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di Carmine Gazzanni

Cesare è Silvio Berlusconi. Ora non ci sono più dubbi. Dopo le dichiarazioni di Arcangelo Martino, uno dei tre arrestati per la Loggia P3 insieme a Flavio Carboni e Pasquale Lombardi, appare chiaro che i “quattro sfigati” (come Berlusconi stesso li definì) lavoravano per il Presidente del Consiglio. Almeno stando alla deposizione di Martino, deposizione che confermerebbe la contestata nota a piè di pagina in cui gli investigatori dei carabinieri scrivevano che “Cesare” era l’appellativo con cui la loggia chiamava il presidente del Consiglio. La notizia uscì a metà luglio e apriti cielo: tutti i Berluscones ad attaccare la magistratura  forcaiola e comunista. Primo fra tutti il suo legale e deputato del Pdl, Niccolò Ghedini, che si affrettò a precisare che “Cesare” non era Berlusconi. Che le date, citate dagli indagati, non coincidevano e che si trattava di “un’ipotesi ridicola“.

Ora questa ipotesi “ridicola” pare non essere più tale, in quanto viene confermata da uno dei tra arrestati. Ma vediamo, allora di ricapitolare quanto sta accadendo. L’inchiesta sulla Loggia P3 ha portato all’arresto, come detto, di Arcangelo Martino, Flavio Carboni e Pasquale Lombardi per associazione segreta. Indagati, sempre per lo stesso motivo, troviamo tutti uomini del Pdl, cari a Silvio Berlusconi: Nicola Cosentino, Marcello Dell’Utri, Giacomo Caliendo e Denis Verdini. Cosa vuol dire “reato di associazione segreta”? Stiamo facendo riferimento alla cosiddetta “Legge Anselmi”. Questa legge è nata in occasione della prima loggia massonica – la P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli – il 25 gennaio 1982. Sono 6 articoli contenenti “Norme di attuazione dell’ articolo 18 della Costituzione in materia di associazioni segrete e scioglimento dell’ associazione denominata Loggia P2”. Basti ricordare l’art.2 per capire la gravità delle colpe: “Chiunque promuove o dirige un’associazione segreta […] o svolge attività di proselitismo a favore della stessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La condanna importa la interdizione dal pubblici uffici per cinque anni […]”.

Ed è proprio questo quello che è successo. L’inchiesta (prima giornalistica, ad opera del grande Fabrizio Gatti de “L’Espresso”, poi giudiziaria) è partita dalla realizzazione dei parchi eolici in Sardegna, ma ben presto si è allargata. E di molto: interventi sulla Consulta per salvare il Lodo Alfano, pressioni sui vertici della Cassazione per dare una mano all’onorevole Nicola Cosentino, interventi sui consiglieri del Csm per ottenere le nomine di magistrati amici, visite al ministero della giustizia per favorire la riammissione alle elezioni regionali della lista Formigoni. E poi le manovre per togliere la Fininvest dai guai provocati dal Lodo Mondadori. Ed ancora le operazioni di procacciamento fondi tutt’altro che limpide. Il tutto discusso e ridiscusso nel salotto di Denis Verdini.  La combriccola, stando a quanto sostiene la magistratura, ha portato avanti condotte di assoluta gravità e spregiudicatezza servendosi di una vastissima rete di conoscenze coltivate anche grazie ai lussuosi convegni organizzati dallo pseudo centro di studi giuridici “Diritti e Libertà”. Condotte illecite e tese “a condizionare il funzionamento di organi costituzionali, di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e di enti locali”, scrive il giudice.

Ma torniamo ad Arcangelo Martino: le sue dichiarazioni sono state riprese da “La Repubblica” in un pezzo a firma Francesco Viviano. Ecco di seguito alcuni passaggi chiave:

CESARE E VICE-CESARE
Prendo atto di alcune intercettazioni di telefonate tra me e Lombardi in cui si fa cenno a un certo “maresciallo” e a un certo “Cesare e vice Cesare”. Sul punto posso dire che nel linguaggio che utilizzavamo io, Lombardi e Carboni, “Cesare” era il presidente Berlusconi e “vice Cesare” era Marcello Dell’Utri. Il “maresciallo” era il generale della Finanza Giovanni Mainolfi che si era rivolto al Lombardi per ottenere un trasferimento da Napoli

I RAPPORTI CON DELL’UTRI
Poco dopo la mia scarcerazione (era stato arrestato nella Tangentopoli napoletana negli anni ‘90 ndr), conobbi Marcello Dell’Utri, da allora, e siamo all’incirca nel 1996, ho avuto continuativi rapporti con Dell’Utri. Tramite Dell’Utri ho conosciuto Carlo Maietto e, tramite lui, ho conosciuto Pasquale Lombardi e Flavio Carboni

I “CONTRIBUTI” DI MARTINO PER LA PRESENZA DI PERSONE IMPORTANTI
Ho dovuto noleggiare un aereo privato per ottenere la presenza di Bassolino e di Formigoni. Infatti l’aereo privato portò Bassolino da Napoli in Sardegna e viceversa, proseguì per Milano per portare Formigoni in Sardegna e riportarlo poi a Milano

