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Silvio Berlusconi è un cartone animato in Russia

Chi pensi possa battere Berlusconi nel 2013?

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Articoli marcati con tag ‘crisi’

di Andrea Vetere

Fra poche ore inizierà a delinearsi il destino del nostro Governo, in bilico tra mozioni di sfiducia e questioni di fiducia. Presumo che questi termini, che riecheggiano da circa un mese nelle cronache politiche, siano ormai noti a tutti sicché sarà bene concentrarsi su altri aspetti della situazione.

Orbene, nel caso in cui il Governo goda ancora della fiducia parlamentare, nulla quaestio. I problemi di disciplina costituzionale potrebbero sorgere, invece, nel caso in cui il rapporto fiduciario Parlamento-Governo sia venuto meno giacché su tale rapporto si basa la nostra forma di governo. Si è soliti parlare, per definire questa eventualità, di crisi di governo.

Tenterò di fare chiarezza sugli scenari che si aprirebbero in tal caso avvertendo che le scelte fondamentali sono nella piena disponibilità del Capo dello Stato, entro i limiti costituzionali. Sono dunque prive di fondamento le affermazioni di chi propone le proprie soluzioni più o meno fantasiose.

È bene ricordare che, in materia, la nostra carta costituzionale non può esserci d’ausilio: l’Assemblea Costituente non ha delineato una chiara procedura per la nomina del governo, derivi essa da recenti elezioni o dalle dimissioni di un governo sfiduciato. Ci si affida, dunque, all’osservazione della prassi Costituzionale accertando i comportamenti tenuti costantemente nel tempo dagli organi costituzionali nella convinzione di conformarsi ad una norma giuridica.

Tutto quanto possiamo ricavare dalla Costituzione sulla formazione del governo è riassumibile in tre affermazioni, attorno alle quali si è sviluppata la prassi che vedremo. I cardini sono:

1.       Il Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica, e non eletto dal popolo come oggi si vuol far credere;

2.       Il Governo è nominato dal Presidente della Repubblica, su indicazione del Presidente del Consiglio;

3.       Il Governo deve godere della fiducia parlamentare.

Unico punto davvero complesso è il primo stante il silenzio della Costituzione in merito alla scelta del nome del capo del Governo. Mentre pare ovvio nominare, in seguito ad elezioni politiche, l’esponente di spicco del partito maggioritario, più complessa è la questione quando invece siamo davanti ad una crisi di governo.

Il Capo dello Stato dovrà cercare, infatti, una persona il cui governo possa godere della fiducia parlamentare. La complessità del primo punto, dunque, si risolve nella regola imprescindibile enunciata al terzo punto.

Per determinare chi possa essere tale figura, il Presidente della Repubblica svolge le proprie consultazioni per mezzo delle quali ascolta i presidenti delle due Camere, i Presidenti emeriti della Repubblica, i capi dei Gruppi parlamentari e, se lo ritiene utile, esponenti del mondo dell’economia. Il tutto al fine di trovare in Parlamento una nuova maggioranza in grado di sostenere un governo.

Spetta al Capo dello Stato il tentativo di garantire un governo al Paese tramite la sua libera scelta che può rivolgersi in tre direzioni. Vediamole con ordine.

1-      Crisi lieve. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico di formare il Governo al Presidente del Consiglio sfiduciato. Questi di norma accetta con riserva e, dopo sue proprie consultazioni, scioglie la riserva per rinunciare oppure per nominare un governo diverso dal precedente sul quale la maggioranza parlamentare possa convergere. Si avrebbe così il governo-bis che si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

2-      Crisi grave. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico ad una personalità di elevato spessore politico, morale o tecnico. Nel primo caso, spesso si guarda al Presidente del Senato che nel nostro ordinamento è anche vice del Capo dello Stato. Per questo spesso si parla di “Governo del Presidente”.   La personalità designata di norma accetta con riserva e, come sopra, procede alle consultazioni e decide se sciogliere la riserva in senso positivo o negativo.

3-      Crisi irreparabile. Di norma si arriva a questa soluzione solo quando i tentativi di ricomposizione della maggioranza falliscano. In questa eventualità, il Presidente della Repubblica, sentiti i Presidenti delle Camere, scioglie il Parlamento ed indice nuove elezioni poiché è ormai chiaro che il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza.

È da concludersi che le elezioni anticipate siano solo una extrema ratio alla quale ricorrere soltanto qualora non si possa diversamente addivenire alla formazione di un nuovo Governo. Sono a mio avviso da rigettare le istanze di chi annuncia in caso di crisi di governo le elezioni a primavera: esse possono essere indette solo dal Capo dello Stato che ha la piena libertà di trovare una soluzione alternativa alla crisi.

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di Andrea Vetere

Eccoci di fronte all’ennesima violenza istituzionale alle quali il nostro Presidente del Consiglio ci ha abituati. È la sua arma favorita, quella da tirar fuori dal cilindro nei momenti in cui bisogna mostrare i denti. Ma state pur tranquilli, i denti si sono rotti sulle guglie del duomo-souvenir e sono un po’ spuntati.

Si legge nella lettera che Berlusconi ha inviato ai Presidenti delle due Camere: “Il Governo ha intenzione di verificare il permanere del rapporto di fiducia da parte del Senato e, immediatamente dopo, da parte della Camera dei deputati“.
Un comportamento simile pare legittimo: l’ultima volta che si è chiesta la fiducia alle Camere, il 29 Settembre, il Governo si è presentato prima alla Camera e poi al Senato. Ora le basilari regole di cortesia istituzionale imporrebbero di fare il contrario. Peccato che la cortesia istituzionale torni in mente al nostro Governo soltanto quando fa comodo.

A ben vedere, sarebbe stata pura e semplice cortesia istituzionale anche attendere prima il voto su una mozione di sfiducia presentata già ieri a Montecitorio e solo in un secondo momento presentarsi a Palazzo Madama. Si obietta che così non ci sarebbe stata inversione nell’ordine ma si dimentica di dire che in questo caso non deve esserci: la mozione di sfiducia è presentata dall’opposizione che è legata sì alla cortesia istituzionale ma non certo ai comportamenti pregressi del Governo. Anzi. Per di più si deve ricordare che il Governo può agire davanti ad entrambi i rami del Parlamento mentre il singolo parlamentare è legittimato soltanto all’interno della propria Camera.

