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Articoli marcati con tag ‘belpietro’

di Carmine Gazzanni

Maurizio Belpietro, nell’editoriale di ieri, rilancia la sua battaglia contro il nemico numero uno del premier, Gianfranco Fini. Addirittura il direttore di “Libero” rivela due falsi attentati orditi dallo stesso Fini per screditare Silvio Berlusconi, due attentati di cui sarebbe stato finta vittima il Presidente della Camera. Ma tutto per fini propagandistici. Già il titolo dell’editoriale era molto eloquente: “Su Gianfranco iniziano a girare strane storie…”. Il primo progetto di cui parla Belpietro dovrebbe essere messo in pratica durante una visita istituzionale in Puglia, “per la precisione ad Andria”, dichiara il direttore. E per organizzarlo ci “si sarebbe rivolti a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro”. Un buon prezzo se si pensa che, stando sempre a quanto rivelato da Belpietro, comprenderebbe “il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio”. Un piano, dunque, per mettere in cattiva luce Berlusconi, soprattutto se teniamo conto che “l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito”. La seconda storiella raccontata da Belpietro riguarderebbe, invece, una prostituta che giura di essere nipote di un vecchio camerata” e che avrebbe offerto i propri servigi a Gianfranco Fini e “in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti”. Storie vere o false? Non possiamo dirlo. Fatto sta che ben due procure hanno aperto dei fascicoli a tal proposito. Come rivelava già ieri La Repubblica, “il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro” ha aperto “un’inchiesta (al momento senza ipotesi di reato e senza iscritti nel registro degli indagati) su quanto scritto dal quotidiano e ad ascoltare per circa due ore a Palazzo di Giustizia Belpietro”, il quale, tuttavia, ha fatto sapere di aver ribadito quanto già aveva affermato nell’editoriale. Ma non solo la Procura di Milano si è interessata alla vicenda. Anche quella di Trani, infatti, ha deciso di intervenire aprendo una seconda indagine, il cui coordinamento poi è stato assunto dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, dato che nell’editoriale si farebbe riferimento, come detto, “a un manovale della criminalità locale”.

Vedremo a cosa porteranno queste due inchieste. Maurizio Belpietro, a onor del vero, nell’editoriale più e più volte ha ribadito di essere disposto a riferire altri particolari anche ai magistrati (senza dimenticare che per quanto riguarda la vicenda della prostituta, ci sarebbe anche la “videoregistrazione della sua testimonianza”). Tuttavia sappiamo bene che Maurizio Belpietro non è nuovo a questi colpi di scena che poi, però, si rivelano grossi buchi nell’acqua. O vere e proprie bufale.

Il primo ottobre 2010, infatti, come molti ricorderanno, Maurizio Belpietro è stato vittima – a quanto si è detto – di un attentato da parte di un uomo vestito da finanziere. Ma ancora tutt’oggi le stranezze rimangono molte. Ad iniziare dall’unico uomo che ha visto l’attentatore, il caposcorta, il quale era già balzato agli onori della cronaca nel 1995 per un caso molto simile. All’epoca era un agente semplice addetto al servizio di scorta dell’allora procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio. Anche in quella situazione Alessandro M. – il caposcorta – fronteggiò da solo un uomo armato che si trovava sotto casa di D’Ambrosio e riuscì a metterlo in fuga. Dopo questa azione l’agente-eroe verrà promosso da agente semplice ad agente scelto. Come nel caso di Belpietro, anche allora solo Alessandro vide il bandito, il quale scappò e di cui si persero per sempre le tracce.

Ma le stranezze non finiscono qui. Un altro aspetto che certamente lascia ancora oggi perplessi è il fatto che l’attentatore (o presunto tale) aspettava nel vano scale tra il quarto e quinto piano. Ciò sicuramente era molto pericoloso per il falso-finanziere che avrebbe potuto facilmente imbattersi negli uomini della scorta. Non sarebbe stato più arguto aspettare di sotto, ben nascosto, e attendere che gli uomini se ne andassero e poi salire da Belpietro? E perché, poi, l’attentatore avrebbe dovuto estrarre una pistola e tradirsi in questa maniera? Nessuno avrebbe sospettato di nulla, essendo vestito da finanziere. Anche perché, come lo stesso direttore ha affermato, sicuramente avrebbe aperto la porta, vedendo dallo spioncino un finanziere (“se avessi visto dallo spioncino l’uomo con la divisa della Finanza, probabilmente avrei aperto la porta di casa”). In più l’uomo, nello scendere le scale, si è ritrovato di fronte all’attentatore che ha puntato la pistola, ma questa si inceppa. Anche qui: fortuna o stranezza? Anzi, qui tutto farebbe propendere alla stranezza. Spieghiamo perchè. La pistola può incepparsi in soli tre casi: il proiettile non è buono; la pistola è difettosa; se la pistola ha la sicura inserita. Ipotesi chiaramente possibili, ma comunque molto strane, se pensiamo ad un attentatore che, a detta di molti, avrebbe studiato il piano nei minimi particolari.

E infine ci sono i tre spari del caposcorta, il quale ha riferito di aver sparato tre colpi ad una distanza di 3-5 metri, ma di non averlo centrato. Possibile? Dubbi sono stati mostrati anche da Gerardo d’Ambrosio, ex procuratore che, come detto, contava tra i suoi “uomini” lo stesso caposcorta di Belpietro: per lui è tutto molto strano, “a cominciare da quei tre colpi sparati a vuoto, eppure Alessandro (il caposcorta, ndr) è uno che ci sa fare con le armi”.

Insomma, già in questa circostanza Maurizio Belpietro è stato al centro di una vicenda i cui buchi neri sono vere e proprie voragini. Ed ora? Cosa accadrà? Staremo a vedere. Per il momento, però, è più che legittimo nutrire perplessità.

