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Articoli marcati con tag ‘cosa nostra’

di Carmine Gazzanni

Ancora una volta ieri Gaspare Spatuzza è stato sentito dai magistrati. Un’ennesima deposizione nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi mafiose, in cui è rispuntato il nome di Silvio Berlusconi. Mentre, infatti, la Procura di Milano, sebbene osteggiata a più riprese dai Berluscones, continua a portare avanti le indagini sulle minorenni ad Arcore e sulle notti del bunga-bunga, i magistrati di Palermo da una parte, e quelli di Firenze dall’altra stanno svelando importanti particolari sulle stragi mafiose del ’93 e del ’94, finora restate celate o comunque poco chiare.

I magistrati stanno cercando di mettere insieme i vari pezzi, ma sembrerebbe proprio che tutto faccia pensare ad un coinvolgimento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri negli affari malavitosi di Cosa Nostra. Se si appurasse questo, certamente potrebbe essere riaperta nei confronti del premier un’inchiesta giudiziaria per mafia archiviata, nella quale già era stato coinvolto proprio con Dell’Utri. Stiamo parlando del fascicolo 11531, fascicolo nel quale i mandanti – tutto’oggi a volto coperto – venivano chiamatiAutore 1” e “Autore 2”. Ora sembra possano finalmente avere un nome. Gli indagati, per lo meno, potrebbero esserci. Per la cronaca: tra Firenze, Roma e Milano ci furono 10 morti e 106 feriti.

E ieri Spatuzza ha ricostruito proprio l’attentato in Via dei Gergofili. Durante la ricostruzione il pentito ha aggiunto che in un incontro con altri mafiosi, Pietro Romeo e Francesco Giuliano, avrebbe dovuto tranquillizzarli sull’opportunità delle stragi perché “avevano (i boss di Cosa Nostra, ndr) puntato molto su questo soggetto politico che si stava formando, Forza Italia e Berlusconi”. “Così – aggiunge - in una confidenza a tutti e due, Romeo e Giuliano, dissi a entrambi per tranquillizzarli che ‘siamo in mani buone’, siccome era nato questo soggetto politico che si chiama Forza Italia”.

Ancora una volta, dunque, come detto, i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri legati a Cosa Nostra nel periodo più tragico della loro attività criminale. E non è nemmeno la prima volta che emerge nel corso di quest’indagine. Soltanto alcuni giorni fa un altro pentito, Giovanni Ciaramitaro, ha dichiarato: “Francesco Giuliano mi disse che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti”, per le stragi del 1993 “e in un’altra occasione mi fece il nome di Berlusconi”. Dopodiché ha precisato che “la ragione delle stragi era l’abolizione del 41 bis, l’abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C’erano dei politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d’arte”. E chi erano questi “politici”? Ciaramitaro l’ha precisato: ”chiesi a Giuliano perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi”.

Sembrerebbe, dunque, che Silvio Berlusconi sia coinvolto (e non poco) negli anni stragisti. D’altronde anche la sentenza Dell’Utri  del processo d’appello aiuta a chiarire un quadro che già di per sé fa rabbrividire. Dell’Utri, si legge nelle 641 pagine della sentenza, “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso”. In particolare, avrebbe consentito ai boss di “agganciare” per molti anni Silvio Berlusconi, “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”. Per questi motivi la Corte ritiene “certamente configurabile a carico di Dell’Utri il contestato reato associativo”. Ed è per questi motivi che Marcello Dell’Utri, lo scorso 29 giugno è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

E quali sono state le prove schiaccianti e che potrebbero esserlo anche in queste nuove indagini? Cominciamo da quanto emerge da microspie e intercettazioni in casa del boss Giuseppe Guttadauro. Il capomafia afferma: “Con Dell’Utri bisogna parlare”, anche se “alle elezioni del ’99 ha preso degli impegni, e poi non s’è fatto più vedere”; sempre Guttadauro viene intercettato mentre parla degli accordi presi da Dell’Utri con un capomafia che si chiama Gioacchino Capizzi;  intercettazioni in un’autoscuola con gli uomini di Provenzano dentro una macchina dell’autoscuola, che parlano delle elezioni europee del 99 e dicono “ dobbiamo sostenere Dell’Utri, altrimenti i giudici lo fottono” (lo dobbiamo mandare al Parlamento Europeo, altrimenti lo arrestano). Ma ancora non è finita: c’è libro mastro trovato nel covo della famiglia di San Lorenzo a Palermo con scritta una cifra e vicino “Canale Cinque”, un versamento che la Fininvest faceva per le antenne di Canale Cinque nel quartiere di San Lorenzo alla mafia.