Sapendo che poteva esser tenuto un comportamento alternativo e considerando che la maggioranza è più sicura di vincere nell’assemblea dei senatori ci risulta chiaramente che la scelta del Governo è opportunista più che cortese, ut demonstrandum erat.
Ed opportuniste sono le affermazioni del ministro La Russa che auspica lo scioglimento della sola Camera nel caso in cui lì la maggioranza scemi. Si argomenta che una simile eventualità è contemplata dalla Costituzione e che già si è percorsa in tre diverse occasioni.

Sorgono però delle obiezioni. Innanzitutto, l’ultima volta che ciò è avvenuto risale a 47 anni fa. Per seconda cosa, se si cerca la ratio della norma costituzionale che lo prevede si scoprirà che ai tempi della Costituzione il senato era eletto per sei anni. Per evitare che le due camere si eleggessero in tempi sfalsati si è scelto per tre volte di anticipare lo scioglimento del Senato finché nel 1963 sono state equiparate le durate delle due Camere. Terza, chi decide quale dei due rami del Parlamento sta dalla parte del giusto e quale invece vada sciolto?
Ultima, l’obiezione più importante: e se dal voto scaturisse nella Camera una maggioranza diversa rispetto a quella del Senato? Si dovrebbe sciogliere la Camera sino a che non si ottenga la maggioranza che si vuole? Oppure si scioglierebbe anche il Senato?
In ogni caso, ci sarebbero due diverse votazioni, in due tornate elettorali. E questo vuol dire bruciare molti milioni di euro. Ma, come sappiamo, al nostro Governo interessa restare attaccato alle poltrone. E se questo costa troppo? Beh, facile: colpa di Fini!

Resta solo un’ipotesi praticabile, nel caso di sfiducia anche in una sola delle camere: scioglierle entrambe. Come è successo per tutte le crisi parlamentari prima d’ora. E quando arriverà in Parlamento questa sarà una crisi parlamentare come tutte le altre.
E qui arriviamo ad un mito da sfatare: “Un governo diverso violerebbe la Carta e la volontà degli elettori” a detta di Alfano e di altri membri del PdL, Berlusconi in primis.
Sono due bugie. L’attuale governo ha ottenuto dalle elezioni del 2008 il 46,81 % alla Camera ed il 47,32 % al Senato. Risultato: il 63% dell’elettorato avrebbe voluto un governo diverso. Per effetto del porcellum, però, il Governo ha avuto in regalo la maggioranza in entrambe le Camere.
La Carta, invece, in materia dice poco: si sancisce che il Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica. Nominato dal Capo dello Stato, dunque, e non eletto dal popolo come si vuol far credere oggi. Non siamo in Francia o negli S.U.d’A.
Il Governo, qui da noi, si fonda non tanto sul voto popolare ma sulla fiducia tra Governo e Parlamento. Il voto popolare interviene solo in maniera indiretta in quanto il Parlamento altro non è che sua pura e legittima espressione. Si parla di responsabilità politica: la pena per uno sbaglio sarebbe la mancata rielezione, se la democrazia qui da noi funzionasse.

Concludendo: un nuovo Governo che avesse la fiducia del Parlamento si fonderebbe sulla volontà dei Parlamentari favorevoli. Eletti dal popolo. Dal primo all’ultimo.
E soprattutto, voler andare al voto anticipato ad ogni costo significherebbe bruciare milioni di euro. Quelli per le nostre borse di studio, magari. Ma mai quelli per le paritarie, per l’amor del Papa!

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di Carmine Gazzanni

La Camera si ferma “per mancanza di leggi da approvare”. Assurdità? Accuse? Battute da comico? Assolutamente no: triste e cruda verità. E per questo assurdo motivo, per il fatto che non ci sono leggi su cui scontrarsi, battersi, ragionare, i deputati godranno di circa una ventina di giorni di ferie. Ora, la responsabilità è imputabile più che ai singoli deputati, al Governo stesso che sta spogliando il Parlamento del suo ruolo. L’istituzione legislativa non è più tale, in quanto il Parlamento si è ridotto ad un organo che ricopre semplicemente il ruolo di “vidimare” quelle che sono le scelte che vengono dall’ “alto”. Qualunquismo? Potrebbe darsi. Ma rimane pur sempre una triste verità.

Appelliamoci a qualche dato per capire meglio qual è la situazione delle istituzioni italiane. Oggi su “Il Corriere della Sera” troviamo un illuminante articolo a riguardo a firma Sergio Rizzo (che di “immunità” dei parlamentari sa molto, in quanto è coautore, con Gian Antonio Stella, de “La casta”), il quale illustra quante volte Camera e Senato si sono riunite per “legiferare”. Riportiamo uno stralcio dell’articolo:

Nei 298 giorni trascorsi dal primo gennaio l’assemblea di Montecitorio si è riunita 126 volte. Quella di Palazzo Madama ancora meno: 92. Il 18 ottobre la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato una legge approvata l’8 ottobre scorso, l’ultimo dei 74 provvedimenti entrati e usciti dal Parlamento quest’anno. In quel numero sono compresi 18 decreti legge del governo e altri tre provvedimenti di routine, sempre di fonte governativa, come la legge comunitaria. Poi ci sono le 17 leggi di conversione di altrettanti decreti. Quindi 22 ratifiche di trattati internazionali: atti dovuti.

Ne restano dunque 14, fra cui ci sono però anche provvedimenti nati da disegni di legge governativi. Per esempio quello del ministro dell’Interno Roberto Maroni sulla nuova disciplina antimafia. Delle dodici leggi «superstiti» fanno poi parte provvedimenti a uso e consumo dei partiti e della politica, come la legge sul legittimo impedimento che ha consentito al premier di non partecipare per motivi istituzionali ai processi che lo vedono imputato, o come la sanatoria delle liste elettorali per le Regionali. Ne restano dunque una decina. Una pattuglia sparuta, nella quale, oltre a provvedimenti di indubbio spessore sociale, come le disposizioni a favore dei malati terminali, dei sordociechi, o degli alunni dislessici, troviamo per esempio una legge che consente di nominare un finanziere comandante delle Fiamme Gialle, una norma sul personale dell’agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie …

Ma non è finita qui. Andiamo oltre e cerchiamo di vederci ancora più chiaro. Se prendiamo i singoli parlamentari e stabiliamo una classifica di presenze (ed assenze) i dati sono ancora più marcatamente sconvolgenti.

