VOTA IL BLOG

Silvio Berlusconi è un cartone animato in Russia

Chi pensi possa battere Berlusconi nel 2013?

View Results

Loading ... Loading ...
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Riceverai gli aggiornamenti del blog direttamente nella tua casella di posta!

Clicca QUI

Tag
Link

Archivio di ottobre 2010

di Vincenzo Barbato

litaliasecondome.blogspot.com

Oggi mi alzo, mi dirigo verso il mio pc da Londra e scopro che Berlusconi ne’ha fatta un altra delle sue, non mi indigno neanche più! Ma per una buona volta smettetela di votarlo voi del Pdl!

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +1 (from 1 vote)

di Carmine Gazzanni

Ci risiamo con la gnocca” titola oggi “Libero”, il quotidiano di Maurizio Belpietro, il quale parla di un ennesimo “trappolone per il Cavaliere”. Gli fa eco – ci mancherebbe – subito Vittorio Feltri che accusa: “otto procure a caccia di Berlusconi”, come se la colpa fosse di chi indaga e non di chi è indagato. Strana concezione quella de “Il Giornale”.

In realtà, però, la questione è molto più delicata e intricata di quanto possa apparire. Di mezzo ci sono personaggi eccellenti. Oltre al nostro caro premier, infatti, troviamo immischiati anche Emilio Fede e Lele Mora, il quale, dopo le sue disavventure finanziarie (il crac della sua Lm management) e giudiziarie (da cui è uscito con un proscioglimento), è tornato alla ribalta giudiziaria con questo nuovo caso, pare, di prostituzione, immagine, favori e soldi. Ma  soprattutto di mezzo c’è una giovane marocchina, Ruby (il cui vero nome, però, è Karima), poco più che diciottenne, ma che ha incontrato Berlusconi quando ancora non era giunta alla maggiore età.

La storia è diventata ancora più ingarbugliata per il fatto che la giovane ha ritrattato in verbali ed interviste più volte la sua versione, come se qualcuno avesse fatto delle “pressioni” sulla povera marocchina. Se, infatti, Ruby in un primo momento si era “sganciata” rivelando alcune verità importanti, in un secondo momento ha negato contatti con Mora, con Fede ed ha affermato di aver incontrato soltanto una volta Berlusconi (mentre prima si parlava di più incontri), il quale gli avrebbe regalato “soltanto settemila euro e una collana di Damiani”, quando invece, nei verbali, si legge che Ruby confessò alle amiche che Berlusconi le aveva regalato un’Audi R8.

Ma la vicenda è iniziata molto tempo fa. Per le meno  a maggio. Nella notte tra il 27 e 28 maggio Ruby viene fermata dai poliziotti senza documenti per un furto. I magistrati stanno cercando di capire, a tal proposito, anche cosa si nasconda dietro quello che sta passando come una “truffa diplomatica”: mentre, infatti, la ragazza era stata fermata, Palazzo Chigi chiama in Questura spacciando la falsa notizia che Ruby sia “la nipote di Mubarak” per tirar fuori l’amica del premier da un ufficio pubblico. Logicamente tutto falso, tant’è che persino l’ambasciata egiziana ha tenuto a far sapere che “non esiste” alcuna parentela tra il presidente e questa spigliata marocchina contrabbandata per nipote. Insomma, di mezzo ci sarebbe anche un caos diplomatico. Tutto per “salvare” la marocchina.

E non è finita ancora. Come detto, nelle sue ritrattazioni, Ruby ha affermato di non aver avuto alcuna relazione col Presidente del Consiglio. Anzi, nonostante il regalo, la giovane, a “Il Fatto Quotidiano” dichiara che Berlusconi “non mi ha chiesto niente in cambio. E non ha avuto niente. Lo ha fatto soltanto per aiutarmi. Mi ha salvato”. Eppure, alcuni giorni fa, Ruby rivelò, pur negando da principio di aver avuto rapporti sessuali con il Premier, che Berlusconi era solito alla pratica dell’ormai famoso “bunga bunga, un rito erotico, a cui il presidente del Consiglio invita alcune delle sue ospiti, giurando che si ispira a una pratica introdotta nel suo harem da Gheddafi.
Molte sono le voci a tal proposito. Di sicuro c’è che tutti (o quasi) i partecipanti sono nudi e che è una sfrenata danza propiziatrice del sesso di gruppo. E che si conclude con una bagno in piscina, naturalmente nudi.
Sarebbe, poi, una pratica di sesso anale molto spinto, tant’è che molti, anche su internet, lo definiscono “stupro di gruppo anale selvaggiamente brutale”.
Ma non è nemmeno la prima volta che se ne parla. La prima a parlare del “bunga bunga” fu la giovane Noemi Letizia in un’intervista. Alla domanda “qual è la sua barzelletta preferita tra le tante che il premier le racconta?” la giovane di Casoria rispose: “Vi sono due ministri del governo Prodi che vanno in Africa, su un’isola deserta, e vengono catturati da una tribù di indigeni. Il capo tribù interpella il primo ostaggio e gli propone: ‘Vuoi morire o bunga-bunga?’. Il ministro sceglie: ‘Bunga-bunga’. E viene violentato. Il secondo prigioniero, anche lui messo dinanzi alla scelta, non indugia e risponde: ‘Voglio morire!’. Ma il capo tribù: ‘Prima bunga-bunga e poi morire’”.

