in questa direzione, incentivando tale stesso operato.

Tuttavia Maroni nella sua lista tace su alcuni aspetti, alcune misure prese da questo Governo, dalle quali le mafie certamente hanno, direttamente o indirettamente, tratto vantaggio. Tace sui silenzi (troppi silenzi) di questo Governo su più che palesi rapporti politica-mafia. Tace sul cambio di rotta improvviso e inspiegato della Lega, da opposizione ferma a Berlusconi, Dell’Utri e i loro rapporti con Cosa Nostra a tacito assenso. Ricordiamo, allora, alcune questioni.

Potremmo parlare, ad esempio, della miriade di leggi che in qualche modo hanno permesso alle criminalità di imporre il loro impero, soprattutto economico. Condoni, depenalizzazione del falso in bilancio, dimezzamento dei termini di prescrizione (ex Cirielli), la legge che permette di rivendere all’asta i beni confiscati alle mafie (con la possibilità, dunque, che la mafia stessa possa riacquistare) senza dimenticare la legge sulle intercettazioni, che, se fosse stata approvata – come il Governo voleva – avrebbe falcidiato migliaia di processi e impedito indagini chiave (per lo stesso Iovine sono state essenziali. Ma anche nella cattura di altri grandi boss come Provenzano e Riina e nella scoperta di traffici e affari criminali).

Ma non è finita qui. Paradossale è anche mettere a confronto le parole di ieri sera di Maroni, il quale – giustamente – ha elogiato i giudici che sacrificano la loro vita nella lotta alle mafie (molti, infatti, vivono da anni sotto scorta). Ma il ministro Maroni “lavora” per un Governo il cui Primo Ministro ha usato eufemismi non proprio eleganti nei confronti della magistratura: “talebani”, “metastasi della democrazia”, “disturbati mentali”.

E perché, ancora, nulla è stato detto, ad esempio, sulla sentenza Dell’Utri? Tale sentenza, in un altro Paese avrebbe provocato grande scompiglio e certamente avrebbe portato alle dimissioni dei personaggi coinvolti. Nelle 641 pagine depositate in cancelleria dai giudici di Palermo, in pratica, stabilisce una certezza: il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato perché faceva da medium tra Cosa Nostra (Bontate e Teresi in testa, boss mafiosi di allora) e Silvio Berlusconi. Nessuna parola di Maroni, ancora, sulla questione Cosentino: acclarati rapporti con la camorra, ma Nicola ‘o mericano”  rimane saldo alla guida del Pdl campano.

Insomma, su alcune questioni (rapporti, anche questi accertati, Lega Nord-‘ndrangheta) Maroni non transige, ma su altre il Ministro preferisce sorvolare. Senza dimenticare, poi, che nel ’94 il Governo cadde perché il partito di Bossi sfiduciò Berlusconi. E uno dei motivi principali della sfiducia era riconducibile proprio ai legami del Cavaliere con Cosa Nostra.  E per anni la Lega sembrava fare strenua resistenza affinchè Berlusconi “vuotasse il sacco”. Basta ricordare alcuni titoli di allora de “La Padania”:

La Fininvest è nata da Cosa Nostra” (7.10.98)

Berlusconi, metodi mafiosi” (6.10.1999)

Silvio riciclava i soldi della mafia” (7.7.98)

C’è una legge inapplicata: Berlusconi è ineleggibile” (25.11.99)

Imprenditore o politico, è il momento della scelta” (9.11.98)

Fu Craxi a spingere Berlusconi in politica” (10.6.98)

Un biscione di miliardi in Svizzera” (3.11.98)

Le sedici casseforti occulte” (29.9.98)

Soldi sporchi nei forzieri del Berlusca” (2.7.98)

Così il Biscione si mise la coppola” (16.7.98)

Le gesta di Lucky Berlusca” (31.8.98).

Insomma, c’è qualcosa che non quadra. Ma pensiamo che difficilmente, su tali questioni, Maroni chiederà il contraddittorio.

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di Carmine Gazzanni

Dell’Utriha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questo è quello che si legge nelle 641 pagine depositate in cancelleria dai giudici di Palermo. Fatti che, tuttavia, sono più che noti. Facciamo, allora, un resoconto di chi ha “cantato” e di altre prove schiaccianti che  inchiodano, non oggi, ma da ormai diversi anni il senatore e fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.