E poi tutte le dichiarazioni dei pentiti. Antonio Calderone, boss della mafia catanese negli anni ’70, sostenne che festeggiò il suo compleanno nel ’76 a Milano con Dell’Utri, Mangano e Nino Grado. Dell’Utri stesso, in realtà, ha confermato di aver preso parte all’incontro, ma con una singolare dichiarazione: “Proprio perché mi ero reso conto della personalità del Mangano (che rimane tuttavia un eroe, ndr) avevo un certo timore nei suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua compagnia. […] Nella circostanza ho pranzato con il Mangano e con queste altre persone, che egli mi avrà presentato, senza farmene i nomi”.
Calogero Ganci, uno dei protagonisti della strage di Capaci. Ganci, invece, ha affermato che dal 1986 la Fininvest avrebbe versato denaro ai corleonesi.
E ancora. C’è Filippo Alberto Rapisarda, per il quale Dell’Utri ha lavorato nel ’77-’79. I giudici affermano che in una dichiarazione “il Rapisarda aveva riferito di avere incontrato […] il Bontate e il Teresi (i capi della mafia dell’epoca, prima di Riina, ndr) e di avere appreso da quest’ultimo che stava per entrare in società con Silvio Berlusconi in un’azienda televisiva per la quale occorrevano 10 miliardi”.
C’è Totò Cancemi, capo della famiglia di Porta Nuova (la stessa di Mangano). Anche lui pentito, anche lui ha parlato dei fondi Fininvest alla mafia per installare le antenne: “Riina precisò che, secondo degli accordi stabiliti con Dell’Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, gli arrivavano 200 milioni l’anno in più rate, in quanto erano dislocate a Palermo più antenne”.
E infine c’è l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, che racconta ai giudici di un incontro molto importante avvenuto, secondo il pentito, in un bar vicino la lavanderia di Gaetano Cinà (grande amico di Dell’Utri, e anche lui condannato, come l’amico, per associazione mafiosa): “a venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati […] Con il Grado (Nino, ndr) che si conoscevano bene hanno avuto battute di scherzo. […] Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni  e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti”.

Nella sentenza, inoltre, si delinea anche il ruolo di Vittorio Mangano, il quale fu assunto non per curare i cavalli (come continuano a sostenere imperterriti gli uomini di B.), ma per difendere l’incolumità di Silvio Berlusconi. Quando “l’eroe” arrivò a Milano era già stato in carcere tre volte. Nel 1967 era stato diffidato come “persona pericolosa”, poi era finito sotto inchiesta per reati che vanno dalla ricettazione alla tentata estorsione e nel 1972 era stato fermato in auto con un mafioso trafficante di droga. Ad Arcore Mangano porta a scuola i figli di Berlusconi, ma, come detto, la vera funzione di Mangano era quella di proteggere Berlusconi da possibili rapimenti (d’altronde lo stesso Berlusconi ammise di aver trasferito la famiglia in Spagna per qualche mese, in seguito a una serie di minacce). Stando a un rapporto della Digos del 1984, Mangano restò ad Arcore due anni, durante i quali fu arrestato altre due volte per scontare condanne per truffa, porto di coltello e ricettazione. Da un foglio di dimissioni dal carcere risulta che Mangano, ancora il 6 dicembre 1975, aveva domicilio sempre ad Arcore. Ma nonostante gli arresti, nessuno, né Dell’Utri né tantomeno Berlusconi, lo licenziava. In un rapporto dei Carabinieri di Arcore del 30 dicembre 1974 si legge: “Dell’Utri (…) ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza (…) del suo poco corretto passato”.

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di Carmine Gazzanni

berlprovMio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi”. Queste sono state le parole pronunciate ieri da Ciancimino, che rivelano una notizia che per molti già era nota: Forza Italia nasce, stando a quello che ci dice il figlio dell’ex sidaco mafioso di Palermo, da un accordo con la mafia perché, una volta in carcere don Vito, l’uomo “trait-d’union” politica-Cosa nostra era diventato don Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, oggi senatore del Pdl. E’ stata rispolverata nell’interrogatorio la lettera che Provenzano (o chi per lui) scrisse all’ “onorevole Berlusconi”, di cui noi del blog già a suo tempo avevamo parlato.

