VOTA IL BLOG

Silvio Berlusconi è un cartone animato in Russia

Chi pensi possa battere Berlusconi nel 2013?

View Results

Loading ... Loading ...
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Riceverai gli aggiornamenti del blog direttamente nella tua casella di posta!

Clicca QUI

Tag
Link

Archivio di agosto 2010

di Carmine Gazzanni

L’Islam diventi la religione dell’Europa”. In questo modo, ieri, ha esordito il leader libico Gheddafi appena arrivato in Italia. E nonostante Silvio Berlusconi abbia cercato di stemperare gli animi parlando di semplice “folklore”, una delle notizie più sconcertanti non sono tanto le parole di Gheddafi stesso (stiamo parlando di un leader di un Paese protagonista di diversi rapporti di Amnesty International e di altre organizzazioni pacifiste), quanto il silenzio delle istituzioni. Tutto tace. Il silenzio più imbarazzante e, al tempo stesso, inaspettato è certamente quello leghista. Oggi il quotidiano della Lega Nord si è risvegliato con un titolo in prima pagina molto esplicito: “L’Europa sia cristiana”; e si continua col sottotitolo: “Gheddafi sogna il vecchio Continente convertito a Maometto”. E ancora: “Il rischio concreto si chiama Turchia, vero cavallo di Troia dell’espansione islamica”.

Nonostante questo, però, i leghisti – ministri, senatori e deputati, insomma le figure di spicco del Carroccio – stanno zitti. Tutti tacciono davanti al dittatore amico del capo Silvio Berlusconi. La questione è alquanto inquietante. Per meglio capirci facciamo qualche esempio.

Perché mai, ad esempio, Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione, non ha detto nulla? Stiamo parlando di colui che mostrò in diretta al Tg1 una maglia satirica che derideva Allah, nel pieno del periodo del rischio-terrorismo, provocando gravissimi scontri istituzionali (insomma, un genio!). Ma non è finita qui. Roberto Calderoli è anche colui che il 14 settembre 2007 partecipò allo sciopero della pasta e propose di mangiare solo maiale per fare dispetto ai musulmani che praticavano il ramadan e inoltre di mettere a disposizione lui stesso e il suo maiale per una passeggiata a Bologna nel territorio destinato alla costruzione di una moschea proprio come aveva fatto a Lodi; e, a tal proposito, lo stesso Calderoli ricordò quasi con le lacrime agli occhi: “Il terreno dopo la passeggiata del mio maiale fu considerato infetto e pertanto non più utilizzabile per la moschea!”. E ancora: lanciò anche la proposta di un vero e proprio “Maiale Day” con tanto di mostre e ”concorsi e mostre per i maiali da passeggiata più belli”, per evitare la costruzione di moschee.

Come mai, ancora, è rimasto zitto anche un tipo “tosto”, un vero leghista come Mario Borghezio, condannato in via definitiva per incendio aggravato da “finalità di discriminazione, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino, a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa: “Pensate se i nostri nonni avrebbero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo, che circolano liberamente, che organizzano terrorismo e attività sovversive che nessuno controllava in questo paese di Pulcinella, con prefetti che guadagnavano dieci milioni al mese e non facevano un meritato cazzo”.

Ma leghisti sono anche tutti quegli amministratori dai provvedimenti tanto assurdi quanto comici e, allo stesso tempo, tragici. Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i «clandestini» (a mò di leggi razziali che creano ghetti e schiavi); ad Adro (Brescia), c’è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino; a Voghera si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri; a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti su una panchina, se no stai in piedi; a Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. E si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il «White Christmas» di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. E per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

E si potrebbe continuare ancora a lungo. Ma fermiamoci qui. La conclusione, allora, qual è? E’ che si parla, si offende, si è razzisti soltanto quando si può esserlo. Davanti al diverso-ma ricco, per carità, ci si inginocchia, gli si offrono donne, soldi, agi e tutti i comfort che un Paese (in)degno di questo nome possa concedere.

La prossima volta che sentite un leghista alzare la voce contro qualche clandestino semplicemente perché “diverso”, ricordategli che tutti quegli agi su cui si gongola il dittatore libico, responsabile di omicidi, violenze e torture nel suo Paese, li stiamo pagando noi. La verità è questa: stiamo pagando il soggiorno italiano di  un dittatore.

Pecunia non olet”. Il denaro non puzza. Nemmeno se di un  islamico, vero carissimo Umberto Bossi?

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

Arriva Gheddafi in Italia e il nostro Governo, con in testa Silvio Berlusconi, si inginocchia davanti ad un dittatore, che si presenta come un grande uomo, ma altro non è che un militare, leader politico di un Paese, nel quale non sono mai stati garantiti il rispetto e la difesa dei diritti. E l’Italia che fa? Lo ospita come se fosse uno dei più grandi statisti sulla scena politica mondiale.

L’Islam diventi la religione dell’Europa”, ha affermato il colonnello. E tutti zitti (addirittura anche la Lega ha tenuto la bocca chiusa). D’altronde non è nemmeno la prima volta che succede questo. Durante la visita dell’anno scorso, Gheddafi, nelle vesti quasi di profeta, addirittura affermò : “Voi credete che Gesù è stato crocifisso ma non lo è stato, lo ha preso Dio in cielo. Hanno crocefisso uno che assomigliava a lui”. E ancora: “Gesù è stato inviato per gli ebrei, non per voi, Maometto invece è stato mandato per tutti gli umani. Chiunque va in una direzione differente a quella di Maometto fa uno sbaglio. La religione di Dio è l’Islam e chi professa una religione diversa dall’Islam non è accettato e alla fine è quello che perde”. Insomma, lo stesso copione di quest’anno.
Ma non solo per l’elogio sperticato all’Islam. Come quest’anno, anche l’anno scorso si organizzarono incontri con delle ragazze. L’anno scoro furono circa 200 le ragazze contattate e reclutate da un’agenzia di hostess, che accettarono di intervenire a una serata di galà poi rivelatasi una sorta di lezione sull’islam.E quest’anno? Si è saliti di numero (si parla di 500 ragazze), ma con lo stesso obiettivo: una sorta di seminario sulla religione musulmana, alla fine della quale è stato regalato ad ogni ragazza il Corano (esattamente come l’anno scorso) e, secondo indiscrezioni, tre ragazze addirittura si sono convertite all’Islam di fronte al colonnello. Con una sorta di “rito veloce”, Gheddafi ha officiato la loro scelta.