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di Carmine Gazzanni

I quotidiani berlusconiani sono tornati all’attacco. Mentre, infatti, il sultanato sta lentamente cadendo a pezzi con un Berlusconi – il Sultano – completamente impotente, ci pensano i suoi scudieri a cercare di spostare l’asse del dibattito politico dalla crisi istituzionale in corso a questioni che tutto sono meno che drammatiche. Oggi Libero, quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, scrive: “Gomorra Rai: Il servizietto di Saviano a Fini. Roberto e Fazio gettano la maschera e lanciano la campagna elettorale del leader Fli, invitato in tv a illustrare i valori della destra. Ma non doveva essere un programma di inchieste e intrattenimento?“. E poi Il Giornale: “La Rai degli arroganti. L’ulitmo blitz: Gianfry da Saviano“. A parte l’assurdità di alcune tesi (pensare che Saviano e Fazio possano “lanciare” la campagna elettorale di Fli è alquanto assurdo!), soffermiamoci su alcuni aspetti, rispondendo alle domande e alle accuse che lanciano i due mastini berlusconiani, domande, tuttavia, che certamente sono in molti a porsi. I due si chiedono, come detto, “Ma non doveva essere un programma di inchieste e intrattenimento?“, perchè invitare Fini? A questa domanda si può rispondere facilmente: nella prima puntata è intervenuto anche Nichi Vendola. Bene, vi pare che il leader di SEL abbia fatto campagna elettorale, come sostengono Belpietro e Feltri? Assolutamente no: ha letto la lista degli insulti ignobili a cui molto spesso sono sottoposti gli omosessuali, dopodichè è andato via. Cinque minuti di scena. Ed è proprio questa la grande novità del programma di Saviano e Fazio: inchieste che si alternano al varietà, ma un varietà diverso, che, attraverso la lettura di liste ci fa conoscere meglio l’Italia, i suoi valori ma anche e soprattutto i suoi vizi, i suoi peccati, le sue debolezze. E chi legge queste liste? Tutti, personaggi famosi (politici o meno che siano) e non famosi, e a tutti viene concesso esattamente lo stesso tempo. E certamente lo stesso trattamento sarà riservato anche a Fini e Bersani che leggerano esclusivamente le loro liste di “valori”.

Niente politica dunque, niente campagna elettorale.Questioni sollevate inutilmente perchè non c’è alcun fine politico dietro la partecipazione dei due leader. Ma d’altronde in questi giorni abbiamo visto a quali attcchi, reiterati per giunta, continuano ad essere sottoposti i due conduttori di “Vieni via con me“. Come non ricordare ad esempio tutta la diatriba nata riguardo la storia dei contratti che non potevano essere firmati perchè mancavano i soldi (mentre intanto Minzolini se ne va anche in crociera), risolta abilmente da Benigni, ad esempio, che ha rinunciato al suo cachè. Alcuni giorni fa, ancora, è stata la volta di “Striscia la notizia” che hanno dato la notizia che Fazio avesse “tagliato” e “censurato” uno stralcio della canzone di Benigni in cui si faceva riferimento alla Endemol, casa di produzione di “Vieni Via con Me“, partecipata da Mediaset. Apriti cielo: tutti a dire “ecco vedi, anche Fazio censura!”. Ed invece tutta una bufala, come spiegano in una nota ufficiale i due conduttori: “Ieri sera Striscia la notizia ha mandato in onda un filmato nel quale alle immagini dell’esibizione di Roberto Benigni a Vieniviaconme veniva sovrapposta la voce di un imitatore. I conduttori di Striscia hanno affermato che si trattava di un brano della canzone di Benigni censurata da Fabio Fazio. Purtroppo lo scherzo di Striscia, presumibilmente satirico, non è stato inteso correttamente da alcuni quotidiani e alcuni blog, che hanno dato la notizia della censura inventata da Striscia come se fosse vera. Fabio Fazio e gli autori della trasmissione, costernati dalla facilità con la quale un falso, per giunta trasmesso da un varietà satirico, viene scambiato per cronaca vera, fanno presente che ovviamente Roberto Benigni non ha subito alcuna censura. Che la trasmissione va in onda in diretta e dunque non è possibile tagliare o censurare alcunché“.

Ed ora si ricomincia con la storia di Fini e della “campagna elettorale a Fli“. Ma Belpietro e Feltri non hanno null’altro di cui parlare? Ad esempio di un piccolo ometto preoccupato dalla caduta del suo Impero di illegalità?

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di Carmine Gazzanni

Primo ottobre 2010. Maurizio Belpietro, direttore di “Libero”, dopo aver mandato in stampa il giornale, rientra in casa accompagnato dagli uomini della sua scorta; scorta che il direttore ha da circa otto anni. Ma proprio appena il caposcorta lascia nel suo appartamento Belpietro accade l’imprevisto. Un uomo, infatti, vestito con una camicia simile a quella usata dai militari della Guardia di finanza, ma su pantaloni di una tuta, si era appostato proprio nel palazzo, nel vano tra il quinto e il quarto piano, aspettando, a quanto pare, che Belpietro entrasse nel suo appartamento e che il caposcorta andasse via. Ma proprio l’uomo della scorta invece di prendere l’ascensore come al solito, ha preferito scendere le scale per fumarsi una sigaretta. Sulla rampa tra il quinto e il quarto piano si è imbattuto nell’attentatore. Questo signore ha puntato l’arma sul poliziotto, ma pare si sia inceppata. Il caposcorta ha fatto fuoco per ben tre volte e lo sconosciuto è scappato. Questo è quanto è stato raccontato dall’unico uomo che ha visto l’attentatore, il caposcorta stesso.

Ma siamo sicuri sia andata proprio così? Molte, infatti, sembrano essere le incongruenze o comunque le stranezze di questo caso.