Partiamo dalla Camera, tralasciando il più assente in assoluto, ovvero Silvio Berlusconi, presente a Montecitorio, dall’inizio del suo mandato, soltanto in due occasioni (nel giorno dell’insediamento per il discorso inaugurale e nel giorno del voto di fiducia dopo la nscita del gruppo “Fli”). Antonio Gaglione (Gruppo Misto) è il parlamentare che ha registrato più assenze in assoluto (6289 su 6893; solo 604 presenze). Il suo è un “punteggio” record, in quanto chi lo segue è distaccato un bel po’ da Gaglione: Mirko Tremaglia (Futuro e Libertà) con 5290 assenze su 6893 (1588 presenze); Nicolò Ghedini che, tra un giorno al tribunale ed un altro ad Arcore, non ha più tempo per dedicarsi ad una sua presunta attività parlamentare ed allora confeziona ben 5192 assenze su 6893 sedute (e 1701 presenze). Ma attenzione. Le assenze sono, per così dire, “bipartisan”. Se ci allontaniamo un po’ ed arriviamo al sesto posto troviamo il primo uomo targato Pd. E indovinate un po’ di chi si tratta? Pier Luigi Bersani, con 4799 assenze su 6893 sedute. Poco distanti dal leader del Pd anche il plurindagato Denis Verdini (4610 assenze su 6893) ed Antonio Di Pietro (4199 su 6893).

E passiamo al Senato.  Dopo i primi posti, tutti occupati dai senatori a vita (ma qui, è chiaro, non si possono imputare grosse responsabilità), troviamo due uomini di punta del Pd: Emma Bonino (3066 assenze su 4169 sedute) ed Umberto Veronesi (2850 assenze su 4169). Il primo uomo del Pdl, tanto per cambiare, è un pregiudicato. Stiamo parlando di Domenico Nania (arrestato per 10 giorni e poi condannato in via definitiva a 7 mesi per lesioni personali legate ad attività violente nei gruppi giovanili di estrema destra) il quale arriva a 2608 assenze.

In pratica, a parte decreti, conversioni, provvedimenti, rettifiche, l’attività di Camera e Senato è praticamente ridotta all’osso. Al contrario, invece, dei guadagni, degli stipendi, delle immunità di cui godono gli stessi “perdigiorno”. Ci sembra doveroso, allora, fare una rapida carrellata anche a tal proposito.

Secondo la dichiarazione Irpef del 2009 il più ricco rimane Silvio Berlusconi, il cui reddito è cresciuto:  23.057.981, circa otto milioni e mezzo in più rispetto all’anno precedente, quando era di 14.532.538. Tra i leader di partito, dopo Berlusconi c’è Antonio Di Pietro con 193.211 euro e al terzo posto Umberto Bossi con 156.405 euro. Dopodiché troviamo Pier Luigi Bersani con con 150.450 contro i 163.551 della denuncia del 2008. In ascesa, invece, il reddito del Presidente della Camera Gianfranco Fini: nel 2009 ha dichiarato 142.243 euro, mentre l’anno precedente la sua dichiarazione si attestava sui 105.633 euro. Per il presidente del Senato, Renato Schifani, 190.643 euro con un aumento di circa 31 mila euro rispetto all’anno precedente.
Dopo il premier, il più ricco nel’esecutivo è Ignazio La Russa che, stando alla dichiarazione dei redditi, gode di circa mezzo milione di euro (517.078 euro). Fanalino di coda, invece, è Angelino Alfano, con una dichiarazione che si aggira sui 123.000 euro. Per il resto, tutti i ministri hanno redditi che si aggirano attorno ai 150.000 euro.

Ma andiamo avanti. Nel marzo 2008 all’unanimità fu votata una legge che prevedeva, tra l’altro, un aumento dello stipendio per i parlamentari pari a 1.135 euro al mese. In questo modo si è arrivati, oggi, a circa 17.000 euro netti, a cui sono da aggiungere varie indennità di cui godono i nostri parlamentari. Completamente gratuiti sono: cellulari, tessera del teatro e del cinema, aerei nazionali, autobus, metropolitane, piscine e palestre, autostrada. Anche i ristoranti, addirittura, gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per un totale di 1.472.000 euro). Ancora, hanno diritto alla pensione soltanto dopo 35 mesi di legislatura; dopo solo 5 anni possono maturare una pensione pari circa a 3.000 euro mensili. E non è finita qui. Ci sono anche privilegi che durano ”in perpetuum” per coloro che sono stati Presidenti di Camera, Senato, Consiglio e Repubblica (Irene Pivetti, ad esempio, ancora gode di scorta, ufficio, segreteria e auto blu).
Stipendi che sono impensabili in qualsiasi altro Paese europeo. Tempo fa ci fu, a tal proposito, un articolo del quotidiano di Bolzano in lingua tedesca Tageszeitung che metteva a confronto le buste paga non di parlamentari nazionali tedeschi e italiani, ma di politici nazionali tedeschi di spicco, e presidente e assessori della provincia autonoma di Bolzano. I risultati, come è facile immaginare, sono a dir poco sconvolgenti: il governatore della provincia di Bolzano guadagna 25.600 euro al mese, Angela Merkel ne guadagna 19.300; la vicepresidente della giunta provinciale Luisa Gnecchi (in carica fino al 10 luglio 2009) con 24.300 euro è invece nettamente più “ricca” del ministro degli esteri tedesco Frank Steinmeier (12.800).

Cosa ci volete fare: questi tedeschi ancora continuano a lavorare tutti i giorni per stipendi “mediocri”. Viva l’Italia!

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di Carmine Gazzanni

A distanza di nove anni oramai è certo: in Afghanistan non c’è alcuna lotta al terrorismo, nessuna missione di pace, ma solo e semplicemente una guerra. Checché se ne dica. I numeri, infatti, parlano chiaro: quasi 2.000 soldati morti e circa 40.000 tra militari e civili afghani caduti sotto i colpi delle micidiali armi che si stanno utilizzando in questa “missione di pace”. E poi ci sono anche i cosiddetti “danni collaterali”: 10.000 civili morti per errore, perché si sono trovati nel momento sbagliato nel posto sbagliato.