Insomma, una accoglienza da grande uomo politico per il leader libico. Il quale si è sempre dimostrato a favore delle donne. Almeno stando alle sue dichiarazioni. “Nel mondo arabo e islamico la donna é come un pezzo di mobilio che si può cambiare quando vuoi e nessuno chiederà perché lo hai fatto. C’é bisogno di una rivoluzione femminile nel mondo costruita su una rivoluzione culturale”. E ancora: “Io sono a fianco delle donne”, per questo ha consigliato loro di “sposare uomini libici. Ma qual è la realtà? Leggiamo l’ultimo rapporto dell’ “Human Rights Watch”, l’organizzazione internazionale con sede a New York che da oltre 30 anni monitora scrupolosamente il rispetto dei fondamentali diritti dell’uomo in più di 80 paesi del mondo:

Non c’è una legge sulla violenza domestica in Libia e le leggi che puniscono la violenza sessuale sono inadeguate. Il governo persegue soltanto i casi di violenza più cruenti ed i giudici hanno l’autorità per proporre l’unione fra lo stupratore e la vittima come “rimedio sociale al crimine”. Le vittime di stupro esse stesse rischiano il processo per l’adulterio o la fornicazione. Famiglie di molte vittime costringono queste donne all’unione con lo stupratore per evitare lo scandalo pubblico.
I servizi governativi per le vittime della violenza sulle donne rimangono inadeguati. Gli ufficiali di polizia non sono formati per trattare i casi di violenza contro le donne. Invece, il governo manda queste donne, specialmente le donne vittime di stupro, “nelle strutture di riabilitazione sociale”. Il governo viola ordinariamente i diritti delle ragazze e delle donne, compreso quelle al processo adeguato, alla libertà, alla libertà di movimento, alla dignità personale ed alla segretezza. Molte donne e ragazze ritenute in queste strutture non hanno commesso crimine, o già hanno avuto una sentenza.
Le autorità le sottopongono agli esami forzati di verginità ed al trattamento punitivo, compreso l’isolamento in cella. L’unica uscita da questi istituti è se un parente maschio prende la custodia della donna o della ragazza, o se acconsente all’unione”.

E non è finita qui. Anche Amnesty International, infatti, ha stilato un lungo e tragico rapporto sulla Libia, nel quale si legge, ad esempio, che la Polizia pare avere poteri incontrastati di arrestare, imprigionare e interrogare persone sospettate di essere dissidenti o di svolgere attività legate al terrorismo. Queste persone possono essere trattenute senza contatti con l’esterno per lunghi periodi di tempo, torturate e private dell’assistenza legale. E questo strapotere, dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 in Usa, si è ancora di più ingigantito: le autorità libiche, infatti, hanno fatto ricorso all’argomento della “guerra al terrore” per giustificare la detenzione arbitraria di centinaia di persone considerate voci critiche o una minaccia alla sicurezza nazionale.

Nel corso della sua visita alla prigione di Jdeida, nel maggio 2009, Amnesty International ha incontrato sei donne condannate per “zina” (relazione sessuale tra un uomo e una donna al di fuori di un matrimonio legale). Quattro erano state condannate a periodi di carcere tra tre e quattro anni, le altre due a 100 frustate. Altre 32 donne erano in attesa del processo per la medesima imputazione.
Una donna, addirittura, è stata arrestata nel dicembre 2008 dopo aver partorito. La direzione ospedaliera del Centro medico di Tripoli avrebbe informato la polizia che c’era stato un parto al di fuori del matrimonio. E’ stata arrestata mentre era ancora ricoverata, sottoposta a un breve processo e condannata a 100 frustate.

La pena di morte continua a essere usata in modo massiccio e può essere applicata per un’ampia gamma di reati, comprese attività che corrispondono al pacifico esercizio dei diritti alla libertà d’espressione e d’associazione. E’ utilizzata molto anche nei confronti di cittadini stranieri, per i quali non c’è alcuna forma di rispetto: nonostante le sollecitazioni delle più importanti organizzazioni per i diritti umani, la Libia non ha ancora sottoscritto la Convenzione Onu sui rifugiati del 1951, il testo base che garantisce il rispetto dei diritti umani e la tutela di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese.
L’art.33 della Convenzione, infatti, parla del “divieto di respingimento”. Ma in questo la Libia è colpevole quanto l’Italia. Sempre l’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” ha presentato alcuni mesi fa un rapporto dedicato ai respingimenti italiani in Libia. “L’Italia – si legge nel rapporto – intercetta migranti e richiedenti asilo africani sui barconi e, senza valutare se possano considerarsi rifugiati o siano bisognosi di protezione, li respinge con la forza in Libia, dove in molti sono detenuti in condizioni inumane e degradanti e vengono sottoposti ad abusi”.
Le testimonianze raccolte sono agghiaccianti. Si parla di percosse, di abusi, di violenze sessuali. Al campo di deportazione libico di Bin Gashir, stando alle testimonianze di uno dei detenuti, le autorità “iniziarono subito a picchiare sia me che gli altri. Alcuni dei ragazzi furono picchiati al punto da non poter più camminare”. Una ragazza eritrea di 24 anni ha raccontato che “tutte le donne hanno avuto problemi con la polizia che arrivava di notte e sceglieva le donne da violentare”. Non va meglio per i minori. Si legge: “Le autorità libiche non sembrano fare nessuna distinzione tra adulti e bambini non accompagnati” e questi sono di solito messi nelle stesse celle con il “rischio di abusi e violenze”. Insomma, l’Italia dovrebbe smettere di cooperare con la Libia, se non vuole essere più responsabile e colpevole di omicidi, torture e violenze. Ma invece continua ad ospitare il suo leader offrendo serate di gala con centinaia di hostess, agi e la possibilità di dire e fare ciò che vuole. Senza che nessuno possa commentare. Sarebbe quasi ora che l’Italia cominci ad avere qualcosina di, come dire, più “democratico”.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

Questa manovra fa salva sia l’Università che la ricerca, non ci sono tagli in questi settori”. Questo andava ribadendo qualche mese fa il ministro Mariastella Gelmini mentre si continuava a discutere sulla manovra economica. Ed ecco i risultati: 135 mila posti da tagliare entro il prossimo anno in tutta Italia, pensionamenti forzosi per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi, precari messi alle porte. Una riforma, in pratica, che non ha nulla (o quasi) di prettamente scolastico. Si tratta di una riforma solo ed esclusivamente che mira a tagliare: taglio orizzontale delle risorse, della riforma della governance universitaria o di abolire il ruolo di ricercatore sostituendolo con dei contratti temporanei di 3 anni.

Checché, poi, ne dica Silvio Berlusconi che, alcuni giorni fa, andava dichiarando: “il Senato ha approvato una riforma fondamentale della nostra università sulla base del merito e dell’ingresso di giovani docenti e ricercatori”. Come sempre nulla di più falso. Come già abbiamo ricordato nei passati articoli, infatti, la legge Gelmini, così come è concepita, RISOLVE IL PRECARIATO ABOLENDO I PRECARI: la riforma, infatti, prevede per i prossimi sei anni promozioni a professore associato riservate. Per tutti gli altri giovanissimi che stanno accedendo al dottorato ci sarà un tetto di dieci anni per diventare professore associato, dopodiché “si cade fuori dalla giostra”, come si legge sul sito dei Ricercatori Precari. Misura completamente illogica se si pensa che “per gli attuali assegnisti, borsisti, docenti a contratto, la cui età media si aggira attorno ai 35 anni e la cui “anzianità” di servizio è mediamente di sei anni dopo il dottorato, l’orizzonte del futuro è quasi privo di speranza”.

