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Archivio di dicembre 2010

di Carmine Gazzanni

Maurizio Belpietro, nell’editoriale di ieri, rilancia la sua battaglia contro il nemico numero uno del premier, Gianfranco Fini. Addirittura il direttore di “Libero” rivela due falsi attentati orditi dallo stesso Fini per screditare Silvio Berlusconi, due attentati di cui sarebbe stato finta vittima il Presidente della Camera. Ma tutto per fini propagandistici. Già il titolo dell’editoriale era molto eloquente: “Su Gianfranco iniziano a girare strane storie…”. Il primo progetto di cui parla Belpietro dovrebbe essere messo in pratica durante una visita istituzionale in Puglia, “per la precisione ad Andria”, dichiara il direttore. E per organizzarlo ci “si sarebbe rivolti a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro”. Un buon prezzo se si pensa che, stando sempre a quanto rivelato da Belpietro, comprenderebbe “il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio”. Un piano, dunque, per mettere in cattiva luce Berlusconi, soprattutto se teniamo conto che “l’operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito”. La seconda storiella raccontata da Belpietro riguarderebbe, invece, una prostituta che giura di essere nipote di un vecchio camerata” e che avrebbe offerto i propri servigi a Gianfranco Fini e “in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti”. Storie vere o false? Non possiamo dirlo. Fatto sta che ben due procure hanno aperto dei fascicoli a tal proposito. Come rivelava già ieri La Repubblica, “il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro” ha aperto “un’inchiesta (al momento senza ipotesi di reato e senza iscritti nel registro degli indagati) su quanto scritto dal quotidiano e ad ascoltare per circa due ore a Palazzo di Giustizia Belpietro”, il quale, tuttavia, ha fatto sapere di aver ribadito quanto già aveva affermato nell’editoriale. Ma non solo la Procura di Milano si è interessata alla vicenda. Anche quella di Trani, infatti, ha deciso di intervenire aprendo una seconda indagine, il cui coordinamento poi è stato assunto dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, dato che nell’editoriale si farebbe riferimento, come detto, “a un manovale della criminalità locale”.

Vedremo a cosa porteranno queste due inchieste. Maurizio Belpietro, a onor del vero, nell’editoriale più e più volte ha ribadito di essere disposto a riferire altri particolari anche ai magistrati (senza dimenticare che per quanto riguarda la vicenda della prostituta, ci sarebbe anche la “videoregistrazione della sua testimonianza”). Tuttavia sappiamo bene che Maurizio Belpietro non è nuovo a questi colpi di scena che poi, però, si rivelano grossi buchi nell’acqua. O vere e proprie bufale.

Il primo ottobre 2010, infatti, come molti ricorderanno, Maurizio Belpietro è stato vittima – a quanto si è detto – di un attentato da parte di un uomo vestito da finanziere. Ma ancora tutt’oggi le stranezze rimangono molte. Ad iniziare dall’unico uomo che ha visto l’attentatore, il caposcorta, il quale era già balzato agli onori della cronaca nel 1995 per un caso molto simile. All’epoca era un agente semplice addetto al servizio di scorta dell’allora procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio. Anche in quella situazione Alessandro M. – il caposcorta – fronteggiò da solo un uomo armato che si trovava sotto casa di D’Ambrosio e riuscì a metterlo in fuga. Dopo questa azione l’agente-eroe verrà promosso da agente semplice ad agente scelto. Come nel caso di Belpietro, anche allora solo Alessandro vide il bandito, il quale scappò e di cui si persero per sempre le tracce.

Ma le stranezze non finiscono qui. Un altro aspetto che certamente lascia ancora oggi perplessi è il fatto che l’attentatore (o presunto tale) aspettava nel vano scale tra il quarto e quinto piano. Ciò sicuramente era molto pericoloso per il falso-finanziere che avrebbe potuto facilmente imbattersi negli uomini della scorta. Non sarebbe stato più arguto aspettare di sotto, ben nascosto, e attendere che gli uomini se ne andassero e poi salire da Belpietro? E perché, poi, l’attentatore avrebbe dovuto estrarre una pistola e tradirsi in questa maniera? Nessuno avrebbe sospettato di nulla, essendo vestito da finanziere. Anche perché, come lo stesso direttore ha affermato, sicuramente avrebbe aperto la porta, vedendo dallo spioncino un finanziere (“se avessi visto dallo spioncino l’uomo con la divisa della Finanza, probabilmente avrei aperto la porta di casa”). In più l’uomo, nello scendere le scale, si è ritrovato di fronte all’attentatore che ha puntato la pistola, ma questa si inceppa. Anche qui: fortuna o stranezza? Anzi, qui tutto farebbe propendere alla stranezza. Spieghiamo perchè. La pistola può incepparsi in soli tre casi: il proiettile non è buono; la pistola è difettosa; se la pistola ha la sicura inserita. Ipotesi chiaramente possibili, ma comunque molto strane, se pensiamo ad un attentatore che, a detta di molti, avrebbe studiato il piano nei minimi particolari.

E infine ci sono i tre spari del caposcorta, il quale ha riferito di aver sparato tre colpi ad una distanza di 3-5 metri, ma di non averlo centrato. Possibile? Dubbi sono stati mostrati anche da Gerardo d’Ambrosio, ex procuratore che, come detto, contava tra i suoi “uomini” lo stesso caposcorta di Belpietro: per lui è tutto molto strano, “a cominciare da quei tre colpi sparati a vuoto, eppure Alessandro (il caposcorta, ndr) è uno che ci sa fare con le armi”.