E a chi imputare responsabilità? Certamente ai cosiddetti “potenti” che, ipocriti, hanno fatto leva sulle coscienze parlando di “lotta al terrorismo”, “esportazione di democrazia”. Ed invece non si nascondono che interessi esclusivamente economici, come rivela anche uno sconvolgente dossier di “Peace Reporter”.

E allora chiediamoci anche noi: quali sono gli interessi economici che si celano dietro questa guerra? Nel dossier si parla, infatti, di diverse ipotesi: risorse energetiche, la pipeline trans-afgana, l’importante posizione strategica del territorio afgano soprattutto per frenare le mire espansionistiche della Cina, “considerata dal Pentagono come la maggiore minaccia potenziale all’egemonia militare ed economica globale degli Stati Uniti non solo in Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa e America Latina”. Ma sono altri i possibili interessi su cui fa leva il dossier.

LA DROGA. Forse, infatti, dietro la guerra ci sono interessi inconfessabili: “quelli legati al controllo del traffico mondiale dell’eroina, ovvero di uno dei business più redditizi del pianeta, con un giro d’affari annuo stimato attorno ai 150 miliardi di dollari l’anno”.
D’altronde la Cia non è nuova a questa politica: è risaputo, infatti, che il boom della produzione di oppio/eroina negli anni ’70 in Laos, Birmania e Cambogia è stato opera dalla Cia, che con i ricavi del narcotraffico finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico; così come è risaputo che stessa cosa avvenne negli anni ‘80 in America Latina, per finanziare (con i proventi della coca) “la guerriglia antisandinista dei ‘Contras’ in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare (con i proventi dell’eroina) la resistenza anti-sovietica dei mujaheddin”. Non è un caso, infatti, che i talebani, notoriamente sostenuti dalla Cia (come dimostrato anche da diversi documentari), continuarono a fare affari negli anni con la produzione di droga.
Ed ora arriviamo ad oggi: “Secondo un numero sempre maggiore ed eterogeneo di esperti e di persone ‘ben informate’, la Cia avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero”.

Secondo un’inchiesta televisiva condotta dal canale russo “Vesti”, infatti, “l’eroina afgana – si legge nel dossier – viene portata fuori dall’Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia”. E la giornalista afgana Nushin Arbabzadah sembrerebbe confermare queste voci, ritenendo che la droga viaggi nascosta nelle bare dei militari Usa, riempite di droga appunto, al posto dei cadaveri.
Ma anche altri confermerebbero la pista del narcotraffico. Il giornalista russo Arkadi Dubnov di “Vremya Novostei”, riportando informazioni fornitegli da una fonte all’interno dei servizi afgani, ha scritto che “l’85 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan è trasportata all’estero dall’aviazione Usa“.
E ancora. Quest’estate il generale russo Mahmut Gareev, un ex comandante delle truppe sovietiche in Afghanistan, ha dichiarato a “Russia Today“: “Gli americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all’anno. Non è un mistero che gli americani trasportano la droga all’estero con i loro aerei militari“.
Il giornalista statunitense Dave Gibson di “Newsmax“, citatndo una fonte anonima dell’intelligence Usa, ha affermato che “la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam“.
L’economista russo Mikhail Khazin in un’intervista ha dichiarato che “Gli americani lavorano duro per mantenere in piedi il narcobusiness in Afghanistan attraverso la protezione che la Cia garantisce ai trafficanti di droga locali“.
E infine abbiamo Eric Margolis che, sull’ “Huffington Post”, scrive:Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all’estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan“.

DROGA – BANCHE. CHE RAPPORTO? Molti, ancora, sono quelli che ritengono ci sia un legame tra il narcotraffico e la crisi economica bancaria. Sempre nel dossier leggiamo quanto affermato da Antonio Maria Costa, direttore generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e la Criminalità (Unodc), il quale, in un’intervista al settimanale austriaco “Profil“, ha dichiarato: “Il traffico di droga è l’unica industria in espansione. I proventi vengono reinvestiti solo parzialmente in attività illecite. Il resto del denaro viene immesso nell’economia legale con il riciclaggio. Non sappiamo quanto, ma il volume è impressionante. Ciò significa introdurre capitale da investimento. Ci sono indicazioni che questi fondi sono anche finiti nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione dalla seconda metà dello scorso anno. Il denaro proveniente dal traffico di droga attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile. Nella seconda metà del 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E’ ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

E continuano a parlare di “missione di pace” …

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di Carmine Gazzanni

Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Questo andava ribadendo qualche mese fa il ministro Mariastella Gelmini mentre si continuava a discutere sulla manovra economica. Ed ecco i risultati: 135 mila posti da tagliare entro il prossimo anno in tutta Italia, pensionamenti forzosi per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi, precari messi alle porte. Una riforma, in pratica, che non ha nulla (o quasi) di prettamente scolastico. Si tratta di una riforma solo ed esclusivamente che mira a tagliare: taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni.

Checché, poi, ne dica Silvio Berlusconi che, alcuni giorni fa, andava dichiarando: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Come sempre nulla di più falso. Come già abbiamo ricordato nei passati articoli, infatti, la legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI: la riforma, infatti, prevede per i prossimi sei anni promozioni a professore associato riservate. Per tutti gli altri giovanissimi che stanno accedendo al dottorato ci sarà un tetto di dieci anni per diventare professore associato, dopodiché “si cade fuori dalla giostra”, come si legge sul sito dei Ricercatori Precari. Misura completamente illogica se si pensa che “per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza”.

E, chiaramente, queste misure esclusivamente economiche riguardano soltanto la scuola pubblica. Nel provvedimento, infatti, c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

I problemi, questi sì, scolastici e didattici, sarebbero altri invece. In tutti gli altri Paesi europei i docenti vanno in pensione a 65 anni, tant’è che il corpo docente italiano rimarrà comunque il più vecchio d’Europa, sebbene si sia deciso nella riforma che tassativamente in pensione si andrà a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni). E i ricercatori? In Italia sono numerosissimi, più del 50% del personale permanente, ma i loro stipendi, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30-50% di quelli degli altri Paesi europei. Si potrebbe pensare che il “pensionamento forzoso” per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi miri proprio a questo. Anche qui siamo nel falso: come ci ricorda il Professore Giovanni Falcetta, “tra gli insegnanti centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni)”. Senza contare, poi, che tale pensionamento coatto è profondamente incostituzionale e illegittimo. Vediamo alcuni aspetti.