Insomma, ancora un’ennesima puntata suglia squallidi appuntamenti del premier. Non sappiamo cosa sia sccesso, ma una figura istituzionale così importante, come quella del Presidente del Consiglio, avrebbe il dovere di non rendersi ricattabile (come già avvenuto per il caso D’Addario) perché, in casi estremi comunque non sottovalutabili, potrebbe mettere a rischio un intero Paese. Se poi quello raccontato da Ruby (la prima versione fornita agli inquirenti) fosse vero, allora sarebbero ipotizzabili anche reati. Avere rapporti sessuali con minorenni tra i 14 e i 18 anni configura infatti il reato di violenza sessuale (se, chiaramente, il rapporto è avvenuto approfittando dell’inferiorità fisica o psicologica della minore); oppure si potrebbe parlare del reato di prostituzione minorile, se la minore è stata pagata con denaro “o altra utilità” (vedi l’Audi) in cambio di pretesi rapporti sessuali.

La magistratura sta studiando le carte ed indagando, ma, per il momento, come rivela “Il Fatto Quotidiano”, diversi Paesi incentrano gli articoli sul nostro premier e sulle sue “particolari abitudini. Insomma, facciamocene una ragione: siamo diventati – ahimè – il Paese del “bunga bunga.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 8.0/10 (3 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 2 votes)

di Emanuela Di Capita

Firenze 22-23-24 Ottobre. Riaprire la partita. E’ questo lo slogan scelto da Sinistra Ecologia e Libertà per aprire i lavori del congresso costitutivo dell’omonimo partito guidato da Nichi Vendola.
Un appuntamento da tempo atteso e che ha visto la nascita di una nuova sinistra in grado di dialogare con i maggiori partiti dell’attuale opposizione.
Un’ innovativa forza politica che guarda ad un’ “Italia migliore” come il suo stesso leader afferma.
Passione, politica, eguaglianza, primarie, energia, bellezza sono state le parole chiave del “simposio vendoliano”. Parole, che con la loro voce, hanno infiammato l’animo non solo dei presenti – oltre 1500 delegati – ma anche dei numerosi spettatori sintonizzati su SelTv.

Molti gli ospiti, tra sindacalisti e politici, che hanno onorato con la loro presenza la numerosa platea del Sachall. Da Landini a Fabio Mussi il palco del teatro toscano è stato un susseguirsi di discorsi che, unendo il passato con il presente, hanno volto il loro sguardo verso un’unica ed irripetibile forza di sinistra in grado di riscattare l’osannata Italia migliore.

“Ci battiamo – afferma Vendolacontro un mondo che umilia le persone nella loro condizione di lavoro, nella loro vita privata, nei loro sentimenti. Ci battiamo contro un mondo che trasgredisce al comandamento biblico del custodire la vita del vivente. Ci battiamo contro un mondo che reifica, che trasforma in cose, che dona una condizione esistenziale di alienazione e di precarietà. Ci battiamo contro un mondo in cui la solitudine non è una libera scelta ma è il prodotto finito di una specie di babele consumistica che occupa ormai totalitariamente gli spazi del vivere associato. Ci battiamo contro un mondo che non ha cura, noi che amiamo tanto quella meravigliosa canzone di battiato, vorremmo dire ad ogni persona che è una persona speciale e che noi ci prenderemo cura di lui e di lei e ci prenderemo cura pensando che quella debolezza che quella persona incarna non è un limite, ma è il valore, l’espressione della sua peculiare bellezza. Noi abbiamo bisogno di riscoprire che il contenuto della passione politica è la ricerca della bellezza e la bellezza ha a che fare con il buono, il giusto, il vero, con il pudore. La bellezza ha a che fare con la singolarità straordinaria ed irripetibile di ogni persona. La bellezza è nello sguardo dei bambini che chiedono di essere ascoltati, la bellezza è nella vita nuda che vuole essere tutelata e non mercificata. Noi ci battiamo, compagni e compagne, per un mondo nuovo, per cambiare la politica italiana, per cambiare l’Italia e per far vivere nella politica il segno di una grande speranza.”

Un discorso che ha segnato nel profondo le coscienze, ha emozionato ed ha riacceso la fiamma di quella speranza da troppo tempo spenta e smarrita tra le onde del consumismo e della precaria situazione esistenziale.
Un’incantevole lode alla bellezza della passione politica come scenario di aggregazione sociale, di cambiamento, di riscoperta di ideali e valori.
Parole melodiose con cui Nichi Vendola ha segnato il suo primo goal in quella partita che vuole vincere per cambiare l’Italia e per far vivere nella politica il segno di un grande speranza e questo perchè non esiste alcun cambiamento che ad originarlo non abbia avuto un sogno.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (4 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +4 (from 4 votes)

di Carmine Gazzanni

La Camera si ferma “per mancanza di leggi da approvare”. Assurdità? Accuse? Battute da comico? Assolutamente no: triste e cruda verità. E per questo assurdo motivo, per il fatto che non ci sono leggi su cui scontrarsi, battersi, ragionare, i deputati godranno di circa una ventina di giorni di ferie. Ora, la responsabilità è imputabile più che ai singoli deputati, al Governo stesso che sta spogliando il Parlamento del suo ruolo. L’istituzione legislativa non è più tale, in quanto il Parlamento si è ridotto ad un organo che ricopre semplicemente il ruolo di “vidimare” quelle che sono le scelte che vengono dall’ “alto”. Qualunquismo? Potrebbe darsi. Ma rimane pur sempre una triste verità.