Insomma, già in questa circostanza Maurizio Belpietro è stato al centro di una vicenda i cui buchi neri sono vere e proprie voragini. Ed ora? Cosa accadrà? Staremo a vedere. Per il momento, però, è più che legittimo nutrire perplessità.

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di Carmine Gazzanni

Se l’11 gennaio la Consulta farà una sentenza contro di me continuerò a governare ma mi difenderò e racconterò agli italiani la vicenda e chi sono i giudici […] non temo questo giudizio perché non ho commesso nulla, in quel caso andrò in tv, in aula e in piazza per fare vergognare chi mi accusa”. Ieri un Silvio Berlusconi sprezzante così ha commentato a Matrix – in una puntata tutta incentrata su di lui e la sua politica – la possibilità che l’11 gennaio il legittimo impedimento venga dichiarato incostituzionale dalla Corte. La tesi del premier è lineare: se mi bocciano il legittimo impedimento, attacco chi mi accusa prima che questi possa attaccare me. Delegittimando ogni sua accusa, ogni sua prova, ogni sua tesi.

Insomma, un Berlusconi che combatterà contro la magistratura con le unghie e con i denti. Siamo all’assurdo: un Presidente del Consiglio, detentore del potere esecutivo, che vuole sconfiggere, distruggere, annientare chi detiene e rappresenta un altro potere, quello giudiziario, e in ultima analisi chi è custode delle leggi e del loro valore penale e civile. È chiaro che Silvio Berlusconi, oramai, non ha più un minimo di “ratio” che lo guidi, dunque è davvero possibile che la sua sarà – nel caso il legittimo impedimento venga bocciato – una lotta a ferro e fuoco.

Ma d’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta. “E’ assurdo che mentre questa persona (Berlusconi stesso, ndr) lavori giorno e notte in questa direzione (per il – presunto – bene del Paese, ndr) ci siano dei funzionari, dei dipendenti, degli impiegati dello Stato pagati coi soldi dei cittadini che tramino, che tramino, che tramino contro il Presidente del Consiglio che lavora per tutti gli italiani. E’ una infamità! Ed è una infamità che si usino questi mezzi per convincere dei cittadini a scegliere un altro voto durante la campagna elettorale!”. Queste sono parole di Silvio Berlusconi, 6 aprile 2006.

I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno dei molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica”, 16 giugno 2008.

Le preoccupazioni ci dovrebbero essere in Italia casomai per l’uso politico della giustizia che è il contrario della democrazia e della libertà”, 12 dicembre 2009.

La mia esperienza di anni di aggressioni giudiziarie dimostra che questi giudici sono perfettamente consapevoli e sanno molto bene ciò che vogliono: il loro obiettivo è quello di rovesciare per via giudiziaria il risultato elettorale, il voto degli italiani”, 12 giugno 2010.

Senza contare poi i vari epiteti: da “talebani” a “metastasi della democrazia”, a “grave patologia” fino a “disturbati mentali”.

Ma le parole sono sempre state accompagnate dai fatti. Capitò a Raimondo Mesiano, giudice di cassazione che si macchiò di una colpa sacrilega per aver condannato la Fininvest a risarcire la Cir di De Benedetti di 750 milioni di euro per il passaggio illegale della Mondadori. Ricordate? Prima Signorini mandò una squadra in Calabria per trovare notizie-scoop sullo stato di salute del giudice; ma il colpaccio lo fece Mattino 5 di Brachino: un servizio che aveva dell’assurdo, un servizio-pedinamento che, come sottolineò Dino Petralial’ho visto fare solo da mafia e Sismi”.
E poco tempo dopo toccò ad Anna Argento, giudice e presidente della prima Corte d’Assise di Roma, che respinse il 27 febbraio l’istanza presentata dal Pdl per presentare comunque la propria lista sebbene consegnata fuori tempo. Ebbene, questa volta la Argento è salita alla ribalta perchè è stata sorpresa – e ci sono le foto che provano il reato – a indossare la toga mentre dietro c’è un ritratto del Che. Sacrilegio!!! E allora subito Il Giornale schiaffò il titolone sul bel quotidiano di famiglia: “Il giudice che escluse gli azzurri tiene in ufficio il ritratto del Che”. Chissà che non sia stato proprio lui – a questo punto – a suggerire al giudice di bocciare l’istanza pidiellina.

Il prossimo, molto probabilmente, sarà il giudice che ha in mano le carte che più di ogni altre spaventano il premier, quelle del processo Mills, processo in dirittura d’arrivo. Stiamo parlando di Fabio De Pasquale, giudice nei cui confronti il premier già si espresso parlando di “follia” e di “fantasia”, termini che possono riferirsi solo a un “pm di parte come De Pasquale”. Insomma, secondo Berlusconi, “nessuno, nemmeno uno dei fatti che mi sono contestati nei processi sono fatti veri”.

Siamo certi che De Pasquale non si lascerà intimidire. Il punto è un altro: quanti sono gli italiani che credono a queste delegittimazioni da ventennio? Noi pensiamo siano – ahimè – molti.