A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

Ma, sia chiaro, per il Pdl è tutta una montatura politica e tutta colpa dei giudici politicizzati.

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di Carmine Gazzanni

Sei un mafioso, vergognati!”, “Fuori la mafia dallo Stato!”. Una settimana fa questi sono stati i cori che hanno accolto a Como il fondatore di Forza Italia e senatore Pdl, Marcello Dell’Utri. Passano sette giorni e andiamo a Milano: il senatore era atteso alla rassegna “Parolario”, dove avrebbe dovuto presentare i presunti diari di Mussolini in suo possesso. L’incontro però non ha avuto neppure inizio perché all’arrivo di Dell’Utri un centinaio di persone ha immediatamente iniziato a protestare. E come ha commentato la vicenda Dell’Utri? “D’altra parte non puoi neanche arrestarli”. I toni del pidiellino, a onor del vero, erano ironici; tuttavia è indubbio che sentire Dell’Utri parlare di arresti, chiaramente per altri, lascia un attimo sbigottiti.

Ma andiamo avanti. Appena dopo tali contestazioni, subito i fidi pidiellini sono intervenuti in sostegno del senatore: “La manifestazione che ha impedito ieri a Dell’Utri di parlare a Como è assolutamente indegna e dovrebbe essere condannata da tutti. Invece vediamo che c’è un silenzio omertoso e inquietante” (Cicchitto); “gli autori della bravata neanche lo sanno, ma il loro comportamento incivile nei confronti di Marcello Dell’Utri ha i caratteri di un’azione da squadristi. E questi sarebbero gli antifascisti?” (Capezzone); “La scomparsa della democrazia, il requiem dei valori e principi che costituiscono l’architrave del vivere civile. Impedire a Marcello Dell`Utri di esprimere le proprie idee è un ignobile, scellerato, intollerabile atto di violenza che ci indigna e disgusta” (Miccichè).

Ma perché mai? Cos’è che non va in queste proteste, in questi slogan? Cosa c’è che si contesta in giovani che gridano a Dell’Utri “Fuori la mafia dallo Stato”? Stando alla condanna in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, stando alle prove, i documenti, le intercettazioni e le confessioni dei pentiti, assolutamente nulla.  E’ diritto (e dovere) di ogni cittadino manifestare il proprio dissenso, soprattutto se davanti si ha una persona che ha avuto rapporti con Cosa Nostra. Negli altri Paesi costui si sarebbe dovuto dimettere. In Italia questo non accade, si rimane in politica e, molto spesso, si è degni anche di promozioni. E, dopo tutto questo, poi sorprende se qualcuno contesta? Mi spiace, ma siamo in democrazia! Se qualcuno viene colpito da tali indagini, dovrebbe dimettersi (come accade in tutti gli altri Paese democratici), in Italia questo non avviene, ma, se si rimane personaggi pubblici, è più che legittimo che qualcuno manifesti.

Conviene, a questo punto, ricordare a coloro che tanto strenuamente hanno difeso e continuano a difendere il fondatore di Forza Italia perché è doveroso gridare tali slogan a Marcello Dell’Utri.

Le prove, infatti, sono più che schiaccianti. A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni. Nell’intercettazione in casa del boss Giuseppe Guttadauro, il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è il libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Prove inconfutabili, dunque. Almeno per coloro che non sono pidiellini.

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di Carmine Gazzanni

Praticamente ogni giorno sentiamo richieste di dimissioni avanzate dai berlusconiani nei riguardi di Gianfranco Fini o di altri finiani. Pare che tutti, in pratica, abbiano dimenticato chi sia Silvio Berlusconi. E questo in un periodo fortemente critico e al tempo stesso decisivo per la storia della Democrazia italiana: stanno infatti proseguendo le indagini a Caltanissetta e a Palermo sulle stragi del ’93-’94, indagini che potrebbero svelare i nomi dei mandanti a volto coperto. Una verità che ancora attende di essere conosciuta, anche perché farebbe molta chiarezza sull’origine (mafiosa e stragista) della cosiddetta Seconda Repubblica. E, secondo indiscrezioni rivelate alcuni giorni fa da “L’Unità”, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono iscritti nel registro degli indagati come mandanti delle stragi mafiose del’93 a Firenze, Roma e Milano. Le indagini partirono qualche anno fa, ma poi vennero archiviate nel 2008. Oggi il fascicolo 11531 è stato riaperto e pare che i mandanti, chiamati nel fascicolo “Autore 1” e “Autore 2”, possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, ci sono. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

