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Articoli marcati con tag ‘camorra’

di Vincenzo Barbato

litaliasecondome.blogspot.com

Uomini poveri contro altri poveri. Questo è quello che il governo ci ha costretto a vedere: ha messo un uomo che dovrebbe tutelare l’ordine pubblico a manganellare persone disarmate ed inermi, contro altre che stanno morendo di cancro per la decisione di pochi imprenditori senza scrupoli. E se l’uomo che tutela l’ordine non manganella non potrà far mangiare il proprio figli; se il manifestante difende la propria terra viene pestato: insomma un circolo vizioso che non si spezza più.
Io sono stato solo 3 volte a Taverna del Re e 2 volte a Terzigno e vi posso dire di aver visto fin troppa sofferenza sia nei manifestanti che nelle forze dell’ordine. Adesso molti penseranno: “ah sono solo burattini senz’anima comandati, ucciderebbero pure se glielo ordinassero“. Io vi posso solamente dire di averli guardati negli occhi ed ho visto nella gran parte di loro tristezza, perché anche loro sanno che quello che fanno è sbagliato. Non giustifico però il loro operato, sono sempre convinto che sono loro a doverci proteggere dai Bassolino, Iervolino, Bertolaso, Berlusconi, Impregilo e co.

Credo sia ora di cambiare e combattere il sistema alla radice: io non mi sento più rappresentato da nessuno, non posso votare in una democrazia dove c’è ancora Andreotti, dove 4 persone eleggono i loro parlamentari, dove la mafia è ancora infiltrata, dove un uomo possiede televisioni, giornali e potere immenso – cosa che  nessun Paese sviluppato ammetterebbe – dove la cultura viene mandata a benedire, dove la Divina Commedia la vogliono mettere in un panino, dove crolla Pompei, dove c’è ancora spazzatura, dove c’è ancora il pizzo, dove c’è ancora Briatore, Dolce e Gabbana e Valentino Rossi che non pagano le tasse e vanno in Tv, dove non c’è meritocrazia, dove chi ha belle tette fa carriera e chi è laureato è ancora disoccupato.
Potrei continuare all’infinito, ma il succo è sempre quello: se non ti senti rappresentato, se noti qualche ingiustizia non votare questo sistema!

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di Vincenzo Barbato

litaliasecondome.blogspot.com

Ormai siamo diventati la barzelletta del mondo, l’immondizia nel 2010 in tutto il mondo è fonte di ricchezza economica, solo a Napoli e provincia ancora è rimasta un flagello, una metastasi mantenuta tale da politica, banche, aziende e camorra che, senza alcun riguardo di fronte al guadagno economico, fanno ammalare i nostri concittadini e, infangando una delle città più belle al mondo, sversano in un parco nazionale, patrimonio dell’umanità, rifiuti di un intera regione e anche quelli del nord. Tanto che importa, com’è riportato in un intercettazione di Bertolaso noi saremmo solo dei cafoni.
Caro Bertolaso, caro Berlusconi e politica di destra e sinistra, ora noi siamo stanchi di essere la latrina d’Italia, è tempo che ora il popolo si riprenda il paese e faccia sì che la Campania ritorni ad essere felix!
GUARDATE QUESTE STRAZIANTI IMMAGINI che nei media di regime non fanno vedere: preferiscono far vedere 4 gatti violenti e facinorosi che anziane malmenate, donne ed uomini in lacrime!

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Nuova vittoria per Silvio Berlusconi, nuova sconfitta per la nostra democrazia. Con 308 voti contrari e 285 favorevoli la Camera ha negato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni a carico dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino del Pdl, approvando la relazione di maggioranza della Giunta. La giornata è stata molto convulsa, ma tutto faceva pensare che ci fosse concreta possibilità che  la richiesta dei magistrati di poter utilizzare le decine d’intercettazioni telefoniche che riguardano il coordinatore campano del Pd potesse essere accolta. Non solo, infatti, Pd e Idv erano fermamente decisi a votare “si”, ma anche i finiani (sebbene si sia parlato di due “malpancisti”). E in più anche l’Udc (Mantini: “Non esiste un fumus persecutionis contro Cosentino da parte della magistratura”) e l’API (Tabacci: “Anche nell’interesse di Cosentino, l’aula dia voto favorevole all’utilizzo delle intercettazioni”) propendevano per il voto favorevole. E invece niente: al termine della votazione la Camera ha deciso che non si ricorrerà all’utilizzo delle intercettazioni che riguardano Nicola Cosentino. Tutto lascia pensare ad un tacito accordicchio tra la maggioranza e qualche sparuto parlamentare di opposizione (o presunta tale) a cui è stato promesso uno dei tanti posti al sole che i Berluscones promettono a molti in questi giorni. E questo spiegherebbe perchè il Pdl ha chiesto e poi ottenuto il voto segreto.

Noi, tuttavia, abbiamo la possibilità di scrivere. Anche se la Camera ha negato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni a carico di Nicola Cosentino. E allora ne parliamo noi.

