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Articoli marcati con tag ‘dalla chiesa’

di Carmine Gazzanni

“Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”. Questo confidò Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca in un’intervista rilasciata il 10 agosto 1982 a “La Repubblica”. Solo cento giorni, cento giorni a Palermo per il generale nominato prefetto della città siciliana prima della sua tragica, solitaria morte.

Dalla Chiesa si era sempre distinto nella lotta alle associazioni bandiste: aveva combattuto brillantemente contro le Brigate Rosse e aveva portato avanti importantissime indagine sul caso Moro (anche in questo caso, però, rimangono delle ombre sull’operato e sulle responsabilità del Governo: parte del materiale ritrovato dal generale è andato perso). Dalla Chiesa già era stato a Palermo, dal 1966 al 1973, come colonnello dei Carabinieri, e già allora aveva portato avanti diverse indagini, il cui risultato fu il dossier “dei 114che portò all’arresto di decine di boss mafiosi; portò, inoltre, avanti le indagini sull’assassinio del giornalista Mauro De Mauro, freddato il 16 settembre 1970 molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri (della cui morte, poi, si interessò lo stesso generale).

Nel 1982 torna in Sicilia. Per cento giorni. Viene nominato prefetto. Inizialmente Dalla Chiesa non è molto convinto di questa nomina: lui era un uomo abituato a stare sul campo, ad avere una squadra a disposizione, non era un tipo da scrivania e da documenti da ufficializzare. Ma il Ministro degli Interni, Virginio Rognoni, lo tranquillizza subito: “Caro generale, lei va a Palermo non come Prefetto ordinario –  gli dice – ma con il compito di coordinare tutte le informazioni sull’universo mafioso”. Una frase assolutamente non chiara e difficilmente interpretabile. Ma il generale, che si era dimostrato sempre un grande servitore dello Stato e della democrazia, si fida anche questa volta delle istituzioni. E probabilmente questo fu un errore. Richiede subito “uomini, mezzi e fondi”. Ma non gli verranno mai dati.

Ma, come detto, il generale non si tira indietro e arriva a Palermo in un periodo molto convulso: il primo atto ufficiale fu la partecipazione alle esequie di un altro feroce nemico dei boss, Pio La Torre. L’uomo politico e segretario del PCI siciliano era stato ucciso il 30 aprile insieme al suo autista e compagno fedele, Rosario Di Salvo. La Torre e Dalla Chiesa si conoscevano, avevano collaborato e si stimavano profondamente, pur avendo due distinti orientamenti culturali. Entrambi avevano visto il cancro della mafia della provincia attecchire anche nel capoluogo. D’altronde anche La Torre preoccupava e non poco la mafia: fu il primo a capire che le mafie andavano colpite nella fase di accumulazione dei capitali illeciti. Ma solo dopo la morte dello stesso Dalla Chiesa si decise di approvare la legge proposta da La Torre per punire crimini mafiosi (nacque la 416 bis che definisce il reato di associazione mafiosa).