Una domanda, però, è essenziale. Bisogna sorprendersi quando sentiamo tali notizie? Assolutamente no. Sono diverse, infatti, le prove, le testimonianze, i documenti che accerterebbero i rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Proprio oggi, in un articolo uscito sul “Corriere della Sera“, si dice che Massimo Ciancimino, dopo che il figlio di soli cinque anni alcuni giorni fa ha ricevuto una lettera minatoria, si è recato dagli inquirenti per consegnare un pizzino dal contenuto molto interessante. Tale pizzino, che sarebbe stato inviato nel 2001 da don Vito Ciancimino a Bernardo Provenzano, contiene espliciti riferimenti a Silvio Berlusconi. Il testo rimane top secret, ma, stando alle rivelazioni comparse oggi sul “Corriere”, chi lo ha letto così sintetizza: “Dei 100 milioni ricevuti da Berlusconi, 75 a Benedetto Spera e 25 a mio figlio Massimo”. E poi: “Caro Rag. (Bernardo Provenzano, ndr) bisogna dire ai nostri amici di non continuare a fare minchiate … E di risolvere i problemi giudiziari…”. Anche la data è un particolare non poco rilevante: nel 2001 Berlusconi vinse le politiche e anche in Sicilia ci fu alle regionali il trionfo del Polo delle Libertà. Chiaramente la lettera è al vaglio dei magistrati che ne stanno verificando l’attendibilità.

D’altronde non sarebbe nemmeno la prima lettera che testimonierebbe rapporti tra Provenzano e Berlusconi. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano (o chi per lui) inviò direttamente a Silvio Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi stesso.
Occupiamoci dell’ultima, quella del ‘94. La parte iniziale di questa lettera sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita; i magistrati, infatti, hanno nelle mani non l’intera missiva, ma solo la seconda parte, nella quale comunque si legge: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio; evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27). Anche la storia di questa lettera è molto curiosa: venne sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino, ma è “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 5 anni dal suo ritrovamento e solo da un anno se ne parla. Dov’era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Domande a cui si dovrebbe dare una risposta.

Ma torniamo a noi. Diverse sono anche i collaboratori di giustizia che fanno i nomi di Silvio Berlusconi.
C’è Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci, che ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”. C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. E ancora c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

E non dimentichiamoci di Vittorio Mangano. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi e cura la sicurezza della villa, ma secondo diversi pentiti la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

E arriviamo a Gapare Spatuzza. Il pentito ricorda l’incontro con Giuseppe Graviano: “Disse che avevamo ottenuto quello che cercavamo. Non come quei quattro socialisti che avevano preso i voti dell’88 e ‘89 e poi ci avevano fatto la guerra. Mi fece i nomi di Berlusconi e quello del Canale 5, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo il Paese nelle mani”. Sarà un caso che a Spatuzza non è stata garantita la protezione speciale, misura presa per tutti gli altri collaboratori di giustizia, sebbene ben tre  procure (Firenze, Palermo e Caltanissetta) si siano pronunciate a favore della protezione di Spatuzza? Ai posteri l’ardua sentenza …