Come tutti sanno Cosentino, pur essendo tuttora coordinatore Pdl in Campania, si è dimesso dalla carica di Sottosegretario all’Economia. Perché? Perché era indagato (e tuttora lo è) nell’inchiesta riguardante la cosiddetta P3. Anzi, a luglio fu proprio il caso delle sue dimissioni da sottosegretario – chieste dai finiani – la miccia che alla fine portò all’espulsione dal Pdl del presidente della Camera e la conseguente nascita del gruppo di “Futuro e Libertà”.

Nicola Cosentino, dunque, è indagato per associazione a delinquere e violazione della Legge Anselmi, legge nata in occasione della prima loggia massonica – la P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli – il 25 gennaio 1982 (sono 6 articoli contenenti “Norme di attuazione dell’ articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell’ associazione denominata Loggia P2”). Oggi, infatti, Cosentino è indagato per l’episodio della sua candidatura alla presidenza della regione Campania, che pare essere stata sostenuta dal gruppo dei faccendieri di Carboni, e per la presunta diffamazione ai danni del governatore della Campania, Stefano Caldoro (suo compagno di partito). Ma in che modo Carboni avrebbe sostenuto tale candidatura? Attraverso pressioni esercitate sulla Cassazione per influenzare il ricorso presentato dai legali del politico del Pdl avverso l’ordinanza di custodia cautelare per concorso esterno in associazione camorristica. Tentativo, come sappiamo, non andato a buon fine perché il ricorso fu respinto dalla Suprema Corte, anche se poi la Camera negò a gennaio l’autorizzazione a procedere, non rendendo effettiva in questo modo l’ordinanza di custodia cautelare.

Questa volta, tuttavia, la richiesta dell’utilizzo di intercettazioni da parte dei magistrati napoletani riguarda un altro processo in cui è implicato Cosentino. Il reato contestato è riciclaggio abusivo di rifiuti tossici. Eclatante il caso del termovalorizzatore di Santa Maria La Fossa (caso venuto alla ribalta tramite un’inchiesta di Marco Lillo su “L’Espresso”). Cerchiamo di ricostruire questa vicenda, partendo proprio dall’inchiesta di Lillo e dallle dichiarazioni di  Gaetano Vassallo, imprenditore che faceva affari con la camorra, poi pentitosi.

Ecco cosa riportano i magistrati del pool antimafia, che si occupa dei Casalesi: “Nel 2004 si rilevò poi un rilevante programma diretto alla realizzazione di un termovalorizzatore, in Santa Maria La Fossa, programma voluto dagli Orsi, e dai loro sponsor politici Landolfi e Cosentino, con il locale sindaco”. In pratica i fratelli Orsi, Sergio e Michele (ucciso poi dai Casalesi nel2008), con l’appoggio politico dei due pidiellini avevano individuato la zona adatta per la costruzione del termovalorizzatore. E attenzione: se in pubblico lo stesso Cosentino manifestava una sua presunta contrarietà (“Mi sono sempre opposto all´impianto, è noto), in realtà non pare essere stato così. Cosentino, infatti, viene tirato in ballo da due imprenditori pentiti: lo stesso Sergio Orsi, ma soprattutto da Gaetano Vassallo, imprenditore che si occupava per la camorra dei rifiuti tossici provenienti dal Nord verso la Campania, estromesso nell’affare del termovalorizzatore. I due hanno parlato di Cosentino nel grande affare dell’emergenza rifiuti in Campania e dei presunti contatti tra esponenti politici e Casalesi. Vassallo rivela, come detto, che sarebbe stato estromesso dal consorzio e il motivo, stando alle parole di Vassallo, lo spiega lo stesso Cosentino: “Cosentino mi spiegò, vista la mia palese delusione, quali erano le vere ragioni della mia esclusione dal consorzio (…). Mi spiegò che ormai gli interessi economici del clan dei Casalesi si erano focalizzati, per l´attività in questione, nell´area controllata dagli Schiavone e che, pertanto, il gruppo Bidognetti (facente capo a Francesco e per il quale Vassallo per sua stessa ammissione lavorava,ndr)  era stato «fatto fuori» in tale area; ne derivava la mia estromissione. In poche parole, Cosentino mi disse che si era adeguato alle scelte fatte «a monte» dal clan dei Casalesi che aveva deciso che il termovalorizzatore si sarebbe dovuto realizzare in quel comune, e che anche l´affare del Consorzio Ce4/ECo era uno degli affari degli Schiavone. Egli, pertanto, aveva dovuto seguire tale linea ed avvantaggiare solo il gruppo Schiavone nella gestione dell´affare”. A questo punto, per maggiore chiarezza, bisogna rispondere ad una domanda: chi è Francesco Bidognetti? E’ il boss del clan dei Bidognetti, uno dei cinque che compongono il clan dei Casalesi, braccio destro per lungo tempo di Francesco Schiavone, Sandokan. Ecco, secondo Vassallo i rapporti tra i due si erano deteriorati e Cosentino, interessato alla costruzione del termovalorizzatore a Santa Maria La Fossa, avrebbe lasciato “ il gruppo Bidognetti, passando con Schiavone”. E allora Gaetano Vassallo, poichè agiva per conto dei Bidognetti, e poichè nell’area di Santa Maria la Fossa i Bidognetti stessi “erano stati fatto fuori“, era stato lui stesso escluso dal consorzio. Ma non Cosentino.