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di Carmine Gazzanni

Si avvicina il 22 dicembre. Il Senato, che già da oggi è in discussione, si pronuncerà sulla Riforma Gelmini. L’esito è quasi certo: il ddl diventerà legge a tutti gli effetti. Abbiamo già parlato più e più volte degli effetti disastrosi che questo provvedimento avrà sulle università. Ma la pochezza della maggior parte dei politici italiani e la loro mancanza di buon senso contribuiranno a creare una situazione che è vicina (molto vicina) alla degenerazione. D’altronde questa sarà la prima prova che il Governo dovrà affrontare all’indomani del voto di fiducia e certamente non vorrà dimostrarsi debole rinunciando ad una Riforma per la quale il Ministro Gelmini tanto si è dibattuta. Poco importa se questo vorrà dire assistere a nuovi scontri da anni di piombo, nuovi momenti critici. Una nuova guerriglia per le strade di Roma.

Ma non è finita qui. Infatti, mentre si continua a far credere che gli studenti altro non sono che facinorosi, pronti allo scontro armato, veri e propri guerriglieri, questi piccoli politicanti invidiosi, inetti e ridicoli non fanno altro che rendere il clima rovente prima ancora che si arrivi a mercoledì. Ignazio La Russa, ad esempio, nella sua imbarazzante performance di giovedì sera ad “Annozero”, ha mostrato il suo essere “liberale” insultando e impedendo ad un giovane studente di parlare. Maurizio Gasparri, addirittura, si è spinto oltre dichiarando che nei cortei ci potrebbero essere “potenziali assassini”. E’ chiaro, dunque, che frasi del genere, commenti tanto insulsi quanto strampalati, potrebbero portare a serie conseguenze mercoledì. Conseguenze che immediatamente verranno bollate da questi stessi pidiellini farneticanti come atti irresponsabili di studenti facinorosi.

Ma, a questo punto, bisogna assolutamente porsi una domanda: MA COME SI PERMETTONO?

Domanda provocatoria questa? Assolutamente no. Sono i fatti che ci impongono una così forte questione. Vediamo di capirci meglio.

Ignazio La Russa ha cominciato la sua attività politica nel “Fronte della gioventù”, movimento giovanile dell’allora MSI (evoluzione naturale del fascismo. E suo padre Antonino era anche senatore missino). Nel 1973 Ignazio era segretario provinciale a Milano del gruppo fascista e si concedeva, di tanto in tanto, azioni repressive contro i giovani comunisti. Ma la svolta per il futuro Ministro arriva quando il leader della rivolta dei “Boia chi Molla” di Reggio Calabria (causa di sei morti), Ciccio Franco, doveva venire a Milano. Indovinate chi prende in mano la situazione? Proprio lui, Ignazio La Russa, organizzando un bel comizio sull’esigenza di combattere il comunismo. Ma il tutto, ben presto degenera: al comizio segue una manifestazione non autorizzata. Ecco cosa si legge dall’archivio di Stato: “Il 12 aprile 1973 alcuni appartenenti all’estrema destra scagliarono due bombe a mano di tipo ‘SRCM’ contro una squadra del 3° Reparto Celere di Milano, provocando la morte della guardia Antonio Marino e il ferimento di altri 12 militari […] I responsabili di un simile gesto vengono arrestati dopo poco: sono due conosciuti esponenti degli ambienti dell’estrema desta milanese, Maurizio Murelli e Vittorio Loi rispettivamente 19 e 21 anni”. E Ignazio? Cosa c’entrava? Lo rivelò Francesco Fornari, inviato de “La Stampa”: “Molti degli arrestati, infatti provengono da ‘Ordine Nuovo’ e da ‘Avanguardia Nazionale’ o hanno fatto parte delle SAM (squadre di azione Mussolini). Vi sono anche quelli del ‘Fronte della Gioventù’, l’organizzazione giovanile dell’MSI. Sembra infatti che Maurizio Murelli e Vittorio Loi abbiano chiamato in causa Ignazio La Russa, figlio del senatore missino Antonino La Russa, che da qualche mese ha preso il posto di Radice ed è responsabile provinciale. Questi secondo i due arrestati avrebbe partecipato attivamente alla manifestazione di giovedì guidandoli all’assalto della polizia in due momenti […]”. Ma l’inchiesta va avanti e tasselli si aggiungono al mosaico: “a San Vittore sono finiti accusati di radunata sedizione e resistenza alla forza pubblica, Romano La Russa, figlio del senatore missino Antonino la Russa […]. Per gli stessi reati sono ricercati Gaetano La Scala e Cristiano Rosati Piancastrelli scomparsi da parecchi giorni e un terzo personaggio di cui non è stata rivelata l’identità. Secondo voci non controllate potrebbe essere Ignazio La Russa segretario del Fronte della Gioventù”.

Questo basta per capirci. E Maurizio Gasparri? E’ “Il Secolo XIX” a ricostruire una vicenda che ha del paradossale. Siamo nel 1993, Gasparri era già deputato allora. I Giovani del Fronte, in cui Maurizio aveva militato, cingono d’assedio il Parlamento. Lui esce dalla Camera e solidarizza, stringe la mano, si complimenta. “Minimizza, con i giornalisti, quanto appena accaduto davanti ai portoni di Montecitorio”, scrive il “Secolo XIX”. Che poi continua: “Un centinaio di iscritti al Fronte della Gioventù cinge d’assedio la Camera, bloccandone l’ingresso. Le forze dell’ordine vengono colte di sorpresa. Per lunghi minuti gli ultrà spadroneggiano, indisturbati. Con le braccia tese del saluto romano, al grido di “Boia chi Molla”, cercano di aggredire alcuni deputati, li coprono di insulti, poi prendono di mira con biglie e monetine le vetrate dell’ingresso del palazzo, mentre si alzano cori contro i politici corrotti. Le cronache di allora raccontano che ai facinorosi si uniscono i parlamentari Gasparri, Buontempo, Pasetto, Poli Bortone, Martinat, Maceratini, Rositani, Nania. ‘Chiamateci pure fascisti, ci fate un piacere’, grida uno dei capifila. (…) Gasparri è li in mezzo ai contestatori, insieme ad uno scatenato Buontempo”.