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di Carmine Gazzanni 

Non c’è due senza tre. Prima è toccato a Scajola che, probabilmente, ancora sta cercando di capire chi diamine gli abbia comprato casa a sua insaputa. Poi è stata la volta di Aldo Brancher che è stato a capo per ben diciassette giorni di un ministero fondamentale per un Governo (Ministro per la sussidiarietà e il decentramento). Ora ci voleva il terzo. Ma ti pare che il Pdl non avrebbe offerto prontamente un nuovo nome da aggiungere agli altri due? E allora ecco Nicola Cosentino, uno dei tanti personaggi protagonisti delle vicende massoniche che stanno emergendo dalle indagini portate avanti dalla Procura di Roma. Nicola “o’mericano” (così lo chiamano negli ambienti napoletani a lui cari), infatti, è indagato per associazione a delinquere e violazione della Legge Anselmi.
Questa legge, nata in occasione della prima loggia massonica – la P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli – il 25 gennaio 1982. Sono 6 articoli contenenti “Norme di attuazione dell’ articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell’ associazione denominata Loggia P2”. Andiamo a vedere allora cosa stabilisce questa legge. Ecco alcuni stralci: “Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall’art. 18 della Costituzione, quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali […] svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale” (art.1). Ma importante cosa si stabilisce nel secondo articolo: “Chiunque promuove o dirige un’associazione segreta […] o svolge attività di proselitismo a favore della stessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La condanna importa la interdizione dal pubblici uffici per cinque anni […]”. Concetto ribadito, poi, nell’articolo 4: “I dipendenti pubblici, civili e militari, per i quali risulti, sulla base di concreti elementi, il fondato sospetto di appartenenza ad associazioni segrete ai sensi dell’art. 1, possono essere sospesi dal servizio, valutati il grado di corresponsabilità nell’associazione, la posizione ricoperta dal dipendente nella propria amministrazione nonché l’eventualità che la permanenza in servizio possa compromettere l’accertamento delle responsabilità del dipendente stesso”. Insomma niente più “servizio pubblico” se si arrivasse alla condanna.

Oggi, infatti, Cosentino è indagato per l’episodio della candidatura sostenuta dal gruppo di Carboni alla presidenza della regione Campania e per la diffamazione ai danni del governatore della Campania, Stefano Caldoro (suo compagno di partito). E poi ci sono le pressioni alla Cassazione per anticipare l’udienza in merito alla misura cautelare emessa nei confronti dello stesso Cosentino: Lombardi, ora in carcere, chiamava, infatti, il Presidente della Corte Suprema di Cassazione, Vincenzo Carbone. Il tutto per salvare la candidatura di Cosentino alla presidenza della regione Campania (poi sfumata).
Ma l’ex Sottosegretario all’Economia (ma ancora coordinatore Pdl in Campania) ha una grande esperienza alle spalle in merito ed affianca queste accuse ad altre: nel settembre 2008 gli viene contestato un ruolo di rilievo nel riciclaggio abusivo di rifiuti tossici. E poi concorso esterno in associazione camorristica. Contro “Nicola ‘o mericano” ci sono, infatti, le rivelazioni di cinque, forse addirittura sei pentiti, alcune delle quali rimbalzavano nell’aria anche da anni. Come quella di Dario De Simone che già nel 1996 raccontava ai pm: ”Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l’onorevole Cosentino. Aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni e ci disse che era a disposizione qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare”. E poi, dopo il processo Spartacus, De Simone ancora racconta: “Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge su collaboranti di giustizia”. Ma è tutto inutile: la richiesta viene respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. Finalmente ieri la goccia che ha fatto traboccare il vaso: Cosentino si è dimesso.

Si potrebbe pensare a questo punto: per lo meno è tutto risolto. E invece pare proprio di no. Tra gli indagati, infatti, è spuntato anche il nome di Marcello Dell’Utri. Il senatore del Pdl e fondatore di Forza Italia, infatti, dopo la condanna in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, proprio non ce la faceva a stare tranquillo e lontano dai tribunali: Dell’Utri, infatti, risulta tra i presenti alla cena a casa Verdini (anche lui indagato), il 23 settembre 2009, nel corso della quale la “cricca” avrebbe progettato un’azione di avvicinamento dei giudici della Corte Costituzionale che di lì a poco si sarebbero dovuti pronunciare sul Lodo Alfano. E allora eccolo un’altra volta indagato per i suoi rapporti massonici e piduisti (o “pitreisti” a questo punto). Senza dimenticarci, poi, che sul groppone del senatore del Pdl e cofondatore di Forza Italia, c’è anche una condanna definitiva: 2 anni e 3 mesi per false fatture e frodi fiscali nella gestione di Publitalia.

Eppure i vari Bondi, Cicchitto, Capezzone continuano con le loro litanie, i loro copioni scritti e recitati ad hoc. Con tanto di fette di salame sugli occhi. Ha detto bene Granata (attenzione: stiamo parlando di un pidiellino, nessun dipietrista o “giustizialista”): “Per i vertici del Pdl la questione morale non esiste […] Se siamo giunti a questa assurda e paradossale situazione, la mia proposta è semplice: provate ad espellerci tutti per antimafia e legalità”.