Iniziamo proprio dal caposcorta, Alessandro M., il quale era già balzato agli onori della cronaca nel 1995 per un caso molto simile. All’epoca era un agente semplice addetto al servizio di scorta dell’allora procuratore aggiunto Gerardo d’Ambrosio. Anche in quella situazione Alessandro M. fronteggiò da solo un uomo armato che si trovava sotto casa di Ambrosio e riuscì a metterlo in fuga. Dopo questa azione l’agente-eroe verrà promosso da agente semplice ad agente scelto. Come oggi, anche allora solo Alessandro vide il bandito, il quale scappò e di cui si persero per sempre le tracce. Un caso, dunque, irrisolto, che lasciato più ombre che luci. Ricorda proprio quanto accaduto a Belpietro.

Ma andiamo avanti. Un altro aspetto che certamente lascia perplessi è il fatto che l’attentatore (o presunto tale) aspettava nel vano scale tra il quarto e quinto piano. Ciò sicuramente era molto pericoloso per il falso-finanziere che avrebbe potuto facilmente imbattersi negli uomini della scorta. Non sarebbe stato più arguto aspettare di sotto, ben nascosto, e attendere che gli uomini se ne andassero e poi salire da Belpietro? E perché, poi, l’attentatore avrebbe dovuto estrarre una pistola e tradirsi in questa maniera? Nessuno avrebbe sospettato di nulla, essendo vestito da finanziere. Anche perché, come lo stesso direttore ha affermato, sicuramente avrebbe aperto, vedendo dallo spioncino un finanziere (“se avessi visto dallo spioncino l’uomo con la divisa della Finanza, probabilmente avrei aperto la porta di casa”).

Altra particolarità, poi, è che, a parte il caposcorta nessuno ha visto l’attentatore. Nemmeno l’altro agente che era in macchina e non ha sentito nulla. Ma come è possibile? Facciamo il punto: nell’androne ci sono due porte. Una, la principale, avrebbe portato l’uomo proprio davanti all’auto di scorta; l’altra invece si apre sul cortile interno. E’ plausibile che l’attentatore abbia scelto questa strada. Ma attenzione: il cortile interno è circondato da un muro alto circa tre metri, sul quale sì a metà passano dei tubi (che potrebbero essere stati usati per appoggiare i piedi), ma sul muro non ci sono impronte, tranne forse, come rivela “La Stampa”, “l’impronta di un anfibio, ma va ancora stabilito con certezza”. Ed ancora. Sempre il quotidiano di Torino cerca di ricostruire tali stranezze: “Se avesse scavalcato il muro, unica via di fuga, si sarebbe trovato nel cortile di un palazzo nobiliare che si affaccia su via Borgonuovo, laterale rispetto a via Monte di Pietà. Ma, scendendo da questa parte, avrebbe dovuto atterrare su dei cespugli”. Ci sono impronte o tracce su tali cespugli? Assolutamente no.

Ancora. Il caposcorta, quella sera, decide di non prendere l’ascensore, come era suo solito, ma prende le scale per fumare una sigaretta. Fortuna o, anche qui, stranezza? L’incertezza rimane.
Ma andiamo avanti. L’uomo, nello scendere le scale, si ritrova di fronte all’attentatore che punta la pistola, ma questa si inceppa. Anche qui: fortuna o stranezza? Anzi, qui tutto farebbe propendere alla stranezza. Spieghiamo perchè. La pistola può incepparsi in soli tre casi: il proiettile non è buono; la pistola è difettosa; se la pistola ha la sicura inserita. Ipotesi chiaramente possibili, ma comunque molto strane, se pensiamo ad un attentatore che, a detta di molti, avrebbe studiato il piano nei minimi particolari.

E infine ci sono i tre spari del caposcorta, il quale ha riferito di aver sparato tre colpi ad una distanza di 3-5 metri, ma di non averlo centrato. Possibile? Dubbi sono stati mostrati anche da Gerardo d’Ambrosio, ex procuratore che contava tra i suoi “uomini” lo stesso caposcorta di Belpietro: per lui è tutto molto strano, “a cominciare da quei tre colpi sparati a vuoto, eppure Alessandro (il caposcorta, ndr) è uno che ci sa fare con le armi”.

Staremo a vedere. E’ chiaro che al momento tutte le ipotesi devono essere tenute in conto. Ma dagli episodi esaminati si evince un quadro molto incerto, sul quale, si spera, si faccia al più presto chiarezza. Per la sicurezza di tutti coloro che rischiano la loro vita per cercare di informare.

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di Carmine Gazzanni

Cesare è Silvio Berlusconi. Ora non ci sono più dubbi. Dopo le dichiarazioni di Arcangelo Martino, uno dei tre arrestati per la Loggia P3 insieme a Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, appare chiaro che i “quattro sfigati” (come Berlusconi stesso li definì) lavoravano per il Presidente del Consiglio. Almeno stando alla deposizione di Martino, deposizione che confermerebbe la contestata nota a piè di pagina in cui gli investigatori dei carabinieri scrivevano che “Cesare” era l’appellativo con cui la loggia chiamava il presidente del Consiglio. La notizia uscì a metà luglio e apriti cielo: tutti i Berluscones ad attaccare la magistratura  forcaiola e comunista. Primo fra tutti il suo legale e deputato del Pdl, Niccolò Ghedini, che si affrettò a precisare che “Cesare” non era Berlusconi. Che le date, citate dagli indagati, non coincidevano e che si trattava di “un’ipotesi ridicola“.

Ora questa ipotesi “ridicola” pare non essere più tale, in quanto viene confermata da uno dei tra arrestati. Ma vediamo, allora di ricapitolare quanto sta accadendo. L’inchiesta sulla Loggia P3 ha portato all’arresto, come detto, di Arcangelo Martino, Flavio Carboni e Pasquale Lombardi per associazione segreta. Indagati, sempre per lo stesso motivo, troviamo tutti uomini del Pdl, cari a Silvio Berlusconi: Nicola Cosentino, Marcello Dell’Utri, Giacomo Caliendo e Denis Verdini. Cosa vuol dire “reato di associazione segreta”? Stiamo facendo riferimento alla cosiddetta “Legge Anselmi”. Questa legge è nata in occasione della prima loggia massonica – la P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli – il 25 gennaio 1982. Sono 6 articoli contenenti “Norme di attuazione dell’ articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell’ associazione denominata Loggia P2”. Basti ricordare l’art.2 per capire la gravità delle colpe: “Chiunque promuove o dirige un’associazione segreta […] o svolge attività di proselitismo a favore della stessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La condanna importa la interdizione dal pubblici uffici per cinque anni […]”.