Che strano. Nei due episodi né La Russa né Gasparri parlarono di “arresti preventivi” o “potenziali assassini”. Fate un piacere all’Italia, cari parlamentari. Le prossime volte state zitte, tacete. Vi date soltanto la zappa sui piedi in questo modo. Ma d’altronde cosa ci possiamo fare: la mamma degli imbecilli è sempre incinta!

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di Vincenzo Barbato

Neanche le mamme vulcaniche hanno impietosito le forze del (dis)ordine dal manganellare. Unico motivo? Voler entrare tutti insieme nella discarica più famosa d’ Italia a Terzigno, una discarica in un oasi naturale protetta, il parco nazionale del Vesuvio, un altro pezzo d’orgoglio deturpato dalla mala politica (Bertolaso, Iervolino, Bassolino ed ora Caldoro) e dagli affari delle aziende come l’Impregilo. Il Governo non si sa che fine farà, ma qui le persone si ammalano e si ammaleranno ancora senza sosta.

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Venire qui è come uscire fuori dall’Italia e ritrovarsi in una città semi-fantasma dove la puzza di spazzatura è così forte e così estesa in tutto il paese da non potersi abituare; è una vergogna che la polizia pagata da noi stia contro di noi: non si rendono conto che, mettendosi contro la gente, fanno del male anche ai loro figli. Forse c’è anche chi ne è cosciente, ma costoro decidono di non deporre le armi perché altrimenti chi li comanda “non li farebbe mangiare”. E’ quasi una sfida: farli crescere e, nello stesso tempo, cercare di non farli ammalare di cancro. Quale delle due prevarrà?

La politica deve capire che, in realtà, loro sono per il no”, e noi per il si“: proposte e non proteste, ma tramite i media appare sempre la loro versione distorta facendoci sembrare i soliti comunisti facinorosi che sanno solo usare la violenza. Per una buona volta ascoltateci! Lo stiamo facendo anche per voi e per le vostre famiglie!

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di Carmine Gazzanni

Domenico Scilipoti, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Antonio Razzi, Silvano Moffa. Ecco chi sono stati gli eterni sconosciuti che solo alcuni giorni fa, per vivere il loro personalissimo momento di gloria, hanno deciso di mantenere in vita un Governo che, nei fatti, non esiste più. Checchè ne dicano i berlusconiani. Ma andiamo a vedere cosa accadrà nei prossimi giorni. La maggioranza parlamentare, assolutamente ottusa e passiva, spogliata di tutti i suoi poteri legislativi da questo Governo incosciente, dovrà procedere a tappe forzate perché tre sono gli appuntamenti improrogabili e sulla cui vittoria c’è grande incertezza: riforma Gelmini, il voto di fiducia al Ministro Bondi e la sentenza della Corte Costituzionale prevista per gennaio (o l’undici o la successiva settimana, il venticinque) in merito al legittimo impedimento.

Iniziamo dalla Riforma. Come tutti ricorderanno, la discussione al Senato (dopo essere stata approvata alla Camera) era stata posticipata all’indomani del voto di fiducia. Dunque, è plausibile che ora Mariastella decida di riprendere il cammino a vele spiegate. Il parere favorevole del Senato è quasi scontato, essendo passata qui già prima che il testo approdasse alla Camera (ora, infatti, dev’essere ridiscussa a Palazzo Madama per via di alcuni emendamenti che modificano – ma solo marginalmente – il testo originale). D’altronde la maggioranza di cui gode Silvio Berlusconi è molto più ampia al Senato, pertanto non dovrebbero sorgere problemi. Attenzione, però. Chiediamoci: cosa succederà per le strade di Roma qualora la Riforma diventasse legge? Il malcontento sociale è alle stelle e le scene di Roma – bisogna essere sinceri – rivelano che la guerra civile non è poi così lontana. E dunque? Possiamo sperare che una briciola di buon senso spinga questi nostri politici piccoli e invidiosi a porre da parte liti, contese, momenti di gloria, cominciando ad interessarsi del popolo italiano. Bisogna essere ottimisti? Molto. Troppo forse: la pochezza dei nostri politici non fanno affatto sperare bene.

Il secondo appuntamento previsto per il 22 dicembre è il voto di fiducia su Sandro Bondi. Qui la questione si fa molto più preoccupante. Vediamo di capirci meglio: probabilmente si andrà a delineare la stessa situazione che si è verificata con il voto di fiducia di tre giorni fa. Pdl e Lega, chiaramente, voteranno a sfavore della sfiducia; Pd, Idv e nuovo Terzo Polo voteranno a favore. E dunque? La partita sarà decisa dagli stessi “Carneade” insignificanti che si sono lasciati comprare per il voto di fiducia e che, dunque, si lasceranno ancora comprare. E poi ancora. E poi ancora. E poi ancora.