Attenzione però, Granata: Berlusconi potrebbe prendere sul serio queste parole!

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di Carmine Gazzanni

Finalmente, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici si sono pronunciati: Dell’Utri condannato a sette anni in appello. Due in meno rispetto alla sentenza di primo grado, ma il discorso non cambia: concorso esterno in associazione mafiosa. Dunque anche in appello è stato riconosciuto che Dell’Utri ha avuto rapporti penalmente rilevanti con esponenti mafiosi. A iniziare dall’eroe Mangano.

D’altronde non c’è da sorprendersi. Le prove sono più che schiaccianti. A cominciare da quello che testimoniano microspie e intercettazioni (sarà un caso il ddl contro le intercettazioni…?): nell’intercettazione in casa del boss Giuseppe Guttadauro, il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Prove schiaccianti dunque. Inconfutabili. Si potrebbe pensare “va a finire che anche il Pdl riconoscerà quanto deve”. Volesse il cielo! Nulla di tutto questo.

Ecco alcuni commenti a caldo. I più esilaranti (e tragici!). Per Daniele Capezzone la corte è stata “poco coraggiosa”: “La sentenza, certo, addolora per la condanna contro Marcello Dell’Utri, comunque ridotta: e c’e’ davvero da augurarsi che la Cassazione possa essere molto più coraggiosa, su questo”. Mariastella Gelmini metterebbe le mani sul fuoco per Dell’Utri: “Marcello Dell’Utri e’ una persona perbene e ha tutta la mia solidarieta’ e quella dei tanti militanti che, in questi sedici anni, lo hanno conosciuto e apprezzato”.  Sandro Bondi sviluppa una strana equazione tra assoluzione Dell’Utri – vero diritto: “A parte la profonda amarezza per la decisione dei giudici d’appello sul caso di Marcello Dell’Utri, l’unico commento positivo in questo momento è la speranza che la Cassazione riaffermi che l’Italia è la patria del diritto”. Rotondi, invece, è speranzoso: “sono certo che la Cassazione ripristinerà una lettura veritiera delle cose”. Il deputato napoletano Amedeo Laboccetta, assoltamente incommentabile: “La Corte d’Appello di Palermo, con la riduzione della pena a sette anni nei confronti del Senatore Marcello Dell’Utri, ha dimostrato di non aver avuto il coraggio di assolvere un innocente”.

L’unico commento degno di nota è stato quello rilasciato da Antonio Di Pietro che, per quanto sia stato ironico e graffiante, è assolutamente meno esilarante dei precedenti e, di contro, assolutamente veritiero (paradossi italiani…) : “Speriamo che Berlusconi adesso non faccia ministro pure lui

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di Carmine Gazzanni

Gaspare Spatuzza non riceverà alcuna protezione speciale. Solo protezione ordinaria affidata al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Questo è quello che è stato deciso dalla Commissione del Viminale sui pentiti, presieduta dal sottosegretario del Ministero degli Interni  Alfredo Mantovano, che subito ha precisato che “non si è trattata di una decisione politica”. E allora qual è il motivo? “Ha parlato a rate” superando i 180 giorni previsti dalla legge. Sono doverose, però, piccole precisazioni: la tardività riguarderebbe una sola frase pronunciata dal pentito, quella appresa dal boss Graviano al bar Doney, a via Veneto a Roma, su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Una frase per la quale si è deciso di negare la protezione e, dunque, correre il rischio di far saltare tutt’un intera collaborazione.
Ma ancora non è finita. Nel provvedimento in questione si stabilisce che le dichiarazioni cosiddette “de relato” (cioè apprese da terza persona) – quali quelle incriminate perchè fatte “tardivamente” ai magistrati da Spatuzza che racconta di avvenimenti e nomi appresi dai fratelli Graviano e non vissuti in prima persona – addirittura non sarebbero neppure sottoposte alla legge dei 180 giorni.

E’ del tutto legittimo allora che le parole di Mantovano non godano di fiducia. Anche perché sono state ben tre le procure che si sono pronunciate a favore della protezione di Spatuzza: Firenze, Palermo e Caltanissetta. E proprio in quest’ultima città siciliana si è anche sottolineato che più e più pentiti “si sono comportati allo stesso modo di Spatuzza, ma non risultano analoghe decisioni”.

