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di Carmine Gazzanni

Ieri abbiamo parlato della vicenda di Pietro Giovannoni, il quale aveva affermato, in merito alla maratona che si organizza ogni anno a Padova che, vista la vittoria ogni anno di africani, “Gli enti locali non continuino a finanziare una manifestazione alla quale in maggioranza partecipano atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”.

Sempre nell’articolo di ieri abbiamo dimostrato che l’Italia ha molto di razzista: dati, episodi, vicende poco consone ad un Paese che si dice essere democratico lo rivelano.

Oggi vogliamo soffermarci su un altro aspetto di questa vicenda. Molte dichiarazioni e provocazioni che rivelano tratti xenofobi ed anche omofobi provengono quasi totalmente da esponenti (anche di punta) della Lega Nord. Si dirà: “che c’è da sorprendersi? Oramai è risaputo”. Certamente. Ma è bene ricordarle concretamente perché dobbiamo impedire che l’anormalità diventi normalità, come troppe volte accade nel nostro Paese.

E’ indispensabile, ad esempio, parlare di Roberto Calderoli, MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA. Anni fa il Ministro leghista –  il 14 settembre 2007 – partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi, e, a tal proposito, ricordò: “Il terreno dopo la passeggiatta del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. Ma non è finita qui: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee. Ma d’altronde il suo odio (perché di odio si tratta) verso il “diverso” si manifestò già un anno prima: il 18 settembre 2006, durante un comizio, chiese ad una platea tanto infervorata quanto ottusa: “E noi vogliamo far decidere il futuro nostro, del Paese e dei nostri figli a chi fino a cinque anni fa era nella giungla a parlare con Tarzan e Cita?

Ma Calderoli si è distinto anche per le esternazioni contro i gay: “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni… Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”. Ed ancora, quando incombeva la “minaccia” dei Di.Co.: “Se non si fosse ancora capito essere culattoni è un peccato capitale e chi vota una legge a favore dei Di.Co. finirà nelle fiamme del più profondo dell´Inferno”.

Cambiamo politico, ma il registro non cambia. Mario Borghezio non solo con parole, ma anche con le azioni ha dimostrato il suo essere razzista: l’europarlamentare, infatti, è un pregiudicato, essendo stato condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa. Ma anche con le sue dichiarazioni ha fatto intravedere la sua indole da ventennio: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ed ancora. Come Calderoli, anche altri non gradiscono le comunità gay. Giancarlo Gentilini: “Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni e simili”; “il Piave e’ vietato agli zingari, ai tossicomani, alle lucciole e ai gay. Ora deve essere vietato anche agli islamici”.

Ma il razzismo leghista sfocia anche nell’odio verso l’italiano. La Lega non è italiana, ma padana. Fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione in cui si affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Concetto sul quale anche Borghezio è tornato più volte: “Per la nostra gente, per la gente umile, che lavora, che produce, che si ostina a mantenere Roma ladrona che non fa un cazzo!”. Non c’è mai stato amore per Roma, dunque (e per l’Italia). Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Leggi la prima parte dell’inchiesta

Guarda il video “Ecco a voi il pantheon padano”

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di Carmine Gazzanni

Siamo sempre più vicini al capolinea. E il capolinea ha una data ben precisa: 14 dicembre, giorno in cui si voterà sia al Senato che alla Camera e, quasi certamente, proprio a Montecitorio Berlusconi non otterrà quella maggioranza di cui avrebbe bisogno per continuare con il suo Governo. Ma, stando ad alcune indiscrezioni,  pare che l’esecutivo si stia sfaldando anche al suo interno. Con le proprie mani. Sembra, infatti, come rivela anche “IlCorrieredellaSera.it”, che ieri Alessandra Mussolini e il ministro Mara Carfagna abbiano avuto una pesante lite. Pomo della discordia? Mara Carfagna si era intrattenuta a parlare con l’acerrimo “nemico” Italo Bocchino. E subito la lesta nipote del Duce ha tirato fuori il telefonino e scattato una foto come prova evidente del misfatto. Ma la Carfagna si gira e nota la “paparazza”, batte le mani e dice “brava, brava!”. E a quel punto la Mussolini non si trattiene: “Vergogna”. Insomma, per due chiacchiere ed una foto scoppia il putiferio. Sembra assurdo, ma questo ci fa capire come, lentamente, il Pdl stia sprofondando.

E il Pd? E’ questa la domanda a cui, ancora oggi, è difficile rispondere. Cerchiamo di slegare i fili della matassa (per quanto inestricabili siano).

Nei giorni in cui il Parlamento rivela il suo carattere depravato e squallido (è ormai certezza che da giorni va avanti una spaventosa “compravendita” di deputati per salvare il Governo), il Partito Democratico cerca di organizzare la sua controffensiva. Secondo gli ultimi sondaggi realizzati da Demos, una coalizione Pd-Idv-Sel oggi sconfiggerebbe Pdl e Lega. Mentre il cosiddetto “Terzo Polo” si attesterebbe sul 16 %. Ma, come sappiamo, questi sono solo sondaggi. La realtà potrebbe essere profondamente diversa. Per una serie di questioni.

