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di Carmine Gazzanni

Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Questo andava ribadendo qualche mese fa il ministro Mariastella Gelmini mentre si continuava a discutere sulla manovra economica. Ed ecco i risultati: 135 mila posti da tagliare entro il prossimo anno in tutta Italia, pensionamenti forzosi per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi, precari messi alle porte. Una riforma, in pratica, che non ha nulla (o quasi) di prettamente scolastico. Si tratta di una riforma solo ed esclusivamente che mira a tagliare: taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni.

Checché, poi, ne dica Silvio Berlusconi che, alcuni giorni fa, andava dichiarando: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Come sempre nulla di più falso. Come già abbiamo ricordato nei passati articoli, infatti, la legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI: la riforma, infatti, prevede per i prossimi sei anni promozioni a professore associato riservate. Per tutti gli altri giovanissimi che stanno accedendo al dottorato ci sarà un tetto di dieci anni per diventare professore associato, dopodiché “si cade fuori dalla giostra”, come si legge sul sito dei Ricercatori Precari. Misura completamente illogica se si pensa che “per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza”.

E, chiaramente, queste misure esclusivamente economiche riguardano soltanto la scuola pubblica. Nel provvedimento, infatti, c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

I problemi, questi sì, scolastici e didattici, sarebbero altri invece. In tutti gli altri Paesi europei i docenti vanno in pensione a 65 anni, tant’è che il corpo docente italiano rimarrà comunque il più vecchio d’Europa, sebbene si sia deciso nella riforma che tassativamente in pensione si andrà a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni). E i ricercatori? In Italia sono numerosissimi, più del 50% del personale permanente, ma i loro stipendi, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30-50% di quelli degli altri Paesi europei. Si potrebbe pensare che il “pensionamento forzoso” per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi miri proprio a questo. Anche qui siamo nel falso: come ci ricorda il Professore Giovanni Falcetta, “tra gli insegnanti centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni)”. Senza contare, poi, che tale pensionamento coatto è profondamente incostituzionale e illegittimo. Vediamo alcuni aspetti.

La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” per gli insegnanti con 40 anni di servizio è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note non hanno alcun valore di legge, come ribadisce anche la sentenza della Cassazione del 5 gennaio 2010: “La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”. E dunque? Ci sono evidenti tracce di incostituzionalità. Senza contare, poi, che si viola anche una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età. Risultato? Giovanni Falcetta ha presentato diversi ricorsi. Ma proprio ieri la Suprema Corte di Giustizia del Lavoro, presso il Tribunale di Crema, ha decretato che i “reclami”, inoltrati alla Corte dallo stesso Falcetta e da Annamaria Crotti, contro il rigetto del ricorso del loro pensionamento forzoso, sono ugualmente respinti per assoluta mancanza di fondamenti giuridici, sia di legislazione ordinaria che di legittimità costituzionale. Questo perché i giudici, sulla base di valanghe di sentenze favorevoli ai ricorrenti, hanno dovuto ammettere, in conclusione della loro Ordinanza, che “la fattispecie è nuova” e che “ancora la giurisprudenza in materia è molto controversa“.

Ma non è finita qui. Ci sono molti che hanno intrapreso anche altre strade: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.

Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Da alcuni giorni tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo, sono in sciopero della fame. Addirittura Pietro Di Grusa, 49 anni collaboratore scolastico, oltre ad astenersi dal cibo, ha sospeso anche l’assunzione di cardioaspirina. Infatti si è sentito male, è stato ricoverato due giorni in ospedale, ma, uscito, si è riunito ai due suoi colleghi. Ieri in serata, però, è stato nuovamente colto da un malore e allora ha abbandonato lo sciopero, su consiglio dei suoi stessi amici e dei suoi cari. La protesta, intanto, ha preso piede e ci sono altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire. C’è una pagina su facebook, nella quale è possibile esprimere le proprie opinioni a riguardo o anche semplicemente per dimostrare la propria vicinanza ai precari: “A fianco dei precari della scuola in sciopero della fame”.

Intanto domani i precari palermitani in sciopero della fame saranno davanti a Montecitorio dalle 12,00 in poi. Speriamo che qualcosa cambi. E speriamo che ci siano verità, realtà, e non solo parole. I precari sono (e anche noi siamo) stanchi di promesse, illusioni, bugie.

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