Alcuni diranno: mai possibile? Ebbene si. Oggi noi sappiamo, infatti, che furono ben tre le lettere che Provenzano inviò a Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del1992, e la terza all’inizio del1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi (quella di cui ha parlato Ciancimino).
E tale lettera già si conosceva perchè “L’Espresso” online la pubblicò in esclusiva. Cosa dice questa lettera? Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti parole: “… POSIZIONE POLITICA INTENDO PORTARE IL MIO CONTRIBUTO (CHE NON SARA’ DI POCO) PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI. SONO CONVINTO CHE QUESTO EVENTO ONOREVOLE BERLUSCONI VORRA’ METTERE A DISPOSIZIONE LE SUE RETI TELEVISIVE”. Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica (ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano). Ciò che bisogna sottolineare, però, sono i chiari, evidenti segni di una possibile collusione tra Stato e mafia, tra Provenzano e Berlusconi che ancora oggi è Presidente del Consiglio, evidenti segni della ricattabilità di Berlusconi (“…PERCHE’ QUESTO TRISTE EVENTO NON NE ABBIA A VERIFICARSI…”), testimoniata anche da varie intercettazioni, una su tutte la telefonata con Renato Della Valle (“…Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo…” telefonata del 17 febbraio 1988, alle ore 9:27).

E’ necessario, poi, precisare alcuni aspetti poco “chiari” che vanno al di là della vicenda “interrogatorio Ciancimino”: questa lettera è stata sequestrata nel febbraio 2005 a casa Ciancimino e “rispuntata” improvvisamente SOLO nel luglio 2009; sono passati 4 anni e mezzo dal suo ritrovamento e SOLO da luglio se ne parla. Dove era questa lettera? Perché non era stata depositata agli atti dei processi Dell’Utri ad esempio? Non saranno mica così stupidi i pubblici ministeri che hanno tirato fuori solo a luglio queste carte nei processi a Ciancimino junior e a Dell’Utri; forse è legittimo pensare che non sapevano dell’esistenza di questa lettera.
E allora sarebbe allo stesso modo legittimo porre una domandina al Procuratore Capo di Palermo del 2005 Piero Grasso e al suo braccio destro, il Procuratore aggiunto dell’epoca Giuseppe Pignatone, i quali oggi non sono più a Palermo perché Grasso è diventato procuratore nazionale antimafia e Pignatone è diventato il Procuratore capo di Reggio Calabria (hanno fatto carriera). Furono loro a dirigere le operazioni sull’inchiesta Ciancimino, furono loro a interrogarlo. E mai una domanda sulla lettera che testimonia possibili rapporti Provenzano-Berlusconi?? Non mi sembra una cosa su cui un procuratore possa sorvolare. La domanda è legittima. Perché Grasso è stato nei “secoli silente”? E perchè adesso nessuno chiede a Grasso il motivo di questo suo tombale silenzio? Perchè, insomma, si è preferito abbandonare la lettera in un cassetto affinchè prendesse polvere???

Bisogna poi precisare un altro piccolo particolare. A luglio, pochissimi giornali riportarono tale notizia, molti hanno taciuto sui possibili rapporti Provenzano-Berlusconi palesati dalla lettera. Nessuno è andato dal Presidente del Consiglio chiedendo se ha poi ricevuto tali missive, se per caso ha risposto (non sta mica bene non rispondere al boss della mafia…), domande del genere, legittime vista la vicenda e i due protagonisti: la massima figura (di allora) della mafia e la massima figura (di allora e di oggi) dell’Italia.

Ma nessuno ha chiesto, nessuno ha domandato nulla a Grasso, nessuno si è  andato a informare dal diretto interessato. E tutti taqcuero. E ora che parla Ciancimino, Berlusconi, dopo tanto silenzio, si sente legittimato a dargli del “ciarlatano”. Meno male che lui si è sempre contraddistinto per spirito pio e sincero. Non ci resta che credergli.

Mafiosi si nasce, e io…Tacqui.

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di Jessica Proni

ciancimino_jr_tribunale_NC’era una persona che pressava Riina e che lo costringeva a continuare le stragi, un grande architetto che voleva che la strategia operata da Cosa Nostra continuasse anche dopo la strage di via d’Amelio, qualcuno di potente che dall’oscurità muoveva le fila del capo dei capi.
È questo il motivo principale che spinse il suo alleato di sempre a pattuire la consegna del boss con i carabinieri. Con Riina fuori dalla scena Provenzano avrebbe potuto cambiare la strategia di Cosa Nostra e gestirla impunitamente senza più il clamore dei colpi di pistola e senza più inutili morti.
15 gennaio 1993- Riina viene arrestato, ma non ne viene perquisito il covo. Accordo questo tra i carabinieri, Provenzano e un certo Ciancimino che dal carcere accorda tutti.

Ciancimino era l’ex sindaco di Palermo e quella che sembra la pagina di un romanzo giallo ambientato nell’Italia dei primi anni Novanta, altro non sono che le rivelazioni che il figlio di Ciancimino,in qualità di testimone di giustizia, fa dall’aula bunker del carcere di Ucciardone nel processo che vede coinvolti il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Provenzano.