Innanzitutto sembra che Bersani non voglia rinunciare all’idea di un Governo di transizione in cui far confluire anche Fli e Udc. Ma questo troverebbe contrari sia Di Pietro che Vendola. E certamente il Pd non potrà fare a meno di due così forti alleati che, stando sempre ai sondaggi, si attesterebbero l’uno al 6,8%, l’altro (inaspettatamente) al 6,6%. E non dobbiamo dimenticare un altro aspetto della questione:  le ultime vicende politiche hanno mostrato come il partito vendoliano stia facendo vacillare l’apparato pidino. E non in un piccolo comune di periferia, ma in una città importante come Milano. Qui, infatti, pochi giorni fa le primarie hanno decretato che candidato del centrosinistra sarà il vendoliano Pisapia, mentre l’uomo scelto dal Pd, Boeri, è uscito (anche se di poco) sconfitto. Questo è stato il motivo del terremoto che ha sconvolto la dirigenza regionale del Partito Democratico lombardo: hanno rassegnato le dimissioni, nell’ordine,  Maurizio Martina, segretario regionale lombardo, Roberto Cornelli, segretario metropolitano milanese, Pierfrancesco Majorino, capogruppo Pd in consiglio comunale a Palazzo Marino, e per ultimo Filippo Penati, ultimo candidato (perdente) alle regionali contro Formigoni e responsabile della segreteria politica di Pier Luigi Bersani.

Senza dimenticare, poi, che cattiva aria si respira anche nelle altre segreterie, tanto a destra quanto a sinistra. Nell’Italia dei Valori, ad esempio, checché ne dicano i vertici a iniziare da Di Pietro e Donadi, esiste un “caso De Magistris” che ha spaccato il partito in due, con Antonio Borghesi che chiesto esplicitamente le dimissioni dell’ex magistrato napoletano, mentre molti, invece, specie tra i giovani, lo difendono e colgono l’occasione per chiedere l’epurazione degli uomini (inaffidabili a detta di molti) già presenti sulla scena politica durante la Prima Repubblica, come lo stesso Borghesi. Ma anche dall’altra parte le cose non vanno meglio. La Lega Nord, infatti, sembra stia perdendo molti consensi in una delle sue roccaforti, il Veneto, dopo l’alluvione e una gestione delle riparazioni che ha lasciato molti sostenitori attoniti. E in più c’è lui, Gianfranco Fini. Ieri, in un videomessaggio, Fini è stato, a detta di molti, profondamente ambiguo chiedendo “una maggiore responsabilità” da parte della maggioranza di governo. Subito centinaia e centinaia di critiche da parte degli stessi finiani che, appunto, non hanno colto il vero senso del videomessaggio. Alcuni hanno pensato addirittura ad una sorta di dietro-front, una porta aperta per una “riconciliazione” con Berlusconi. Se questo accadesse, dice un finiano incredulo, ”tutti gli italiani scoppieranno a ridere”. Tant’è che lo stesso Presidente del Consiglio ha colto subito la palla al balzo ed ha affermato che “Fini si è arreso”. Oggi, tuttavia, i finiani di spicco, su tutti Granata, stano chiarendo la questione: non c’è stato alcun passo indietro nelle loro posizioni e confermano che voteranno la sfiducia. Ma rimane l’incognita di quel videomessaggio. Strategia politica o c’è dell’altro?

Dunque la situazione è molto instabile, tanto a destra quanto a sinistra. Il caos è alle stelle. In  attesa che qualcosa diventi più chiaro dopo il 14 dicembre.

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di Carmine Gazzanni

Il senatùr, vecchio e decrepito, quando va alle feste padane non si sa perché, ma si infervora. Ed allora, come già molto spesso è capitato, ecco gli insulti, le offese, gli improperi. Ed ancora una volta lo fa contro Roma, contro i Romani, contro quella capitale di quello Stato per il quale lui dovrebbe essere Ministro. Ecco, in breve, cos’è successo: Bossi, parlando ieri a Lazzate della possibilità di spostare il Gran Premio della Formula Uno da Monza a Roma, ha affermato: “I romani se lo possono dimenticare, Monza non si tocca e a Roma possono correre con le bighe”. Ma non è finita qui. Il Senatur, ci mancherebbe, si spinge oltre: ”Basta con Senatus Populusque Romanus, ‘il Senato e il popolo romano’, io dico ’sono porci questi romani’“. Il tutto condito dagli applausi degli esaltati leghisti presenti (in prima fila il Trota).

Ma soffermiamoci su un altro aspetto e domandiamoci: c’è da sorprendersi? Assolutamente no. E non sono commenti a caldo, né esagerazioni pessimistiche. Sono i fatti a ricordarcelo.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, di chi stiamo parlando. Stiamo parlando di un partito, la Lega, che non ha mai fatto mistero di uno dei suoi pilastri fondanti: il Sud e Roma possono anche marcire, l’unico nostro interesse è il Nord. Come definire, allora, un partito del genere? Secessionista. Punto. Basti ricordare un piccolo particolare: fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione che affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Non c’è mai stato amore per Roma, dunque. Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Ma non è finita qui: proprio oggi si legge su un articolo de “Il Fatto Quotidiano” una nuova, deprimente presa di posizione contro l’inno di Mameli. Questa volta è toccato al sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo: “Da adesso in poi le cerimonie si faranno senza inni”. Ma, come molti ricorderanno, non è nemmeno la prima volta che questo accade. Potremmo ricordare il caso di Curno, in provincia di Bergamo, dove la Lega Nord tentò di bloccare una mozione che chiedeva di affiggere nelle scuole d’Italia l’inno suddetto con la seguente motivazione: “L’Italia non esiste, è solo sulla carta”. Ancora più celebre l’episodio dell’inaugurazione di una scuola di Vedelago, per la quale si suonò, alla presenza di Zaia con la mano sul petto, il Va’ pensiero al posto dell’Inno. Ma di episodi alquanto grotteschi ce ne sono a centinaia: esami in dialetto per vigili, documenti ufficiali redatti in dialetto, il “federalismo meteorologico” proposto dallo stesso Zaia. E poi le scuole, a iniziare da Adro. Ma noi vorremmo citare un altro esempio, anche questo molto eloquente.