D’altronde non c’è motivo di sorprendersi. Non è la prima volta che si tenta in ogni modo di screditare il pentito che ha parlato dei rapporti Cosa Nostra – Dell’Utri/Berlusconi (anche se non è affatto stato l’unico). A cominciare dai due protagonisti. Berlusconi stesso infatti affermò che “sono accuse che si commentano da sole, ma in Italia non c’è nessuno disposto a credere a queste assurdità” e parlava di “macchinazione”; Dell’Utri, invece, fu molto più diretto nelle sue dichiarazioni: quelle di Spatuzza erano “aria fritta”, “minchiate” che “vengono prese sul serio, e si spendono soldi per giudici e indagini”.
Ma Spatuzza parlò anche dei rapporti con esponenti mafiosi intrattenuti tempo fa da Renato Schifani. E ti pare che il Presidente del Senato non avesse da ridire a riguardo? “Il signor Spatuzza intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili”.

Ma a parlare furono non solo i diretti interessati. Tutti gli uomini del Presidente, infatti, chi più chi meno, hanno colto la palla al balzo scatenandosi in dichiarazioni contro Gaspare Spatuzza. Ghedini parlò di “totale inconsistenza” delle accuse; Mario Valducci di ‘‘impazzimento” delle toghe e sostenne che alcuni magistrati covavano il progetto di attuare ”un colpo di Stato per via giudiziaria”; ragliò anche il leghista Calderoli a riguardo: “La montagna ha partorito un peto”; e ancora a parlare furono tra i tanti Frattini (“una vicenda indegna”), Sandro Bondi (“ferita all’immagine dell’Italia”) e Ignazio La Russa (“non uccide ma si vendica infangando i politici”). E poi Bonaiuti: “è del tutto logico che la mafia utilizzi i suoi esponenti per rilasciare dichiarazioni contro il Presidente del Consiglio di un Governo che agisce in maniera così determinata e così concreta nei confronti della criminalità organizzata”; Cicchitto: “da Spatuzza a Ciancimino Jr, è evidente che siamo di fronte ad un clamoroso uso politico della giustizia, prima per influire sulla vicenda politica adesso per far aprire le pagine dei giornali su Forza Italia-mafia”; e infine Miccichè: “Non escludo che Spatuzza sia pagato, magari da magistrati. O da terzi”.

Ma non solo politici si pronunciarono. Anche i fidi giornalisti presero la parola. E allora eccoti i titoli del 5 dicembre de “Il Giornale” e di “Libero”, rispettivamente: “E questo sarebbe un pentito? Soltanto minchiate” e “Le minchiate di Spatuzza”. Poi Minzolini in uno dei suoi editoriali ha parlato di “una deposizione senza riscontri”, “quelle balle sono andate in giro e hanno danneggiato l’immagine del Presidente del Consiglio”; Fede invece sentenzioso: “La vergogna delle vergogne”, “schifo autentico”.

Ma, ricorda Mantovano, “non si è trattata di una decisione politica“. Beh, se lo dice lui…

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di Carmine Gazzanni

Sono andato a vedere le tragedie greche. Oggi sono qui a vedere la fine di una tragedia tutta siciliana: la mia”. E’ Dell’Utri a parlare, a margine dell’udienza del  processo d’appello. Ma in ogni tragedia che si rispetti, per fortuna “ci sono anche eroi: io non sono un eroe”. E allora chi sarà mai il paladino del senatore pidiellino? ”Come ho sempre detto in questo caso l’unico eroe è Vittorio Mangano”. Casomai qualcuno se ne fosse dimenticato, Dell’Utri lo ha ribadito.

Lui, sì, è un eore. Di certo non Massimo Ciancimino, su cui è meglio non lasciare commenti “perché poi sarei caustico”. Oppure Gaspare Spatuzza, perché lui dice solo “minchiate” e “fandonie”. Molto meglio, dunque, Mangano. Ma non sarà, per caso, perché sia Ciancimino sia Spatuzza parlano dei possibili rapporti tra Cosa Nostra e il duo Berlusconi/Dell’Utri?