UOMINI AL SERVIZIO DI BERLUSCONI PER FAR CADERE PRODI
Sica mi disse che egli aveva tutto il diritto di ottenere la candidatura alla Presidenza della Regione in quanto Berlusconi gli doveva molto, disse che lo conosceva molto bene e che aveva dormito per diverso tempo nella sua casa di Roma in via Plebiscito da cui era stato allontanato per gelosia di Paolo Bonaiuti e dell’avvocato Ghedini. Sica disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi in quanto si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi per convincere, previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori a votare contro Prodi. Mi fece il nome del Senatore Andreotti e del Senatore Scalera. Mi mostrò anche dei fogli sui cui, a suo dire, vi erano segnati gli estremi dei bonifici

LODO ALFANO…
Dopo il convegno in Sardegna, uno o due giorni prima dell’incontro a casa di Verdini, si è svolto un pranzo presso il ristorante Tullio. A questo pranzo erano presenti, oltre a me, Lombardi, Caliendo, Martone, Carboni, mi sembra anche Miller, Lusetti, Angelo Gargani, Nunzia di Girolamo. Due sono stati in particolare gli oggetti delle conversazione, il Lodo Alfano e il la causa Mondadori. Il Lombardi fece, a modo suo, una relazione, segnalando che, dal monitoraggio diretto e indiretto da lui effettuato sui componenti della Consulta, era possibile un esito favorevole

…E LODO MONDADORI
Il secondo argomento riguardava la Mondadori, società riferibile al presidente Berlusconi, che avrebbe dovuto pagare circa 450 milioni di euro. Lombardi disse che era possibile forse intervenire sulla Cassazione e andò a parlare con il Presidente Carbone e con il procuratore generale Esposito. Stessi argomenti si affrontarono in casa di Verdini. Eravamo presenti io, Lombardi, Carboni, Verdini, Dell’Utri, Caliendo, Martone e Miller. Dell’Utri mostrò qualche preoccupazione, Martone e Miller espressero l’opinione che potevano essere giuste le conclusioni di Lombardi

Oggi i pm ritengono che sia possibile convocare Silvio Berlusconi a deporre come persona informata dei fatti. In ogni Paese questa notizia avrebbe fatto scalpore: tutti avrebbero parlato di questo. Non in Italia. Chiaramente sono molti i giornali che affrontano la questione, ma altrettanti sono i quotidiani che non danno il giusto rilievo a quanto accaduto e alle vicende del Presidente del Consiglio. Su tutti, chiaramente, i due quotidiani berlusconiani, che rimangono ancorati alla vicenda monegasca e agli attacchi a Gianfranco Fini.

Iniziamo da Libero: “Fini, scusate abbiamo scherzato”. Secondo il quotidiano diretto da Belpietro, infatti, ora “che tutti hanno capito che il Cav ha i numeri per fare a meno di Gianfranco”, i finiani stanno cercando il dialogo. Nulla di più falso: non è affatto vero che il Cav “ha i numeri”, tant’è che Fini nei giorni scorsi ha affermato  di voler votare in Parlamento dopo il discorso di Berlusconi previsto per fine mese, proprio perché si sente sicuro del suo gruppo. Semmai è il contrario: sono Berlusconi e Bossi che stanno tentando la strada di un dialogo. Oggi Berlusconi, infatti, ha affermato di essere sicuro che ogni finiano “sarà leale anche al simbolo del Pdl su cui è scritto il nome di Silvio Berlusconi”. Ieri, invece, Bossi ha confessato di sperare “che Fini torni in ginocchio da Berlusconi” perché “è meglio Fini di Casini, nonostante tutto è meglio Fini di Casini”.

Passiamo a “Il Giornale” che continua martellante sull’affaire monegasco. Intitola Feltri: “Montecarlo: la verità è vicina”. E poi, all’interno del quotidiano, una marea di articoli (come sempre) sul caso: “I guai del Presidente della Camera. Quanti incontri tra Fini e i giudici: ma chissà cosa si saranno detti”; “Il mistero americano dei Tulliani”; “Così Fini ha bluffato sulla casa di Montecarlo”. E poi anche intervista sul caso: “Legittimo indagare: si tratta dei beni di un partito”, intervista indovinate a chi? Marina Berlusconi. Insomma, una voce imparziale.

Risultato: una miriade di articoli su un caso su cui si è detto tutto e di più (bisognerebbe aspettare, ora, che la magistratura faccia il suo corso e chi ha sbagliato ne risponderà) e zero articoli su una questione ben più importante, quale il presunto legame di Berlusconi con la P3. Nemmeno un articolo. Niente.

Caro Feltri, va bene tutto, si continui ad occupare imperterrito solo di Fini. Se questo, d’altronde, è quello che vuole “Cesare

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BERLUSCONI E' IL "CESARE" DELLA P3. MA FELTRI E BELPIETRO CONTINUANO CON FINI. "SINDROME MONOMANIACALE"?, 1.0 out of 10 based on 1 rating

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