Insomma, si disdgena la gente meridionale, ma non i loro soldi, non i finanziamenti che vengono da “Roma Ladrona”, destinati a imprese, banche, scuole. Tutto questo certamente fa male, ma fa ancora più male pensare che stiamo parlando di signori che oggi siedono in Parlamento. Dovrebbe far riflettere il fatto che ci ritroviamo a parlare di un MINISTRO che lascia certe dichiarazioni. UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, appartenente ad un partito che ottiene molti voti, pur essendo (e forse in molti casi proprio perché lo è) SECESSIONISTA e RAZZISTA.

E non è finita qui. La Lega è un partito che non ha diritto di esistere perché contrario a quanto prescrive la nostra Costituzione. Esatto, la Lega Nord è un partito anticostituzionale. Andiamo a vedere perché: ARTICOLO 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali); ARTICOLO 5 (“La Repubblica, una e indivisibile”); ARTICOLO 12 (“la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano”), E, in generale, non dimentichiamo che in tutte le leggi fondamentali il riferimento ad “UNA” Repubblica è ricorrente.

Penso possa bastare quanto detto per avere un’idea chiara su cosa sia la Lega Nord.

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di Carmine Gazzanni

Continua la campagna diffamatoria del quotidiano di famiglia Berlusconi contro Gianfranco Fini. Ed oggi si è arrivati allo stremo. In prima pagina, infatti, campeggia il titolo: “LA PROVA FINALE: FINI MENTE”. Nell’articolo, a firma del direttore Vittorio Feltri, si avanza la tesi secondo cui “Neanche Gianfranco Fini ha resistito alla tentazione di dire bugie nella speranza di aggirare il problema della casa di Motecarlo”. E perché mentirebbe? Perché, in realtà, “la casa l’hanno arredata la Tulliani e l’ex leader di An”.
Pensate, poi, che “Il Giornale” si sia fermato qui? Certamente no. E allora, come d’altronde sempre in questi giorni, giù con svariati articoli contra – Fini. Pagina 2 e 3: “GIANFRY E SIGNORA SCELSERO I MOBILI PER L’APPARTAMENTO DI MONTECARLO”. Non manca l’intervista al vicino di casa monegasco: “A NATALE HO VISTO FINI NELL’ANDRONE DEL PALAZZO“. E ancora un’altra intervista, a Garzelli Stefano, l’uomo che ristrutturò la casa di Montecarlo: “TULLIANI SEGUIVA I LAVORI SEMBRAVA LUI IL PADRONE“. Insomma, le prime pagine tutte dedicate a Fini, che non ha perso tempo e ha querelato Vittorio Feltri. Ecco cosa, infatti, scrive in una nota Fabrizio Alfano, portavoce del Presidente della Camera: “Quanto pubblicato oggi da Il Giornale è l’ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad abdicare ai doveri minimi del giornalista”. E si continua così: a colpi di attacchi e querele. Attacchi più o meno giustificati e querele, anche queste più o meno giustificate. Si, perché, se da una parte è evidente l’intento squadrista di Feltri, sempre più impiegato della famiglia Berlusconi e sempre meno giornalista, dall’altra è pur vero che Fini non sta chiarendo in maniera ottimale questa vicenda. Insomma, il dubbio rimane.

Ma soffermiamoci sul primo aspetto: i continui attacchi a Gianfranco Fini, reo di aver “tradito” Silvio Berlusconi. Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare, disse Vittorio Feltri prima di diventare, l’estate scorsa, direttore de “Il Giornale”. Si,  perché lui sarebbeinsofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico” e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Conclusione quanto mai scontata: i fatti hanno smentito palesemente le parole. Probabilmente a Feltri manca la stoffa da cortigiano, ma non la lingua e la penna.

E non c’è nemmeno da stupirsi. Torniamo indietro di alcuni anni. 1994, cade il primo Governo Berlusconi. Colpevole, quella volta, fu Umberto Bossi. E Vittorio Feltri, ieri come oggi direttore de “Il Giornale” accusava, al tempo, la Lega di “voltagabbanismo”, tant’è che Roberto Maroni fu costretto addirittura a scrivergli una lettera affermando: “Non e’ vero che io mi sono “ripentito” delle decisioni prese, e non so davvero come il suo giornale possa affermare una simile stupidaggine“, e concludendo con un consiglio: “non ci faccia rimpiangere Montanelli…“. Conclusione: sbaglia chiunque non cammina lungo il sentiero deciso da Berlusconi, sia esso Bossi o Fini, sia il 1994 o il 2010.