Ed è proprio questo quello che è successo. L’inchiesta (prima giornalistica, ad opera del grande Fabrizio Gatti de “L’Espresso”, poi giudiziaria) è partita dalla realizzazione dei parchi eolici in Sardegna, ma ben presto si è allargata. E di molto: interventi sulla Consulta per salvare il Lodo Alfano, pressioni sui vertici della Cassazione per dare una mano all’onorevole Nicola Cosentino, interventi sui consiglieri del Csm per ottenere le nomine di magistrati amici, visite al ministero della giustizia per favorire la riammissione alle elezioni regionali della lista Formigoni. E poi le manovre per togliere la Fininvest dai guai provocati dal Lodo Mondadori. Ed ancora le operazioni di procacciamento fondi tutt’altro che limpide. Il tutto discusso e ridiscusso nel salotto di Denis Verdini.  La combriccola, stando a quanto sostiene la magistratura, ha portato avanti condotte di assoluta gravità e spregiudicatezza servendosi di una vastissima rete di conoscenze coltivate anche grazie ai lussuosi convegni organizzati dallo pseudo centro di studi giuridici “Diritti e Libertà”. Condotte illecite e tese “a condizionare il funzionamento di organi costituzionali, di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e di enti locali”, scrive il giudice.

Ma torniamo ad Arcangelo Martino: le sue dichiarazioni sono state riprese da “La Repubblica” in un pezzo a firma Francesco Viviano. Ecco di seguito alcuni passaggi chiave:

CESARE E VICE-CESARE
Prendo atto di alcune intercettazioni di telefonate tra me e Lombardi in cui si fa cenno a un certo “maresciallo” e a un certo “Cesare e vice Cesare”. Sul punto posso dire che nel linguaggio che utilizzavamo io, Lombardi e Carboni, “Cesare” era il presidente Berlusconi e “vice Cesare” era Marcello Dell’Utri. Il “maresciallo” era il generale della Finanza Giovanni Mainolfi che si era rivolto al Lombardi per ottenere un trasferimento da Napoli

I RAPPORTI CON DELL’UTRI
Poco dopo la mia scarcerazione (era stato arrestato nella Tangentopoli napoletana negli anni ‘90 ndr), conobbi Marcello Dell’Utri, da allora, e siamo all’incirca nel 1996, ho avuto continuativi rapporti con Dell’Utri. Tramite Dell’Utri ho conosciuto Carlo Maietto e, tramite lui, ho conosciuto Pasquale Lombardi e Flavio Carboni

I “CONTRIBUTI” DI MARTINO PER LA PRESENZA DI PERSONE IMPORTANTI
Ho dovuto noleggiare un aereo privato per ottenere la presenza di Bassolino e di Formigoni. Infatti l’aereo privato portò Bassolino da Napoli in Sardegna e viceversa, proseguì per Milano per portare Formigoni in Sardegna e riportarlo poi a Milano

UOMINI AL SERVIZIO DI BERLUSCONI PER FAR CADERE PRODI
Sica mi disse che egli aveva tutto il diritto di ottenere la candidatura alla Presidenza della Regione in quanto Berlusconi gli doveva molto, disse che lo conosceva molto bene e che aveva dormito per diverso tempo nella sua casa di Roma in via Plebiscito da cui era stato allontanato per gelosia di Paolo Bonaiuti e dell’avvocato Ghedini. Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi per convincere, previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori a votare contro Prodi. Mi fece il nome del Senatore Andreotti e del Senatore Scalera. Mi mostrò anche dei fogli sui cui, a suo dire, vi erano segnati gli estremi dei bonifici

LODO ALFANO…
Dopo il convegno in Sardegna, uno o due giorni prima dell’incontro a casa di Verdini, si è svolto un pranzo presso il ristorante Tullio. A questo pranzo erano presenti, oltre a me, Lombardi, Caliendo, Martone, Carboni, mi sembra anche Miller, Lusetti, Angelo Gargani, Nunzia di Girolamo. Due sono stati in particolare gli oggetti delle conversazione, il Lodo Alfano e il la causa Mondadori. Il Lombardi fece, a modo suo, una relazione, segnalando che, dal monitoraggio diretto e indiretto da lui effettuato sui componenti della Consulta, era possibile un esito favorevole

…E LODO MONDADORI
Il secondo argomento riguardava la Mondadori, società riferibile al presidente Berlusconi, che avrebbe dovuto pagare circa 450 milioni di euro. Lombardi disse che era possibile forse intervenire sulla Cassazione e andò a parlare con il Presidente Carbone e con il procuratore generale Esposito. Stessi argomenti si affrontarono in casa di Verdini. Eravamo presenti io, Lombardi, Carboni, Verdini, Dell’Utri, Caliendo, Martone e Miller. Dell’Utri mostrò qualche preoccupazione, Martone e Miller espressero l’opinione che potevano essere giuste le conclusioni di Lombardi

Oggi i pm ritengono che sia possibile convocare Silvio Berlusconi a deporre come persona informata dei fatti. In ogni Paese questa notizia avrebbe fatto scalpore: tutti avrebbero parlato di questo. Non in Italia. Chiaramente sono molti i giornali che affrontano la questione, ma altrettanti sono i quotidiani che non danno il giusto rilievo a quanto accaduto e alle vicende del Presidente del Consiglio. Su tutti, chiaramente, i due quotidiani berlusconiani, che rimangono ancorati alla vicenda monegasca e agli attacchi a Gianfranco Fini.