Secondo infatti Vassallo, “Cosentino aveva un interesse diretto nella società Eco/4, che avrebbe dovuto realizzare un termovalorizzatore a santa Maria La Fossa. Poiché i rapporti interni tra Schiavone e Bidognetti  erano mutati, Cosentino e i fratelli Orsi lasciarono il gruppo Bidognetti, passando con Schiavone”. Secondo il Pm Alessandro Milita nelle intercettazioni potrebbero esserci importanti rivelazioni che avrebbero potuto chiarire la vicenda, ma, probabilmente non lo sapremo mai o comunque per molto tempo.

Ma Nicola Cosentino è anche “altro”. E’ indagato, infatti, anche per concorso esterno in associazione camorristica. Contro “Nicola ‘o mericano” ci sono, infatti, le rivelazioni di cinque, forse addirittura sei pentiti, alcune delle quali rimbalzavano nell’aria anche da anni. Come quella di Dario De Simone che già nel 1996 raccontava ai pm: ”Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l’onorevole Cosentino. Aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni e ci disse che era a disposizione qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare”. E poi, dopo il processo Spartacus, De Simone ancora racconta: “Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge su collaboranti di giustizia”. Ma, come sappiamo, anche qui tutto inutile: la richiesta viene respinta a gennaio dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera.

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di Carmine Gazzanni

da: www.infiltrato.it

Portatile sparito. Valigia piena di atti processuali sparita. E’ quanto accaduto pochi giorni fa ad Emiliano Morrone (che per la prima volta, a noi, parla pubblicamente della sua vicenda), giornalista antimafia e scrittore impegnato per l’emancipazione del sud: uscito dalla sua casa di Roma verso le 21.15, quando torna (23.55) non trova più nulla. O meglio, nulla di tutto il materiale che Emiliano utilizza per le sue inchieste. Casualità? Un particolare non da poco ci fornisce una risposta alla domanda: sparisce il computer 24 pollici (personale di Emiliano), più ingombrante e di certo di minor valore rispetto all’ultimo modello della Apple 17 pollici presente in casa (computer non di Emiliano).

Le indagini sono ancora in corso, ma lo stesso Emiliano ci dice di “non escludere alcuna possibilità”… CONTINUA

GUARDA L’INTERVISTA VIDEO AD EMILIANO MORRONE

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di Carmine Gazzanni

Senza rompere…” Ecco, quando si arriva qui, quando si arriva a delegittimare così tragicamente l’impegno antimafia di un giornalista, vuol dire che il baratro è bello che toccato. E non meraviglia che a pronunciare queste parole sia stato il più comico e gretto degli inservienti (o non-servienti) di Silvio Berlusconi, Emilio Fede. Infatti, dopo che Berlusconi più e più volte aveva avuto da ridire sul giornalista napoletano, anche Fede ha sentito la sua personalissima vocazione e si è incamminato lungo la stessa strada del maestro.

In realtà non è la prima volta che sentiamo assurdità su Saviano pronunciate dal direttore del Tg4. Ecco una rapida carrellata (cliccate qui per vedere tutti i video). Vi avverto: leggendo (e io mentre scrivevo) lo sdegno, l’incredulità e, sì, anche la rabbia crescono ad un ritmo infuocato.

E riecco, vorremmo aggiungere come poteva mancare, Roberto Saviano, sempre più convinto di essere lui lo Stato che lotta contro la camorra. Cosa ha fatto Roberto Saviano, l’ultima di Roberto Saviano?  […] Lui tenta di convincere tutti, e in parte ci riesce, che lo Stato è lui, che sarebbe il solo a lottare contro la camorra” (28 marzo 2009)

Non è che ce l’abbia con Saviano. Dico soltanto che Saviano si propone molto. C’è un film, un libro, un libro che si vende […] insomma, va bene… è scortato… che poi lui racconti come si vive da scortato, io potrei raccontarglielo meglio perché vivo da scortato da più tempo, ma non vado raccontando il motivo perché sono scortato” (08 settembre 2009)

Roberto Saviano è quello per il quale una certa stampa […] si è mobilitata per questo libro, ha scritto, ha proposto addirittura il Premio Nobel […] A combattere la camorra c’è innanzitutto lo Stato, a combattere la camorra ci sono anche dei giornalisti che non hanno alzato tanto la voce […] L’Italia non è camorra, l’Italia non è mafia, l’Italia non è ‘ndrangheta […] forse si specula troppo (13 gennaio 2009)

Roberto Saviano che di quattrini ne ha fatti tanti raccontando […] la lotta alla camorra, ma la racconta come se fosse lui che si sostituisce allo Stato per combattere contro la malavita organizzata […] Ha firmato in questi giorni, lui è pronto a firmare un po’ tutto quello che gli capita, […] contro chi vuole mettere il bavaglio all’informazione. Ma a lui il bavaglio chi mai glielo ha messo?” (8 settembre 2009)

C’è sempre quello, Roberto Savietto, Savione, come si chiama lui, che si mette in mezzo a firmare anche lui; cosa caspita c’entra poi?” (5 settembre 2009)

Arriviamo al nove maggio. Ancora una volta Fede contro Saviano. Siamo arrivati allo sdegno più totale: da una parte chi rischia la vita, dall’altra chi spiana la strada a chi vorrebbe ucciderlo. Cominciamo a ponderare, a pensare realmente a quello che ci circonda. Questi sono episodi che testimoniano il malessere sociale, civile e soprattutto culturale di una parte dell’Italia, testimoniato da persone che delegittimano, sparlano, ragliano. Cominciamo a ragionare sul fatto che qualsiasi rinascita è auspicabile solo se c’è una rinascita prima di tutto culturale.