Corsi e ricorsi storici dunque. Lo stesso Berlusconi nel ’94 si riferiva a Umberto Bossi con queste parole: Giuda, traditore, ladro e ricettatore di voti, personalità doppia e tripla”, che “per sette lunghi mesi ha messo a dura prova la pazienza mia e di tutto il governo”.
Parti perfettamente invertite tra il ’94 ed oggi: se ieri il problema era la Lega, oggi il problema nasce dai finiani. Finiani che non hanno alcuna intenzione di fare un passo indietro sul tema della giustizia. Come  non ricordare, ad esempio, cosa disse Fini davanti a Berlusconi al Convegno del Pdl ad Aprile: “ricordi il processo breve? Quella era un’amnistia mascherata”, ricordando “un litigio forte” col premier; e ancora: “mi devi dire che cosa c’entra la riforma della Giustizia se poi passano questo tipo di messaggi“. Ma ieri (1994) era Umberto Bossi a non condividere il programma sulla giustizia del Governo Berlusconi I: “Se arriva un avviso di garanzia di una certa gravità è probabile che il Cavaliere si faccia da parte e si vada verso un governo istituzionale”, affermava allora il senatùr. E a queste parole di Umberto Bossi, alla sua lontananza dal disegno del Governo, cosa rispondeva l’ex leader di An, oggi “dissidente” del Pdl? “Bossi e’ come un pugile all’angolo […] il governo non corre rischi, durerà per l’ intera legislatura, a dispetto dei gufi”. Leggevamo titoli come: “Fini: Umberto, spiega con chi stai“ (Corriere della Sera, 29 novembre 1994), proprio per via dell’ambiguità politica di Umberto Bossi che pareva essere sempre più vicino a Scalfaro e lontano da Berlusconi. E oggi invece Bossi dice: “Fini presidente della Camera è un problema. Invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie, ha rinnegato il patto iniziale e non ha fatto altro che cercare di erodere ciò che avevamo costruito, attaccandoci”.

Insomma, oggi Fini. Nel 1994 chi venne meno al “patto” fu proprio Umberto Bossi con tutto il suo Carroccio. E cadde il Governo.

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di Carmine Gazzanni

Tutti oramai abbiamo sentito le dichiarazioni del ministro per la Semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, parlando delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia. Ospite del programma di Lucia Annunziata “In mezz’ora”  il ministro della REPUBBLICA ITALIANA (è bene sottolineare le contraddizioni del nostro Paese) ha precisato che “Non ho la minima idea” se ci sarà un ministro leghista a Genova, il 5 maggio, accanto al presidente Giorgio Napolitano. Inoltre “la celebrazione in sé ha poco senso. L’anniversario deve essere il momento per approntare le soluzioni, non solo per alzare la bandiera“. “Io non so se ci sarò“, ha concluso, “io sarò a lavorare per realizzare il federalismo“.

Più che giustificata e doverosa la marea di critiche a queste affermazioni che lasciano sgomenti. Ma una domanda è necessario venga posta: c’è da sorprendersi? Assolutamente no. E non sono commenti a caldo, né esagerazioni pessimistiche. Sono i fatti a ricordarcelo.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, di chi stiamo parlando. Stiamo parlando di un partito, la Lega, che non ha mai fatto mistero di uno dei suoi pilastri fondanti: il Sud può anche marcire, l’unico nostro interesse è il Nord. Come definire, allora, un partito del genere? Secessionista. Non ci sono dubbi. E’ chiaro, pertanto, che non gioiscano né partecipino alla festa di un’unità che essi stessi rinnegano e vorrebbero venisse meno.
Non dimentichiamoci, infatti, che fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione che affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Non c’è mai stato amore per l’unità d’Italia, come non c’è mai stato amore per Roma. Quante volte, infatti, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile, a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Talis pater, talis filius: Il neoconsigliere in Lombardia, Renzo Bossi, non può far altro che seguire la strada già solcata dal padre e allora in un’intervista di qualche giorno fa categoricamente precisa: “No, non tifo Italia (non sia mai, ndr). E poi bisogna intendersi su che cosa significa essere italiano. Il tricolore, per me identifica un sentimento di cinquant’anni fa“. D’altronde non c’è da sorprendersi: per uno che è stato bocciato più e più volte, tutto ciò che è storia o “vecchio” di almeno 50 anni, è meglio non ci appartenga. Metti che qualcuno gli chieda chi fossero Mazzini, Garibaldi o Cavour?

E allora le parole di Calderoli giustamente infastidiscono, ma non devono sorprendere. Deve invece far pensare perché ci ritroviamo a parlare di un MINISTRO che lascia certe dichiarazioni. UN MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, appartenente ad un partito che ottiene molti voti, pur essendo (e forse in molti casi proprio perché lo è) SECESSIONISTA e RAZZISTA. Stiamo diventando un Paese che, tra le sue mille contraddizioni, non ha più storia perché nessuno più ha voglia di ricordare.

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di Carmine Gazzanni

bossi_finiSi deve dimettere da presidente della Camera e, insieme a lui, ora mi aspetto che anche i suoi sottosegretari rimettano le deleghe“. Silvio Berlusconi non riesce più a sopportare i dissidenti finiani. Meglio sfiduciarli a parer suo. Questo clima rovente fa ben sperare a molti, disperare ad altri, ma ha una particolarità: non è una novità in casa Berlusconi.

Giuda, traditore, ladro e ricettatore di voti, personalità doppia e tripla”, che “per sette lunghi mesi ha messo a dura prova la pazienza mia e di tutto il governo”. Chiunque penserebbe che, probabilmente, questo è stato lo sfogo di Silvio Berlusconi di ieri o di due giorni fa nei riguardi di Gianfranco Fini. Ebbene no. Siamo nel dicembre del 1994 e queste sono le parole che pronunciò Berlusconi nei confronti non di Gianfranco Fini, allora fido alleato, ma di Umberto Bossi, oggi fido alleato. Quando si dice gli scherzi del destino.