Del giallo c’è tutto: le stragi, i morti, i tradimenti, misteri irrisolti di cui anche i più vicini all’organizzazione conoscono poco o nulla e, chiaramente, come potevano mancare i coinvolgimenti tra uomini d’onore e uomini di potere…

Dopo la cattura di Totò Riina la mafia non scompare, non va in vacanza, smette solo di fare rumore. Troppe erano state le perdite dall’una e dall’altra parte e Provenzano, che d’ora in poi tiene le fila di Cosa Nostra, preferisce trattare, accordarsi, usare la strada della diplomazia tra Mafia e Stato.

Politica e Mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo” (Paolo Borsellino).
In aula anche in quest’occasione come in moltissime altre ormai, si sono fatti tanti nomi che hanno permesso a Provenzano di vivere libero per quarant’anni, nomi di persone immerse nel tessuto del legale, insospettabili, politici, imprenditori e rappresentati delle forze dell’ordine. Senza i giusti agganci la latitanza del boss non avrebbe avuto così grande successo.
Ripetere i nomi dei soliti o dei nuovi coinvolti nelle varie indagini non ha senso, non ha senso sapere che ruolo occupano, dove sono e che fanno. Una cosa è certe però: l’Italia è questa e se continuiamo a farci governare da mafiosi e delinquenti è parecchio difficile che cambi.

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di Carmine Gazzanni

Oggi è stato il giorno della deposizione dei fratelli Graviano e, come era plausibile, uno, Filippo, ha negato tutto (“Io non ho detto mai quelle parole a Spatuzza, non potevo dirle, ho tentato di spiegarlo anche ai magistrati che mi hanno interrogato in altre occasioni”), l’altro, Giuseppe, si è avvalso della facoltà di non rispondere adducendo motivi di salute (“Signor presidente per il momento non sono in grado di essere sottoposto ad interrogatorio per il mio stato di salute. Quando sarò in grado ed il mio stato di salute lo permetterà chiederò io stesso alla signoria vostra di essere sottoposto a interrogatorio“). Quello che stupisce è altro: gli “uomini del Presidente”, felicitanti, hanno esultato convinti che ciò mostri come le dichiarazioni di Spatuzza siano “fandonie” (cit. Dell’Utri). In realtà non c’è da meravigliarsi e non c’è da esultare. C’è, invece, una piccola precisazione da fare: Spatuzza è “pentito”, i Graviano, non essendo collaboratori di giustizia, è ovvio e logico che abbiano negato l’uno, non parlato l’altro. Questo, forse, non lo sanno gli esultanti politicanti. O meglio, lo sanno, ma preferiscono i non-collaboratori, piuttosto che i collaboratori di giustizia. Eh si, perché se Spatuzza non è credibile perché ha commesso omicidi, stragi e crimini orribili, al contrario Filippo Graviano, sebbene anche lui non uno stinco di santo essendo stato capomafia anni fa, è degno di elogi e di credibilità. Almeno per Dell’Utri: “Sentendo la deposizione di Filippo Graviano mi è sembrato sinceramente una persona ravveduta. Mi ha colpito la dignità di questo signore, il suo mi sembra un pentimento vero, sono parole che mi hanno meravigliato“. Ah, ecco: la dignità non dipende dall’essere pentito o meno, criminale o meno, ma da cosa si dice e da che parte si sta. Ora è tutto chiaro. Complimenti signor Graviano; anche lei è destinato a diventare come Mangano. Un eroe.