Iniziamo da Libero: “Fini, scusate abbiamo scherzato”. Secondo il quotidiano diretto da Belpietro, infatti, ora “che tutti hanno capito che il Cav ha i numeri per fare a meno di Gianfranco”, i finiani stanno cercando il dialogo. Nulla di più falso: non è affatto vero che il Cav “ha i numeri”, tant’è che Fini nei giorni scorsi ha affermato  di voler votare in Parlamento dopo il discorso di Berlusconi previsto per fine mese, proprio perché si sente sicuro del suo gruppo. Semmai è il contrario: sono Berlusconi e Bossi che stanno tentando la strada di un dialogo. Oggi Berlusconi, infatti, ha affermato di essere sicuro che ogni finiano “sarà leale anche al simbolo del Pdl su cui è scritto il nome di Silvio Berlusconi”. Ieri, invece, Bossi ha confessato di sperare “che Fini torni in ginocchio da Berlusconi” perché “è meglio Fini di Casini, nonostante tutto è meglio Fini di Casini”.

Passiamo a “Il Giornale” che continua martellante sull’affaire monegasco. Intitola Feltri: “Montecarlo: la verità è vicina”. E poi, all’interno del quotidiano, una marea di articoli (come sempre) sul caso: “I guai del Presidente della Camera. Quanti incontri tra Fini e i giudici: ma chissà cosa si saranno detti”; “Il mistero americano dei Tulliani”; “Così Fini ha bluffato sulla casa di Montecarlo”. E poi anche intervista sul caso: “Legittimo indagare: si tratta dei beni di un partito”, intervista indovinate a chi? Marina Berlusconi. Insomma, una voce imparziale.

Risultato: una miriade di articoli su un caso su cui si è detto tutto e di più (bisognerebbe aspettare, ora, che la magistratura faccia il suo corso e chi ha sbagliato ne risponderà) e zero articoli su una questione ben più importante, quale il presunto legame di Berlusconi con la P3. Nemmeno un articolo. Niente.

Caro Feltri, va bene tutto, si continui ad occupare imperterrito solo di Fini. Se questo, d’altronde, è quello che vuole “Cesare

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di Carmine Gazzanni

Un Gianfranco Fini a 360 gradi quello di Mirabello. Un discorso che ha chiarito, semmai ci fosse stato ancora qualche dubbio, la posizione dei finiani sulla politica del Governo Berlusconi. Un Fini che dice la sua su tutto, su Gheddafi (“genuflessione poco decorosa”), sullo stesso Berlusconi (“Non esiste il reato di lesa maestà, perché non esiste un popolo di sudditi, ma di cittadini e di militanti”), sul Parlamento, spogliato dei suoi poteri (“Il Parlamento non è depandance dell’esecutivo, governare non significa comandare, ma garantire l’equilibrio dei poteri”). E poi si è soffermato sulla sua cacciata “autoritaria e illiberale” dal Pdl; sulla giustizia, riguardo cui ha detto che “non ci vogliono leggi ad personam, ma leggi che tutelino il capo del governo”; sulla Lega e sulla Padania (“Solo  chi non conosce la storia oltre che la geografia può pensare  che la Padania esista davvero”). E infine il Presidente della Camera ha detto la sua anche sugli attacchi de “Il Giornale, una campagna definita come una “autentica lapidazione di tipo islamico. Infame non perché si sia rivolta a me, ma perché si è rivolta contro la mia famiglia”.

Ma passiamo al giorno dopo, il giorno dei commenti. Come era facilmente immaginabile, i Berluscones hanno attaccato Gianfranco Fini, il cui discorso è stato “di rottura e polemica distruttiva”, come ha affermato Bondi. Ma le accuse più sfacciate arrivano dai giornali berlusconiani. Maurizio Belpietro, direttore di “Libero”, ad esempio, parla di Fini come “il grande ipocrita” che “propone un codice etico per i politici ma non dice neppure una parola sulla casa di Montecarlo”.

Due critiche su tutte, però, colpiscono. Analizziamole. Una è quella di Daniele Capezzone. Secondo l’ex radicale: “Il discorso di Gianfranco Fini è deludente. Nessuna spiegazione convincente sulle vicende che lo riguardano; antiberlusconismo costante e quasi ossessivo; insulti e offese contro il Pdl e contro la stampa che a Fini non piace. Con queste provocazioni non si va lontano”. Ecco alcuni esempi di “offese e insulti”: “Veltroni è un coglione” (Berlusconi, 3/9/95). “Veltroni è un miserabile” (Berlusconi, 4/4/2000). “Giuliano Amato, l’utile idiota che siede a Palazzo Chigi” (Berlusconi, 21/4/2000). “Prodi? Un leader d’accatto” (Berlusconi, 22/2/95). “La Bindi e Prodi sono come i ladri di Pisa: litigano di giorno per rubare di notte” (Berlusconi, 29/9/96). “Prodi è la maschera dei comunisti” (Berlusconi, 22/5/2003). “Prodi è un gran bugiardo pericoloso per tutti noi” (Berlusconi, 21/10/2006). “Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D’Alema e Fassino, a chi ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot” (Berlusconi, 14 dicembre 2005). “I Ds sono i mandanti delle toghe rosse. Noi non attacchiamo la magistratura, ma pochi giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere” (Berlusconi, 1/12/99). E ancora: “Il presidente Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista” (Berlusconi, La Stampa, 16/1/95).