E c’è chi cerca di farlo, di smuovere le acque e, in questo caso, di rilegittimare il delegittimato. Stiamo parlando di Arianna Ciccone, ideatrice del gruppo “Valigia Blu” (quello che ha raccolto 200 mila firme per chiedere a Minzolini e al Tg1 la rettifica sul caso Mills definito assolto invece che prescritto). La “nana vagante” ha creato il gruppo “Giù le mani da Roberto Saviano“, per prendere le distanze da Emilio Fede e dare la propria solidarietà allo scrittore campano.

Rigiriamo il suo invito: FIRMATE E INVIATE L’EMAIL AL TG4. Lo staff de “Lo Specchio” già lo ha fatto. Ora tocca a voi.

NOI STIAMO CON ROBERTO SAVIANO, NON CON EMILIO FEDE!

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di Carmine Gazzanni

Forse è inutile sperare nel tanto agognato cambiamento sebbene da tutte le parti pure ci se ne riempie la bocca. La prassi, infatti, è sempre più veritiera della teoria, la sbugiarda drammaticamente nel caso questa si mostra in tutta la sua evidenza. E’ il caso di Fondi, cittadina in provincia di Latina, che, come sappiamo, si è distinta per manifeste collusioni tra membri della giunta comunale ed esponenti di cosche mafiose. Si è andati alle elezioni dopo che il Consiglio si era dimesso; cosa sarà accaduto? Assolutamente nulla. Nessun cambiamento. Cerchiamo, allora, di ricapitolare le ultime vicende per capire meglio le attuali.

L’economia locale a Fondi è fortemente legata alla produzione e alla distribuzione dei prodotti agricoli, tanto che Fondi è sede del secondo centro di distribuzione agroalimentare all’ingrosso d’Europa (M.O.F.), secondo solo a quello di Parigi, che movimenta circa 1,15 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli all’anno. Ed è proprio per questo che da tempo questa (apparente) tranquilla cittadina ha attirato a sé gli occhi e gli interessi delle organizzazioni mafiose.

Nel 2005 c’è stato un primo procedimento, denominato Damasco1, che svelò con chiarezza che in provincia di Latina la corruzione abitava (e abita tuttora) nei palazzi del potere e veste i panni della politica, sempre pronta a siglare affari con il crimine organizzato.
Il 21 settembre 2007 il pubblico ministero della Dda Diana De Martino dispose un nuovo procedimento penale contro Riccardo Izzi (consigliere di Forza Italia, ex assessore ai lavori pubblici nel comune di Fondi), Romolo Del Balzo e Massimo Di Fazio: i reati ipotizzati erano l’associazione per delinquere di stampo mafioso, l’abuso d’ufficio e la concussione. Lo stesso Riccardo Izzi, poco dopo, fu vittima di un duplice attentato incendiario alla sua autovettura. Izzi venne immediatamente interrogato dai Carabinieri: inizialmente non rivelò nulla, salvo ritrattare il giorno dopo e confessare che, nell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale  del 28 maggio 2006, aveva preso voti da organizzazioni criminali: “Se qualcuno pensa di trovare a Fondi i segni della Lupara si sbaglia di grosso. Perché la quinta mafia, così chiamano l’intreccio d’interessi tra ‘ndrangheta e camorra, è qui per investire e per farlo ha bisogno di tranquillità. Due le attrazioni che spingono questa nuova mafia a riciclare il denaro sporco nel Basso Lazio. Il mercato immobiliare che, grazie al turismo è in forte espansione, e il Mof, il mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei più grandi d’Europa”.
L’aria a Fondi si faceva sempre più incandescente e il perfetto di Latina, il dott. Bruno Frattasi, visto il grave pericolo di infiltrazioni mafiose all’interno del Consiglio Comunale di Fondi, l’11 febbraio 2008 insediò una Commissione di Accesso che, dopo alcuni mesi di lavoro, accertò ciò che Riccardo Izzi aveva sostenuto, e cioè che l’amministrazione comunale di Fondi era collusa con una famiglia mafiosa ritenuta la cassaforte dell’usura del basso Lazio.