Appelliamoci a qualche dato per capire meglio qual è la situazione delle istituzioni italiane. Oggi su “Il Corriere della Sera” troviamo un illuminante articolo a riguardo a firma Sergio Rizzo (che di “immunità” dei parlamentari sa molto, in quanto è coautore, con Gian Antonio Stella, de “La casta”), il quale illustra quante volte Camera e Senato si sono riunite per “legiferare”. Riportiamo uno stralcio dell’articolo:

Nei 298 giorni trascorsi dal primo gennaio l’assemblea di Montecitorio si è riunita 126 volte. Quella di Palazzo Madama ancora meno: 92. Il 18 ottobre la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato una legge approvata l’8 ottobre scorso, l’ultimo dei 74 provvedimenti entrati e usciti dal Parlamento quest’anno. In quel numero sono compresi 18 decreti legge del governo e altri tre provvedimenti di routine, sempre di fonte governativa, come la legge comunitaria. Poi ci sono le 17 leggi di conversione di altrettanti decreti. Quindi 22 ratifiche di trattati internazionali: atti dovuti.

Ne restano dunque 14, fra cui ci sono però anche provvedimenti nati da disegni di legge governativi. Per esempio quello del ministro dell’Interno Roberto Maroni sulla nuova disciplina antimafia. Delle dodici leggi «superstiti» fanno poi parte provvedimenti a uso e consumo dei partiti e della politica, come la legge sul legittimo impedimento che ha consentito al premier di non partecipare per motivi istituzionali ai processi che lo vedono imputato, o come la sanatoria delle liste elettorali per le Regionali. Ne restano dunque una decina. Una pattuglia sparuta, nella quale, oltre a provvedimenti di indubbio spessore sociale, come le disposizioni a favore dei malati terminali, dei sordociechi, o degli alunni dislessici, troviamo per esempio una legge che consente di nominare un finanziere comandante delle Fiamme Gialle, una norma sul personale dell’agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie …

Ma non è finita qui. Andiamo oltre e cerchiamo di vederci ancora più chiaro. Se prendiamo i singoli parlamentari e stabiliamo una classifica di presenze (ed assenze) i dati sono ancora più marcatamente sconvolgenti.

Partiamo dalla Camera, tralasciando il più assente in assoluto, ovvero Silvio Berlusconi, presente a Montecitorio, dall’inizio del suo mandato, soltanto in due occasioni (nel giorno dell’insediamento per il discorso inaugurale e nel giorno del voto di fiducia dopo la nscita del gruppo “Fli”). Antonio Gaglione (Gruppo Misto) è il parlamentare che ha registrato più assenze in assoluto (6289 su 6893; solo 604 presenze). Il suo è un “punteggio” record, in quanto chi lo segue è distaccato un bel po’ da Gaglione: Mirko Tremaglia (Futuro e Libertà) con 5290 assenze su 6893 (1588 presenze); Nicolò Ghedini che, tra un giorno al tribunale ed un altro ad Arcore, non ha più tempo per dedicarsi ad una sua presunta attività parlamentare ed allora confeziona ben 5192 assenze su 6893 sedute (e 1701 presenze). Ma attenzione. Le assenze sono, per così dire, “bipartisan”. Se ci allontaniamo un po’ ed arriviamo al sesto posto troviamo il primo uomo targato Pd. E indovinate un po’ di chi si tratta? Pier Luigi Bersani, con 4799 assenze su 6893 sedute. Poco distanti dal leader del Pd anche il plurindagato Denis Verdini (4610 assenze su 6893) ed Antonio Di Pietro (4199 su 6893).

E passiamo al Senato.  Dopo i primi posti, tutti occupati dai senatori a vita (ma qui, è chiaro, non si possono imputare grosse responsabilità), troviamo due uomini di punta del Pd: Emma Bonino (3066 assenze su 4169 sedute) ed Umberto Veronesi (2850 assenze su 4169). Il primo uomo del Pdl, tanto per cambiare, è un pregiudicato. Stiamo parlando di Domenico Nania (arrestato per 10 giorni e poi condannato in via definitiva a 7 mesi per lesioni personali legate ad attività violente nei gruppi giovanili di estrema destra) il quale arriva a 2608 assenze.

In pratica, a parte decreti, conversioni, provvedimenti, rettifiche, l’attività di Camera e Senato è praticamente ridotta all’osso. Al contrario, invece, dei guadagni, degli stipendi, delle immunità di cui godono gli stessi “perdigiorno”. Ci sembra doveroso, allora, fare una rapida carrellata anche a tal proposito.

Secondo la dichiarazione Irpef del 2009 il più ricco rimane Silvio Berlusconi, il cui reddito è cresciuto:  23.057.981, circa otto milioni e mezzo in più rispetto all’anno precedente, quando era di 14.532.538. Tra i leader di partito, dopo Berlusconi c’è Antonio Di Pietro con 193.211 euro e al terzo posto Umberto Bossi con 156.405 euro. Dopodiché troviamo Pier Luigi Bersani con con 150.450 contro i 163.551 della denuncia del 2008. In ascesa, invece, il reddito del Presidente della Camera Gianfranco Fini: nel 2009 ha dichiarato 142.243 euro, mentre l’anno precedente la sua dichiarazione si attestava sui 105.633 euro. Per il presidente del Senato, Renato Schifani, 190.643 euro con un aumento di circa 31 mila euro rispetto all’anno precedente.
Dopo il premier, il più ricco nel’esecutivo è Ignazio La Russa che, stando alla dichiarazione dei redditi, gode di circa mezzo milione di euro (517.078 euro). Fanalino di coda, invece, è Angelino Alfano, con una dichiarazione che si aggira sui 123.000 euro. Per il resto, tutti i ministri hanno redditi che si aggirano attorno ai 150.000 euro.