Parti perfettamente invertite, dunque, tra il ’94 ed oggi: se ieri il problema era la Lega, oggi il problema nasce dagli ex An.
Oggi sentiamo Fini soffermarsi sul tema della giustizia, sulle misure che in tal senso il Governo vorrebbe prendere, assolutamente non condivise dai finiani: “ricordi il processo breve? Quella era un’amnistia mascherata” incalzava Fini pochi giorni fa al Convegno del Pdl, ricordando “un litigio forte” col premier; e ancora con Berlusconi: “mi devi dire che cosa c’entra la riforma della Giustizia se poi passano questo tipo di messaggi“. Ma ieri (1994) era Umberto Bossi a non condividere il programma sulla giustizia del Governo Berlusconi I: “Se arriva un avviso di garanzia di una certa gravità è probabile che il Cavaliere si faccia da parte e si vada verso un governo istituzionale”, affermava allora il senatùr. E a queste parole di Umberto Bossi, alla sua lontananza dal disegno del Governo, cosa rispondeva l’ex leader di An, oggi “dissidente” del Pdl? “Bossi e’ come un pugile all’angolo […] il governo non corre rischi, durerà per l’ intera legislatura, a dispetto dei gufi”. Leggevamo titoli come: “Fini: Umberto, spiega con chi stai“ (Corriere della Sera, 29 novembre 1994), proprio per via dell’ambiguità politica di Umberto Bossi che pareva essere sempre più vicino a Scalfaro e lontano da Berlusconi. E questo perchè “secondo Bossi Forza Italia si e’ troppo appiattita su An”.
Corsi e ricorsi storici, dunque. Solo che a parti invertite. Oggi, infatti, sentiamo Fini affermare: “appiattirsi sulle posizioni di Bossi è pericoloso, nel centrosud sono preoccupati per l’influenza della Carroccio“. Esattamente il contrario del 1994.

Ancora. Bossi risponde oggi in questo modo: “Fini ha esagerato per tanti versi, ha raccontato delle bugie […]Non dico che l’alleanza sia a rischio – continua – ma serve il federalismo. E senza riforme, c’è il rischio di elezioni anticipate“. Nel ’94, tuttavia, a parlare di “elezioni anticipate” era proprio Fini, minacciando il leader del Carroccio: “Qualora si voglia considerare aperta la verifica, allora la verifica e’ aperta… Se uno e’ capace di dar vita a un altro governo, lo faccia, altrimenti si torni a votare”.

Curioso è anche il caso del quotidiano (della famiglia) di Berlusconi. 1994. Vittorio Feltri accusava la Lega di “voltagabbanismo”, tant’è che Roberto Maroni fu costretto addirittura a scrivere una lettera al direttore, ieri come oggi, Vittorio Feltri, affermando: “Non e’ vero che io mi sono “ripentito” delle decisioni prese, e non so davvero come il suo giornale possa affermare una simile stupidaggine“, e concludendo con un consiglio: “non ci faccia rimpiangere Montanelli…“. 2010. Oggi si legge nell’articolo di Marcello Veneziani: “Ho un rispetto antico e insopprimibile per i perdenti, anche se faccio più fatica a conservare il medesimo rispetto verso chi ha calpestato le ragioni dei vinti. Fini fu commissario liquidatore dell’Msi, poi della destra e di Alleanza nazionale, infine di se stesso, almeno dentro il centrodestra. Di lui si ricordano più gli affondamenti che le fondazioni, più le bandiere che stracciò che le bandiere innalzate”. Conclusione: sbaglia chiunque non cammina lungo il sentiero deciso da Berlusconi, sia esso Bossi o Fini, sia il 1994 o il 2010.

Bossi oggi dice: “Fini presidente della Camera è un problema. Invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie, ha rinnegato il patto iniziale e non ha fatto altro che cercare di erodere ciò che avevamo costruito, attaccandoci”. Nel 1994 chi venne meno al “patto” fu proprio Umberto Bossi con tutto il suo Carroccio. E cadde il Governo.

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di Carmine Gazzanni

Razzisti padaniE la Lega dilaga alle regionali. In Veneto, Lombardia, Piemonte. Ma anche in Emilia Romagna. Cresce a dismisura, tanto da non potersi più considerare soltanto un partito “regionale”. Si dice: “ha vinto perché è un partito radicato sul territorio, bisognerebbe prenderne spunto”. Vero. Ma è solo questo? Tentiamo di andare oltre, di capire il sostrato popolare su cui fa presa il partito del senatur Umberto Bossi.

A tal proposito quest’episodio, penso, sia molto eloquente: martedì dopo le elezioni, è pomeriggio, a bordo di un bus urbano nel centro di Verona. Autobus pressappoco pieno, una signora sulla cinquantina, in piedi, aggrappata ad una manopola, rompe il silenzio generale con un tono di voce che attira l’attenzione della gente attorno a lei, mentre si lamenta con una ragazza bassettina di origine sudamericana, la quale viene accusata dalla suddetta signora di averle calpestato i piedi. Un gesto di stizza che può capitare a chiunque; fino a quando la signora dà della “cafona” alla ragazza, visibilmente in difficoltà e imbarazzo (il suo italiano non le permetteva di capire, tanto meno di risponderle). Poi la signora allarga il discorso dicendo “per fortuna che ha vinto la Lega adesso, così ve ne tornate tutti a casa, cafoni!”. E la signora continua il suo comizio nel silenzio generale tenendo sempre il tono di voce alto, affinché tutti sentano, e se la prende ancora con gli immigrati in generale dicendo che sono dei vittimisti, ma che ora le cose cambieranno.