Passiamo al quotidiano della famiglia Berlusconi. Già il titolo che campeggia in prima pagina è molto eloquente: “Le infamie di Fini”. E nel suo articolo il condirettore Alessandro Sallusti spiega il motivo per cui il discorso del Presidente della Camera sia stato infamante: “dice alcune cose e il loro contrario. E tace su molto, troppo per essere credibile”. Anche qui il paragone con Silvio Berlusconi regge molto bene. Se Sallusti parla di ambiguità per Fini (“dice alcune cose e il loro contrario”), vediamo come se la cava il Presidente del Consiglio:
Sono assolutamente intenzionato a vendere le mie televisioni” (28/02/94); “Non venderò mai le mie televisioni” (01/02/94).
Io non ho mai insultato nessuno” (10/09/05); “Lei ha una bella faccia da stronza!” (alla signora riminese Anna Galli, che lo contestava, 24/07/03).
Non abbiamo mai pagato tangenti” (10/12/93); “A Milano negli anni Settanta era un calvario. Per far passare una pratica da un ufficio all’altro, ci dovevi andare con l’assegno in bocca” (09/05/03)
Forza Italia e Craxi sono lontani anni luce” (01/10/95); “Quando fondammo Forza Italia, avevamo in mente le parole di Bettino Craxi” (30/01/05).
Non ho mai fatto un attacco contro la magistratura” (10/10/95); “Quello della magistratura è un cancro dello stato di diritto che dobbiamo estirpare” (30/06/03).
Neanch’io, come Bossi, voglio un piduista a Palazzo Chigi” (08/04/94); Berlusconi si iscrive alla P2 con la tessera numero 1816.
Quando mi iscrissi alla P2, era un ambito di persone perbene, riuniva i migliori del Paese” (16/10/96); “Con la P2 avevamo l’Italia in mano. Con noi c’era l’esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia. Tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia” (Licio Gelli, Maestro Venerabile).
Io non mi siederò più allo stesso tavolo con Umberto Bossi. E’ totalmente inaffidabile, un monumento alla slealtà” (02/02/95); “Al tavolo con Bossi? Abbiamo un vasto senso dell’ospitalità. Quindi credo che ci sarà l’antipasto, il primo, il secondo, la torta, il caffè, il liquore…” (03/04/98).
Bossi è un Giuda, un ladro di voti, un ricattatore, truffatore, traditore, speculatore” (21/12/94); “Bossi è il mio amico più caro” (15/04/04).
Io di D’Alema mi fido. Mi sembra sincero e coraggioso” (01/02/96); “D’Alema è falso e vile. Mi ricorda Benito Mussolini” (26/01/00).
I rapporti tra me e Scalfaro sono cordialissimi, ci sentiamo continuamente” (12/05/94); “Scalfaro? Un serpente, un traditore, un golpista” (16/01/95).

Che dite,  può bastare?

Attenzione, però: non è tutto oro quello che luccica. Alcune questioni sollevate dal Pdl sono più che legittime. Da quanto riportato da “La Repubblica” pare che Silvio Berlusconi abbia commentato il discorso di Mirabello: “Sembra che abbia passato gli ultimi 15 anni su Marte, sembrava di ascoltare Di Pietro”. Come contraddirlo? Non bisogna dimenticarsi che per molti anni Gianfranco Fini è stato un fido alleato berlusconiano che non ha alzato mai la voce dinanzi alle svariate leggi ad personam delle precedenti legislature. E ancora. Anche Giorgio Stracquadanio coglie nel segno: “E’ evidente che la coerenza e il rispetto delle istituzioni che Fini esige dagli altri dovrebbero portarlo alle dimissioni da presidente della Camera, incarico a cui è stato eletto in tutt’altro contesto politico. E’ questa la prima prova della serietà dell’uomo”. Ma soprattutto sono i quotidiani che rilevano un particolare non da poco: nessuna parola sull’affaire monegasco. Né a Mirabello, né in tutto il periodo precedente. Fini non ha mai chiarito la sua posizione, non ha mai dimostrato che quanto dichiarato dal quotidiano di Feltri fosse falso.

A questo punto rimane un’unica soluzione che, se inizialmente pareva essere una remota possibilità, ora è molto di più: le elezioni anticipate.

Aspettando che anche il Pd se ne accorga …

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di Carmine Gazzanni

Era facilmente immaginabile che sarebbe andata così. Ieri Gianfranco Fini alla convention napoletana di Generazione Italia ha utilizzato parole che sarebbero suonate assolutamente normali in ogni Paese europeo, tranne che, chiaramente, in Italia. E più precisamente per gli uomini di Berlusconi e per i suoi giornali. Ma quali sono le dichiarazioni incriminate? Gianfranco Fini, in collegamento telefonico, ha affermato che sì, è importante il garantismo, ma bisogna considerare anche l’opportunità “di continuare a mantenere incarichi politici quando si è indagati. Il riferimento è palese: Denis Verdini, indagato per “violazione della legge sulla costituzione di società segrete” nell’ambito della cosiddetta P3 e nel filone d’inchiesta sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna; e poi Nicola Cosentino, dimessosi da sottosegretario, ma ancora coordinatore regionale in Campania. Ma non è finita qui. Il Presidente della Camera ha addirittura “osato” difendere il finiano Granata che negli scorsi giorni aveva parlato di pezzi di governo che impediscono di raggiungere la verità sulle stragi del ’92 (“Quando si pone la questione morale, non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa”).

Come già detto, parole assolutamente in linea con i principi civili, morali e politici di qualsivoglia Paese democratico. Non è così per gli uomini di Silvio Berlusconi. Per alcuni “Fini è un po’ confuso” (Casoli), per altri “viene meno al suo ruolo istituzionale” (Bondi), per altri ancora siamo arrivati alla frutta: “non se ne può più” (Cicchitto).

Ma il bello deve ancora venire. Leggiamo cosa ci dicono oggi i due maggiori quotidiani berlusconiani, “Il Giornale” e “Libero”.

Iniziamo dal quotidiano diretto da Vittorio Feltri. L’articolo a firma Francesco Cramer si apre con un titolo molto eloquente: “Ora Fini chiede la testa di Berlusconi: ‘Fuori dal partito tutti gli indagati’“. Proprio che pare un’assurdità chiedere che gli indagati abbandonino le loro cariche pubbliche. E infatti per queste esternazioni incomprensibili per i fedeli berlusconiani, Cramer dipinge Gianfranco Fini come un “ex nero” che sta diventando “sempre più viola, inteso come popolo”; uno che  “in pratica non sconfessa l’ultrà Fabio Granata, denuncia la monarchia berlusconiana, occhieggia al giustizialismo dipietresco e prosegue nella guerriglia contro il Pdl e il suo principale alleato”. Insomma, queste parole sono inammissibili per un partito che ha nel suo nome la parola “libertà” soltanto come vacuo fumo che annebbia gli occhi. E parole di critica chiaramente non mancano per Fabio Granata, definito “ultrà” e “pasdaran giustizialista” (errata corrige: caro Cramer, “pasdaran” è plurale! Forse in riferimento ad un sol uomo è meglio usare la forma singolare – è questo quello che prevedrebbe la lingua italiana – che è “pasdar”).