Ma andiamo avanti. Nel marzo 2008 all’unanimità fu votata una legge che prevedeva, tra l’altro, un aumento dello stipendio per i parlamentari pari a 1.135 euro al mese. In questo modo si è arrivati, oggi, a circa 17.000 euro netti, a cui sono da aggiungere varie indennità di cui godono i nostri parlamentari. Completamente gratuiti sono: cellulari, tessera del teatro e del cinema, aerei nazionali, autobus, metropolitane, piscine e palestre, autostrada. Anche i ristoranti, addirittura, gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per un totale di 1.472.000 euro). Ancora, hanno diritto alla pensione soltanto dopo 35 mesi di legislatura; dopo solo 5 anni possono maturare una pensione pari circa a 3.000 euro mensili. E non è finita qui. Ci sono anche privilegi che durano ”in perpetuum” per coloro che sono stati Presidenti di Camera, Senato, Consiglio e Repubblica (Irene Pivetti, ad esempio, ancora gode di scorta, ufficio, segreteria e auto blu).
Stipendi che sono impensabili in qualsiasi altro Paese europeo. Tempo fa ci fu, a tal proposito, un articolo del quotidiano di Bolzano in lingua tedesca Tageszeitung che metteva a confronto le buste paga non di parlamentari nazionali tedeschi e italiani, ma di politici nazionali tedeschi di spicco, e presidente e assessori della provincia autonoma di Bolzano. I risultati, come è facile immaginare, sono a dir poco sconvolgenti: il governatore della provincia di Bolzano guadagna 25.600 euro al mese, Angela Merkel ne guadagna 19.300; la vicepresidente della giunta provinciale Luisa Gnecchi (in carica fino al 10 luglio 2009) con 24.300 euro è invece nettamente più “ricca” del ministro degli esteri tedesco Frank Steinmeier (12.800).

Cosa ci volete fare: questi tedeschi ancora continuano a lavorare tutti i giorni per stipendi “mediocri”. Viva l’Italia!

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (2 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +2 (from 2 votes)

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (3 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +3 (from 3 votes)

di Gino Petrollini (studente Università di Perugia)

Troppo spesso si parla di diritto allo studio senza averne cognizione. Troppo spesso studenti arrabbiati lo sono troppo poco o per niente da perdere di mira quello che li rende tali: il poter usufruire in  maniera eguale dei livelli più alti dell’istruzione, a patto che siano dati i requisiti di merito.

Tutto ciò viene siglato formalmente nell’articolo 34 della Costituzione (“La scuola è aperta a tutti [...] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”), ma in Italia sembra che il contenuto non rispetti la forma. Ce lo insegna la quotidianità della scuola e dell’università, realtà, queste, martoriate da un meccanismo perverso che comunemente viene chiamato “riforma”: troppi i tagli al’istruzione (1,3 miliardi di euro solo nel 2011) che rendono instabili le fondamenta degli atenei italiani. Instabilità che si riflette in quella di pochi studenti e molti ricercatori che si vedono privati di ciò che dovrebbe essere loro garantito: qualità dello studio e diritto a fruirne, che tradotto in pratica vuol dire fondamentalmente borse di studio per intraprendere o continuare il proprio percorso formativo.
L’insieme di questi costruisce, generazione dopo generazione, la cultura la quale altro non è che il prodotto di una cognizione ampia e non elitaria di civiltà. E’ dimostrato che più i sistemi economici investono nella cultura, più questi sono producenti e creano per riflesso una condizione di benessere diffuso, materiale e psicologico.
Feuerbach stesso diceva: “l’uomo è ciò che mangia”, intendendo che le condizioni materiali influiscono su quelle sociali.

La perversità della riforma, allora, sta nel mancare la sua finalità: migliorare la qualità dell’insegnamento. Inoltre, la sua modalità di attuazione procede di pari passo con la finanziaria, dilazionando i tagli in tre anni e ingenerando un processo continuo di confusione. Ed è chiaro, poi, che da priorità confuse nascano finalità confuse; ed ecco che negli atenei di Italia gli studenti si dividono tra movimenti anacronistici, per via delle attuali condizioni storiche, e il più assoluto e cieco disinteresse.