È indubbio, però, che alcune variabili ci siano e potrebbero anche essere determinanti. Prendiamo, ad esempio, il gruppo (sconosciuto, ma determinante) “Noi Sud”, un gruppo fondato da Elio Belcastro, Antonio Gaglione (il parlamentare che detiene la percentuale di assenza più elevata, oltre il 90%), Arturo Iannaccone, Antonio MiloLuciano Sardelli,in cui è confluito anche lo stesso ex Idv Antonio Razzi. Vediamo di capire chi sono. I cinque deputati fondatori facevano parte del Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo, ma per la politica troppo indipendentista e troppo poco filo-governativa, hanno deciso di abbandonare il partito, fondandone un altro, appunto “Noi Sud”, a cui poco tempo fa ha aderito anche la (sconosciuta anche questa) “Lega Sud Ausonia”, partito autonomista e secessionista campano che fa (o aspira a fare) da contraltare alla Lega Nord. È allora logicamente impensabile che questo partito, alter ego della Lega Nord al Sud, possa votare la fiducia al Ministro responsabile del crollo di due edifici a Pompei. Che difesa sarebbe del territorio meridionale in questo caso?

E non dimentichiamo, poi, che Silvio Berlusconi deve restituire “favori” proprio a quei parlamentari che hanno tradito i loro partiti appoggiando la sua anti-democrazia. A questo punto si potrebbe anche pensare che il Governo non porti avanti alcuna compravendita, favorendo così un voto di sfiducia su Bondi, ma permettendo in questo modo un facile rimpasto. Accontentando anche i suoi stessi salvatori.

E arriviamo allora all’ultima questione, ma forse la più decisiva per le sorti del premier. Attualmente i processi che pendono sulla testa di Silvio Berlusconi sono congelati dal legittimo impedimento, che, come detto, sarà discusso dalla Corte Costituzionale a gennaio. Corte che con grande probabilità dichiarerà il provvedimento incostituzionale. A questo punto i tre processi tornerebbero ad essere in corso, e di questi uno su tutti intimorisce il premier: quello per la corruzione di David Mills, l’unico in dirittura d’arrivo.

Ma che fine ha fatto David Mills? Mentre Berlusconi, infatti, poteva dormire sonni tranquilli perché il suo processo è stato congelato prima dal Lodo Alfano ed ora dal legittimo impedimento, quello per l’avvocato inglese, non potendo questi godere degli stessi privilegi, è andato avanti.

E arriviamo al 25 febbraio scorso: la Cassazione si è pronunciata sul caso Mills, dopo che quest’ultimo era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per corruzione (sentenza 19 maggio 2009: Mills “ha agito certamente da falso testimone […] per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalla accuse”).  La Cassazione, al contrario di quanto volle farci credere Minzolini parlando di “assoluzione”, ha in realtà confermato la consapevolezza dell’avvocato (il reato è stato commesso): qualunque persona che abbia un minimo di conoscenza giuridica sa che, se si è condannati nei primi due gradi di giudizio, il reato rimane, tanto più che Mills è stato condannato anche a pagare le spese processuali alla Presidenza del Consiglio (guarda un po’ la sorte: ha pagato al suo stesso corruttore!!!).

Per quanto, invece, riguarda Silvio Berlusconi, se il legittimo impedimento venisse bocciato dalla Corte e non venisse partorita nessun’altra legge ad personam, Berlusconi non avrebbe più santi a cui appellarsi: il processo, infatti, è in dirittura d’arrivo e le prove sono più che forti.

Basti pensare a cosa si legge nella lettera che Mills consegnò al suo commercialista Bob Drennan il 2 febbraio 2004: “Caro Bob, in breve i fatti rilevanti si possono così riassumere: nel 1996 mi sono ritrovato con un dividendo di circa 1,5 mlioni di sterline […] proveniente dalle società di Mr. B.”. E ancora “Io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B.  e loro conoscevano la mia situazione. […] sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo

Quando i pm De Pasquale e Robledo scoprono la lettera convocano immediatamente Mills che viene interrogato (18 luglio 2004) per ben dieci ore. Alla fine Mills crolla. Sul verbale si legge: “io sono stato sentito molte volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere, laddove possibile, una certa riservatezza sulle azioni che ho comprato per lui. E’ in questo quadro che nell’autunno del’99 Carlo Bernasconi […] mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.

Tappe importanti per Berlusconi. Davanti alle quali si può ancora sperare in una sua caduta e nella fine di un regime ventennale.

Carneade, chi era costui? Viaggio tra i voltagabbana: da Scilipoti alla Polidori

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di Andrea Vetere

Fra poche ore inizierà a delinearsi il destino del nostro Governo, in bilico tra mozioni di sfiducia e questioni di fiducia. Presumo che questi termini, che riecheggiano da circa un mese nelle cronache politiche, siano ormai noti a tutti sicché sarà bene concentrarsi su altri aspetti della situazione.

Orbene, nel caso in cui il Governo goda ancora della fiducia parlamentare, nulla quaestio. I problemi di disciplina costituzionale potrebbero sorgere, invece, nel caso in cui il rapporto fiduciario Parlamento-Governo sia venuto meno giacché su tale rapporto si basa la nostra forma di governo. Si è soliti parlare, per definire questa eventualità, di crisi di governo.

