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Articoli marcati con tag ‘crimen sollicitationis’

Carmine Gazzanni

Pochi giorni fa una grande manifestazione a Roma contro la pedofilia, una mobilitazione che non intende fermarsi e mira al lancio di una petizione che chieda all’Onu di riconoscere l’abuso sessuale sistematico sui bambini come un crimine contro l’umanità. Insomma, siamo solo all’inizio.

Ma, come ribadito anche ieri, i casi di “pedofilia pretesca”, nonostante questa mobilitazione e nonostante un maggiore risalto mediatico (che per la verità sta andando a scemare), non accennano a diminuire. Abbiamo parlato del processo in corso a San Diego in California: 150 persone vittime di preti cattolici che puntualmente venivano spostati da una parte all’altra, da una diocesi all’altra per insabbiare la vicenda.

Una “pratica”, come molti sapranno, che d’altronde è assai diffusa nel’ “ambiente”. Allora vale la pena soffermarsi sul modo di funzionare della Chiesa Cattolica, penetrare l’enigma della mentalità clericale per orientarsi in questo marasma della pedofilia. La chiesa come istituzione divina si ritiene santa, al di sopra di tutto e normatrice di ogni istituzione terrena, autosufficiente ed indipendente da quanto le è esterno. La sua santità, quindi, va assolutamente difesa: atti criminosi (vedi la pedofilia) che potrebbero originare scandalo vanno coperti e risolti al proprio interno. Ne risulta, necessariamente e inevitabilmente, una mentalità chiusa, difensiva, timorosa e sospettosa d’ogni intervento esterno, che genera, forse anche “a fin di bene”, un comportamento di “santa omertà”.

E chi è che dice questo? Di certo non noi che non abbiamo alcuna autorità in merito. Ce lo dice la storia.
Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi è realtà storica infatti: un papa, per la precisione Leone X, emanò la Taxa Camerae, un documento vergognoso che prometteva il perdono in cambio di denaro. (la cosiddetta “simonia”, pratica condannata – ufficialmente – dalla Chiesa). Leggiamo allora il secondo dei 35 articoli di cui si compone la Taxa: “Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi“. Correva l’anno 1517. E la Chiesa già sapeva, eccome se sapeva.

I tempi passano, ma il discorso (e i vizi) non cambia. Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis, documento ancora oggi valido: è il vademecum che è stato sempre seguito nei casi di pedofilia clericale, anche quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni. Tale documento, essenzialmente, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda“, tradotto: “da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento“.

Innanzitutto, il documento provvede a porre sullo stesso piano violentatore e violentato, semplicemente perché la condanna è all’atto stesso, a prescindere da come questo sia avvenuto (se ci sono state violenze ad esempio). E questo perché, si legge nel Crimen, tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus, cioè “con” il bambino, non “contro“.

L’aspetto ancora più importante da sottolineare, oltreché sconcertante, è che, in tutti i 74 articoli di cui il documento è composto, si insiste sempre sulla segretezza. Ciò che conta è celare, nascondere, non far sapere: “se per caso capiti loro (ai vescovi, ndr) di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo” (art.4)
E se invece c’è una denuncia al vescovo? Anche in questo caso segretezza. Viene fatto giurare a tutti di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata. Segreto che deve essere mantenuto anche dalla vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni“. (art.13). Ci sono, addirittura, formule precise da seguire riportate nel Crimen: “Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento“.

Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede (al cui capo è stato anche Ratzinger; per questo oggi risulta essere uno di quelli che “nascondeva”). In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Essenzialmente perchè a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficienti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato“. Domanda: chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano, il vescovo, che, come è capitato sempre, ricorrerà alla possibilità di insabbiare tutto trasferendo il buon sacerdote.

Ora, tuttavia, le notizie ed i casi stanno uscendo e, allora, a muoversi contro la pedofilia dei sacerdoti è la giustizia ordinaria che sta anche analizzando il modo di operare (nel passato e nel presente) dei tribunali diocesani. “La punizione è giustizia per l’ingiusto”, diceva Sant’Agostino. Speriamo sia così, per la dignità di tutte quelle persone che solo alcuni giorni fa sfilavano a Roma chiedendo poprio giustizia, e che sia innanzitutto terrena.

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