Prendiamo in esame la situazione dell’ateneo di Perugia e cerchiamo di capire come in questo polo di sapere si respiri un’area ovattata e “assurdamente irreale”.
Partecipando ad un’assemblea tenuta nei vari collegi universitari si può notare come in realtà la situazione sia drammatica. Il Prof. Oliviero, amministratore unico dell’ADiSu (Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario) di Perugia ha spiegato, nell’assemblea del 21 ottobre,  quella che è la situazione attuale. L’Umbria, volendo usare una certa retorica, è sicuramente una regione virtuosa; a Perugia infatti  si è garantito il 100% delle borse di studio fino all’anno accademico 2009-2010. Sembra, invece, che problemi vi siano per l’anno corrente: le borse verranno erogate in modo sufficiente in relazione ai soldi che si hanno. Ciò vuol dire che, nelle condizioni in cui reddito e merito lo permettano, si può risultare sì idonei, ma non beneficiari di borsa di studio, alloggio, servizio mensa …

L’ADiSu di Perugia, punto di raccordo tra studente e Stato, non ha potuto fare previsioni non sapendo quanto lo Stato erogherà per il diritto allo studio che, lo ricordiamo, è costituzionalmente garantito. A peggiorare la situazione è il decreto 133 di Tremonti, con il quale si dichiara lo stato di crisi generale. Lo Stato ha così tempo fino a  dicembre per assegnare (e non stanziare) fondi; purtroppo i corsi iniziano a fine settembre , il che vuol dire che per i 2/3 di un semestre ci si può scordare quello che è il diritto allo studio.

Quella umbra – bisogna dirlo – è una realtà diversa da quella di altre regioni, nelle quali alcuni collegi sono chiusi. Gli studenti, infatti, qui possono godere di un’efficiente collaborazione tra ADiSu e regione, la quale non dovrebbe occuparsi di borse di studio, ciononostante ha garantito anche quest’anno un fondo pari a 6 milioni e mezzo di euro. Anche l’ADiSu cerca di fare economia: nella sede amministrativa i riscaldamenti funzionano a giorni alterni, producendo un risparmio di 6 mila euro, corrispondenti circa a due borse di studio.

E lo Stato? Di norma il Governo dovrebbe garantire  un contributo mai inferiore all’80% di quello erogato l’anno precedente: se nel 2009-10 sono stati stanziati 9 milioni per l’Umbria, quest’anno non dovrebbero essere meno di 7 milioni. Questi, sommati a quelli che la regione offre mediante cassa  diretta,  dovrebbero bastare a tenere in equilibrio le sorti dei borsisti. Almeno per quest’anno. Ma cosa accadrà se questo non dovesse accadere? Cosa accadrà se questi soldi mancheranno? E cosa accadrà il prossimo anno accademico?

In questo turbamento di idee una decisione è stata prese dallo stesso Prof. Oliviero, il quale ha assicurato che si impegnerà a discutere e a condividere con i borsisti qualsiasi scelta. La decisione, dunque, non sarà individuale (del solo Oliviero), ma collettiva.
Ma non tutti sembrano essere d’accordo. Davanti alla proposta di possibili tagli alle loro borse per permettere una maggiore fruizione agli aventi di diritto (meno soldi per tutti, ma più persone beneficiarie), alcuni studenti hanno posto domande o fatto critiche. Sembra, in pratica, che preferiscano coltivare la contingenza del loro caso.
Si può capire anche questo punto di vista  se guardato da una concezione individualistica per cui, in realtà, molti soldi bastano per la sopravvivenza. Guardando dalla parte opposta, invece, si può scorgere la necessità di un bene comune per il quale il mondo non è fatto di atomi, ma di legami.

Il diritto allo studio ha un solo significato: “dignità.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (4 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +3 (from 3 votes)

di Carmine Gazzanni

La storia del Lodo, come molti certamente sapranno, è una storia retrodatata. Prima è stato Lodo Maccanico-Schifani (2003), ma venne bocciato dalla Corte soltanto un anno dopo perchè incostituzionale.

Passano gli anni ed arriviamo all’attuale legislatura. Ecco il Lodo Alfano, che certamente cambia veste e nome, ma non contenuto. Tant’è che  il 7 ottobre 2009 (dopo che era stato approvato il 26 giugno 2008) viene dichiarato nuovamente incostituzionale.

Ma il Governo, di Berlusconi e per Berlusconi, non si arrende. E allora ecco il Lodo Alfano Costituzionale. Ad averci lavorato sono stati il vice presidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello e il numero due della commissione Giustizia Roberto Centaro.  Ma il relatore, Carlo Vizzini del Pdl, ha presentato già cinque emendamenti per andare anche incontro alle esigenze dei finiani e ricevere il loro appoggio.

In pratica,  il lodo Alfano ter prevede un duplice intervento sugli articoli della Costituzione 90 e 96 (articoli che si occupano delle tutele del capo dello Stato e del Presidente del Consiglio), che porterebbero, si legge nel ddl, alla “sospensione del processo”. E sarà il Parlamento a pronunciarsi: “Entro il termine di novanta giorni dalla comunicazione il Parlamento in seduta comune dei suoi membri può disporre la sospensione del processo”. E in questi novanta giorni di tempo per la pronuncia Parlamento comunque il processo sarà sospeso.

Ciò che, a detta del Governo, renderebbe poi il Lodo realmente “costituzionale” sta nel fatto che sarà valido soltanto per Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio, non più per i ministri. Ed è proprio su questa “esclusione” Pdl e finiani pare si siano avvicinati, in quanto questa è stata una misura adottata proprio perché era la principale richiesta di “Futuro e Libertà” per dare il loro assenso ad una legge sullo scudo giudiziario a Berlusconi.