E, chiaramente, queste misure esclusivamente economiche riguardano soltanto la scuola pubblica. Nel provvedimento, infatti, c’è un taglio sì per la scuola pubblica, ma non un taglio dei fondi pubblici alle scuole private (previsto un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private). Fa niente se l’Articolo 33 della Costituzione afferma: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

I problemi, questi sì, scolastici e didattici, sarebbero altri invece. In tutti gli altri Paesi europei i docenti vanno in pensione a 65 anni, tant’è che il corpo docente italiano rimarrà comunque il più vecchio d’Europa, sebbene si sia deciso nella riforma che tassativamente in pensione si andrà a 70 anni (senza la possibilità della proroga di due anni). E i ricercatori? In Italia sono numerosissimi, più del 50% del personale permanente, ma i loro stipendi, nei primi anni di attività, sono più bassi del 30-50% di quelli degli altri Paesi europei. Si potrebbe pensare che il “pensionamento forzoso” per coloro che hanno raggiunto i 40 anni di contributi miri proprio a questo. Anche qui siamo nel falso: come ci ricorda il Professore Giovanni Falcetta, “tra gli insegnanti centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni)”. Senza contare, poi, che tale pensionamento coatto è profondamente incostituzionale e illegittimo. Vediamo alcuni aspetti.

La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” per gli insegnanti con 40 anni di servizio è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note non hanno alcun valore di legge, come ribadisce anche la sentenza della Cassazione del 5 gennaio 2010: “La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”. E dunque? Ci sono evidenti tracce di incostituzionalità. Senza contare, poi, che si viola anche una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età. Risultato? Giovanni Falcetta ha presentato diversi ricorsi. Ma proprio ieri la Suprema Corte di Giustizia del Lavoro, presso il Tribunale di Crema, ha decretato che i “reclami”, inoltrati alla Corte dallo stesso Falcetta e da Annamaria Crotti, contro il rigetto del ricorso del loro pensionamento forzoso, sono ugualmente respinti per assoluta mancanza di fondamenti giuridici, sia di legislazione ordinaria che di legittimità costituzionale. Questo perché i giudici, sulla base di valanghe di sentenze favorevoli ai ricorrenti, hanno dovuto ammettere, in conclusione della loro Ordinanza, che “la fattispecie è nuova” e che “ancora la giurisprudenza in materia è molto controversa“.

Ma non è finita qui. Ci sono molti che hanno intrapreso anche altre strade: continui scioperi, manifestazioni e dimostrazioni di dissenso che durano da tempo e stanno sfociando in esiti sempre più drastici. Ricordiamone alcuni: all’Università della Sapienza, dopo aver rinviato gli esami calendarizzati fino al 9 luglio ed aver indetto una settimana di mobilitazione, dal 12 si sono tenuti regolarmente gli esami, ma per le strade della città universitaria oppure ‘al buio’, nei locali della Facoltà; a Putignano il Preside ha chiesto, a ciascuna delle 127 famiglie dei maturandi, 145 euro per anticipare i compensi ai commissari. Questi compensi da anni sono a carico immediato delle scuole, ma poi questi soldi dovrebbero essere restituiti dal ministero. Dovrebbero: il ministero ha intanto accumulato un debito globale di 1,5 miliardi con gli istituti; a Milano maestre e mamme degli alunni della scuola elementare “Duca degli Abruzzi” hanno consegnato ai genitori le pagelle dei propri figli sul tetto della scuola per manifestare il proprio dissenso.

Ma ora che i licenziamenti sono evidenti e concreti si è arrivati allo stremo. Da alcuni giorni tre precari palermitani, Salvatore Altadonna, Pietro Di Grusa e Giacomo Russo, sono in sciopero della fame. Addirittura Pietro Di Grusa, 49 anni collaboratore scolastico, oltre ad astenersi dal cibo, ha sospeso anche l’assunzione di cardioaspirina. Infatti si è sentito male, è stato ricoverato due giorni in ospedale, ma, uscito, si è riunito ai due suoi colleghi. Ieri in serata, però, è stato nuovamente colto da un malore e allora ha abbandonato lo sciopero, su consiglio dei suoi stessi amici e dei suoi cari. La protesta, intanto, ha preso piede e ci sono altri precari in sciopero a Pordenone, Pisa e Benevento e molte altre città, sembra, sono destinate ad aderire. C’è una pagina su facebook, nella quale è possibile esprimere le proprie opinioni a riguardo o anche semplicemente per dimostrare la propria vicinanza ai precari: “A fianco dei precari della scuola in sciopero della fame”.

Intanto domani i precari palermitani in sciopero della fame saranno davanti a Montecitorio dalle 12,00 in poi. Speriamo che qualcosa cambi. E speriamo che ci siano verità, realtà, e non solo parole. I precari sono (e anche noi siamo) stanchi di promesse, illusioni, bugie.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

Un nuovo attentato alle istituzioni. Un nuovo attentato che dimostra quanto la ‘ndrangheta sia attiva, pericolosa e assolutamente da contrastare. Questa volta nel mirino c’è indubbiamente il Procuratore Generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro: la bomba, infatti, è esplosa proprio davanti al portone del palazzo in cui vive il magistrato reggino. Un palazzo in pieno centro, a Parco Caserta, una delle zone più trafficate della città reggina. Ma, nonostante questo, la criminalità organizzata non si è tirata indietro. Per fortuna ci sono stati solo danni materiali (divelto il portone d’ingresso, devastato l’atrio e procurato danni ad alcune abitazioni vicine), un forte boato e tanta paura.

Il Procuratore era già stato vittima di altri attentati: a gennaio, infatti, Di Landro era finito nel mirino della ‘ndrangheta con l’attentato al palazzo della Procura. D’altronde il suo operato è sempre stato integerrimo ed inflessibile, e questo infastidisce le cosche e, molto probabilmente le preoccupa anche, come lo stesso Di Landro rivela: “Vogliono farmela pagare, evidentemente, per il fatto che ho sempre ed in ogni circostanza fatto il mio dovere di magistrato”.
In ogni circostanza, infatti, Di Landro si è battuto contro le criminalità organizzate, non tirandosi mai indietro: come non ricordare, ad esempio, il maxi processo che mise su contro le cosche del reggino con 69 imputati e la condanna, sino in ultimo grado, di boss importanti della ’ndrangheta. E questo gli ha permesso di diventare Procuratore Generale a Reggio lo scorso 26 novembre (proprio oggi avrebbe dovuto festeggiare i suoi primi sei mesi di mandato).
Di Landro, tuttavia, certamente  non si farà intimorire e potrà trovare il coraggio che gli serve nell’appoggio delle istituzioni e, soprattutto, della società civile: già, infatti, sono stati organizzati sit-in per oggi stesso a Reggio Calabria, alle 18,00 in Via Carlo Rosselli, in solidarietà al Procuratore Generale.