Checché se ne dica, dunque, la Lega è un partito che fa leva su sentimento che, pur velato, ha un retrogusto razzista. E basta, d’altronde, ricordare alcune perle di grandi uomini padano-celtici, personaggi di prim’ordine della Lega Nord. Come ad esempio il MINISTRO Roberto Calderoli che il 14 settembre 2007, partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi; e, a tal proposito, lo stesso Calderoli ricordò quasi con le lacrime agli occhi: “Il terreno dopo la passeggiata del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. Ma non è finita qui: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day” con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee.
Gentilini che, oltre a ripromettere il suo impegno per eliminare i bambini degli zingari, una volta eletto sindaco di Treviso si impegnò fortemente per la società e allora disse: “Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinchè faccia pulizia etnica dei culattoni. Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni e simili”.
Mario Borghezio, condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione”, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa: “Pensate se i nostri nonne avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ma non è finita qui. Ancora più incredibili e, diciamocelo, razzisti sono alcuni provvedimenti che sono stati attuati in alcuni comuni leghisti. Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i «clandestini» (a mò di leggi razziali che creano ghetti e schiavi); ad Adro (Brescia), c’è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino; a Voghera si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri; a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti su una panchina, se no stai in piedi; a Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. E si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il «White Christmas» di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. E per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

La Lega può anche vincere, è giusto che vinca se viene votata, come è giusto che Bossi jr diventi consigliere se ha ottenuto i suoi bei voti. Però dobbiamo essere sinceri: la Lega vince perché sì è radicata sul territorio, ma anche perché ha creato un clima di paura per l’altro, una forte xenofobia che, purtroppo, tuttora continua ad esercitare per catturare voti. In sintesi: la Lega vince anche perché è un partito secessionista (e non lo dico io. Borghezio può confermare: “io ho ascoltato con piacere l’urlo spontaneo di questa piazza quando il ministro Roberto Calderoli ha pronunciato quella parola che ci evoca tante battaglie, che ci evoca il futuro: secessione!”). Dovrebbe, allora, far riflettere non tanto il fatto che vinca un partito radicato sul territorio, quanto il fatto che vinca un partito come la Lega che alimenta un clima di odio, paura e razzismo.

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di Carmine Gazzanni

_elezioni44Forse forse vuoi vedere che Renzo Bossi è il “meno peggio”??? Si perché, a vedere chi siederà tra i banchi dei vari consigli regionali, viene quasi da ridere. Per non piangere.

Renzo Bossi, infatti, è a tutti gli effetti consigliere regionale in Lombardia. Si, proprio lui, la “trota”, il ripetente. Proprio quel Renzo che, assieme a Roberto Cota e al padre Umberto, si era iscritto al profilo di Facebook Lega Nord Mirano in cui compariva il manifesto della Lega Nord dove c’era scritto “legittimo torturare i clandestini”, proprio quel Renzo che è stato denunciato dall’Arci per aver messo online sempre su Facebook il gioco “rimbalza il clandestino”.

Ma, come detto, probabilmente Renzo sarà il male più lieve e, forse, quasi un bene se paragonato a talaltri. Ci sarà, infatti, in queste nuove giunte grande varietà. Non mancheranno neanche questa volta “tette e culi”: eletta in Lombardia Nicole Minetti, l’igienista personale di Silvio Berlusconi, per la quale si spalancheranno le porte della politica (dopo averle spalancate sempre lei): metterà la sua grande esperienza di statista al servizio della comunità.

Ma Renzo e la stessa Nicole sono nomi migliori di molti altri. Non potevano, infatti, mancare persone implicate in processi, condannati e tutti quei politicanti che l’italiota ama votare sempre. Ed è la Campania che dà il meglio di sé in questo.

Indovinate un po’ chi è stato eletto? Lady Mastella. Proprio lei. Ex Presidente del Consiglio Regionale della Campania, di centrosinistra, viene indagata per tentata concussione, viene messa addirittura agli arresti domiciliari e poi con l’obbligo di dimora a Ceppaloni per la famosa inchiesta di Santa Maria Capua a Vetere, poi portata a Roma e infine a Napoli. Ed è un’inchiesta già giunta alle imputazioni, per cui la signora Mastella è imputata, non più soltanto indagata. Ma non è finita qui. Lady Mastella è una che non si accontenta: è stata colpita e raggiunta da un altro provvedimento giudiziario per un’altra inchiesta che riguarda altre lottizzazioni, maneggi per sistemare gente a lei vicina. Proprio per questo si è stabilito che le sue capacità delinquenziali sono talmente alte che è meglio che per un po’ non metta piede in Campania e quindi ha il divieto di dimora in Campania. Conseguentemente vive confinata a Roma in uno dei numerosi appartamenti della famiglia Mastella. Ma nonostante questo, è ugualmente stata candidata e, per di più, è stata eletta. Si capisce, ora nel centrodestra.

Sempre in Campania, poi, tra gli eletti al Consiglio regionale  c’è anche Roberto Conte, l’ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, indagato, arrestato e condannato in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e coinvolto in altri due procedimenti, di cui uno per corruzione. La sua elezione sta gettando imbarazzo nella maggioranza e interrogativi nell’opposizione. Il neo governatore ha dichiarato “che sarà rispettata la legge“: l’ex consigliere regionale infatti, con la condanna in primo grado per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, ha avuto anche la sospensione dalle cariche elettive ma ancora la sentenza non è definitiva. Conte, dunque, risulta eletto ma non potrà sedere nei banchi del Consiglio regionale fino a quando e se non sarà assolto. A meno che non si facciano “decreti interpretativi” ad hoc.