Intanto si continua a lavorare in Commissione Affari Costituzionali del Senato. Ma i tempi per una potenziale approvazione dovrebbero essere lunghi: essendo di rango costituzionale, questo ddl avrà bisogno di altre due votazioni (una per Camera) prima di diventare legge e se non sarà votata con una maggioranza di due terzi potrà essere sottoposta anche a referendum popolare. Ma attenzione: nel passato Berlusconi ci ha abituato a corse contro il tempo per far approvare leggi che fossero in qualche modo utili al suo tornaconto. E questo è uno di quei casi: non dobbiamo dimenticare, infatti, che il 14 dicembre la Corte si pronuncerà sul legittimo impedimento e, con grande probabilità, lo dichiarerà incostituzionale. Dal 14 dicembre, in pratica, Berlusconi potrebbe rimanere senza scudo. Tutto, allora, si farà per ridurre i tempi durante cui il Presidente potrebbe essere a rischio sentenza o, quantomeno, a rischio processo.

E qui qualcuno potrebbe chiedersi: ma non si era parlato di “Lodo costituzionale”? Perchè Berlusconi dovrebbe essere così spasmodicamente interessato ad una approvazione lampo? Ecco svelato l’arcano: nel ddl si legge che lo scudo vale anche per i processi relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica”. Guarda un po’ la coincidenza: proprio come quelli per i quali Berlusconi è imputato a Milano: il processo Mills e il processo Mediaset. Processi che intimoriscono e non poco Mr. B. Soprattutto il primo, in quanto, se il legittimo impedimento verrà dichiarato incostituzionale e, di conseguenza, i processi per Berlusconi riprenderanno, potrebbe facilmente nel giro di pochi mesi arrivare al termine, in quanto gli altri imputati sono già arrivati a sentenza. Staremo a vedere.

E non è finita qui. Il Lodo sarà anche “reiterabile. Questo vuol dire che, poggiandosi sulla carica ricoperta e non sulla persona che la ricopre, qualora Berlusconi dovesse diventare nella prossima legislatura Presidente della Repubblica o venisse riconfermato Presidente del Consiglio, potrà nuovamente godere del suo scudo giudiziario.

Alla faccia del “costituzionale”.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (2 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +2 (from 2 votes)

di Carmine Gazzanni

A Partinico esiste una piccola emittente, una piccola ma grandiosa emittente, Telejato. A condurre tutta la baracca (lo stesso Pino parla di “una camera e cucina”) è Pino Maniaci, ex imprenditore edile che nel 1999 decide di rilevare l’emittente. Pino Maniaci è decisamente un giornalista, non fa il giornalista: la sua è una passione, non è lavoro. Non è lavoro a tal punto che in passato accadde una cosa alquanto bizzarra: venne rinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione di giornalista” non disponendo del cosiddetto “patentino” da giornalista. Alla fine tutto si risolse al meglio, ma solo il fatto che sia statorinviato a giudizio per “esercizio abusivo della professione di giornalista” uno come Maniaci che rischia ogni giorno la vita parlando spudoratamente ed esplicitamente di mafia e di mafiosi, lascia molto sgomenti ed increduli.

Maniaci è uno che grida, che urla, uno che con “la sua camera e cucina” dà molto più fastidio delle emittenti nazionali: basti pensare all’abbattimento di stalle di proprietà dei boss Vitale, utili strategicamente a Cosa Nostra. Tanto ha strepitato contro queste costruzioni, che a seguito dell’abbattimento, un gruppo di ragazzi tra cui il figlio dei Vitale non molto tempo fa, attentò alla vita del giornalista, pestandolo e stringendo a forza la carotide. E Pino Maniaci si è fatto intimidire? Niente affatto. Il giorno dopo, alle 14.30, eccolo lì, in postazione davanti alla telecamera: “Bentrovati con l’odierna informazione di Telejato notizie. Nonostante i calci, i pugni e l’aggressione, come vedete Pino Maniaci non demorde e stiamo andando in onda nonostante i lividi”.

Ed oggi quello che è capitato più e più volte (non si contano non solo le aggressioni, ma anche gli atti intimidatori – ruote bucate, vetri spaccati – e le querele – tutte chiaramente risultate essere bolle di sapone), si è ripetuto ancora: “Non puoi attaccare tutti – si legge nella lettera anonima – altrimenti ci pensiamo noi a te e alla tua famiglia”. “La sentenza è stata emessa”, si legge ancora nella missiva, che invita Maniaci a “stare zitto e lasciare il paese”. Nuovo atto intimidatorio, dunque. Nuovo atto a cui il direttore di Telejato risponde a tono: “Non ci lasceremo intimidire”, ha detto Pino Maniaci, che ha prontamente sporto denuncia.

Ancora una volta, dunque, un giornalista viene minacciato perché ha il “brutto vizio” di raccontare la verità. E sappiamo bene che la vicenda di Pino non è una vicenda isolata.

Secondo il nuovo rapporto dell’osservatorio Ossigeno per l’informazione sono raddoppiati nell’ultimo anno le minacce a giornalisti italiani. Quelli coinvolti in episodi di “censura violenta” e gravi intimidazioni sono stati nel 2009-2010 circa 400. I casi elencati nel rapporto con nomi e cognomi sono 53, ai quali se ne devono aggiungere altri 15 verificatisi negli ultimi sei mesi (non registrati perché il Rapporto già era stato chiuso). Dei 53 censiti nel Rapporto, ha detto Alberto Spampinato, direttore del Rapporto Ossigeno, durante la presentazione a Napoli lo scorso 23 settembre “29 riguardano minacce individuali e 24 sono minacce collettive. Alcune di queste ultime sono rivolte a intere redazioni,  e ciò ci fa stimare in circa 400 i giornalisti coinvolti. Non sono pochi. Sono più dei componenti del Senato della Repubblica. E’ come se ogni comunità di 150 mila abitanti avesse un giornalista minacciato. Quattrocento non sono pochi, ma in realtà i minacciati sono ancora di più. Il fenomeno è molto esteso’’.