La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” per gli insegnanti con 40 anni di servizio è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note non hanno alcun valore di legge, come ribadisce anche la sentenza della Cassazione del 5 gennaio 2010: “La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”. E dunque? Ci sono evidenti tracce di incostituzionalità. Senza contare, poi, che si viola anche una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età. Risultato? Giovanni Falcetta ha presentato diversi ricorsi. Ma proprio ieri la Suprema Corte di Giustizia del Lavoro, presso il Tribunale di Crema, ha decretato che i “reclami”, inoltrati alla Corte dallo stesso Falcetta e da Annamaria Crotti, contro il rigetto del ricorso del loro pensionamento forzoso, sono ugualmente respinti per assoluta mancanza di fondamenti giuridici, sia di legislazione ordinaria che di legittimità costituzionale. Questo perché i giudici, sulla base di valanghe di sentenze favorevoli ai ricorrenti, hanno dovuto ammettere, in conclusione della loro Ordinanza, che “la fattispecie è nuova” e che “ancora la giurisprudenza in materia è molto controversa“.

Ma non è finita qui. Ci sono molti che hanno intrapreso anche altre strade: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.

Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Da alcuni giorni tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo, sono in sciopero della fame. Addirittura Pietro Di Grusa, 49 anni collaboratore scolastico, oltre ad astenersi dal cibo, ha sospeso anche l’assunzione di cardioaspirina. Infatti si è sentito male, è stato ricoverato due giorni in ospedale, ma, uscito, si è riunito ai due suoi colleghi. Ieri in serata, però, è stato nuovamente colto da un malore e allora ha abbandonato lo sciopero, su consiglio dei suoi stessi amici e dei suoi cari. La protesta, intanto, ha preso piede e ci sono altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire. C’è una pagina su facebook, nella quale è possibile esprimere le proprie opinioni a riguardo o anche semplicemente per dimostrare la propria vicinanza ai precari: “A fianco dei precari della scuola in sciopero della fame”.

Intanto domani i precari palermitani in sciopero della fame saranno davanti a Montecitorio dalle 12,00 in poi. Speriamo che qualcosa cambi. E speriamo che ci siano verità, realtà, e non solo parole. I precari sono (e anche noi siamo) stanchi di promesse, illusioni, bugie.

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di Carmine Gazzanni

La crisi? Non è poi così grave. Il governatore della Banca d’Italia e anche l’Europa ci dicono che quest’anno il pil registrerà il 2% in meno. Ciò significa che torneremo indietro di due anni e non mi sembra che due anni fa si stesse così male” (Silvio Berlusconi, 20 gennaio 2009). “I media e le istituzioni economiche diffondono il panico: l’accusa viene dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che si scaglia per l’ennesima volta contro i ‘catastrofisti’. Suggerendo di «chiudere la bocca» a chi continua a parlare «di calo del Pil del 5%” (La Repubblica, 26 giugno 2009). “La crisi si è sfogata per il sistema finanziario e chi doveva fallire è fallito. Aspettiamo la ripresa, che ci sarà di sicuro” (Silvio Berlusconi, 22 luglio 2009). “Alle parti sociali che ho incontrato questa mattina ho detto che questa crisi economica ha come primo fattore quello psicologico” (Silvio Berlusconi, 26 giugno 2009).

Insomma, più e più volte Silvio Berlusconi ha detto che la crisi non esiste, l’Italia sta bene e ha reagito meglio degli altri Paesi europei. Come spesso capita, però, i dati attuali smentiscono di netto le parole reiterate del nostro Presidente del Consiglio. Prendiamo, ad esempio, i risultati di un’analisi portata avanti dall’ufficio studi della Cgia (Associazione Artigiani Piccole Imprese) di Mestre, che ha messo in relazione spese, tasse e servizi in Italia, in Francia e in Germania. Secondo quanto si rivela dalla ricerca, ogni anno in Italia il peso tributario (tasse, imposte e tributi) è di 7350 euro, molto più alto di quello tedesco (6919 euro), poco più basso di quello francese, che è pari a 7438. Ma attenzione: in Francia la spesa sociale procapite (scuola, sanità, protezione sociale) mediamente è di 10776 euro, in Italia si ferma a 8023 euro. La Germania, infine, rende una spesa sociale di 9171 euro. Tutto questo cosa vuol dire? In pratica in Francia la differenza pro capite tra quanto ricevuto in termini di spesa e quanto versato in termini di tasse è positiva: pari a 3339 euro; positiva anche in Germania e pari a 2.251 euro (senza dimenticare che la Germania è il Paese tra i tre con il peso tributario inferiore). In Italia tale differenza è molto esigua: 664 euro pro capite.

Ma andiamo avanti. Secondo quanto rivelato dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, i problemi non sarebbero terminati. Secondo una ricerca, infatti, la crescita di prezzi e tariffe per il 2010 comporterà per le famiglie italiane un aggravio di ben 1.118 euro rispetto allo scorso anno. In una nota si legge che tali aumenti “si inquadrano nel più ampio capitolo di spesa delle famiglie che, non dimentichiamo, nella ripresa autunnale, dovranno fare i conti con i costi scolastici ed i costi relativi al mantenimento della casa, a partire dalla voce riscaldamento”.
E la questione, secondo Federconsumatori, è molto drammatica perché assisteremo anche ad una crescita del tasso di disoccupazione. Guardando ai dati relativi alla contrazione del potere di acquisto delle famiglie, poi, emerge chiaramente la realtà della situazione: dal 2007 al 2010 la caduta è arrivata addirittura al 9,6%.

La situazione, ancora, è resa ancora più critica  dai pesanti debiti in cui riversano gli enti, a iniziare da Comuni, Province e Regioni. Prendendo in esame gli ultimi dati della Corte dei Conti, la novità assoluta proviene dai Comuni, anche questi indebitati fino al collo: nel biennio 2008-2009, infatti, si è arrivati ad un debito finanziario pari a 62 miliardi di euro (due esempi su tutti: 40 milioni della città di Catania, 500 milioni del Comune di Roma). Più contenuto, invece, il debito contratto dall Province, che si ferma a 11,5 miliardi.