Passiamo a questo punto al quotidiano di Maurizio Belpietro. Mentre Franco Bechis ne canta quattro a Fabio Granata perché “baby pensionato con tre lavori”, in un altro articolo ad essere preso di mira è, tanto per cambiare, Gianfranco Fini, accusato di “strillare come Di Pietro”: “ll presidente della Camera attacca tutti i “berlusconiani” finiti nella rete delle inchieste (l’ultimo in ordine di tempo è stato appunto Verdini) e, alla faccia del garantismo, ne invoca le dimissioni senza se e senza ma”. Insomma, anche per il quotidiano di Belpietro sembra assolutamente impensabile presentare le dimissioni nel momento in cui si finisce indagati a vario titolo in più inchieste.

In realtà il punto pare essere un altro: le parole di Gianfranco Fini, che nutre dubbi sull’opportunità di mantenere incarichi per chi è sotto inchiesta, dirette o indirette che siano, colpiscono comunque anche Silvio Berlusconi che ha sul groppone ancora alcune inchieste giudiziarie (senza contare poi le varie prescrizioni, molte delle quali frutto delle leggi ad personam che si sono succedute nel tempo, molto spesso con il placet anche dell’opposizione). E questo è intollerabile per due giornalisti come Belpietro e Feltri.

Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare, disse Vittorio Feltri prima di diventare, l’estate scorsa, direttore de “Il Giornale”. Si,  perché lui sarebbeinsofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico” e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”.
Forse non ha la stoffa da cortigiano, ma la lingua e la penna certamente sì.

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di Carmine Gazzanni

Brancher è fuori. Uno penserebbe: “Berlusconi e il suo governo hanno fallito”, come ha scritto Antonio Di Pietro sulla sua pagina facebook. Oppure si potrebbe pensare ad una “indegna fine di una pericolosa pagliacciata”, come ha rilevato Anna Finocchiaro.

Bene. Niente di tutto questo. Brancher si dimette? E’ una vittoria per Silvio Berlusconi, che ne esce completamente indenne. Almeno stando a quanto si legge oggi su “Libero” e su “Il Giornale”. Il quotidiano di Belpietro, infatti, titola: “La doppietta di Silvio. Risolto il caso Brancher mette la fiducia sulla manovra: ‘Gianfranco non mi serve per governare’”. “Fuori Brancher, poi tocca a Fini” è, invece, l’eloquente titolo del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, secondo cui le dimissioni del “ministro-breve” sono “un problema in meno per il premier, che ora avvia le operazioni per disinnescare il nemico interno. Prima mossa: fiducia sulla manovra”.

I due quotidiani sconcertano alquanto. Oltre al fatto di essere esattamente identici nei titoli e negli argomenti trattati negli editoriali, entrambi i direttori, infatti, liquidano la vicenda Brancher con assoluta “nonchalance”, addirittura arrivando a dire che Berlusconi ne ha guadagnato (cari direttori, ricordiamoci che spetta sempre al Presidente del Consiglio nominare i suoi Ministri, e dunque è stato Berlusconi a nominare a non si sa bene cosa un pregiudicato, il diciannovesimo di questa Legislatura). La loro attenzione, invece, viene rapita dal golpista Gianfranco Fini.

Entrambi, infatti, si scagliano contro il Presidente della Camera il quale, secondo Belpietro, è “in preda a una specie di isteria che tende a identificare nel premier la causa di tutti i suoi guai”; pare, dunque, che “si arriverà per forza allo scontro definitivo Fini-Berlusconi”, pronostica Vittorio Feltri, che comincia anche a far di conto: “attualmente la maggioranza gode di 170 voti più dell’opposizione, un’eventuale uscita dei finiani, una trentina o forse meno, non provocherebbe contraccolpi sulla stabilità di governo”. Come dire: dai Silvio, caccia Gianfranco!

Insomma, clementi con il caso Brancher e con chi l’ha eletto Ministro, assatanati contro Gianfranco Fini. Da buoni “garantisti”, si direbbe nel Pdl. Eppure tempo Feltri e Belpietro non erano proprio così.

Il 4 marzo del 1993 venne arrestato Enzo Carra (tuttora parlamentare pregiudicato del PD). Entrambi i direttori pubblicarono in prima pagina la foto di Carra in manette (noi aggiungiamo: giustamente). Insomma si comportarono da “forcaioli” e “giustizialisti”. Addirittura se la prendevano anche con i figli degli imputati: Vittorio Feltri, ad esempio, ebbe molto da ridire quando entrò in politica Stefania Craxi, figlia di Bettino.

E ora invece? E ora Brancher è una povera vittima sacrificale, Berlusconi ne è uscito pulito e vittorioso, e la colpa è totalmente da imputare a Gianfranco Fini che proprio oggi ha dichiarato: “In un grande Paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente”. Ora bisogna solo aspettare di leggere gli editoriali di domani dei due direttori.

E già Cicchitto li ha preceduti con la storia del “garantismo”: “Fini ha affermato di essere ispirato dal principio della legalità. Voglio ricordare che il Pdl è un partito garantista per eccellenza”. Sì, garanzia per imputati e pregiudicati.

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di Carmine Gazzanni

C’è chi, comunque vada, ti stupisce sempre. Come, ad esempio, giornalisti (o presunti tali) quali Feltri & co. Pensavamo, infatti, che ci fosse un limite all’indecenza della mala informazione italiana. Ci sbagliavamo. Periodo tesissimo questo che stiamo vivendo: il cosiddetto “sistema gelatinoso” sta pian piano venendo fuori con tutto il corredo di cognati, soci, fratelli, amici di amici, parenti alla lontana, insomma sta venendo fuori quella “famiglia allargata” che godeva di tutti i benefici degli appalti mentre Bertolaso, poverino, non sapeva, dormiva o era indaffarato con qualche massaggio (così pare si dica ora) extra.