Ma nel frattempo la situazione precipita. I morti cominciano ad aumentare in maniera impressionante: se fino all’insediamento di Dalla Chiesa erano uno ogni settantacinque ore, adesso la media sale a un cadavere ogni quarantotto. Fino ad arrivare alla grande mattanza di agosto, tra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milizia, tutti comuni ai confini con Palermo: dall’inizio dell’anno fino al 4 agosto i morti erano 79; dopo soltanto tre giorni erano saliti a 86; l’11 agosto si arriva a 93; il 26 agosto a 100.
E il generale è sempre più solo, abbandonato dalle istituzioni. E’ a questo punto che cerca di prendere in mano la situazione. Un progetto ben definito il suo: creazione di centri antimafia, alle sue dipendenze dirette, nelle prefetture di Torino, Genova, Bologna, Napoli, Bari. Reggio Calabria, oltre che nelle province siciliane; la facoltà di ordinare indagini finanziarie e intercettazioni telefoniche; uno stretto collegamento con i servizi segreti; la formazione di nuclei costituiti da ufficiali di sua fiducia.
Ma ancora una volta sembra che il suo operato non piaccia ai “piani alti”: la reazione del Viminale è prima tiepida, poi addirittura critica (“Se si accettano tutte queste richieste il generale diventa più influente del ministro dell’interno”). Anche richieste assai più modeste vengono accolte solo parzialmente. Dalla Chiesa domanda trenta carabinieri specializzati nelle investigazioni e gliene mandano ventisette, domanda trenta poliziotti e gliene mandano quattordici. Come Mai? “Al Viminale ci sono dei prefetti che non gradiscono, anzi non tollerano che un loro pari grado assuma troppo potere”, mormorano alcuni.
E a Palermo è anche peggio: chiede di incontrare la giunta comunale ma il sindaco democristiano, Nello Martellucci, gli fa sapere che l’amministrazione cittadina la rappresenta solo lui (Martellucci pretese anche che Dalla Chiesa, al suo arrivo a Palermo, lo andasse a salutare. Dietro questa richiesta c’era il tentativo di una subalternità del prefetto antimafia al sindaco che sosteneva che “a Palermo la mafia non esiste”); tenta di stabilire un rapporto con la giunta regionale, ma l’unico a dargli retta è il presidente socialista dell’Assemblea, Salvatore Lauricella; viene persino snobbato nelle cerimonie ufficiali.

Il generale non ne può più: scrive a Spadolini per sollecitare il suo appoggio personale, ma nessuna risposta, nessun intervento. Non arriverà alcuna risposta neanche dal segretario della DC, Ciriaco De Mita. Lo stesso dicasi per il Ministro degli Interni, Virginio Rognoni. Ma sei giorni dopo ferragosto i due, Dalla Chiesa e Rognoni, si incontrano nei pressi di Corleone, per la commemorazione di un ufficiale dei carabinieri ucciso dalla mafia cinque anni prima. Il ministro promette che nella riunione del comitato nazionale per la sicurezza, in programma il 7 settembre a Roma, verrà concretizzato il collegamento  con tutte le altre prefetture, una delle richieste del generale. Ma il 7 è tardi, terribilmente tardi. Già il 26 agosto i Carabinieri avevano ricevuto una telefonata: “Siamo i killer del Triangolo della Morte. Con l’assassinio di oggi l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa. Dico quasi conclusa”. E il 3 settembre, alle ore 21.15, Carlo Alberto Dalla Chiesa, insieme alla compagna Emanuela Setti Carraro e all’uomo della scorta, il carabiniere Domenico Russo, venne ucciso in Via Isidoro Carini a Palermo.

Ai funerali tante autorità, tutti accolti in malomodo (fatta eccezione per il Presidente della Repubblica Pertini) con lancio di monete, di bottiglie, fischi, grida. Come disse nell’omelia il Cardinale Pappalardo, citando un passo di Tito Livio: “Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma Palermo”.

Sulla morte del generale rimangono ancora troppe ombre. Le indagini sulla strage si svilupparono subito in un contesto inquinato. Non è mai stato chiarito chi la notte del 3 settembre entrò nelle stanze di Villa Pajno, residenza del generale, con la scusa di cercare lenzuola per coprire i cadaveri. La chiave della cassaforte venne ritrovata dopo molti giorni in un luogo in cui era stata più volte cercata: ma le carte di Dalla Chiesa, tra cui documenti sequestrati nei covi dei brigatisti dopo il sequestro Moro, erano scomparse.
Ci sono stati sì dei condannati. Sono stati condannati all’ergastolo come mandanti i vertici Cosa Nostra, nelle persone di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci. Nel 2002, poi, sono stati condannati in primo grado quali esecutori materiali dell’attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia entrambi all’ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno. Ma tutto fa pensare all’esistenza anche di mandanti esterni, che rimangono tutt’oggi sconosciuti. Nella sentenza si legge: “Si può, senz’altro, convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale e’ stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale”.

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Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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