Ma dove accadono cose così terribili? Chiaramente tassi molto alti sono presenti lì dove la democrazia è debole e incerta e, di contro, è forte l’organizzazione criminale. Ma attenzione: certamente molti giornalisti minacciati sono calabresi (qui il tasso più alto), siciliani (vedi Maniaci) e campani. Ma oramai questo è un problema italiano, in quanto ci sono altri giornalisti coinvolti nel Lazio, in Piemonte, in Emilia Romagna. Questi sono i dati (il primo numero indica i casi inseriti nel Rapporto 2010, il numero dopo il “+” i casi di cui siamo venuti a conoscenza dopo la chiusura del Rapporto, il numero fra parentesi il dato trattato dal Rapporto Ossigeno 2009): Calabria  8+7, Sicilia 4+2, Campania 6, Lazio 9+1, Lombardia 6, Puglia 3, Basilicata 2 , Piemonte 2, Emilia Romagna 1.

E’ evidente, dunque, che la situazione è profondamente drammatica. E ce ne accorgiamo anche se facciamo un raffronto con il 2009. Un anno fa, il  precedente Rapporto Ossigeno segnalò 61 episodi nell’arco di un  triennio (2006-2008), con una media di 20 minacce l’anno. I 43 episodi di questo nuovo Rapporto segnano dunque un aumento del 100 %. L’aumento è ancora più alto per le minacce collettive, cioè indirizzate a gruppi di giornalisti o a intere redazioni: nel 2009 il Rapporto contava 9 episodi e stimato almeno duecento giornalisti coinvolti, adesso gli episodi sono 24  (+250%) e i giornalisti coinvolti sono il doppio (+100%).

A tutto questo, ora, si aggiunge il caso Maniaci. Ancora una volta un giornalista viene minacciato semplicemente perché fa il suo lavoro: conduce inchieste, chiede, domanda, intervista, si informa e informa. Ma questo pare che in un Paese come il nostro non sia possibile: non si può scrivere né parlare di mafia, camorra, ‘ndrangheta; non si può scrivere di politici collusi con queste criminalità organizzate; non si può far domande perché altrimenti si è subito qualificati come “forcaioli”, “comunisti” o “dissidenti”. Un Paese che non chiede, non si informa e non vuole essere informato non è un Paese democratico.

ADERISCI ALL’APPELLO DI ARTICOLO 21: SIAMO TUTTI PINO MANIACI, LAVORIAMO TUTTI A TELEJATO

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (3 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +3 (from 3 votes)

di Carmine Gazzanni

Lo stiamo vedendo: questo non è affatto un periodo “fortunato” e “felice” per il Presidente del Consiglio. Prima l’invito a comparire inviato dalla Procura di Roma per l’inchiesta Mediatrade. Poi ci si mette anche Milena Gabanelli con il suo “Report” che va a scovare la casa ad Antigua ed un altro (l’ennesimo) giro di off-shore.

In tutto questo marasma che sembrerebbe colpire il premier, mentre al Lodo Alfano Costituzionale è stata aggiunta anche la clausola – ad personam – della “retroattività”, le dichiarazioni dei Berluscones sono sempre, inevitabilmente le stesse. Da Capezzone (“non si può fare a meno di constatare un fatto: non esiste un solo caso nell’Occidente in un leader scelto e più volte confermato da una larga maggioranza di cittadini, sia stato e sia oggetto di una così massiccia, sistematica, inesauribile serie di attacchi, inchieste, procedimenti giudiziari”) fino a Fabrizio Cicchitto, secondo il quale questa non è altro che “la dimostrazione che fino al ‘94 la magistratura non si è occupata di Berlusconi mentre dal ‘94 in poi ha iniziato a occuparsene perché lui fa politica”.

Insomma, continuamente i fedelissimi del premier spargono una voce che è assolutamente falsa. Il teorema su cui ogni volta puntualmente poggia la difesa al premier è la seguente: “non può che essere che un attacco della magistratura; d’altronde è dal ’94, da quando Berlusconi è entrato in politica che la magistratura porta avanti questi attacchi mirati e politici. Infatti prima della sua entrata in politica nel ‘94 Berlusconi non è mai stato indagato”. Sarà vero?

Un articolo a firma Gomez e Travaglio di qualche mese fa aiuta a chiarire la questione. Ecco un piccolo promemoria:

1979, 12 novembre. Massimo Maria Berruti, maggiore della Guardia di finanza, guida un’ispezione all’Edilnord Centri Residenziali e interroga Silvio Berlusconi su presunte irregolarità tributarie. Berlusconi, mentendo, sostiene di essere un “semplice consulente” Edilnord per la “progettazione e della direzione generale di Milano 2”. Invece è il proprietario della società. Berruti si beve tutto, e chiude e chiude l’ispezione. Nel 1980 si congeda e poi diventa un consulente Fininvest.

1983. La Guardia di Finanza di Milano mette sotto controllo i telefoni di Berlusconi per un presunto traffico di droga. L’indagine sarà poi archiviata.