Arriviamo all’otto settembre del 2008: sulla base della relazione della Commissione di Accesso, Frattasi spedisce al ministro dell’Interno Roberto Maroni una propria relazione segreta sulla presenza della Camorra e dell’Ndrangheta a Fondi, con la richiesta di scioglimento immediato del comune per infiltrazione mafiosa. Il prefetto Frattasi, però, incontra degli scogli, in particolare nella persona del senatore Claudio Fazzone,  senatore della Repubblica, potentissimo cavallo di razza del PDL, cresciuto facendo da portaborse a Nicola Mancino e che ora controlla un patrimonio di circa 50.000 voti nel Lazio. Addirittura Fazzone invoca una commissione che indaghi sul suo operato: “Credo nelle istituzioni, ma ho ragione di dubitare su quanto accaduto con la Commissione d’Accesso a Fondi. Frattasi, che contesta agli altri di non saper amministrare, da commissario del Comune di Gaeta ha redatto bilanci contestati dalla Corte dei Conti. Tutti possiamo sbagliare, ma non si danno lezioni agli altri, come fa il prefetto”. Si schiera contro Frattasi anche il presidente della provincia, Armando Cusani, anche lui in quota Pdl: “la mafia a Fondi non esiste”.
Intanto, però, si aggiungono indagini su indagini: il 6 luglio 2009 la città di Fondi viene travolta da un’altra indagine della Dia di Roma con il supporto dei Carabinieri di Latina, denominata Damasco2, che porta all’arresto di 17 persone per associazione di stampo mafioso, abuso di ufficio, corruzione e falso. Tra gli arrestati, i fratelli Carmine e Venanzio Tripodo, esponenti legati a clan della ‘Ndrangheta, alcuni dirigenti comunali e l’ex assessore di Forza Italia Riccardo Izzi.

E mentre va via via mostrandosi un saldo rapporto politica-mafia, il Governo pensa ad altro e, presumibilmente, ad altri, tergiversando sul caso “Fondi”. Il 2 ottobre 2009, proprio la mattina in cui il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto prendere la decisione definitiva sullo scioglimento della giunta di Fondi, arriva una notizia inaspettata. Un anno e 25 giorni dopo la richiesta di scioglimento del prefetto di Latina per infiltrazioni mafiose (respinta per ben due volte dal Consiglio dei Ministri), la maggioranza di centrodestra di Fondi decide di rassegnare le dimissioni, prendendo letteralmente in contropiede il governo. Domanda: perché? Le dichiarazioni che seguono aiutano a farci un’idea:  “E’ un escamotage per potersi ricandidare” (Cgil); “È una mossa mafiosa che serve a evitare lo scioglimento di un comune mafioso” (Pedica); “Se si sono dimessi, significa che il marcio c’era” (Franceschini). C’è, infatti, una profonda differenza tra il dimettersi e l’essere sciolti. Se ci si dimette, si può essere ricandidati; se la Giunta, invece, è sciolta per infiltrazioni mafiose, i membri di questa non possono godere di tale possibilità.

Arriviamo così ad oggi. Ci sono state le elezioni comunali poche settimane. Quale sarà stato l’esito di questa tornata elettorale? Ci sarà stato un segno di profondo rinnovamento? Ecco le risposte. Sindaco, con il 55,6% dei voti, è stato eletto Salvatore De Meo, titolare, nella precedente giunta, dell’assessorato all’Urbanistica. Lo stesso Assessorato che, si legge nella relazione del prefetto Frattasi, “ha oggettivamente agevolato interessi economici di Salvatore La Rosa, pregiudicato e già sottoposto a misure di sorveglianza speciale di P.S., considerato affiliato al clan Bellocco di Rosarno”.Tale comportamento gravemente omissivo – aggiungeva Frattasi – appare ripetuto anche nella vicenda della costruzione di 30 appartamenti” finiti nelle mani del clan camorristico dei Mallardo, posti sotto sequestro, 5 giorni prima delle elezioni, dalla magistratura. E, oltre al brillante e sempre attivo De Meo, ben altri dodici ex consiglieri sono stati, dodici membri di quella stessa ex giunta che doveva essere sciolta, ma ha scelto la strada delle dimissioni proprio per questo motivo: ricandidarsi e ritornare sulle stesse poltrone che aveva momentaneamente abbandonato qualche mese fa.
E Claudio Fazzone, il potente uomo del Pdl nella zona del basso Pontino? Lui è stato il più votato alle regionali laziali (28.817 preferenze, un terzo delle quali a Fondi) e certamente ricoprirà un importante ruolo nella Giunta regionale, assumendo così un terzo “lauto” incarico, oltre a quello di senatore e di presidente di Acqualatina, società che gestisce il servizio idrico nell’area pontina. Fazzone era più volte citato nella relazione Frattasi in quanto socio, con l’ex sindaco, Luigi Parisella, e un pregiudicato, di una srl (Sillo srl) “avvantaggiata da una variante al piano regolatore votata dallo stesso sindaco“. Insomma, Fondi ha scelto di tenersi la classe dirigente del Pdl collusa coi clan. In nome di un cambiamento che non ci sarà.

Ultima curiosità: a Fondi, in controtendenza con il resto dell’Italia, la percentuale dei votanti è aumentata81% contro il 75% del 2005 – ed ha registrato un plebiscito per la Polverini: 72,6%. Sarà un caso, ma l’alta percentuale di votanti contraddistingue sempre cittadine dove è alta la presenza mafiosa. Ma, probabilmente, è solo un caso. Alla faccia di Frattasi.