Il primato, tuttavia, rimane in mano alle Regioni. Secondo il rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali, si è arrivati ad un debito pari a 110,9 miliardi di euro, pari al 6,3% del debito pubblico complessivo (nel 2008 era il 6,4%). Sicuramente la voce che incide maggiormente sul debito è la sanità pubblica, che assorbe circa il 73% delle risorse delle casse regionali. E, ricorda la Corte dei Conti, nel 2009 “il rapporto tra i costi complessivi del Ssn (Servizio Sanitario Nazionale, ndr) e il Pil si e’ attestato al 7,2%, mantenendo il trend di crescita degli ultimi quattro anni. Gli incrementi dei costi sono superiori a quelli dei ricavi, per cui continuano a registrarsi disavanzi che si concentrano nell’area centro sud”. Non è un caso che le regioni più indebitate sono proprio quelle meridionali. Ecco una rapida classifica delle regioni più in rosso: Lazio – Il deficit maggiore, di 1.6 miliardi di euro; Calabria – Anche qui, il ‘buco’ legato alla sanità tocca il miliardo di euro.; Campania – Stesso discorso fatto per i colleghi calabresi: anche qui manca all’appello circa un miliardo di euro; Molise – E’ la prima della ‘piccole’ regioni nazionali. Nonostante le dimensioni ridotte, qui il deficit è di 110 milioni di euro; Puglia – qui il danno erariale attuale è di 87.463.223 euro.  E poi, ancora, abbiamo Liguria (tra i 100 e 170 milioni), Sardegna (75 milioni), Abruzzo (70/80 milioni), Sicilia (26) e Basilicata (21).

A questo punto, vuoi per gli errori delle varie amministrazioni, vuoi per la crisi economica, comunque converrebbe prendere coscienza della realtà delle cose: non viviamo certamente un periodo roseo. Checchè ne dicano i nostri cari politicanti.

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di Carmine Gazzanni

Tagli su tagli. Sacrifici su sacrifici. Ma, sia ben chiaro, solo per i cittadini. Questa è, ancora una volta, la linea del Governo Berlusconi. Se da una parte, infatti, abbiamo tagli che colpiranno praticamente tutti: scuole, cultura, università, disabili, farmacie, famiglie, comuni, regioni, province, magistrati e che più ne ha più ne metta; dall’altra c’è chi può dormire sonni tranquilli. Questo qualcuno non può che essere Silvio Berlusconi.
Ci sono, infatti, due provvedimenti presi dal Governo che, tanto per cambiare, fa gli interessi di qualcuno chiedendo  poi agli altri di fare salti mortali.

In questo periodo molto convulso, infatti, diversi sono stati gli emendamenti presentati, tutti volti a frenare la crisi economica e a far entrare qualcosa nelle casse dello Stato. Diversi di questi emendamenti, però, una volta presentati del relatore di maggioranza Antonio Azzollini, sono stati bocciati dallo stesso Governo perché sarebbero stati troppo impopolari. Tra questi ricordiamo i tagli agli stipendi (soprattutto riguardo i lavoratori della Rai), alle pensioni, alle tredicesime (qui sarebbero state colpite soprattutto le forze dell’ordine). Soltanto un emendamento presentato da Azzollini non è mai stato toccato. Andiamo a vedere cosa dice: I contribuenti, vittoriosi rispetto al fisco nei primi due gradi di giudizio, e poi portati alla Commissione tributaria centrale o alla Cassazione, possono risolvere le proprie pendenze con il pagamento di un importo pari al 5% del dovuto”. Non vi dice niente? Facciamo qualche riferimento concreto:  vi ricorderete certamente di Raimondo Mesiano (quello dei calzini turchesi), giudice di Cassazione che condannò la Fininvest (ergo Berlusconi), a pagare 250 milioni di euro alla Cir di De Benedetti per il passaggio illegale della Mondadori. Guarda un po’ il caso: con questo cavillo Berlusconi, condannato appunto in cassazione, non dovrà pagare 250 milioni di euro, ma solo “il 5% del dovuto”: 10 milioni circa. Insomma, mentre tutti dovremo andare avanti a suon di pizzichi sulla pancia, il Cavaliere risparmierà un bel po’ di soldini con un’altra delle sue leggi ad hoc.

Ma andiamo avanti. Proprio in questi giorni è stato deciso che non ci sarà alcuna asta pubblica per l’assegnazione delle frequenze televisive per il digitale terrestre. Molto strano questo, anche perché in molti altri Paesi si ricorre all’asta proprio perché ciò permette allo Stato di far entrare moli soldi nelle casse: gli Stati Uniti sono stati i primi a ricorrere a questo mezzo e già nel marzo 2008 hanno messo all’asta frequenze per 19,6 miliardi di euro. In Germania sono stati necessari ben 224 rilanci per permettere a T-Mobile, Vodafone e O2 di mettere le mani sulle frequenze. Guadagno totale per lo Stato: 4,38 miliardi di euro.

E in Italia invece? Le aste non si fanno. Vediamo di capire il perché. Con il digitale terrestre saranno 25 le reti a disposizione. Di queste 20 già sono state assegnate: cinque rispettivamente a Rai e Mediaset, tre a Telecom Italia e le rimanenti ad altre emittenti nazionali e locali. Le cinque rimanenti non saranno soggette ad asta pubblica. Saranno assegnate, in pratica, dal Governo, ovvero da Berlusconi. E chi potrebbero essere i “papabili”? Anche le stesse emittenti che già hanno ricevuto le reti, dunque anche Mediaset, sebbene Bruxelles abbia insistito sull’assegnazione di queste cinque reti a operatori televisivi alternativi.
In pratica il giudice che decide, con canoni del tutto arbitrari,  è la stessa persona che concorre a ricevere l’assegnazione (senza contare il fatto che concorre, pur avendo già ricevuto cinque reti!). Quando si dice “conflitto di interessi”.

Dunque evitando di fare le aste pubbliche entreranno meno soldi nelle casse dello Stato (la competizione tra le emittenti avrebbe fatto lievitare il prezzo di partenza) e si permetterà a Mediaset di dormire sonni tranquilli. Ma non è finita qui. C’è da aggiungere, infatti, che, oltre ai soldi in meno per la “rinuncia” all’asta, lo Stato richiederà solo l’1% del fatturato annuo degli operatori beneficiari come canone per l’assegnazione delle frequenze. Contro  al 4-5% richiesto di media in Europa.

Totò, a questo punto, avrebbe detto: “E io pago!!!