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di Carmine Gazzanni

L’indignazione è quella che mi assale in questi giorni, assiduamente mi riverso sugli articoli cercando quel cambiamento che tutti stiamo aspettando. Oggi ascoltando il tg mi sono vergognata, vergognata per tutti quei giornalisti che palesemente si inginocchiano ad obbedire. Mi vergogno per loro perchè giovani ragazzi inesperti, portano alla luce verità degne, perchè nella loro inesperienza riescono ad essere migliori di chi per scelta e per vocazione ha deciso di fare quel lavoro. La prima notizia di oggi al tg è stata: governo record contro la mafia! Lo so anche voi vi state vergognando adesso per i nostri giornalisti lavativi, io non so cosa vogliono da noi, spero non la violenza. E’ ora di cambiare, non si può più aspettare!
Questo è quello che ci scrive Titta nel “Dite la vostra”. E, ringraziandola, devo dire che mai ci fu intervento, ahimè, più vero di questo. Il giornalismo sta assumendo sempre più gli aspetti di un gretto “servilismo mediatico”. Un esempio? Lampante ce lo fornisce lunedì sera Bruno Vespa, eminente esponente della “servinformazione”, moderna branca del giornalismo che ha grande fortuna e pratica in questi giorni.
L’argomento della serata erano le dichiarazioni di Spatuzza. Voi direte: strano, come mai non si è parlato di Garlasco, Erba, Perugia o magari un remake su Cogne? Vuoi vedere che Vespa ha deciso di abbandonare i suoi cari modellini delle case del delitto e alla sua veneranda età si è messo a fare davvero il giornalista?? Tranquillizziamo tutti: non preoccupatevi, non è così! C’è sempre la fregatura quando si parla di Vespa. All’indomito neo-giornalista, in realtà, lunedì sera mancava solo la toga da magistrato per assolvere un Marcello Dell’Utri a cui mancava solo l’aureola da santo, ma, intanto, poteva contare sulla presenza di Cicchitto che lo difendeva a spada tratta, pur non conoscendo molto bene l’argomento della serata (parla di tali fratelli “Gravano” … no comment!), anche perché forse, chissà, lui si era preparato su Cogne, non sulla mafia!
Ma non è finita qui, o meglio ancora  non iniziamo: ecco cosa dice Dell’Utri interpellato da Bruno Vespa che gli chiede, con finta aria da fustigatore, perché sia stato condannato, quali prove lo inchioderebbero: “Ma niente. A parte Mangano non c’è nulla!”. In effetti Marcello ha ragione: a parte Mangano non c’è nulla; a parte Mangano e altre piccole inezie, ovvero: a parte le testimonianze di Di Carlo sull’incontro tra Dell’Utri, Berlusconi, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, boss mafiosi, nel ‘70 (“Berlusconi ha detto a Stefano: “Marcello m’ha detto che lei può garantirmi questo e altro”. Allora Stefano ha detto: “Lei può stare tranquillo: se dico io può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei [...] rassicurandolo. Poi c’ha un Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello […] perché Marcello è molto vicino a noialtri”); a parte che Mangano venne mandato ad Arcore proprio per questa “protezione” (i giudici dicono: “Una volta usciti dagli uffici, [...] Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata ad Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto da Di Carlo come uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova”); a parte che è stato appurato che Mangano ha commesso reati prima e dopo aver vissuto ad Arcore (e, nonostante questo, Dell’Utri, in un’intervista del 1996 al Tgr Sicilia, la butta lì: “Non vedo niente di strano nel fatto che io abbia frequentato il signor Mangano, e lo frequenterei ancora adesso…”); a parte le due bombe in Via Rovani nella villa berlusconiana messe lì proprio da Mangano; a parte le testimonianze del pentito Antonino Calderone, che afferma che, in occasione di un suo compleanno, festeggiò con Dell’Utri, Mangano e i fratelli Grado (“Dell’Utri Marcello, me l’hanno presentato, lui (Mangano) mi diceva che era il suo principale. [...] Io e Nino Grado eravamo lì al ristorante e sono entrati Mangano e questo signore, era vestito molto elegante, con ricercatezza, e Nino Grado si è alzato per andarlo a salutare, a ossequiare [...] con molta deferenza”); a parte Calogero Ganci che ha spiegato ai pm che dal 1986 i corleonesi versarono denaro alla Fininvest; a parte Rapisarda che sostiene che, nel 1978, Bontate gli confessò che sarebbe diventato socio di Silvio Berlusconi in una tv. A parte tutto questo e molto altro ancora, non c’è nulla. Eppure se ci fosse, si direbbe che questi sono tutti delinquenti, criminali e assassini (e su questo, per carità, non ci piove), ergo: per gli uomini pidiellini non sono sinceri (passaggio logico chiaro, no?). Purtroppo, però, è normale che, per sapere qualcosa sulla mafia si ascoltino i pentiti, altrimenti non si saprebbe mai nulla. Sarebbe normale, evidente sentirli. E sarebbe normale che i giornalisti sottolineino questo. Giornalisti. A parte Vespa.