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di Carmine Gazzanni

Giovanni SpampinatoLa mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta“. D’altronde basti ricordare “le otto serie de “La piovra” […] e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto”. Berlusconi ne è convinto: se non ci fossero stati tutti questi giornalisti “farabutti” (cit. Berlusconi) sarebbe stato meglio. Molto meglio. La domanda che sorge, tuttavia, è per chi sarebbe stato meglio, chi ne avrebbe beneficiato. Logica vuole (ma forse in questo caso il condizionale sarebbe d’obbligo per alcuni) che, se si parlasse meno di mafia, a beneficiarne sarebbero i mafiosi stessi. Se io denuncio che mi ruba, è il ladro che ride, non io.

Nonostante questo, il Governo si fa vanto di interventi che avrebbero destrutturato le criminalità organizzate. Avrebbe. Qui, certo, il condizionale è d’obbligo. Almeno stando ai dati del Censis, secondo cui, addirittura, se non ci fosse stato il tasso di zavorramento mafioso annuo (2,5% del Pil del Mezzogiorno), il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord. Affari, quindi, prima di tutto. Come, infatti, ha sottolineato anche Roberto Saviano nella risposta a Berlusconi, “Il ruolo della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d’affari”: cento miliardi di euro all’anno di profitto. Inoltre l’ombra della criminalità sulle imprese non si manifesta solo in termini di mancata crescita economica, ma anche di costi per dotarsi di sistemi di sicurezza, e questi ammontano a non meno di 4,3 miliardi di euro, pari al 3,1% del fatturato complessivo delle imprese considerate nella ricerca. Inoltre, il mancato valore aggiunto avrebbe potuto generare almeno 180.000 unità di lavoro regolari annue, ossia il 5,6% di quelle utilizzate attualmente dalle imprese.

Ma agli occhi del Governo tutto si azzera, tutte le cifre si annebbiano. E allora di chi è la colpa? Ma certamente dei giornalisti che scrivono, combattono, informano. Bene. Tra questi ce ne sono molti che vivono sotto scorta (a iniziare dallo stesso Saviano). Sono tantissimi i giornalisti presi di mira da affaristi, da criminali, da prepotenti, da potentati che non potrebbero sopravvivere sotto i riflettori dell’informazione critica, sotto la lente di un giornalismo attento, curioso, esercitato con coraggio e passione civile. Nel 2009 è stato reso noto un reportage di “Ossigeno”, l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti, sui cronisti sotto scorta e le notizie oscurate in Italia con la violenza. Sono oltre duecento i giornalisti che in Italia, fra il 2006 e il 2008, hanno ricevuto minacce e intimidazioni per la pubblicazione di notizie sulla mafia, sul terrorismo o su episodi di estremismo politico.  Il Rapporto elenca 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel 2006-2008 sui giornali o segnalati da attestazioni di solidarietà. I casi di minacce e intimidazioni individuali sono 43, altri nove riguardano intere redazioni.

Alcuni di questi giornalisti “scomodi”, addirittura, hanno trovato la morte negli anni. Hanno trovato la morte perché, al contrario di quanto pensi l’attuale Presidente del Consiglio, vittima anche lui della sua stessa logica perversa (oltreché, chiaramente, illogica!), hanno voluto raccontare, informare. Noi, allora, vogliamo ricordarne alcuni. Lo facciamo per loro, per ridare dignità a tutte le vittime offese prima dalle mafie, poi (ed è qui che sorge il problema) dalle istituzioni con Berlusconi in testa.

Il cadavere di Cosimo Cristina (5 Maggio 1960) venne trovato in una galleria ferroviaria ed archiviato quale “suicidio”. Solo dopo alcuni anni il vicequestore Angelo Mangano, divenuto in seguito famoso per l’arresto di Luciano Liggio, volle indagare richiedendo l’esumazione del cadavere per supportare la tesi che non fosse suicidio ma omicidio. Pochi giorni prima di morire Cristina pubblicò un articolo su un periodico nel quale ricostruì un delitto di mafia avvenuto a Termini Imerese.

Il 16 settembre 1970 viene prelevato sotto casa a Palermo Mauro De Mauro. Da allora scomparve nel nulla. Cronista di razza, per conto de “L’Ora” di Palermo, venne eliminato molto probabilmente perché aveva scoperto la verità sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni schiantatosi nel 1962 con il suo aereo nelle campagne di Bescapè, con una dinamica dai mille misteri. Aveva appena pubblicato una interessante inchiesta sui rapporti fra mafia e gruppi eversivi. Di recente alcuni pentiti di ‘ndrangheta affermarono che il corpo del giornalista era stato seppellito sull’Aspromonte, ma non è stato possibile a tanti anni di distanza, verificarne l’attendibilità.

Giovanni Spampinato, giornalista de “L’Ora” e “L’Unità” ad appena ventidue anni è stato ucciso il 27 ottobre 1972 mentre era impegnato a far conoscere con le sue inchieste l’intreccio di affari, trame neofasciste e malavita nella città di Ragusa. Per il suo omicidio venne condannato Roberto Cambria , figlio di un alto magistrato, allora Presidente del Tribunale di Ragusa.