1984, 24 maggio. Il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga Berlusconi, assistito dall’avvocato Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” (interruzione di pubblico servizio) per antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono con le frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma Berlusconi nel 1985 è subito archiviato, gli altri nel ‘92: non potevano sapere che Squillante, Fininvest e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera.

1984, 16 ottobre. Tre pretori sequestrano gli impianti che consentono a Canale5, Italia 1 e Rete4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi interviene con due “decreti Berlusconi”.

1988, 27 settembre. Berlusconi viene sentito dal pretore di Verona come parte offesa in un processo per diffamazione contro due giornalisti: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo. Mai pagato la quota di iscrizione”. Doppia bugia: si iscrisse nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e pagò la quota. La Corte d’appello di Venezia spiega che è colpevole di falsa testimonianza, ma che il reato è coperto dall’amnistia del 1990.

1992, 9 giugno. I giornali svelano che il dc Maurizio Prada accusa la Fininvest di una tangente da 150 milioni alla Dc. Fininvest “smentisce categoricamente”: solo sconti sugli spot. Anche il dc Gianstefano Frigerio parla di 150 milioni dati da Paolo Berlusconi per la discarica di Cerro.

1992, 15 settembre. Augusto Rezzonico, ex presidente delle Ferrovie Nord, racconta ai pm che in febbraio Dc e Psi hanno inserito nella legge sul codice della strada un emendamento per favorire la “Fininvest, unica depositaria del know how tecnico necessario” per il sistema di segnalazione elettronico “Auxilium” per le autostrade, “un business da 1.000 miliardi”. Poi aggiunge che il manager del gruppo Sergio Roncucci ringraziò per l’emendamento e mi confermò l’impegno della Fininvest a contribuzioni alla Dc per il piacere ricevuto”.

1992, dicembre. Paolo Berlusconi indagato a Roma: avrebbe venduto immobili Edilnord a enti previdenziali a prezzi gonfiati in cambio di mazzette all’Ufficio tecnico erariale. Pagamenti per cui sarà poi considerato vittima di concussione. Un anno dopo viene rinviato a giudizio per i finanziamenti illeciti ai partiti legati alle discariche.

1993, 8 aprile. Gianni Letta, interrogato da Di Pietro, ammette di aver finanziato illegalmente con 70 milioni il segretario Psdi Antonio Cariglia: “La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino”. Lo salva l’amnistia del 1990.

1993, 18 maggio. Arrestato per corruzione Davide Giacalone,consulente del ministro delle Poste Oscar Mammì per la legge sulle tv, e poi consulente Fininvest per 600 milioni. Verrà assolto e in parte prescritto.

1993, 18 giugno. Arrestato Aldo Brancher, assistente di Fedele Confalonieri, per 300 milioni dati al Psi e 300 a Giovanni Marone, segretario del ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, in cambio di spot anti-Aids sulle reti Fininvest. Resterà tre mesi a San Vittore senz’aprire bocca. Poi diventerà deputato e viceministro.

1993, settembre. La Procura di Torino indaga su un giro di false fatture nelle sponsorizzazioni sportive, che porterà al coinvolgimento di Publitalia e nel ‘95 all’arresto e alla condanna di Dell’Utri. Anche a Milano si scoprono fondi neri di Publitalia. Dell’Utri patteggerà la pena.

1993, 29 ottobre. Il pm romano Maria Cordova, che indaga su tangenti al ministero delle Poste, chiede al gip Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa) l’arresto di De Benedetti, Galliani e Letta. Ma la Iannini arresta solo De Benedetti e si spoglia delle altre due posizioni perché relative a amici di famiglia. I due, poi assolti, restano a piede libero. 1993, 25 novembre. Craxi trasmette un memoriale ai pm: “Gruppi economici (…) hanno certamente finanziato o agevolato i partiti politici e, anche personalmente, esponenti della classe politica. Da Fiat a Olivetti, da Montedison a Fininvest”.

1993, 4 dicembre. La Procura di Torino raccoglie le confessioni del presidente del Torino Calcio, Gianmauro Borsano, deputato Psi, travolto da un crac finanziario. Borsano dice che nel marzo ‘92 il vicepresidente del Milan, Galliani, gli versò 18 miliardi e mezzo più 10 miliardi in nero per il calciatore Lentini. La Procura trasmette il fascicolo a Milano per falso in bilancio e il 22 febbraio ‘94 ascolta Borsano e altri protagonisti. Il pool mette così il naso nei conti esteri Fininvest.

1993, 14 dicembre. Arrestati a Torino il sindaco Pds e quattro assessori di Grugliasco per tangenti sul megacentro commerciale Le Gru, costruito dalle coop rosse e gestito dalla francese Trema e da Standa (Fininvest). La Procura indaga Brancher (poi archiviato) e convoca come teste Berlusconi, che si presenterà solo il 19 aprile ‘94, dopo aver vinto le elezioni.

1993, dicembre. Salvatore Cancemi, primo boss pentito della Cupola,comincia a parlare al pm di Caltanissetta Ilda Boccassini dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri, mafia e stragi.

1994, 26 gennaio. Silvio Berlusconi annuncia in tv, con un videomessaggio, il suo ingresso in politica perché “questo è il paese che amo”. In privato, confida a Montanelli e a Biagi: “Se non entro in politica, finisco in galera e fallisco per debiti”.

Il resto è storia dei nostri giorni.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 9.5/10 (2 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +1 (from 1 vote)

De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

Pubblicità