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di Piero Liberatore

Un bel giorno vengo a sapere che alcuni esponenti del Pdl hanno proposto una legge per la “regolamentazione” del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratta, a ben vedere, di un tentativo di porre determinati paletti all’applicabilità del capo di imputazione voluto con forza e introdotto dal giudice Giovanni Falcone. Guarda caso, tutto questo quando il senatore del Pdl e cofondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, potrebbe essere condannato a breve per lo stesso reato, alla luce delle recenti dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.
È un colpo troppo forte da sopportare. Potrei descriverlo come un fulmine a ciel sereno, se non fosse che, oramai, il cielo non è più sereno da un bel pezzo.
Così, viene da chiedermi cos’è diventato il mio Paese. A che punto siamo arrivati.
Questa, signori miei, è l’Italia di chi “strozzerebbe” coloro che denunciano la mafia, di chi fa le leggi per tutelare i propri affari e per proteggersi dai guai giudiziari. Stiamo parlando dell’Italia dei corrotti e dei corruttori. L’Italia dell’ipocrisia di chi sbandiera un simbolo, senza averci mai creduto, ma sperando di guadagnarsi gli occhi di chi a quel simbolo ci crede davvero. Questa è l’Italia in cui i parlamentari negano l’autorizzazione all’arresto di un loro collega colluso con la camorra. E’ l’Italia del Mangano eroe.
E’ un paese in cui la voglia di giustizia viene scambiata per odio persecutorio, in cui l’omertà è di casa, in cui ormai nulla è in grado di destare l’indignazione del popolo. E’ tutto normale in questo Paese. Sono normali il lusso sfrenato e la droga. E’ assolutamente normale che in Parlamento siedano pregiudicati per ogni genere di reato, così come è lecito che  inqualificati ed inqualificabili  figli di papà percepiscano stipendi stratosferici per incarichi inesistenti.
Questo è anche il Paese di chi considera la politica un fatto personale, di chi dimentica ogni minima regola del vivere civile e si abbandona a comportamenti degni nemmeno della peggiore delle bestie.
Ho deciso di terminare questo mio ragionamento rivolgendomi a chi prova tanta repulsione al fatto che la tv, la stampa e la rete vengano utilizzate come mezzi di denuncia sociale. A voi dico che non ho scritto queste righe perché ho intenzione di infangare l’immagine dell’Italia. Le ho scritte perché ci tengo a ribadire che la vostra è l’Italia che non ci appartiene.
Ma l’ho fatto soprattutto per dimostrare che la mia, come quella di tantissime altre persone oneste, è l’Italia che non VI appartiene.

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di Carmine Gazzanni

Se a parlare di “immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo: magistratura, corte dei Conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento” soltanto perché “eletto dal popolo”, è un uomo di opposizione sembra essere tutto normale (fatta eccezione per alcuni esponenti del Pd che pare proprio non vogliano rendersi conto di stare nell’opposizione!). Cosa diversa se ad aver detto queste parole è il numero due del Governo, Gianfranco Fini che aggiunge anche altro, confessando al procuratore Trifuoggi: “il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza, speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da… perché è una bomba atomica”. Ecco. Sorge spontanea la domanda: chi è Spatuzza? Cosa ha confessato di così indicibile?
Spatuzza è un pentito che ci dice, a noi come ai giudici di Caltanissetta dove si sono riaperte le indagini sulle stragi, che nel gennaio del 1994 i fratelli Graviano (quelli incaricati delle stragi del 93) in un bar di Roma vicino al Parlamento gli dissero: “tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, ci siamo messi l’Italia nelle nostre mani … mi fa il nome di Berlusconi, gli domando “ ma quello di Canale Cinque?” e lui mi dà conferma, poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri”. Quando poi Berlusconi vinse le elezioni: “l’accordo è definitivamente preso, ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”.
Ma ancora non è finita. Il pentito ancora confessa che due anni fa i Graviano, con i quali lui parlò in carcere, perché erano tutti in galera in quanto furono arrestati il giorno dopo della discesa in campo di Berlusconi, il 27 gennaio a Milano, gli dicono: “qui o cambiano le cose, o arriva qualcosa per noi, oppure dobbiamo andare a parlare con i magistrati”. Interessante: sembra quasi, stando a ciò che dice Spatuzza, che i Graviano fossero scontenti di qualcosa. Si potrebbe pensare al fatto che non c‘era stato nessun favore per alleviare le loro condizioni di carcerati in isolamento al 41 bis. Ma questo, poi, lo decideranno i giudici, lettura soggettiva della vicenda, per carità. Anche perché molti esponenti della maggioranza sottolineano che non si può dar peso a pentiti che hanno commesso i più efferati crimini (mi spiace, ma, poichè la mafia è per eccellenza una “società segreta”, da sempre per sapere qualcosa di mafia bisogna dare ascolto alle testimonianze dei mafiosi che poi, sicuramente, devono essere appurate); o ancora dicono che ci sia un “disegno eversivo” per far fuori Berlusconi e allora giudici e pentiti, quindi, si sarebbero messi d’accordo. Complimenti per l‘originalità. Ma  c’è un altro piccolo particolare: oltre Gaspare Spatuzza, che ci dice dell’accordo con Berlusconi e Dell’Utri che scongiurò praticamente l’attentato allo Stadio Olimpico, ci sono Pietro Romeo che confermerebbe tutto (“sì, è vero, risulta anche a me quello che dice Spatuzza, perché quando un giorno stavamo parlando di armi e altri argomenti seri e fu chiesto a Spatuzza se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi, Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis”) e anche Salvatore Grigoli, l’assassino di Don Puglisi (“dalle informazioni datemi, le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti, Dell’Utri è il nome da me conosciuto quale contatto politico dei Graviano. Quello di Dell’Utri per me in quel momento era un nome conosciuto, ma neanche particolarmente importante. Quello che è certo è che me ne parlarono come del nostro contatto politico”).
Ora Berlusconi è profondamente deluso. Si, perché, oltre  a opposizione, manifestazioni, magistratura, anche il suo fido “compagno” (mi si scusi la volgarità) lo tradisce. Forse, dovrebbe sperare che a tradirlo non siano altri che, sulla cresta dell’onda e/o del fuori-onda, potrebbero cominciare a “cantare”. Vedi Spatuzza.