Tuttavia a questo punto è necessario guardare la vicenda da un punto di vista più generale. Quello di ieri è solo l’ultimo degli episodi che si sono registrati ai danni di magistrati reggini. Il 2 gennaio ecco il primo segnale: una bomba di fronte al portone della Procura Generale; nei mesi successivi una serie di lettere intimidatorie inviate a diversi pm: Giuseppe Lombardo, Antonio Di Bernardo, fino anche al Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone. E, ancora, bisgona ricordare la scritta che comparve sui muri di Vibo Valentia indirizzata al Procuratore Mario Spagnuolo: “Spagnuolo vattene o muori”. E perché? Probabilmente perché in quel periodo (marzo di quest’anno) il magistrato aveva avviato importanti indagini nella zona del vibonese, con sequestri e arresti nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta. E poi vari sabotaggi ad auto di giudici: tra giugno e luglio infatti sono state manomesse le auto di diversi magistrati, tra cui quella dello stesso Di Landro: furono svitati i bulloni delle ruote. Per fortuna, la ruota si staccò nel momento in cui Di Landro non era a bordo e il suo autista andava a velocità estremamente ridotta.

Insomma, continue minacce che mirano a intimorire coloro che rappresentano pesanti ostacoli agli interessi delle cosche mafiose. Non è un caso che, secondo quanto dice Mario Maiolo, presidente Legautonomie Calabria, “dal 2000 ad oggi sono stati circa 7oo (settecento) gli atti di intimidazione, anche molto gravi, che si sono registrati nella regione a danno degli amministratori locali di tutti i livelli istituzionali”. In questa lettera che Maiolo ha scritto al ministro Maroni si sottolinea anche che “già in questi primi mesi del 2010 si sono verificati decine di casi e moltissimi amministratori locali per poter adempiere al loro mandato democratico sono costretti a mettere a rischio la loro incolumità personale […] dovendo fare i conti con auto incendiate, familiari intimiditi, spari contro le loro case, devastazione delle loro proprietà”. Circa settecento intimidazioni nel giro di nove anni. Settecento.

Diversi, poi, sono anche i giornalisti vittime di attentati. Anche qui le cifre sono spaventose: dall’inizio dell’anno i giornalisti minacciati dalle cosche sono ben dodici.
Potremmo ricordare, ad esempio, Antonino Monteleone, giovane giornalista e blogger che ha sempre profuso grande impegno civile nelle sue lotte di informazione. E’ in pratica un giornalista scomodo  in una terra in cui essere scomodi vuol dire fare il proprio dovere: a Monteleone hanno fatto saltare in aria l’autovettura.
Ancora. “Non andare oltre“. Questa è la frase, scritta con lettere ritagliate dai giornali, fatta recapitare con pallini di fucile a Giuseppe Baldessarro, giornalista del Quotidiano della Calabria e corrispondente di Repubblica.
L’ultimo caso riguarda, invece, Lucio Musolino, 27 anni. Il 31 luglio, un sabato mattina, si è svegliato scoprendo che qualcuno gli aveva recapitato una tanica di benzina e un biglietto: “Questa non è per la tua macchina, ma per te. Smettila di continuare a scrivere di ‘ndrangheta, segui Paolo Pollichieni (suo ex direttore, che si è dimesso poche settimane fa insieme ad altri 8 redattori del giornale “Calabria Ora”, ndr) e vattene pure tu”.

Insomma, una situazione insostenibile che dev’essere assolutamente frenata. Ma, perché questo accada, è necessario l’impegno di tutti. “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”. A parlare era Giovanni Falcone.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 7.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

La crisi? Non è poi così grave. Il governatore della Banca d’Italia e anche l’Europa ci dicono che quest’anno il pil registrerà il 2% in meno. Ciò significa che torneremo indietro di due anni e non mi sembra che due anni fa si stesse così male” (Silvio Berlusconi, 20 gennaio 2009). “I media e le istituzioni economiche diffondono il panico: l’accusa viene dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che si scaglia per l’ennesima volta contro i ‘catastrofisti’. Suggerendo di «chiudere la bocca» a chi continua a parlare «di calo del Pil del 5%” (La Repubblica, 26 giugno 2009). “La crisi si è sfogata per il sistema finanziario e chi doveva fallire è fallito. Aspettiamo la ripresa, che ci sarà di sicuro” (Silvio Berlusconi, 22 luglio 2009). “Alle parti sociali che ho incontrato questa mattina ho detto che questa crisi economica ha come primo fattore quello psicologico” (Silvio Berlusconi, 26 giugno 2009).

Insomma, più e più volte Silvio Berlusconi ha detto che la crisi non esiste, l’Italia sta bene e ha reagito meglio degli altri Paesi europei. Come spesso capita, però, i dati attuali smentiscono di netto le parole reiterate del nostro Presidente del Consiglio. Prendiamo, ad esempio, i risultati di un’analisi portata avanti dall’ufficio studi della Cgia (Associazione Artigiani Piccole Imprese) di Mestre, che ha messo in relazione spese, tasse e servizi in Italia, in Francia e in Germania. Secondo quanto si rivela dalla ricerca, ogni anno in Italia il peso tributario (tasse, imposte e tributi) è di 7350 euro, molto più alto di quello tedesco (6919 euro), poco più basso di quello francese, che è pari a 7438. Ma attenzione: in Francia la spesa sociale procapite (scuola, sanità, protezione sociale) mediamente è di 10776 euro, in Italia si ferma a 8023 euro. La Germania, infine, rende una spesa sociale di 9171 euro. Tutto questo cosa vuol dire? In pratica in Francia la differenza pro capite tra quanto ricevuto in termini di spesa e quanto versato in termini di tasse è positiva: pari a 3339 euro; positiva anche in Germania e pari a 2.251 euro (senza dimenticare che la Germania è il Paese tra i tre con il peso tributario inferiore). In Italia tale differenza è molto esigua: 664 euro pro capite.

Ma andiamo avanti. Secondo quanto rivelato dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, i problemi non sarebbero terminati. Secondo una ricerca, infatti, la crescita di prezzi e tariffe per il 2010 comporterà per le famiglie italiane un aggravio di ben 1.118 euro rispetto allo scorso anno. In una nota si legge che tali aumenti “si inquadrano nel più ampio capitolo di spesa delle famiglie che, non dimentichiamo, nella ripresa autunnale, dovranno fare i conti con i costi scolastici ed i costi relativi al mantenimento della casa, a partire dalla voce riscaldamento”.
E la questione, secondo Federconsumatori, è molto drammatica perché assisteremo anche ad una crescita del tasso di disoccupazione. Guardando ai dati relativi alla contrazione del potere di acquisto delle famiglie, poi, emerge chiaramente la realtà della situazione: dal 2007 al 2010 la caduta è arrivata addirittura al 9,6%.

La situazione, ancora, è resa ancora più critica  dai pesanti debiti in cui riversano gli enti, a iniziare da Comuni, Province e Regioni. Prendendo in esame gli ultimi dati della Corte dei Conti, la novità assoluta proviene dai Comuni, anche questi indebitati fino al collo: nel biennio 2008-2009, infatti, si è arrivati ad un debito finanziario pari a 62 miliardi di euro (due esempi su tutti: 40 milioni della città di Catania, 500 milioni del Comune di Roma). Più contenuto, invece, il debito contratto dall Province, che si ferma a 11,5 miliardi.

