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di Gino Petrollini (studente Università di Perugia)

Troppo spesso si parla di diritto allo studio senza averne cognizione. Troppo spesso studenti arrabbiati lo sono troppo poco o per niente da perdere di mira quello che li rende tali: il poter usufruire in  maniera eguale dei livelli più alti dell’istruzione, a patto che siano dati i requisiti di merito.

Tutto ciò viene siglato formalmente nell’articolo 34 della Costituzione (“La scuola è aperta a tutti [...] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”), ma in Italia sembra che il contenuto non rispetti la forma. Ce lo insegna la quotidianità della scuola e dell’università, realtà, queste, martoriate da un meccanismo perverso che comunemente viene chiamato “riforma”: troppi i tagli al’istruzione (1,3 miliardi di euro solo nel 2011) che rendono instabili le fondamenta degli atenei italiani. Instabilità che si riflette in quella di pochi studenti e molti ricercatori che si vedono privati di ciò che dovrebbe essere loro garantito: qualità dello studio e diritto a fruirne, che tradotto in pratica vuol dire fondamentalmente borse di studio per intraprendere o continuare il proprio percorso formativo.
L’insieme di questi costruisce, generazione dopo generazione, la cultura la quale altro non è che il prodotto di una cognizione ampia e non elitaria di civiltà. E’ dimostrato che più i sistemi economici investono nella cultura, più questi sono producenti e creano per riflesso una condizione di benessere diffuso, materiale e psicologico.
Feuerbach stesso diceva: “l’uomo è ciò che mangia”, intendendo che le condizioni materiali influiscono su quelle sociali.

La perversità della riforma, allora, sta nel mancare la sua finalità: migliorare la qualità dell’insegnamento. Inoltre, la sua modalità di attuazione procede di pari passo con la finanziaria, dilazionando i tagli in tre anni e ingenerando un processo continuo di confusione. Ed è chiaro, poi, che da priorità confuse nascano finalità confuse; ed ecco che negli atenei di Italia gli studenti si dividono tra movimenti anacronistici, per via delle attuali condizioni storiche, e il più assoluto e cieco disinteresse.

Prendiamo in esame la situazione dell’ateneo di Perugia e cerchiamo di capire come in questo polo di sapere si respiri un’area ovattata e “assurdamente irreale”.
Partecipando ad un’assemblea tenuta nei vari collegi universitari si può notare come in realtà la situazione sia drammatica. Il Prof. Oliviero, amministratore unico dell’ADiSu (Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario) di Perugia ha spiegato, nell’assemblea del 21 ottobre,  quella che è la situazione attuale. L’Umbria, volendo usare una certa retorica, è sicuramente una regione virtuosa; a Perugia infatti  si è garantito il 100% delle borse di studio fino all’anno accademico 2009-2010. Sembra, invece, che problemi vi siano per l’anno corrente: le borse verranno erogate in modo sufficiente in relazione ai soldi che si hanno. Ciò vuol dire che, nelle condizioni in cui reddito e merito lo permettano, si può risultare sì idonei, ma non beneficiari di borsa di studio, alloggio, servizio mensa …

L’ADiSu di Perugia, punto di raccordo tra studente e Stato, non ha potuto fare previsioni non sapendo quanto lo Stato erogherà per il diritto allo studio che, lo ricordiamo, è costituzionalmente garantito. A peggiorare la situazione è il decreto 133 di Tremonti, con il quale si dichiara lo stato di crisi generale. Lo Stato ha così tempo fino a  dicembre per assegnare (e non stanziare) fondi; purtroppo i corsi iniziano a fine settembre , il che vuol dire che per i 2/3 di un semestre ci si può scordare quello che è il diritto allo studio.

Quella umbra – bisogna dirlo – è una realtà diversa da quella di altre regioni, nelle quali alcuni collegi sono chiusi. Gli studenti, infatti, qui possono godere di un’efficiente collaborazione tra ADiSu e regione, la quale non dovrebbe occuparsi di borse di studio, ciononostante ha garantito anche quest’anno un fondo pari a 6 milioni e mezzo di euro. Anche l’ADiSu cerca di fare economia: nella sede amministrativa i riscaldamenti funzionano a giorni alterni, producendo un risparmio di 6 mila euro, corrispondenti circa a due borse di studio.

E lo Stato? Di norma il Governo dovrebbe garantire  un contributo mai inferiore all’80% di quello erogato l’anno precedente: se nel 2009-10 sono stati stanziati 9 milioni per l’Umbria, quest’anno non dovrebbero essere meno di 7 milioni. Questi, sommati a quelli che la regione offre mediante cassa  diretta,  dovrebbero bastare a tenere in equilibrio le sorti dei borsisti. Almeno per quest’anno. Ma cosa accadrà se questo non dovesse accadere? Cosa accadrà se questi soldi mancheranno? E cosa accadrà il prossimo anno accademico?

In questo turbamento di idee una decisione è stata prese dallo stesso Prof. Oliviero, il quale ha assicurato che si impegnerà a discutere e a condividere con i borsisti qualsiasi scelta. La decisione, dunque, non sarà individuale (del solo Oliviero), ma collettiva.
Ma non tutti sembrano essere d’accordo. Davanti alla proposta di possibili tagli alle loro borse per permettere una maggiore fruizione agli aventi di diritto (meno soldi per tutti, ma più persone beneficiarie), alcuni studenti hanno posto domande o fatto critiche. Sembra, in pratica, che preferiscano coltivare la contingenza del loro caso.
Si può capire anche questo punto di vista  se guardato da una concezione individualistica per cui, in realtà, molti soldi bastano per la sopravvivenza. Guardando dalla parte opposta, invece, si può scorgere la necessità di un bene comune per il quale il mondo non è fatto di atomi, ma di legami.

Il diritto allo studio ha un solo significato: “dignità.

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LO STATO DELL'UNIVERSITA' ITALIANA. PROPOSTE, PENSIERI, CRITICHE NELLE PAROLE DI UNO STUDENTE, 10.0 out of 10 based on 4 ratings

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