Tenterò di fare chiarezza sugli scenari che si aprirebbero in tal caso avvertendo che le scelte fondamentali sono nella piena disponibilità del Capo dello Stato, entro i limiti costituzionali. Sono dunque prive di fondamento le affermazioni di chi propone le proprie soluzioni più o meno fantasiose.

È bene ricordare che, in materia, la nostra carta costituzionale non può esserci d’ausilio: l’Assemblea Costituente non ha delineato una chiara procedura per la nomina del governo, derivi essa da recenti elezioni o dalle dimissioni di un governo sfiduciato. Ci si affida, dunque, all’osservazione della prassi Costituzionale accertando i comportamenti tenuti costantemente nel tempo dagli organi costituzionali nella convinzione di conformarsi ad una norma giuridica.

Tutto quanto possiamo ricavare dalla Costituzione sulla formazione del governo è riassumibile in tre affermazioni, attorno alle quali si è sviluppata la prassi che vedremo. I cardini sono:

1.       Il Presidente del Consiglio è nominato dal Presidente della Repubblica, e non eletto dal popolo come oggi si vuol far credere;

2.       Il Governo è nominato dal Presidente della Repubblica, su indicazione del Presidente del Consiglio;

3.       Il Governo deve godere della fiducia parlamentare.

Unico punto davvero complesso è il primo stante il silenzio della Costituzione in merito alla scelta del nome del capo del Governo. Mentre pare ovvio nominare, in seguito ad elezioni politiche, l’esponente di spicco del partito maggioritario, più complessa è la questione quando invece siamo davanti ad una crisi di governo.

Il Capo dello Stato dovrà cercare, infatti, una persona il cui governo possa godere della fiducia parlamentare. La complessità del primo punto, dunque, si risolve nella regola imprescindibile enunciata al terzo punto.

Per determinare chi possa essere tale figura, il Presidente della Repubblica svolge le proprie consultazioni per mezzo delle quali ascolta i presidenti delle due Camere, i Presidenti emeriti della Repubblica, i capi dei Gruppi parlamentari e, se lo ritiene utile, esponenti del mondo dell’economia. Il tutto al fine di trovare in Parlamento una nuova maggioranza in grado di sostenere un governo.

Spetta al Capo dello Stato il tentativo di garantire un governo al Paese tramite la sua libera scelta che può rivolgersi in tre direzioni. Vediamole con ordine.

1-      Crisi lieve. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico di formare il Governo al Presidente del Consiglio sfiduciato. Questi di norma accetta con riserva e, dopo sue proprie consultazioni, scioglie la riserva per rinunciare oppure per nominare un governo diverso dal precedente sul quale la maggioranza parlamentare possa convergere. Si avrebbe così il governo-bis che si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

2-      Crisi grave. Il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico ad una personalità di elevato spessore politico, morale o tecnico. Nel primo caso, spesso si guarda al Presidente del Senato che nel nostro ordinamento è anche vice del Capo dello Stato. Per questo spesso si parla di “Governo del Presidente”.   La personalità designata di norma accetta con riserva e, come sopra, procede alle consultazioni e decide se sciogliere la riserva in senso positivo o negativo.

3-      Crisi irreparabile. Di norma si arriva a questa soluzione solo quando i tentativi di ricomposizione della maggioranza falliscano. In questa eventualità, il Presidente della Repubblica, sentiti i Presidenti delle Camere, scioglie il Parlamento ed indice nuove elezioni poiché è ormai chiaro che il Parlamento non è in grado di esprimere una maggioranza.

È da concludersi che le elezioni anticipate siano solo una extrema ratio alla quale ricorrere soltanto qualora non si possa diversamente addivenire alla formazione di un nuovo Governo. Sono a mio avviso da rigettare le istanze di chi annuncia in caso di crisi di governo le elezioni a primavera: esse possono essere indette solo dal Capo dello Stato che ha la piena libertà di trovare una soluzione alternativa alla crisi.

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di Carmine Gazzanni

Ieri abbiamo parlato della vicenda di Pietro Giovannoni, il quale aveva affermato, in merito alla maratona che si organizza ogni anno a Padova che, vista la vittoria ogni anno di africani, “Gli enti locali non continuino a finanziare una manifestazione alla quale in maggioranza partecipano atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”.

Sempre nell’articolo di ieri abbiamo dimostrato che l’Italia ha molto di razzista: dati, episodi, vicende poco consone ad un Paese che si dice essere democratico lo rivelano.

Oggi vogliamo soffermarci su un altro aspetto di questa vicenda. Molte dichiarazioni e provocazioni che rivelano tratti xenofobi ed anche omofobi provengono quasi totalmente da esponenti (anche di punta) della Lega Nord. Si dirà: “che c’è da sorprendersi? Oramai è risaputo”. Certamente. Ma è bene ricordarle concretamente perché dobbiamo impedire che l’anormalità diventi normalità, come troppe volte accade nel nostro Paese.

E’ indispensabile, ad esempio, parlare di Roberto Calderoli, MINISTRO DELLA REPUBBLICA ITALIANA. Anni fa il Ministro leghista –  il 14 settembre 2007 – partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi, e, a tal proposito, ricordò: “Il terreno dopo la passeggiatta del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. Ma non è finita qui: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee. Ma d’altronde il suo odio (perché di odio si tratta) verso il “diverso” si manifestò già un anno prima: il 18 settembre 2006, durante un comizio, chiese ad una platea tanto infervorata quanto ottusa: “E noi vogliamo far decidere il futuro nostro, del Paese e dei nostri figli a chi fino a cinque anni fa era nella giungla a parlare con Tarzan e Cita?