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di Carmine Gazzanni

Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come la Piovra, un disastro in giro per il mondo. C’è chi dice che c’è la mafia. Non so fino a che punto. Cos’è la mafia? Un centinaio di persone”. Niente paura. Non siamo nel Novembre 2009. Dobbiamo andare ad alcuni anni prima: 15 ottobre 1994. Tempo diverso, ma stessi personaggi e stesse battute. E ancora: “Bloccate la serie de “La Piovra”. Quella è roba fatta da comunisti per difendere magistrati comunisti, che danneggia l’ immagine del nostro paese nel mondo” (2000).
A parlare, ieri come oggi, è Silvio Berlusconi, che ricevette, suo malgrado, subito i plausi di Totò Riina: “Ha ragione il presidente Berlusconi, queste cose sono invenzioni da tragediatori che screditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Ma quale mafia, quale Piovra, sono romanzi”. Beh, proprio romanzi no, perché se a morire era nella serie il commissario Cattani, interpretato magistralmente da Michele Placido, è un conto (anche se sappiamo che per Berlusconi eroe non è Cattani. Per lui meglio Mangano). Ma se a morire sono i vari Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Gaetano Costa, Cesare Terranova, Emanuele Basile, Pio La Torre, Pier Santi Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, è un altro conto. Se a dirlo, poi, è Riina è un conto. Ma se ad attaccare questa serie e tutti coloro che hanno scritto libri sulla mafia (“Se trovo quelli che hanno scritto libri sulla Piovra, che ci hanno fatto conoscere nel mondo per la Mafia, giuro lo strozzo”), è ancora Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio, è un altro conto. Soprattutto se continua imperterrito a sostenere che il suo Governo da sempre porta avanti una lotta contro la mafia (peccato per lo scudo fiscale, per l’asta dei beni confiscati, la proposta di abolire il concorso esterno in associazione mafiosa, reato per cui è condannato, guarda un po’, proprio il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri). Però Berlusconi non ci sta. Proprio è infastidito da queste serie e preferisce, invece, quelle dove si parla sì di mafia, ma  di sparatorie, di lotte per il comando nella cosca, ma mai di rapporti tra mafia e politica. E ultimamente soprattutto, sembra essere molto infastidito (sarà un caso, ma proprio ultimamente si sono riaperte le inchieste a Palermo e a Caltanissetta per le stragi del ‘92 e ‘93): parla di “guerra civile” addirittura scagliandosi contro i magistrati proprio per aver riaperto queste indagini (“è una follia che pezzi di procure si occupino ancora di indagini su fatti vecchi del 1992/1993/1994 cospirando contro di noi”). Qualcuno, però, glielo dica: nessuno con questi processi ha parlato di lui! Silvio Berlusconi, lei non è (almeno per il momento) inscritto nel registro degli indagati. Come mai, allora, se la prende tanto, signor Presidente, se almeno questa volta non deve far nulla, nessuna legge per evitare un processo che non le spetta? Semplice nostalgia o lei sa qualcosa che, forse, noi non sappiamo?

