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di Carmine Gazzanni

Uno dei brani evangelici tra i più conosciuti è sicuramente quello che ritroviamo nel Vangelo di Marco: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. In pratica, è chiaro, una cosa è la sfera temporale, altro è quella spirituale; una cosa è il potere temporale, altro è l’autorità spirituale.

Arriviamo al 2010. Per capire meglio la questione partiamo da una realtà piccola come può essere la sola Diocesi di Verona. Secondo uno studio condotto dal circolo UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) di Verona sarebbero ben 145 i milioni che la Chiesa Cattolica veronese ha ricevuto complessivamente da regione, provincia e comuni. Il calcolo certamente è approssimativo, ma ha buone ragioni per dirsi fondato: il circolo ha fatto la somma dei contributi documentati relativi al periodo luglio 2009/giugno2010. Il risultato è sconvolgente: 39.408.698 euro. Da qui si è partiti per giungere ad una stima minimale dei contributi annui e si è giunti a quella cifra esorbitante: 145 milioni di euro.

Ma questo è solo per cominciare, andiamo avanti. Analizziamo quel meccanismo, che molti non conoscono, dell’otto per mille. Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’otto per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane.
In realtà, però, nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo è molto simile ad un sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi. Alcune confessioni tra quelle elencate, molto coerentemente, lasciano i propri contributi allo Stato stesso. Cosa che, naturalmente, non ha mai fatto la Chiesa cattolica. Ma andiamo a vedere allora quali sono queste percentuali della destinazione dell’8 per mille:

89,81% Chiesa Cattolica
7,74% Stato
1,43% Valdesi
0,37% Comunità Ebraiche
0,26% Luterani
0,20% Avventisti del settimo giorno
0,19% Assemblee di Dio in Italia

In realtà questi sono dati non recentissimi, in quanto si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi del 2004. Come si legge sul sito dell’UAAR, infatti, “Il Ministero delle Finanze, già restio a fornire statistiche in merito (comunica i dati alle sole confessioni religiose, che ne danno notizia con estrema riluttanza), è peraltro estremamente lento nel diffondere i dati”.

E’ interessante poi sottolineare un’altra particolarità di questo sistema. Come abbiamo già detto, per stabilire come ripartire i fondi, si parte da una sorta di sondaggio.  Ma attenzione: logicamente non tutti esprimono un’opzione. Gli ultimi dati ci dicono che solo il 39,52% dei contribuenti ha effettuato una scelta; di questi solo il 34,6% dei contribuenti ha scelto di devolvere l’otto per mille alla Chiesa Cattolica. Nonostante questo tale scelta comunque viene intesa come se fosse stata espressa da tutti e non solo da una minima parte dei contribuenti. Le percentuali, per così dire, vengono concepite come se fossero relative al 100% dei contribuenti. Come dire: per chi non firma, decide chi firma!

Chi, ancora, non ha mai visto le pubblicità dell’otto per mille? Spot che, proprio per essere tali, sono molto costosi, ambientati, molto spesso, in luoghi poverissimi, nei Paesi del terzo mondo ad esempio. Ma quanti soldi vanno di quelli che arrivano alla Chiesa Cattolica a questi Paesi? Solo l’8,6% del gettito. La maggior parte dei fondi – il 43,7% – sono destinati alle cosiddette “esigenze di culto”: finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio.

E allora non sarebbe meglio affidarsi al cinque per mille? Questo è stato introdotto nel 2006 dal Governo per cercare di finanziare la ricerca scientifica, anche se oggi si è allargato anche ad altri scopi ugualmente nobili. Innanzitutto, infatti, se il cittadino non sceglie nessuna “meta” per i suoi soldi, il cinque per mille dell’Irpef rimane nei bilanci dello Stato (a differenza dell’otto per mille che risente, nel caso, delle scelte degli altri); se il cittadino, invece, vuole destinare, lo può fare a sostegno di una ONLUS, di enti di ricerca o ad università.

Sono dunque evidenti le differenze tra i due sistemi: uno antidemocratico – l’otto per mille – nel quale le scelte di pochi diventano le scelte di tutti e nel quale i contributi vengono gestiti non dal cittadino che devolve, ma dalla Chiesa che riceve. Secondo il suo assoluto arbitrio. Dall’altra abbiamo un sistema più democratico – il cinque per mille – nel quale i cittadini possono decidere a chi affidare i loro soldi e, nel caso non decidano, i soldi rimangono nelle casse dello Stato. Ma attenzione, c’è un piccolo particolare. A differenza dell’otto per mille, per il cinque per mille è stato fissato un tetto: 400 milioni di euro. Cifra quasi irrisoria se confrontata con l’otto per mille; come abbiamo già detto, sebbene a firmare per la Chiesa Cattolica siano stati solo il 34,6% dei contribuenti, poichè le percentuali di “scelta” vengono concepite come se espresse dalla totalità dei contribuenti, la Chiesa incassa l’87,2% dei soldi: circa un miliardo di euro.

Ma non è finita qui… (a domani per la seconda parte)

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