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di Carmine Gazzanni

La manovra è in dirittura di arrivo. O per lo meno così pare, dato che Silvio Berlusconi ha annunciato che il governo sta valutando di chiedere la fiducia. E intanto la protesta sale: farmacisti, cultura, istruzione, disabili e chi più ne ha, più ne metta. Tutti sul piede di guerra per una manovra che, oltre ad essere gravosa, colpisce anche lì dove non dovrebbe assolutamente colpire.

A scendere in piazza saranno i disabili che non si vedono affatto tranquillizzati dal fatto che l’assegno di accompagnamento dovrebbe essere riportato dall’85% al 74%. Da oggi, invece, i grossisti hanno sospeso la consegna dei medicinali alle farmacie. Anche loro, infatti, saranno colpiti dalla manovra: le farmacie dovranno versare alle Aziende sanitarie una tassa fissa del 3,65% per concorrere alla riduzione della spesa di settore in Italia (Articolo 11 del Decreto numero 78). Ma così lo Stato costringe i professionisti ad ulteriori versamenti al Servizio sanitario tra i cosidetti “pay back” e ritenute varie. Nelle casse, dicono, resta poco o nulla. Questo porterebbe al rischio di chiusura per numerose farmacie, soprattutto per quelle dei centri più piccoli (se ne calcolano circa 3.500). E ancora. Anche le forze dell’ordine si vedono colpiti da una manovra che taglierebbe le tredicesime portando al rischio di una “paralisi dell’organizzazione militare”, come si legge in un documento in cui lo Stato Maggiore di Difesa ha manifestato il proprio malcontento, sebbene Berlusconi già due giorni fa avesse assicurato che non ci sarebbero stati tali tagli: ”Smentisco questa notizia nella maniera più assoluta. La norma sulle tredicesime non ci sarà”.

E poi i comuni, le regioni, le province. Il clima è di quelli pesanti e roventi. La manovra prevede, infatti, tagli di 8,5 miliardi per le Regioni in due anni. E si tagliuzza anche riguardo a comuni (tagli per 3,7 miliardi) e Province (800 milioni). Le imposizioni draconiane, in questo modo, colpiranno essenzialmente i servizi per i cittadini:  tagli per le scuole (che costituiscono il 20% del bilancio delle Province), per i trasporti pubblici (il 7% del bilancio delle Regioni), per la gestione dei rifiuti e del territorio (19,2% della spesa dei Comuni).

E, come facilmente si poteva immaginare, ci saranno tagli anche per l’università e per la cultura. Checché ne dica il Ministro Gelmini: “Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Ecco, appunto: protestano le organizzazioni sindacali e le associazioni professionali della scuola a difesa dell’Enam, l’Ente nazionale di assistenza magistrale che potrebbe essere cancellato e accorpato all’Inpdap. Inoltre uno studio nei giorni scorsi portato avanti dalla Flc-Cgil dimostra che l’Università si sveglierà con 26.500 occupati in meno, occupati precari mandati a casa alla scadenza del tempo determinato. Il risultato? Proteste come quella all’Università della Sapienza nella quale, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si terranno regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà.

E infine la tanto bistrattata cultura. Mettendo in atto i tagli previsti nella manovra, infatti, si potrebbe correre il rischio di corrompere l’immagine culturale delle città italiane.. E’ quanto sostengono il Fondo ambiente italiano (Fai) e gli enti locali, regioni, aziende pubbliche e private raggruppate da Federculture. Le parole del Fai sono molto eloquenti: tale associazione, infatti, dichiara di essere “contro questi tagli, contro i criteri con cui sono stati fatti e, soprattutto, contro una politica che da sempre non dà alla cultura l’importanza che dovrebbe dare in un paese come il nostro”. Il motivo di queste parole? Abbattimento dell’80% delle spese per mostre e convegni imposto a comuni e province; un taglio complessivo di 58 milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni, quasi 50 dei quali sottratti al capitolo per la tutela e la valorizzazione; tagli e riduzioni anche per enti locali: meno 4 miliardi di euro per il 2011 e 4,5 miliardi nel 2012 per le Regioni; meno 1,5 miliardi per il 2011 e 2,5 per il 2012 per i Comuni; meno 300 milioni per il 2011 e 500  nel 2012 per le Province.

Insomma, se prima si cercava di fare qualcosa di culturale, ora anche volendo si è impossibilitati a farlo. Questo anche se, come hanno sottolineato le associazioni, la cultura rappresenta il 2,6 % del Pil. Il turismo cultura le rappresenta il 33% del mercato turistico nazionale e si avvia verso il 40%.

Herbert Georg Wells affermava: “La storia del genere umano diventa sempre più una gara fra l’istruzione e la catastrofe”. Come dargli torto…

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di Carmine Gazzanni

Se in un primo tempo Tremonti e Berlusconi davano la colpa ai giornali di sinistra definendoli “catastrofisti” perché parlavano di una crisi che non c’era, ora anche loro, oramai alle strette, hanno dovuto riconoscere una realtà evidente: anche l’Italia non se la sta passando bene.
E a questo punto sembrerebbe alquanto logico pensare “ora che il Governo l’ha finalmente riconosciuto, tutti capiranno che l’Italia sta vivendo un difficile momento economico, nessuno più potrà nascondersi dietro la parola ‘catastrofismo’ e si cominceranno a ridurre le spese pazze, a cominciare dalle amministrazioni proprio di centrodestra”. Ecco, abbiamo detto bene: sembrerebbe alquanto logico. Ma non lo è.

Mentre l’FMI (Fondo Monetario Internazionale) ci dice che il debito pubblico italiano salirà nel 2010 al 121% con un incremento di 15 punti percentuali dal 106% del 2008, in Italia molti consigli regionali sembrano dimentichi di tutto questo e allora via a spese pazze.

Prendiamo ad esempio il caso Lazio. A ricevere lo stipendio nella nuova giunta a firma Polverini saranno ben 87 politici (la stessa Presidente, 73 consiglieri e 13 assessori), e si va da circa 10.000 euro per i consiglieri a circa 12.000 euro per gli assessori. Le commissioni, il cui numero già era un record in Italia, ben 19, saliranno a 21 (ce n’è addirittura una su “Roma Capitale”).