Ma Calderoli si è distinto anche per le esternazioni contro i gay: “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni… Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”. Ed ancora, quando incombeva la “minaccia” dei Di.Co.: “Se non si fosse ancora capito essere culattoni è un peccato capitale e chi vota una legge a favore dei Di.Co. finirà nelle fiamme del più profondo dell´Inferno”.

Cambiamo politico, ma il registro non cambia. Mario Borghezio non solo con parole, ma anche con le azioni ha dimostrato il suo essere razzista: l’europarlamentare, infatti, è un pregiudicato, essendo stato condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa. Ma anche con le sue dichiarazioni ha fatto intravedere la sua indole da ventennio: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ed ancora. Come Calderoli, anche altri non gradiscono le comunità gay. Giancarlo Gentilini: “Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni e simili”; “il Piave e’ vietato agli zingari, ai tossicomani, alle lucciole e ai gay. Ora deve essere vietato anche agli islamici”.

Ma il razzismo leghista sfocia anche nell’odio verso l’italiano. La Lega non è italiana, ma padana. Fu proprio Umberto Bossi ad annunciare il 15 settembre 1996 di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell’Italia settentrionale (“indipendenza della Padania”): organizzò una manifestazione lungo il fiume Po arrivando a Venezia e qui, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fece issare quella col Sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclamò provocatoriamente l’indipendenza della Repubblica Federale della Padania leggendo una dichiarazione in cui si affermava “Noi Popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale, indipendente e sovrana”. Fu sempre, poi, Bossi a venir condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla in più occasioni offesa usando, nella prima occasione la frase “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“, nel secondo caso, rivolto ad una signora che esponeva il tricolore, “Il tricolore lo metta al cesso, signora“, nonché di aver chiosato “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“.

Concetto sul quale anche Borghezio è tornato più volte: “Per la nostra gente, per la gente umile, che lavora, che produce, che si ostina a mantenere Roma ladrona che non fa un cazzo!”. Non c’è mai stato amore per Roma, dunque (e per l’Italia). Oggi sentiamo Bossi affermare “Sono porci questi romani”. Ma quante volte, ancora, abbiamo sentito ripetere come una litania lo slogan che fa breccia nei cuori leghisti: “Roma ladrona”. Indimenticabile (purtroppo), a tal proposito, fu un’intervista del 19 settembre 2003 durante la quale il senatùr svelò che “la capitale è Milano, il governo dovrebbe stare al Nord, a Milano, e il Parlamento fra Venezia e Torino” e questo perché Roma capitale non è altro che “la continuazione di uno degli errori principali fatti dai Savoia e da Garibaldi”. In un altro comizio (6 Aprile 2009 a Verbania) Bossi non accantonò l’idea di passare alle maniere forti: Queste elezioni potrebbero finire con la necessità di imbracciare i fucili e di andare a prendere queste carogne, la canaglia centralista romana […] canaglia romana!! Canaglia romana centralista, attenta! La Padania, i lombardi, decine di milioni di lombardi, di veneti, sono pronti a battersi per la loro libertà contro la merda che voi rappresentate!!!”. Interessante anche il commento di Maroni: “Qualcosa da dire sui fucili? E allora porteremo i cannoni”.

Leggi la prima parte dell’inchiesta

Guarda il video “Ecco a voi il pantheon padano”

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di Carmine Gazzanni

Gli enti locali non continuino a finanziare una manifestazione alla quale in maggioranza partecipano atleti africani o comunque extracomunitari in mutande”. Questo si è domandato Pietro Giovannoni, leghista e presidente del Consiglio comunale di Vigonza, in merito alla maratona che si organizza ogni anno a Padova: a che serve fare una maratona – si chiede – se poi tutti gli anni la vincono extracomunitari e in particolar modo Africani?

Negli ultimi anni, infatti, c’è stato un predominio del “continente nero” che il Carroccio proprio non riesce a sopportare. L’ultima manifestazione (25 aprile 2010), infatti, ha visto salire sul podio più alto, tra gli uomini, Gilbert Chepkwoni, mentre tra le donne si è imposta Rael Kiyara. Entrambi keniani. Ed allora ecco l’assurda proposta del leghista: niente più finanziamenti se poi a vincere sono “africani o comunque extracomunitari in mutande”.

E’ evidente: la proposta è alquanto assurda. Ma cerchiamo di guardare la questione con uno sguardo d’insieme. Pietro Giovannoni, uno degli uomini di punta della Lega Nord veneta, non è nuovo a queste dichiarazioni e provocazioni. Tempo fa, ad esempio, dichiarò che “I gay sono culattoni”; in occasione della discussione della mozione contro l’omofobia, invece, parlò – ancora una volta – di “culattoni e lesbiche“. Giustificandosi poi per l’uso del termine ingiurioso con il fatto che “in Veneto si dice così“.

Ma c’è da sorprendersi? Assolutamente no. L’Italia – sebbene molti tendano a nasconderlo – è un Paese razzista. Sono episodi, dichiarazioni come queste (guarda un pò, sempre di leghisti) e dati a testimoniarlo.