Finito? No di certo. C’è Pietro Diodato, indagato per uno scandalo di presunti rimborsi gonfiati; c’è l’ex Sindaco di Villa Literno, comune sciolto per mafia, Enrico Fabozzi nelle file del Pd (non è indagato lui, ma di certo essere a capo di una giunta sciolta per mafia non è il massimo della sicurezza in una regione come la Campania); c’è Alberico Gambino, ex sindaco di Pagani, condannato in secondo grado per peculato a un anno e cinque mesi (pena sospesa) per aver sostenuto le spese di alcune manifestazioni con la carta di credito del suo Comune. E oggi fa sapere che a dimettersi non ci pensa proprio “voglio diventare il punto di riferimento in consiglio regionale per la provincia di Salerno“. Ah, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Insomma, tanti uomini e donne da far ben sperare: probabilmente l’assenza di Cosentino (se di assenza si può parlare) non si farà sentire.

E all’appello, intanto, manca ancora la Calabria: a 48 ore dalla chiusura dei seggi, in Calabria non è ancora disponibile il dato definitivo delle regionali. Mancano all’appello una quindicina di sezioni. E Regione e Prefettura continuano a brancolare non avendo capito cosa sia successo, tant’è che si preannuncia l’intervento della Corte d’appello di Catanzaro che dopo la verifica dei verbali dei seggi procederà, la prossima settimana, alla proclamazione degli eletti. Aspettiamo con ansia i risultati sicuri: anche qui, probabilmente, ci sarà da divertirsi. Sempre per non piangere.

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di Carmine Gazzanni

pdl dayAbbiamo superato abbondantemente un milione, un milione! Guardatevi, non ve lo fate raccontare, non ve lo fate raccontare!”. E detto da Denis Verdini, attualmente indagato per il reato di concorso in corruzione nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per il G8 de La Maddalena, è tutto dire: c’è da fidarsi! Peccato che la foto qui pubblicata dica il contrario: molta più gente alla manifestazione del 5 dicembre, il No Berlusconi Day (”Il milione di Verdini è come quello del signor Bonaventura, un parto della fantasia – afferma Nico Stumpo, responsabile organizzativo del Pd – Basta guardare le immagini su Sky per rendersi conto di quanta è stata ristretta la piazza con i gazebo e le torrette. Per fare un calcolo basta andare su Google Heart e misurare metro per metro gli spazi, si capisce così che il milione è solo nella fantasia di Verdini. Siamo lontani e di tantissimo”). E ricordando che Minzolini disse che allora c’erano solo 25 mila persone sorge spontanea la domanda: quali saranno le cifre che darà il “direttorissimo”? Staremo a vedere!

Ma andiamo oltre. Sicuramente il momento clou della manifestazione è stato quando, sulle note dell’Inno di Mameli, ha fatto il suo ingresso in pompa magna lui, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E di certo non ha deluso le aspettative: mentre dietro campeggiava lo slogan che lo stesso Berlusconi aveva scelto (“l’amore vince sempre sull’odio e sull’invidia“), lui, come sempre, si sperticava in facili offese, calunnie che non profumavano molto di “amore”. E i bersagli? Anche qui nulla di nuovo sotto il sole: la sinistra “ammanettata a Di Pietro“, che “sa soltanto dire no, non ha mai imparato cosa significa essere una opposizione seria” e che “basa la sua campagna elettorale soltanto sulle inchieste dei giudici“. E i magistrati? Di certo Berlusconi non si dimentica della classe togata che è “persino peggio di loro (della sinistra, ndr)” e che “hanno passato mesi ad ascoltare le mie telefonate private in intercettazioni che hanno definito causali sprecando soldi pubblici che sarebbero potuti servire ad altro“.
E poi c’è tempo anche per il momento di commozione: sale sul palco, accanto a Berlusconi, anche Umberto Bossi. Presenza azzecatissima se si tiene conto che ieri, per l’occasione, ha rispolverato la sua vecchia massima di vita “Roma ladrona, la Lega non perdona”.

E da grande oratore, poi, Berlusconi ha concluso: “Realizzeremo la religione della libertà: viva l’Italia, viva la libertà, viva il governo del fare e il Popolo della Libertà“. E allora, viste le grandi “opere” realizzate dal governo del fare, noi aggiungiamo: viva le leggi ad personam, viva un cittadino che diventa più uguale degli altri davanti la legge, viva la televisione pubblica censurata, viva l’informazione asservita al padrone. Non notate, a questo punto, tra teoria e prassi, un pizzico di incoerenza? Ma tanto chi se ne accorge, nessuno dirà niente: mentre Berlusconi parla, parla, parla, Verdini spaccia per un milione una piazza che contava sì e no centomila persone, nessuno può controbattere perché, intanto, Santoro, Floris e gli altri sono stati zittiti, e di certo Minzolini & co. non si permetteranno di contraddire. Per Berlusconi niente contraddittorio. Ipse dixit.