Il 9 maggio 1978, nello stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro, venne rinvenuto il corpo dilaniato da un esplosione di Peppino Impastato, che, pur non essendo iscritto all’albo dei giornalisti, iscrizione che gli venne tributata alla sua memoria, venne ucciso dalla mafia anche per la sua attività di denuncia condotta con “Radio Out”.

Mario Francese, cronista giudiziario de “Il Giornale di Sicilia”, venne freddato la sera del 26 gennaio 1979. Fu il primo giornalista a denunciare la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. Dopo ben 22 anni, nel 2001, sono stati condannati i componenti della cupola che decisero l’eliminazione dello scomodo giornalista: Riina, Madonna, Cagarella, Calò, Geraci, Farinella e Greco, l’intero vertice di Cosa Nostra.

Giuseppe Fava, giornalista, venne assassinato il 5 gennaio 1984 nei pressi del Teatro Bellini di Catania. Aveva fondato “I Siciliani”, un giornale aggressivo che attaccò frontalmente i grandi gestori degli appalti di Catania, in odor di mafia.

Il 25 settembre 1985 viene eliminato dai sicari della Camorra, Giancarlo Siani a soli ventisei anni. Corrispondente de “Il Mattino” di Napoli aveva denunciato alcuni traffici di Torre Annunziata. Per la sua morte sono stati condannati quali mandanti i boss Valentino Gionta e Angelo Nuvoletta.

Il 26 settembre 1988 nelle campagne di Lenz, in provincia di Trapani, viene freddato Mauro Rostagno. Molte le ipotes, ma, alla fine, si è indagato sulla responsabilità di personaggi di mafia come Vincenzo Virga e Mariano Agate, infastiditi per le denunce che Mauro Rostagno diffondeva con la conduzione di una trasmissione televisiva in onda su una emittente privata trapanese.

L’8 gennaio 1993 cadeva sull’altare della lotta contro i poteri mafiosi Beppe Alfano, corrispondente del quotidiano”La Sicilia” da Barcellona Porto di Gozzo, in provincia di Messina. Ebbe il coraggio di pubblicare i lati oscuri dei grandi appalti pubblici dell’asse Messina– Palermo.

Nove vite spezzate nel nome della veritàNove storie da non dimenticare. Viene da chiedersi: c’è qualcuno che, forse, vuole si dimentichino?

Saviano ha concluso la sua lettera affermando: “non ci sarà giorno in cui taceremo. Questo lo prometto. A voce alta”. Facciamo in modo che non sia l’unico.

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di Carmine Gazzanni

ndranghetaDal 1860 i calabresi sembra abbiano solo 3 possibilità: rassegnazione, affiliazione, emigrazione. Come succede molto spesso in Campania con la Camorra e in Sicilia con la Mafia (anche se sappiamo tutti che in nessuno di questi casi si può parlare più di “problemi regionali”), anche in Calabria c’è forte collusione, forte affiliazione. Inevitabile in molti casi, ma pur sempre affiliazione. Come appunto succede con la mafia. Mafia a cui, però, si sono opposti i vari Ilardo, Borsellino, Caponnetto, Dalla Chiesa, Falcone, Impastato e molti molti altri. Ma anche qui, anche in Calabria ci sono eroi che hanno detto basta, hanno detto di no a una loro possibile rassegnazione, anche qui ci sono moltissimi esempi di resistenza, di persone che vogliono informare e combattere perché il senso di coscienza è più forte di qualsiasi interesse, di qualsiasi paura.

Non è un caso che, secondo quanto dice Mario Maiolo, presidente Legautonomie Calabria, “dal 2000 ad oggi sono stati circa 7oo (settecento) gli atti di intimidazione, anche molto gravi, che si sono registrati nella regione a danno degli amministratori locali di tutti i livelli istituzionali”. In questa lettera che Maiolo scrive al ministro Maroni si sottolinea anche che “già in questi primi mesi del 2010 si sono verificati decine di casi e moltissimi amministratori locali per poter adempiere al loro mandato democratico sono costretti a mettere a rischio la loro incolumità personale […] dovendo fare i conti con auto incendiate, familiari intimiditi, spari contro le loro case, devastazione delle loro proprietà”. Circa settecento intimidazioni nel giro di nove anni. Settecento.