E mentre l’Italia veniva a conoscenza del “sistemone”, ecco il colpo di genio di alcuni quotidiani. “Libero” e “Il giornale”, infatti, dedicano paginoni a un fatto a loro detta sensazionale. Addirittura il quotidiano di Feltri dedica una prima pagina a questa notizia che non può essere altro che una “bomba” se è ritenuta degna di cotanta importanza. Quale sarà mai questo scoop allora da essere più sensazionale del “sistema gelatinoso”? Ecco la notiziona: la lettera che Marco Travaglio ha scritto a Michele Santoro. Conosciamo bene i motivi della missiva nella quale si analizza ciò che è avvenuto nell’ultima puntata di “Annozero”: il direttore guarda caso proprio di “Libero”, Maurizio Belpietro, e il vicedirettore guarda caso proprio de “Il giornale“, Nicola Porro, mentre si stava parlando delle truffe e degli appalti pilotati della Protezione Civile di Bertolaso, hanno messo in mezzo questioni riguardanti il giornalista ospite fisso di Santoro, questioni su cui Travaglio già più e più volte si è difeso e discolpato. E allora? Perché questi articoloni, addirittura anche in prima pagina? Titoli quali: “Travaglio minaccia Santoro”, “Lo spirito fascistello del pm Travaglio”, “Quella conoscenza scomoda che lo manda in bestia” che senso dovrebbero avere? Ecco: nulla, anche perché, nella lettera, Travaglio invita solo Santoro a far si che il dibattito ci sia, ma sui temi trattati, non su temi vecchi, personali e per di più falsi.

Eppure Travaglio lo sa: i presunti giornalisti come Belpietro e Porro non sono nuovi a questi attacchi, dimostrando di non saper far altro che andare sul personale, offendere, inventare e riportare notizie impolverate. E tutto questo perché? Per cercare, almeno qualche volta, di poter dire “hai visto?? Siamo noi ora che abbiamo ragione! Siamo noi ad avere il coltello dalla parte del manico!”. Sarebbe meglio che questi avessero del sale in zucca più che il tanto bramato coltello perché basta ragionare un poco, riportare notizie, quelle vere, per mostrare che il loro non è giornalismo, ma gretto servilismo.

E non sono nuovi, come già detto, tali quotidiani a questa politica. Così è stato per Boffo: Feltri, infatti, attaccò l’ex direttore dell’Avvenire perchè si era schierato contro la condotta immorale di Berlusconi nel caso “puttanopoli”, riportando la notizia dell’omosessualità di Boffo e della sua aggressione nei confronti dell’amante del suo fidanzato. Ora, che Boffo avesse colpa è certo (ha patteggiato una pena pecuniaria di 516 euro); ciò che sconcerta è altro: la notizia riportata era già vecchia di 5 anni! Come mai solo allora Feltri l’ha pubblicata? E non è finita qui: l’articolo contro Boffo era stato assegnato a tale Gabriele Villa, ora alla cronaca giudiziaria, ai tempi di Montanelli si occupava della pagina del golf (potete capire che alto esponente egli sia!!!). Ebbene Villa, per dare più credibilità al suo articolo e per rafforzare l’attacco a Boffo, spacciò come nota giudiziaria (quindi  come attendibile perchè scritta da un pm!) una LETTERA ANONIMA (che invece non ha nessun valore se prima non si appura la fonte!!!). Mica male però!

Poi è toccato a Fini che, contrario ad alcune scelte di Berlusconi, si è dovuto anche lui sorbire Feltri. Però  questo non vuol dire che il direttore sia un filino berlusconiano perché, ricordiamo, a lui “manca la stoffa da cortigiano” (come disse lui steso poco prima di andare a dirigere “Il giornale”). Si vede che allora era proprio vero che Fini era “il più tenace oppositore del governo, altro che Bersani e Di Pietro”. Se lo dice Feltri l’imparziale, dobbiamo crederci. D’altronde perché Fini avrebbe dovuto dire “Berlusconi ha il preciso dovere costituzionale di rispettare la Corte Costituzionale e il Capo dello Stato”? Ha mica mai Berlusconi mancato di rispetto nei confronti di tali istituzioni? Ma certo che no! Perché ancora avrebbe dovuto dire “A volte accade che Berlusconi confonda la leadership con la monarchi assoluta”??? Non ce n’era nessuna ragione. E allora ha ragione Feltri. I più informati sembrano dire addirittura che il numero due del Pdl ordiva congiure nei meandri di Palazzo e, per l’occasione, in queste riunioni partigiane, era solito indossare anche un bel colbacco. C’è chi giura di averlo visto.

E poi? Poi c’è Tonino che, come sappiamo, è stato bersagliato prima dal Corriere e subito allora Feltri ha preso la palla al balzo. E con tanto di foto compromettente tra Di Pietro (allora pm) e Consorte (allora numero tre del Sisde) titolava: “Di Pietro colto sul fatto: ora parli“. Beh, considerando che Di Pietro era ad una cena con tutti incensurati e servitori dello Stato, viene da pensare che c’è stima solo quando abbiamo escort, festicciole, lettoni, regalini, compleanni, aerei di Stato, cantanti di fiducia, champagne, caviale e Presidente in pompa. Ma questo non vuol dire che Feltri sia al sevizio di Berlusconi. Alla gente come lui “manca la stoffa da cortigiano”.

«C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”». A dirlo è Marco Travaglio. E ora domani Feltri aprirà con un bell’articolo dal titolo: “Il fascistello Travaglio si permette di minacciare Victor Hugo”. Almeno lui, che non ha proprio “la stoffa da cortigiano”, è giusto che certe cose le dica!

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Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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