Il primato, tuttavia, rimane in mano alle Regioni. Secondo il rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali, si è arrivati ad un debito pari a 110,9 miliardi di euro, pari al 6,3% del debito pubblico complessivo (nel 2008 era il 6,4%). Sicuramente la voce che incide maggiormente sul debito è la sanità pubblica, che assorbe circa il 73% delle risorse delle casse regionali. E, ricorda la Corte dei Conti, nel 2009 “il rapporto tra i costi complessivi del Ssn (Servizio Sanitario Nazionale, ndr) e il Pil si e’ attestato al 7,2%, mantenendo il trend di crescita degli ultimi quattro anni. Gli incrementi dei costi sono superiori a quelli dei ricavi, per cui continuano a registrarsi disavanzi che si concentrano nell’area centro sud”. Non è un caso che le regioni più indebitate sono proprio quelle meridionali. Ecco una rapida classifica delle regioni più in rosso: Lazio – Il deficit maggiore, di 1.6 miliardi di euro; Calabria – Anche qui, il ‘buco’ legato alla sanità tocca il miliardo di euro.; Campania – Stesso discorso fatto per i colleghi calabresi: anche qui manca all’appello circa un miliardo di euro; Molise – E’ la prima della ‘piccole’ regioni nazionali. Nonostante le dimensioni ridotte, qui il deficit è di 110 milioni di euro; Puglia – qui il danno erariale attuale è di 87.463.223 euro.  E poi, ancora, abbiamo Liguria (tra i 100 e 170 milioni), Sardegna (75 milioni), Abruzzo (70/80 milioni), Sicilia (26) e Basilicata (21).

A questo punto, vuoi per gli errori delle varie amministrazioni, vuoi per la crisi economica, comunque converrebbe prendere coscienza della realtà delle cose: non viviamo certamente un periodo roseo. Checchè ne dicano i nostri cari politicanti.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: +1 (from 1 vote)

di Carmine Gazzanni

Il Pdl e, dunque, il Governo sono sempre più nel caos. C’è chi difende strenuamente Berlusconi (vedi i soliti Capezzone, Cicchitto, La Russa); chi, sulla scia dei finiani, comincia a guardarsi un po’ attorno (vedi Gianfranco Rotondi). E, sebbene tutti neghino, sebbene tutti nella maggioranza dicano che è più di una semplice possibilità che questo Governo arrivi alla fine della legislatura, pochissimi ci credono. A cominciare dall’alleato di Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, che pochi giorni fa ha dichiarato che si andrà certamente al voto “a fine novembre o ai primi di dicembre” al massimo. Pare scontata un’alleanza Lega – Berlusconi, anche se Mario Borghezio aveva addirittura affermato di non poter escludere che la Lega viaggi da sola in caso di elezioni anticipate. Voci, tuttavia, smentite poi da Bossi stesso, anche se non dobbiamo dimenticare che il senatùr, interrogato qualche tempo fa sulla possibilità di un premier leghista, rispose: “Nel 2013 è un’ipotesi possibile“. Per carità, sappiamo che sarebbe un’ipotesi quanto mai assurda, ma da un partito che, nei suoi tratti distintivi si rivela essere incostituzionale e razzista, ci possiamo aspettare di tutto.

Intanto il Presidente del Consiglio pare comunque essere intimorito da queste elezioni. E lo dimostra il fatto che sta cercando di ricongiungersi con il figliol prodigo Pierferdinando Casini, alleato sgraditissimo alla Lega. Tant’è che in questi giorni abbiamo assistito a scontri, battute e risposte dai colori tragicomici. “Che Bossi, noto trafficante in banche e quote latte, insulti l’Udc lo riteniamo molto utile per far capire agli italiani chi ostacola davvero i suoi progetti di occupazione del potere”, afferma Casini; “Casini è uno stronzo. Casini è come quelli che non potendo avere meriti e qualità insultano gli altri” ribatte con estrema delicatezza Bossi, che aggiunge: “Casini è quel che rimane dei democristiani, di quei furfanti e farabutti che tradivano il nord”. E ancora il leader dell’Udc: “Gli insulti che questa sera Bossi mi ha gentilmente rinnovato dimostrano in modo chiaro quale errore è stato affidare il Paese in queste mani”. Fino all’apogeo, oggi, del capodelegazione della Lega all’Europarlamento, Francesco Speroni, in un’intervista ad “Affaritaliani”: “L’Udc è gente di cui non ci si può fidare, perché abbiamo visto… sono come la D’Addario … vanno con chiunque”. E, infine, ecco l’Onorevole dell’Udc Amedeo Ciccanti che controbatte: la Lega si comporta come “le squadracce di Mussolini”.

Insomma, Berlusconi è avvertito: o Lega o Udc. Insieme mai. Sia per volere di Casini, sia per volere di Umberto Bossi. E intanto c’è anche chi propone un Governo che raccolga le forze centriste. A Proporlo è Italo Bocchino: una maggioranza con Fli, Rutelli, Casini e i moderati del Pd. Logicamente la sua proposta ha ricevuto solo critiche e null’altro. D’altronde è obiettivamente una proposta quanto mai assurda, che non tiene alcun conto di idee, posizioni e programmi. Insomma, una maggioranza che starebbe in piedi (semmai si riuscisse ad alzare) una manciata di giorni.

Dunque è chiaro: tutti sono impegnati a capire come muoversi, quando muoversi e, soprattutto, con chi muoversi. Soltanto da una parte le acque sono (purtroppo) estremamente calme (anzi, morte). Stiamo parlando del Pd. Oramai è chiaro che il Partito Democratico non vuole elezioni anticipate, semplicemente perché uscirebbe ancora tragicamente sconfitto. E il punto è questo: uscire sconfitti alle scorse politiche, alle scorse regionali e alle scorse europee (in pratica a tutti gli appuntamenti elettorali fin qui tenuti) già è molto pesante, ma uscire sconfitti ora, contro un centrodestra che non si regge in piedi, significherebbe la morte del Pd, di un progetto, di un disegno probabilmente mai esistito o comunque mai concretizzato e dei suoi vetusti esponenti.

D’altronde anche le ultime statistiche dicono questo. Mannheimer, sempre ad “Affaritaliani”, ha afferamato che “se ci fossero elezioni anticipate l’alleanza tra Pdl e Lega otterrebbe una buona affermazione e con questa legge elettorale avrebbe certamente la maggioranza alla Camera dei Deputati”. Solo “al Senato la situazione e’ piu’ complicata”. E il Pd? Come già detto “poverino e in grossa difficoltà”. Lo stesso saggista, infatti, aggiunge che “il problema del Pd e’ il continuo dibattito interno e il grande senso di debolezza che trasmette agli italiani. Per questo motivo il voto anticipato non conviene al Centrosinistra, che non lo vuole”.

Rimangono, dunque, soltanto Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà attivi sulla scena politica. Si spera che proprio Nichi Vendola posso fare la voce grossa in caso di elezioni anticipate, possa avere un ruolo di primissimo piano e non marginale. Proprio oggi è uscita su “Famecount.com” la classifica “Top Social Network Stars”, i personaggi più seguiti sul web (facebook, youtube, twitter). Ebbene, Nichi Vendola è al trentesimo posto, il primo tra gli italiani. Seguito proprio da Antonio Di Pietro (sessantottesimo posto). Insomma, si spera che i due politici italiani che da sempre hanno tenuto a cuore la libera informazione, soprattutto attraverso il canale informatico, possano prendere il sopravvento sugli impolverati uomini del Pd. Non è un caso che del Pd, in questa classifica, non compare nessuno del vertice: né Bersani, né Franceschini, né D’Alema. Solo due sindaci: Emiliano e De Luca.