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di Carmine Gazzanni

Lui, Silvio, la storia la conosce bene. Per lo meno quella passata. Sa di essere stato il miglior Presidente del Consiglio, il non plus ultra negli ultimi 150 anni di storia italiana, anche migliore di Mazzini, Garibaldi, e, perché no, anche di Numa Pompilio, grandissimi nomi di Presidenti del Consiglio. Sulle sue conoscenze di storia, quindi, non c’è alcun dubbio per carità. Dubbi che invece sorgono per altro. Sembra, infatti, quasi che Berlusconi non abbia a mente la sua, di storia. Sappiamo che il Presidente del Consiglio non ha mai brillato per sincerità, non è una caratteristica che lo contraddistingue, diciamo. Ma a volte esagera. “La risposta – dice Berlusconi ieri alla presentazione del nuovo libro del “lesto di lingua” Bruno Vespa - vale per oggi come per il passato, in quanto io non mi sono mai lasciato ricattare da nessuno, né mi sono mai comportato in modo per cui un simile evento si potesse verificare” (già aveva cercato di convincere sè più che gli altri della sua “non ricattabilità” in altre occasioni, come testimonia anche il video). Ecco, non è proprio così che sono andate le cose. Rinfreschiamo la memoria a Berlusconi:
-lettera del 1994 scritta da esponenti di vetta di Cosa Nostra a Berlusconi: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Ergo: ricattabile;
-telefonata intercettata tra Berlusconi e Renato Della Valle del 17 febbraio 1988, alle ore 09.27: “E poi c’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l’estero, perché mi han fatto estorsioni… in maniera brutta. […] Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e… Sono ritornati fuori. […] Sai, siccome mi hanno detto che, se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo …”. Ergo: ricattabile;
-telefonata ad Agostino Saccà del 12 settembre 2007: “quella pazza della Antonella Troise…Si è messa in testa che io la odio…Che io ho bloccato la sua carriera artistica..È andata a dire delle cose pazzesche in giro… Ti chiedo questa cortesia, di farle una telefonata…E di dire: guarda che e, e, e… fissare un appuntamento, non lo so, dire che c’è qualche cosa, e di dire che io ti ho tolto la tranquillità perché sono un po’ di settimane che continuo a dirti: io devo far lavorare la Troise…Scusa, dille, sottolinea il mio ruolo attivo…Perché io continuo a dirglielo, ma lei dice pensa che io le sia di ostacolo addirittura, che è una cosa folle, io non sono mai stato di ostacolo a nessuno in vita mia in nessun campo… va bene, però è pazza e, quindi…Fammi questa cortesia perché sta diventando pericolosa”. Ergo: ricattabile;
-caso SaintJust: una annunciatrice televisiva, una signorina buonasera sposata con un agente del Sisde, Armati. Come le più belle storie d’amore, lei conosce Berlusconi, Berlusconi le fa la corte e  intreccia una relazione con il Presidente del Consiglio; ma non c’è il lieto fine: la ragazza mentre ha questa relazione con il Presidente del Consiglio, litiga con il marito per l’affidamento del figlioletto, minaccia il marito che se non cederà alle sue richieste lei lo farà rovinare. La domanda sorge spontanea. Da chi? Fatto è che dopo questa minaccia “fra-cristoforiana”, qualche mese dopo il marito viene degradato e spostato dal Sisde al dipartimento amministrazione penitenziaria, alla direzione delle carceri dove va a guadagnare circa la metà di quello che guadagnava prima con un grado molto inferiore. Ma Armati non si arrende: fa sapere che si rivolgerà ai giornali e farà scoppiare lo scandalo dicendo che il Presidente del Consiglio sta con la sua ex moglie, che lo ha fatto degradare etc., etc. Sarà un caso, ma dopo avere minacciato di rivelare tutto ai giornali nella campagna elettorale del 2006, quella vinta per un pelo da Prodi contro Berlusconi, alla vigilia di quelle elezione il Signor Armati viene reintegrato ai servizi segreti, con una deliberazione della Presidenza del Consiglio firmata da Gianni Letta. Ergo: ricattato.
Mi spiace, signor Berlusconi, ma in storia contemporanea-berlusconiana, la cosiddetta “berlustoria”, (qualcuno glielo dica che è la sua!) la devo rimandare a settembre.

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di Carmine Gazzanni
Pochi giorni fa, l’articolo “Cosa Nostra, cosa italiana” cercava di sottolineare gli oggettivi rapporti che ci sono stati tra mafia e forze dell’ordine; oggi vogliamo spingerci oltre, andare più in là del “trait-d’union” e giungere alla meta che la mafia, a suo tempo, si è prefissa e che, ormai è più che una semplice probabilità, ha effettivamente raggiunto. Ciò è testimoniato da diverse “questioni” (oggetto di indagini), i cui protagonisti sono uomini che ancora oggi (e forse proprio per quello…) sono sulla scena politica. E tra questi c’è anche Lui, il Nano-magnate che non deve chiedere mai (perchè sono gli altri a chiedere). Sappiamo, infatti, oggi di una “relazione epistolare” tra Provenzano, al tempo massimo capo di Cosa Nostra, e Silvio Berlusconi, che tutti noi conosciamo bene!!!
Oggi noi sappiamo che furono ben tre le lettere che Provenzano inviò a Berlusconi: la prima all’inizio del 1992 prima delle stragi, la seconda nel dicembre del 1992, e la terza all’inizio del 1994, ovvero all’inizio dell’avventura politica di Berlusconi. Leggi il resto di questo articolo »
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Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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