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di Carmine Gazzanni

Tutti sappiamo cosa é successo ieri a Milano. Ed è chiaro: un gesto del genere non trova giustificazione, imperdonabile e certamente da condannare. Massimo Tartaglia, l’uomo che ieri ha colpito con un souvenir Silvio Berlusconi alla fine del suo intervento in Piazza Duomo, è stato subito preso dalle forze dell’ordine e condotto in questura. Si è saputo, poi, che è in cura da 10 anni per problemi mentali al Policlinico di Milano, incensurato, la Digos neppure lo conosce, segno che non appartiene a centri sociali o organizzazioni extraparlamentari. Con questo non si vuole giustificare nessuno: Tartaglia ha sbagliato e pagherà per il suo gesto.
Così, però, come sono da condannare alcune dichiarazioni. Certo, Di Pietro avrebbe potuto evitare di dire a caldo che “l’aggressione nei confronti di Berlusconi e’ un gesto inconsulto e sconsiderato“, sebbene ci sia stata “un’istigazione” (che bisogna riconoscere, senza ipocrisia, che è vero, ma dire questo a caldo risulta essere controproducente); e così anche Rosy Bindi (“Non faccia la vittima. E’ uno degli artefici del clima violento. Condanno il gesto folle, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il Paese”).
Ma ci sono anche altri interventi “sconsiderati”. Come quello del “senatur” Umberto Bossi che parla di “atto terroristico” (detto poi da uno che ha nel suo partito un omaccione, tale Mario Borghezio, condannato per incendio aggravato da “finalità di discriminazione”, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino … beh, capite da soli che valore possano avere le sue parole!). Ma il servizio speciale messo in piedi da Emilio Fede ieri pomeriggio supera anche l’inimmaginabile. Lo so, ho delle pretese assurde: non ci si può aspettare un’edizione straordinaria di “telegiornale” da Fede, ma sono fatto così. Come dire: “ho fede in Fede”. Ebbene, ecco alcuni stralci del tg4 delle 18,55 di ieri.
Stralcio 1 – “e chi è l’istigatore di tutto questo, quale tipo di politica, quale tipo di dichiarazioni? Questo signore, chiamiamolo così, metaforicamente come il signor Di Pietro, la prima notizia che dice è che l’istigatore è il Presidente del Consiglio. Io mi chiedo,con tutto il rispetto, ma chi vota per Di Pietro? Ma cosa vuole questo Di Pietro? … chi semina vento raccoglie tempesta. Lo dico a Di Pietro: ma stia zitto, ma stia zitto! Esprima un minimo di dignità, esprima solidarietà umana, fa più bella figura. Chi può seguire Di Pietro in un momento come questo??”. E’ chiaro, qui non si vuole difendere nessuno (anzi, ripeto: sarebbe stato meglio che Di Pietro non avesse detto,  a caldo, quello che ha detto), tuttavia ci sono piccole accuse campate in aria nelle exploit di Fede: a meno che Di Pietro non sia anche uno psichiatra, è difficile che Tartaglia, in cura da dieci anni per problemi mentali, sia stato l’ultima pedina di un disegno eversivo dipietrista.
Stralcio 2 – “Questi  sono i risultati del signor Di Pietro, certamente, ma anche di quella stampa, di quel tipo di informazione, di quella politica, certamente che non è dell’area moderata, verrà dall’estremo comunismo, verrà dall’estremo, dall’accidenti al loro che stanno portando a questo tipo di violenza”. Ah, ecco. Se la colpa è di Di Pietro, certamente sarà anche di Travaglio, Annozero, Santoro che, è ben noto, nelle loro trasmissioni, sui loro giornali, spronano a fare acquisti di mitraglie e carri armati e lottare contro il nemico.
Stralcio 3 – “da quest’altra parte c’è gente corretta, c’è gente cha ha rispetto della libertà e della democrazia”. E questo si commenta da sé.
Stralcio 4 – Interessanti sono anche i commenti che Fede si sente in diritto e in dovere di fare alle dichiarazioni dal mondo politico. Le commenta tutte, e in tutte c’è quel tocco che profuma di imparzialità, come solo Fede sa fare. Una dichiarazione sembra, però, lo abbia colpito in maniera particolare, quella rilasciata dal Presidente della Repubblica: “Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del Presidente del Consiglio  al quale va la mia personale solidarietà” ; e a queste parole un Fede quasi esanime esclama: “e ci mancherebbe altro!”, forse sorpreso che un noto comunista bolscevico come Napolitano (che è noto soprattutto per essersi opposto a tutti i provvedimenti non firmando nessuna legge presentatagli)  abbia potuto dire questo.
Stralcio 5 – “L’aggressione, quella dei dibattiti televisivi, l’aggressione gravissima certamente da un punto di vista morale attraverso un mascalzone, delinquente, pezzente come Spatuzza che si permette di insinuare che Berlusconi può essere collegato alla mafia, anche quella è una grave ferita. Questa è una ferita fisica, quella di oggi; le altre sono ferite che certamente lo colpiscono moralmente”. Beh, meglio di così non si poteva: volevamo “fede nella giustizia”? Eccoci accontentati: la corte, presieduta da Fede, ha deliberato!
E chiudo con un’ultima chicca: “non è democrazia quando i tanti interventi spingono alla violenza, naturalmente quella di Di Pietro in particolare, ma non dimentichiamoci alcune trasmissioni che non cito, se no dovrei parlare di Annozero, Parla con me, Parla con te e Parla con chi gli pare, L’infedele dell’infedeltà eccetera. Non serve. Questo telegiornale non ha mai aggredito, ovviamente dal punto di vista dell’informazione, nessuno!”. Meno male che Emilio c’è!

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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