Ma può bastare? Certamente no. L’unica speranza è che qualcosa si muova nel Pd. Si spera che il partito traino del centrosinistra, dopo due anni di opposizione a tratti inesistente, riesca a riemergere e a non farsi sfuggire quest’altra, ennesima opportunità.

Il primo passo per rinascere, caro Bersani, è avere il coraggio di riconoscere che buona parte della malattia politica e sociale dell’Italia è da imputare alle scelte sbagliate della sinistra e, ora, del Pd, quanto mai lontano dalla gente e dalla società civile.
Adda passà a nuttata”, diceva Edoardo De Filippo. Speriamo passi, ma, al momento, la notte è ancora nera. Troppo nera.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

Sui cinque punti del programma definito e stilato venerdì mattina al termine del vertice del Pdl non si transige, il programma non è negoziabile. Processo breve compreso. Anzi, soprattutto processo breve. Qualora non ci sia la maggioranza su questi cinque punti si va a votare, parola di Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio, infatti, questa volta pare non essere disposto a trattare: la fiducia che il Governo chiederà sui cinque punti programmatici non potrà riguardare solo alcuni aspetti del programma, ma dovrà comprendere l’intero pacchetto. E perché questo? Perché Berlusconi vuole mettere alle strette i finiani. Ciò che realmente interessa al nostro Presidente del Consiglio è, chiaramente, il processo breve e, in questo modo, con il giochetto del “tutto o niente” avrà più possibilità di far tramutare in legge l’ennesimo provvedimento ad personam. In caso contrario, meglio le elezioni. Insomma, o votano il programma al 100% o arrivederci e grazie.

Cosa sta succedendo, infatti, in questo periodo? Attualmente i processi che pendono sulla testa di Silvio Berlusconi sono congelati dal legittimo impedimento, che, tuttavia, sarà discusso dalla Corte Costituzionale il 14 dicembre. Corte che con grande probabilità dichiarerà il provvedimento incostituzionale. A questo punto i tre processi tornerebbero ad essere in corso: corruzione giudiziaria di David Mills; compravendita dei diritti Tv di Mediaset – le accuse sono frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita; fondi neri in Mediatrade – qui appropriazione indebita e frode fiscale.

Insomma, tre processi che intimoriscono il premier. Uno più di tutti: quello per la corruzione di David Mills, l’unico in dirittura d’arrivo. In pratica, dunque, rimane per Silvio Berlusconi lo spauracchio di David Mills.

Ma che fina ha fatto David Mills? Ricordiamo le sue ultime vicende giudiziarie. Mentre Berlusconi, infatti, poteva dormire sonni tranquilli perché il suo processo è stato congelato prima dal Lodo Alfano ed ora dal legittimo impedimento, quello per l’avvocato inglese, non potendo questi godere degli stessi privilegi, è andato avanti.

E arriviamo al 25 febbraio scorso: la Cassazione si è pronunciata sul caso Mills, dopo che quest’ultimo era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per corruzione (sentenza 19 maggio 2009: Mills “ha agito certamente da falso testimone […] per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalla accuse”).  La Cassazione, al contrario di quanto volle farci credere Minzolini parlando di “assoluzione”, ha in realtà confermato la consapevolezza dell’avvocato (il reato è stato commesso): qualunque persona che abbia un minimo di conoscenza giuridica sa che, se si è condannati nei primi due gradi di giudizio, il reato rimane, tanto più che Mills è stato condannato anche a pagare le spese processuali alla Presidenza del Consiglio (guarda un po’ la sorte: ha pagato al suo stesso corruttore!!!).

Il reato, tuttavia, è stato prescritto per il decorso dei termini previsti. E a chi è attribuibile tale responsabilità? Sempre all’attuale Presidente del Consiglio. Per capirci facciamo un passo indietro: siamo nel gennaio del 2005 e viene presentata la legge Cirielli, dal nome del deputato An Edmondo Cirielli, nata per inasprire le pene per i condannati recidivi. Ma una manina si intrufola tra le carte del deputato An e aggiunge un codicillo tramite il quale si dimezzano i termini di prescrizione per gli incensurati: per la corruzione, ad esempio, la scadenza massima scende da 15 anni a 7 e mezzo, anche senza le attenuanti generiche. Una legge fatta apposta per salvare Berlusconi e i suoi amici (al tempo ne usufruì anche Previti). Proprio per questa piccola aggiunta la legge Cirielli divenne ex Cirielli: il deputato, infatti, proprio per questo codicillo ritirò la sua firma dal ddl.

Ma torniamo al processo Mills: per l’avvocato inglese, dunque, il reato è caduto in prescrizione. Per quanto, invece, riguarda Silvio Berlusconi, se il legittimo impedimento venisse bocciato dalla Corte e non venisse partorita nessun’altra legge ad personam, Berlusconi non avrebbe più santi a cui appellarsi: il processo, infatti, è in dirittura d’arrivo e le prove sono più che forti. Prove che smentiscono di netto quanto dichiarato dal premier nel marzo del 2006 in un convegno a Pescara: “Giuro sulla testa dei miei figli di non aver mai saputo niente di questo (di aver corrotto Mills, ndr) ed escludo che possa essere successo, e giuro da Presidente del Consiglio, dicendo che vado a casa un minuto dopo e esco dalla politica se dovesse venire fuori un documento di versamento, una dimostrazione di una donazione di 600 mila dollari a questo signor Mills”.

Ecco cosa, infatti, si legge nella lettera che Mills consegnò al suo commercialista Bob Drennan il 2 febbraio 2004: “Caro Bob, in breve i fatti rilevanti si possono così riassumere: nel 1996 mi sono ritrovato con un dividendo di circa 1,5 mlioni di sterline […] proveniente dalle società di Mr. B.”. E ancora “Io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B.  e loro conoscevano la mia situazione. […] sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All’incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi […]: 600 mila dollari […] mi fu detto che sarebbero stati a mia disposizione se ne avessi avuto bisogno.”

Quando i pm De Pasquale e Robledo scoprono la lettera convocano immediatamente Mills che viene interrogato (18 luglio 2004) per ben dieci ore. Alla fine Mills crolla. Sul verbale si legge: “Ho scritto quella lettera nel quadro di una contestazione fiscale nel Regno Unito. Dovevo spiegare per quale motivo avevo ricevuto la somma di 600 mila dollari. Non credo che occorrano molte parole: io sono stato sentito molte volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere, laddove possibile, una certa riservatezza sulle azioni che ho comprato per lui. E’ in questo quadro che nell’autunno del’99 Carlo Bernasconi […] mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.