Giovedì 2 settembre, Milano. Un ragazzo di 12 anni, di nazionalità cubana, è stato prima insultato con frasi di stampo razzista e poi aggredito da tre coetanei italiani. Secondo quanto ricostruito dal racconto della vittima, il ragazzo era in compagnia di due coetanei quando è stato avvicinato da un gruppo di studenti, poco più grandi, che frequentano la sua stessa scuola media. In due, dopo avergli urlato delle frasi ingiuriose, lo hanno immobilizzato tenendogli ferme le braccia, mentre un terzo lo ha colpito più volte al volto. Risultato: ricovero in ospedale e frattura del setto nasale. A dodici anni.

26 Agosto, Civitanova Marche. Qui l’episodio ha dell’assurdo. La vittima è un giovane ambulante bengalese. Dopo il solito giro, il giovane venditore ambulante decide di fermarsi a riposare su una sdraio in riva al mare. A questo punto si avvicinano un gruppo di cinque bambini sui 10-11 anni. Avete capito bene: 10-11 anni. “Alzati da qua, vattene, questa è proprietà privata”. Poi gli insulti: “Amigo, vai a vendere fuori da qua. Questa roba l’hai rubata”. E dopo gli insulti, anche i calci. E non è finita qui. Alla scena, ricostruita dalla cronista dell’Ansa, Paola Lo Mele, assistevano anche i genitori seduti a pochi ombrelloni di distanza. “Questi ultimi – ricostruisce la cronista – non solo non sono intervenuti ma hanno anche riso del comportamento dei figli”.

Ma noi italiani siamo soliti prendercela con i venditori ambulanti. Sabato 28 Agosto, Sulcis (Sardegna). Secondo quanto ricostruito da una testimone, ecco quanto accaduto. Dopo una giornata trascorsa sulla spiaggia nel tentativo di vendere bijou colorati, magliette e cappellini, un venditore ambulante senegalese faceva rientro a casa. Salito sull’autobus che da Plagemesu doveva riportarlo a Iglesias, “il ragazzo straniero è andato nella parte posteriore del pullman dove c’erano alcuni posti liberi – ricostruisce la donna presente -  Quando stava per sedersi, un giovane che aveva già preso posto ha allungato la gamba con l’evidente obiettivo di impedirglielo”. A un simile atteggiamento, chiaramente, non poteva che esserci una reazione di incredulità e il conseguente battibecco, finché un ragazzo è intervenuto e, rivolto all’ambulante, ha detto “ma cosa pretendi tu, negro che hai la puzza di un elefante?”.

D’altronde non è l’unico caso di episodi di razzismo sui pullman. Ecco cosa accadde a Verona, all’indomani delle elezioni europee, elezioni nelle quali la Lega Nord riportò un risultato storico (più del 10%): autobus pressappoco pieno, una signora sulla cinquantina, in piedi, aggrappata ad una manopola, rompe il silenzio generale con un tono di voce che attira l’attenzione della gente attorno a lei, mentre si lamenta con una ragazza bassettina di origine sudamericana, la quale viene accusata dalla suddetta signora di averle calpestato i piedi. Un gesto di stizza che può capitare a chiunque; fino a quando la signora dà della “cafona” alla ragazza, visibilmente in difficoltà e imbarazzo (il suo italiano non le permetteva di capire, tanto meno di risponderle). Poi la signora allarga il discorso dicendo “per fortuna che ha vinto la Lega adesso, così ve ne tornate tutti a casa, cafoni!”. E la signora continua il suo comizio nel silenzio generale tenendo sempre il tono di voce alto, affinché tutti sentano, e se la prende ancora con gli immigrati in generale dicendo che sono dei vittimisti, ma che ora le cose cambieranno.

Ma andiamo oltre. Già, perché, sebbene offesi, insultati, discriminati, costoro possono addirittura ritenersi fortunati. Molto spesso, infatti, nella nostra democratica Italia episodi di razzismo possono trasformarsi in omicidi.
16 luglio, Reggio Calabria. Secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri un ragazzo di soli 17 anni, ha raggiunto tre ragazzi bulgari accusandoli per il furto di una bicicletta che aveva subito qualche giorno prima. C’è stata una prima colluttazione conclusasi con la fuga del ragazzo italiano. Poco dopo, però, il diciassettenne è tornato sul posto armato di un coltello con il quale ha aggredito i tre bulgari, uccidendo Alevandrev Zafir, di soli 16 anni, e ferendo gli altri due. Subito dopo si è dato alla fuga, conclusasi con l’arresto da parte dei carabinieri. Lo stesso accadde due anni fa ad Abdul William Guibre, 19 anni, originario del Burkina Faso e residente a Cernusco sul Naviglio, ucciso a sprangate da padre e figlio, gestori di un bar, nel quale Abdul aveva rubato una scatola di biscotti.

E d’altronde gli ultimi dati parlano chiaro: un vasto rapporto (2009) dell’Agenzia dei Diritti Fondamentali dell’UE dimostra che il razzismo e la discriminazione sono il pane quotidiano dei Paesi membri dell’Unione Europea, ma le vittime molto spesso nemmeno sporgono denuncia, per paura o perché non credono di poter essere aiutate dalle autorità. Lo studio, realizzato nei 27 paesi della UE, si basa su 23500 interviste a persone appartenenti a minoranze etniche e ad immigrati. E indovinate chi troviamo in testa a questa speciale classifica? Proprio la nostra bella e cara Italia: ben il 94% degli intervistati dice di essere stato vittima di discriminazioni.

Vero Paese democratico, il nostro.

Domani pubblicheremo uno speciale sulla Lega Nord, un partito anti-italiano, xenofobo e omofobo.

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Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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