Ed è sotto gli occhi di tutti: in quest’ultimo periodo la ‘ndrangheta ha alzato il tiro e la striscia di intimidazioni da qualche settimana a questa parte evidenzia un malessere (e non solo) preoccupante. Sembra quasi che in vista delle elezioni regionali del prossimo marzo le organizzazioni criminali calabresi stiano preparando il terreno. Interessi, quattrini, favori, collusioni.
E allora capiamo perché compaia su un muro di Vibo Valentia la scritta “Spagnuolo vattene o muori”. La minaccia, scritta con uno spray nero, ha per obiettivo il procuratore Mario Spagnuolo, a Vibo Valentia dall’estate del 2008. Il magistrato, già procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, ha avviato in questo periodo importanti indagini nella zona del vibonese, con sequestri e arresti nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta.
Ancora. Capiamo perché la deputata Pdl (avete capito bene: Pdl) Angela Napoli, componente della Commissione parlamentare antimafia sia tra gli obiettivi della ‘ndrangheta. A rivelare il progetto omicida, secondo quanto riporta il Quotidiano della Calabria, è stato un boss pentito, Gerardo D’Urzo, con una lettera recapitata direttamente alla parlamentare tramite il suo legale. Tra le sue tante iniziative, la Napoli è stata promotrice del ddl anti-infiltrazione in campagna elettorale, tant’è che ha annunciato nei giorni scorsi che non andrà a votare il 28 e 29 marzo essendo le liste piene di personaggi “che seppure hanno la fedina penale pulita, risultano vicini a esponenti della ‘ndrangheta o comunque sul piano etico e morale quantomeno discutibili”.
E non è finita qui. C’è Antonino Monteleone, giovane giornalista e blogger che ha sempre profuso grande impegno civile nelle sue lotte di informazione. E’ in pratica un giornalista scomodo  in una terra in cui essere scomodi vuol dire fare il proprio dovere: a Monteleone qualche notte fa, infatti,  hanno fatto saltare in aria l’autovettura.
Ancora. “Non andare oltre“. Questa è la frase, scritta con lettere ritagliate dai giornali,  in una lettera minatoria con pallini di fucile, recapitata a Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano della Calabria e corrispondente di Repubblica.

Per questi  motivi noi del blog appoggiamo pienamente la manifestazione che si terrà questo sabato, 13 marzo, a Reggio Calabria: il No Mafia Day. Non è solo uno slogan, è altro: dire no alla Mafia è un dovere di ogni italiano, è un diritto per chi vuole vivere in uno Stato che non conosca più la folle e depravata politica criminale di Mafia, Camorra e ‘ndrangheta.
Sono loro a doversi vergognare, non noi. Sono loro a dover temere noi, non noi a dover temere loro. La società civile, se unita, è più forte di qualsiasi organizzazione mafiosa. Solo allora qualsiasi intimidazione sarà assolutamente inutile e persone come Napoli, Monteleone, Baldessarro e Spagnuolo potranno vivere tranquille: avranno come scorta l’Italia intera, quella sana, scesa in piazza per dimostrare che rassegnazione e affiliazione hanno fatto il loro corso. Ora basta!

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di Carmine Gazzanni

Si può dire di tutto, tranne che in Italia non ci sia par condicio. Ci si impegna affinché non manchi. Purtroppo, però, i nostri politici, presi da mille dilemmi, cadono facilmente in confusione. Risultato: una “par condicio delinquenziale”. Se da una parte, infatti, abbiamo Cosentino, dall’altra abbiamo Bassolino: perfetta simmetria ed equilibrio dei due poli nei rapporti camorristici. I Casalesi non hanno nulla per cui lamentarsi. Purtroppo, è ancora una volta la magistratura impicciona che non si fa gli affaracci suoi.
E allora prende di mira Nicola Cosentino, sottosegretario Pdl all’economia, probabile candidato governatore della Campania con la benedizione di Berlusconi. L’accusa sarebbe di concorso esterno in associazione camorristica. Contro “Nicola ‘o mericano” ci sono le rivelazioni di cinque, forse addirittura sei pentiti. Rivelazioni che non sono tutte “scoop”, ma rimbalzavano da tempo nell’aria; come quella di Dario De Simone che già nel 1996 raccontava ai pm: ”Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l’onorevole Cosentino. Aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni e ci disse che era a disposizione qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare”. E poi, dopo il processo Spartacus, De Simone ancora racconta: “Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge su collaboranti di giustizia”. Meno male, però, che Cosentino ha tranquillizzato tutti i suoi sostenitori, per intercessione di Silvio: “Non lascio nè il posto di sottosegretario nè la candidatura alla Regione Campania. Devo tutto al presidente Berlusconi, come gli devono tutto coloro che ricoprono incarichi più o meno importanti”. Meno male che Silvio c’è. Leggi il resto di questo articolo »

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di Letizia Malanga

Pochi giorni fa, Claudio Fava, dirigente di Sinistra e Libertà, in un convegno su questioni morali e istituzionali, organizzato da Luigi De Magistris, scuote la platea con il seguente appello:
Se il candidato del centrodestra sarà Cosentino, non sarà una vittoria per il centrodestra ma una sconfitta per l’intero Paese. Ma se un signore che ben 5 pentiti di camorra sostengono essere stato a disposizione dei clan casalesi fosse candidato per il Pdl, il centrosinistra abbia il coraggio di chiedere  a Roberto Saviano di scendere in campo. E Roberto Saviano dal canto suo, non abbia il timore di sporcarsi le mani con la politica per restituire dignità ad una terra così martoriata.”
Chiariamo un po’ i fatti: la storia politica di  Nicola Cosentino comincia nel ’96 quando arriva in prepotentemente in parlamento come deputato di Forza Italia grazie, soprattutto ai voti ottenuti nella provincia di Caserta, nel ’97 diviene coordinatore di Forza Italia per la provincia di Caserta, fino a diventare coordinatore regionale dello stesso nel giugno del 2005. Infine e ridiventato deputato Pdl nel quarto governo Berlusconi, ed è stato nominato sottosegretario all’Economia e alla Finanza. Dunque un uomo politico che ha un forte potere all’interno del partito.
Ma è tutto oro quello che luccica? Leggi il resto di questo articolo »

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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