Ecco spiegato il motivo dei cinque punti da accettare in blocco: non sono permesse riserve o modifiche. Il processo breve va bene così com’è. Per Berlusconi, chiaramente.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

Ci scrive il Professor Giovanni Falcetta, docente di ruolo di Lettere nella Scuola Secondaria di II grado, con 37 anni di servizio effettivo e, come ci scrive lui stesso, “40 anni di servizio ‘contributivo’,  ‘rottamato’ dal 1° Settembre 2010“. Lo ringraziamo e pubblichiamo il suo articolo. Invitiamo i lettori a dire la loro su una questione profondamente delicata.

del Prof. Giovanni Falcetta

6000 insegnanti licenziati dal 1 Settembre 2010, solo con “circolari truffa”, dal Ministro Mariastella Gelmini.

I “pensionamenti forzosi” del personale scolastico con 40 anni di contributi sono incostituzionali e illegittimi, una bieca operazione di “macelleria sociale” o “darwinismo sociale”del tutto priva di valide e coerenti motivazioni, realizzata con delle circolari Miur che violano la forma e la sostanza delle stesse leggi 133/2008 e 102/2009, che regolano tale pensionamento.
Infatti, mentre le leggi presuppongono l’accertamento di esubero in organico, le circolari “impongono” ai dirigenti scolastici di licenziare il personale anche in condizioni di non esubero.
Senza l’attenuante di far posto a giovani docenti precari, in attesa di immissione in ruolo, perchè la Finanziaria 2008 e la recente manovra economica correttiva hanno tassativamente bloccato nuove assunzioni.

Altre ulteriori discriminazioni:
1) alcuni dirigenti scolastici hanno licenziato o non licenziato i propri dipendenti per simpatia o antipatia o in base alla paura o meno di improbabili sanzioni disciplinari che sarebbero loro arrivate (a loro dire, se non licenziavano) dagli Uffici provinciali, regionali o nazionali del Miur.
2) si sono già avute, da parte dei giudici del lavoro di tutt’Italia sentenze difformi sui ricorsi inoltrati loro dai docenti rottamati. Fino a questo momento almeno 15 giudici hanno accolto i ricorsi dei ricorrenti, altrettanti li hanno respinti.

I dirigenti, nel licenziare il personale docente e Ata, con 40 anni di contributi, oggettivamente, hanno agito in una condizione di evidente “conflitto di interessi”, perchè, essi, all’ultimo momento, sono stati furbescamente, esclusi dal “pensionamento coatto”;
In una scomoda ed ambigua posizione di palese “conflitto di interessi ” si son venuti a trovare anche tutti i giudici del lavoro che si sono occupati e si stanno occupando ancora dei numerosi ricorsi, perchè anch’essi, dalle leggi 133/2008 e 102/2009, che regolano la materia, sono stati furbescamente esclusi dal “pensionamento coatto”.

E’ totale l’incostituzionalità sia della legge 133/2008 che della successiva legge 102/2009, perchè esse confliggono palesemente con l’art. 3, comma 1, Cost. in quanto escludono dalla “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” i magistrati, i professori universitari (art. 72, comma 11, legge 133/2008), i dirigenti medici di strutture complesse (art. 17, comma 35 novies, legge 102/2009) e i dirigenti scolastici. Incostituzionalità che (essendo tali norme “eccezionali” relative ai soli anni 2009, 2010 e 2011, termine oltre il quale non sarà più possibile la “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” nella P.A.), si paleserà maggiormente, allo scadere del 2011, perchè si creerà un’altra disparità di trattamento (altro conflitto con l’art. 3, comma 1, Cost.) tra i soggetti ai quali la “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” oggi si applica e i loro colleghi ai quali, pur trovandosi nelle medesime condizioni dei primi, dopo il 2011, non sarà più possibile applicarla.

La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro” del personale, in presenza di uno stato di servizio contributivo di 40 anni, si basa sul presupposto legislativo di accertamento della condizione di esubero in organico, come novellano le leggi citate che attribuiscono alla PA la facoltà di “risoluzione forzosa e unilaterale del rapporto di lavoro” ma solo ”nell’ambito degli interventi per il contenimento della spesa per il pubblico impiego…con la riduzione di un rilevante numero di posti di docenti….” con la raccomandazione che “dovrà essere evitata ogni forma di aggravio erariale connesso al formarsi di ruoli in esubero” (vedi art. 64 legge n. 133/2008 e Direttiva Miur n. 94 del 4 dicembre 2009, pag. 1).
La “risoluzione forzosa del rapporto di lavoro”, anche in condizioni di non esubero, per gli insegnanti con 40 anni di servizio contributivo, è prescritta come obbligatoria solo dalla nota Miur prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e dalla nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010. Ma tali note, come tutti sanno, non hanno alcuna cogenza di legge (vedi, ad esempio, sent. Cassazione n. 35 del 5 gennaio 2010: “….“La violazione di circolari ministeriali non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, non contenendo le circolari norme di diritto, ma essendo piuttosto qualificabili come atti unilaterali…”).
Esse, quindi, sono solo un’interpretazione arbitraria delle leggi 133 /2008 e 102/2009 da parte dell’Amministrazione del Miur, centrale e periferica, e configurano a loro carico un grave abuso di potere (comportamento illegittimo).
Ciononostante il Ministero della Pubblica Istruzione, gli Uffici scolastici regionali e provinciali, con queste circolari (Direttiva Miur n. 94 del 4 dicembre 2009 e successive nota Miur Prot. n. AOODGPER 1053 del 29/1/2010 e nota Miur prot. AOODGPER 2261 del 25/2/2010, citate) hanno imposto ai dirigenti scolastici, su tutto il territorio nazionale, l’obbligo inderogabile di procedere al “pensionamento coatto” dei loro dipendenti che hanno maturato, entro il 28 febbraio 2010, 40 anni di servizio contributivo, con un comportamento autoritario che ha annullato, di colpo, le facoltà discrezionali propri del loro ruolo dirigenziale, le prerogative dell’autonomia scolastica e del decentramento amministrativo.
Un provvedimento questo che confligge anche con una recente Direttiva della UE che vieta, ai fini del licenziamento, la discriminazione per età.

Vista la polemica e il violento antagonismo che il “pensionamento forzoso” ha provocato negli insegnanti precari contro i loro colleghi “anziani” di ruolo da rottamare, che stanno ricorrendo al Giudice del Lavoro contro il loro “pensionamento coatto” (colpevoli, ai loro occhi, di togliere loro la possibilità di avere un posto di ruolo stabile) faccio presente una notizia poco nota alla maggioranza dei docenti e dell’opinione pubblica : sia la Finanziaria 2008 che l’attuale manovra economica correttiva, testè approvata definitivamente alla Camera, escludono, almeno fino al 2013, tassativamente, nuove assunzioni, anche in sostituzione di docenti pensionati o pensionandi.

Le immissioni in ruolo di docenti precari (pare 10.000) promesse dalla Gelmini andranno a coprire posti già occupati dagli stessi precari o posti lasciati liberi da docenti che sono andati in pensione volontariamente, cioè cattedre diverse da quelle che occupano attualmente i docenti con 40 anni contributivi.
Questi ultimi non saranno assegnati a nessuno, si perderanno e basta (vedi Italia Oggi di pochi giorni fa). E gli alunni, che sarebbero stati affidati ai docenti pensionati, saranno “spalmati” sulle classi dei loro colleghi rimasti in servizio, andando ad incrementare ancor più, in aggiunta agli effetti dei tagli di cattedre già avvenuti, il rapporto proporzionale docenti / allievi che, ad esempio, per le scuole secondarie superiori, da Settembre 2010, potrebbe mediamente arrivare a 30 studenti per 1 docente, accrescendo notevolmente il carico di lavoro degli insegnanti. Con buona pace dell’efficacia della didattica e dei processi di apprendimento!