A questo punto, allora, anche Filippo Graviano potrebbe avere le credenziali per il titolo di “eroe”. L’undici novembre 2009, infatti, il giorno della deposizione sua e del fratello Giuseppe, ha negato tutto ciò che era stato detto da Spatuzza (“Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle, ho tentato di spiegarlo anche ai magistrati che mi hanno interrogato in altre occasioni”). In realtà, nonostante le dichiarazioni di politici esultanti e l’editoriale di Minzolini, non c’era e non c’è da meravigliarsi: Spatuzza è “pentito”, mentre Filippo Graviano, non essendo collaboratore di giustizia, non “collabora”: è ovvio e logico che abbia negato tutto.
Ma questo, probabilmente, Dell’Utri non lo sa. Lo ammirò quasi in quella circostanza: “Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta. Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato”.

Dunque Mangano è un eroe, oltre che esperto stalliere. Filippo Graviano è una “persona ravveduta”. E tutti quanti gli altri pentiti che hanno parlato del senatore, fondatore di Forza Italia?

Chissà cosa direbbe, ad esempio, Dell’Utri di Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70. Calderone, pentito anche lui, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Chissà cosa direbbe di Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”. Chissà cosa direbbe di lui Dell’Utri.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, nei primi anni in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Ebbene si, ha ragione Dell’Utri: che tragedia!

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di Carmine Gazzanni

Questa è l’Italia: uomini che entrano in politica per evitare il carcere e altri che si danno alla bella vita e, soprattutto, alle belle donne. E la cosa stupefacente è che poi lo si ammette anche, senza alcun freno e pudore. Che fantastica classe dirigente! Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio, se qualcuno poteva ancora credere che i nostri politici e uomini istituzionali sono sant’uomini, questi giorni sono stati decisivi: una bella pietra sopra quelle vecchie ataviche credenze, sopra i grandi uomini che hanno guidato l’Italia in tempi oramai andati!! Meglio seguire gli esempi che abbiamo oggi: entrare in politica se dobbiamo nascondere qualcosa e favorire solo chi ci dà la “materia prima” per qualche ora di divertimento.

E allora chi sono i nostri mentori? Partiamo da Dell’Utri che ci insegna tre cosette.

1.definizione di eroe. Dicesi “eroe” colui che evita di farti finire in carcere, anche se in passato ha ammazzato, ha trafficato, in sintesi: anche se è stato un mafioso;

2. definizione di dignità. Dicesi “dignità” quella peculiarità propria non di chi collabora con la giustizia (vedi Spatuzza), ma di chi non lo fa, ovvero di quel mafioso, come Graviano, che nega tutto e ti fa star contento (“Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta. Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato”);

3. definizione di uomo politico.  Dicesi “uomo politico” chi entra in Parlamento per evitare un altro luogo più lugubre come il carcere. (“A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera”).

Bene. Imparato? Next level allora. Passiamo al duo Berlusconi-Bertolaso che ci indicano i “vantaggi” dell’uomo potente: puoi farti organizzare una cosa “megagalattica a base di sesso”, con persone che ti creano anche più di una situazione (“ROSSETTI:…senti quante situazioni devo creare?…una…due – ANEMONE:….io penso due… lui si diverte… due!!”). E poi se per caso “oggi pomeriggio, se Francesca potesse… Io verrei volentieri, una ripassatina“. Ma non è colpa tutta loro: la carne è debole. E ce lo rivela l’infelice battuta di Berlusconi: “Sapete, quando guardo una belle donna perdo il filo…. Mi conoscete. O forse preferite Marrazzo?”. E allora è giusto che Bertolaso poi ricambi il favore in qualche modo, magari con appalti, no? D’altronde “do ut des”.

Dai Guido, come ci e ti insegnano Dell’Utri e Berlusconi questo è il momento giusto per entrare in politica: eviti qualsiasi processo (in qualche maniera si farà) e, nel caso combini qualche marachella, non ti scomporre, ma prenditela con i magistrati, con la stampa, con la televisione, con la sorte avversa, i sondaggisti, gli idraulici, Maga Magò, Topo Gigio e l’uomo tigre….insomma, prenditela con qualcuno, dai del “rosso” a questo e del “pollaio” a quegli altri e, se vuoi, anche del “farabutto” a un altro ancora. E così, felice e contento, continui con la beltate femminile e, in cambio, concedi appalti all’amico pappone.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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