E come se non bastasse ecco un’altra spesa: anche Piero Marrazzo, ex Presidente del Lazio, poichè è rimasto Presidente onorario della Fondazione Lazio per lo sviluppo dell’audiovisivo, può beneficiare ancora di un piccolo stipendio. Infatti l’art.9 dello statuto della fondazione stabilisce che “il presidente onorario della Fondazione è il Presidente della Regione Lazio in carica al momento della costituzione della Fondazione”, ovvero proprio Marrazzo; e l’art. 15, invece, ci dice che “la carica di presidente dell’assemblea dei fondatori può essere remunerata con un compenso fissato dal consiglio di amministrazione, sentito il collegio dei revisori”. Non è un caso che le spese di funzionamento, destinate anche al presidente onorario inizialmente non previste, sono passate da 5,5 a 5,9 milioni di euro.

Poi abbiamo il Molise che, sebbene sia una delle regioni più piccole d’Italia, sebbene sia una delle regioni col più alto debito della Sanità, offre a giunta regionale e amministratori vari uno stipendio da pascià. Qui l’indennità annua arriva per Presidente di Regione (Michele Iorio) e Presidente di Giunta (Michele Picciano) a 144.000 euro, una cifra che nemmeno Sarkozy conosce (6.714  euro al mese a confronto dei 10.255 euro al mese che guadagna un semplice consigliere regionale in Molise). E poi anche qui il giochetto delle Commissioni. Ben otto ne conta il Molise: Commissione per la cooperazione internazionale dell’area adriatica; Commissione per gli affari comunitari; Commissione di studio e inchiesta sul dissesto idrogeologico; Commissione d’inchiesta per il disagio familiare; Commissione di studio per l’attuazione del piano di rientro sanitario; Commissione sugli insediamenti di produzione energetica; Commissione sugli effetti occupazionali ed economici del federalismo fiscale (in Molise?). E l’ultima è la più affascinante: Commissione d’inchiesta sulla influenza suina.

Ultima chicca. In Molise vigeva una legge: “Norme in materia di organizzazione dell’amministrazione regionale e del personale con qualifica dirigenziale”. In pratica una legge che ridefiniva i criteri per l’affidamento di incarichi dirigenziali ai dipendenti della Regione Molise. Ma qui si stabiliva qualcosina in più: un aumento di stipendio per i dirigenti pubblici a discrezione della giunta regionale, anche se questo prevedeva un ulteriore dispendio di denaro pubblico a dispetto di norme nazionali che lo impediscono. In pratica un dirigente molisano poteva arrivare a prendere più di dirigenti pubblici di altre regioni.
Pochi ci crederanno, ma anche Raffaele Fitto (ministro per i Rapporti con le Regioni) s’è accorto della crisi e ha bocciato tale provvedimento impugnando la legge regionale.

Mentre il Governo, dunque, anche se con provvedimenti molto discutibili, pare si sia per lo meno reso conto della crisi, alcune giunte regionali dormono ancora sonni beati. Chi glielo dice a Presidenti quali la Polverini e Iorio? Oramai siamo in estate: qualcuno li svegli dal letargo!

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di Antonio Perna

Eh già, siamo in crisi anche se i nostri politici non se ne sono accorti: 17/05/2009 – «Situazione dipinta come irreversibile, ma il peggio è passato» Parola di Berlusconi! Che poi afferma :«La crisi esiste ma è vissuta sui media in maniera più drammatica» (ANSA, 6 marzo 2010) . In ogni caso, drammatica o non drammatica, i tagli ci sono. E come se ci sono!

Abbiamo cominciato con la scuola, ma non è bastato.  Adesso con i nuovi tagli previsti dalla manovra economica 2011-2012 del Governo  migliaia di farmacie, specie quelle dei piccoli centri di campagna e montagna , rischiano di chiudere. Anche gli invalidi se la vedranno dura. Infatti sarà vincolato al reddito l’assegno di accompagnamento per gli invalidi civili: sarà concesso solo a chi non supera i 25mila euro annui. Certo è che anche i politici, per dare il buon esempio, si sono tagliati lo stipendio. Già, avranno gli stipendi decurtati del 10%, ma solo quelli che superano gli 80mila euro annui.

Il punto cruciale della questione a mio avviso però è uno: e la guerra???

Non si tratta più di ideali politici, non è più il caso di schierarsi dalla parte degli interventisti o dalla parte dei pacifisti. Ammettiamo anche il caso che la guerra sia qualcosa di giusto e facciamo finta che i nostri soldati siano in “missione di pace”: siamo in piena crisi, è necessario spendere 3,5 miliardi l’anno?

Un piano faraonico, che impegna l’Italia a comprare dagli Usa 131 cacciabombardieri F-35. Aerei progettati per essere invisibili ai radar (solo che nel frattempo i radar si sono evoluti). Roba da guerra fredda. Solo nel triennio interessato dalla manovra appena varata l’acquisto programmato sulle casse dello stato per circa 2,5 miliardi di euro. Totale della spesa prevista da qui al 2026: 15 miliardi. (L’Unità)

E ancora. Mettiamo caso che qualcuno lecitamente possa pensare che siamo in crisi perché siamo in guerra, ovvero dobbiamo pagare la guerra e quindi ci troviamo in difficoltà; ma manco quello! Noi non siamo neanche in guerra: siamo una nazione in “missione di pace” con i cacciabombardieri (infatti è stato pensato che quando avremmo accumulato tanti di questi  gioiellini potremmo sistemarli al posto degli insegnanti, che a detta della Gelmini sono troppi e incapaci!!!).

Voglio andare oltre e voglio fare un appello, non tanto ai poveri ragazzi che si arruolano senza capire (a volte) il significato di quello che fanno, ma ai vari La Russa che si impegnano perché questi ragazzi vadano a morire. Abbiamo parlato della crisi, ma non è solo quello che deve far sì che queste “missioni di pace” debbano finire. Per cosa si va a combattere?  Veramente crediamo ancora a quello che disse Mussolini: “io ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”?

Non ci crede più nessuno, nessuno crede più che per avere la pace bisogna andare in guerra (parole che ha usato anche La Russa per rispondere a Gino Strada!) De Andrè spiegava senza mezzi termini che il morto in battaglia è colui che: “Diede la vita ebbe in cambio una croce“.

Qui, però, come abbiamo detto non è solo la brutalità della guerra. Spendiamo soldi per armi inutili ed è doveroso tagliare davanti alla crisi. Per lo meno dovrebbe esserlo. D’altronde siamo in “missione di pace”: dovremmo usare i fiori semmai, non i cacciabombardieri.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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