Questo è il grande inganno e la crudele beffa dell’attuale Governo e del suo Ministro dell’Istruzione, con la complicità dei “compagni socialisti” Brunetta e Tremonti (SIC!): hanno scatenato cinicamente ed artatamente (divide et impera!) una guerra tra poveri, mettendo i precari contro i loro colleghi di ruolo, con il tacito consenso di tutte le forze politiche di maggioranza ed opposizione, della stampa, e di tutti i sindacati della scuola.

Alla faccia di tutte le periodiche raccomandazioni dell’Unione Europea e dell’OCSE che, ricordando i deficit di bilancio dei vari Stati, invitano da tempo i Paesi membri ad innalzare l’età pensionabile, anche su base volontaria, fino a 67/70 anni (In Spagna Zapatero ha proposto di innalzarla a 67 anni).
Alla faccia di analoghe raccomandazioni fatte, di recente, a Bruxelles, dal nostro Presidente del Consiglio.
Alla faccia dei consigli pressanti dati al nostro governo, anche recentemente, dal dott. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e dalla dott.ssa Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, che hanno ancora sottolineato l’esigenza urgente di innalzare l’età pensionabile fino a 67 anni e oltre.
Alla faccia dell’emendamento alla manovra economica correttiva, testè approvata dall’attuale governo, in cui si afferma la correlazione graduale dell’età pensionabile con la cosìddetta “speranza di vita”, misurabile in base agli indicatori periodicamente forniti a riguardo dall’Istat.
Alla faccia del disegno di legge, a firma, tra gli altri, dell’ on. Giuliano Cazzola (PDL) e Pietro Ichino (PD), tutt’ora in discussione alla Camera, che propone l’innalzamento “sperimentale” dell’età pensionabile, oltre i 65 anni, su base volontaria.
Alla faccia delle recenti dichiarazioni del ministro Brunetta rilasciate alla radio RTL. 102, in cui lo stesso affermava che “il pensionamento forzoso” era “una norma intelligente che va applicata con intelligenza”.

Che cosa sta accadendo da mesi, invece, in tutt’Italia?
Molti dirigenti scolastici, adducendo di eseguire ordini gerarchici tassativi, temendo di ricevere sanzioni disciplinari dai loro superiori, entro il 28 febbraio 2010, hanno inviato, in tutta fretta, ai loro dipendentii con 40 anni contributivi, il “preavviso di risoluzione forzosa unilaterale del rapporto di lavoro”, a decorrere dal 1° settembre 2010, imponendolo loro implacabilmente, in modo totalmente indiscriminato.
In taluni casi, i dirigenti, nella loro ansia di far presto per compiacere i loro superiori, hanno pure violato gravemente le leggi vigenti, innescando centinaia di ulteriori ricorsi da parte dei dipendenti pensionati contro la loro volontà.
Infatti, mentre le leggi citate danno loro la facoltà di licenziare i pubblici dipendenti con 40 anni di contributi effettivi e figurativi realmente e definitivamente pagati, con avvenuta registrazione del pagamento presso gli Uffici della Ragioneria Provinciale dello Stato e dell’Inpdap (inclusi il riscatto degli anni di laurea, dei servizi preruolo, dei servizi prestati all’estero, etc.), in molti casi, nonostante tali precondizioni legislative non esistessero, i dirigenti hanno ugualmente licenziato i loro dipendenti, senza prendere in considerazione tali elementi ostativi.
Ci sono state anche altre situazioni in cui, per omissioni o negligenza continuate nel tempo della P.A., pur non essendo stata definitivamente chiarita la posizione giuridica degli insegnanti da licenziare, ed essendosi, perciò, avviato (anche senza una formalizzazioine istituzionale), un contenzioso tra questi ultimi e gli uffici centrali e periferici del Miur (per esempio, conosciamo un caso in cui, in base ad atti ufficiali dell’Amministrazione Scolastica, non è chiaro se l’insegnante, oggetto del provvedimento di pensionamento, appartenga giuridicamente alla Scuola Secondaria di I o di II grado), i Dirigenti, senza porsi alcun dubbio, e senza considerare le ragioni degli interessati, li hanno licenziati ugualmente in tutta fretta, ledendo gravemente il loro diritto alla difesa giurisdizionale dei loro legittimi interessi lesi dall’Amministrazione, seppure in regime di autotutela amministrativa già avviata.
Addirittura, in alcuni casi, vista la resistenza opposta al pensionamento coatto da insegnanti e Ata, i dirigenti hanno chiesto in modo autoritario a questi ultimi di firmare una lettera di autolicenziamento, cioè di “dimissioni volontarie”.
In alcune scuole i dirigenti, dopo aver loro consegnato la lettera di “preavviso di licenziamento”, hanno inviato ai loro dipendenti una diffida scritta, con minacce di sanzioni disciplinari in caso di non ottemperanza da parte loro, nella quale li sollecitavano a compilare, con la massima urgenza, i vari moduli necessari per richiedere all’Amministrazione l’erogazione della pensione e della buonuscita a decorrere dal 1 settembre 2010.

Ovviamente, in questa loro decisione ha influito sicuramente anche il fatto che essi, grazie anche ai loro sindacati, successivamente all’approvazione delle leggi nn. 133/2008 e 102/2009, sono stati esclusi dal “pensionamento forzoso”.
D’altronde, proprio l’attuale Governo ha da pochi giorni firmato con tutte le OO.SS. della dirigenza scolastica il nuovo contratto di lavoro che attribuisce ai dirigenti un aumento stipendiale medio di 350 euro lorde mensili più gli arretrati di vacanza contrattuale dal 2006 al 2009 da riscuotere entro il mese di agosto 2010.
Di converso, ha bloccato per 3 anni il rinnovo del contratto di lavoro, già scaduto, degli insegnanti e del personale Ata (aveva programmato di dar loro 20 euro lorde di aumenti mensili !), stabilendo anche che gli anni 2009/2012 non saranno validi ai fini della maturazione degli scatti stipendiali di anzianità.
Per questi motivi, i dirigenti, nel licenziare il personale docente e Ata, con 40 anni di contributi, oggettivamente, hanno agito in una condizione di evidente “conflitto di interessi”.
Altri Dirigenti, in base ai loro insindacabili criteri, compresi la simpatia o antipatia personali verso gli interessati (altra discriminazione) e, quindi, utilizzando, di fatto, le facoltà discrezionali propri del loro ruolo dirigenziale, le prerogative dell’autonomia scolastica e del decentramento amministrativo, escluse in modo autoritario, come abbiamo visto, dalle Note e dalla Direttiva Miur summenzionate, non hanno inviato ai loro insegnanti la lettera di “preavviso di licenziamento.

Le centinaia di ricorsi ai giudici del lavoro, promossi dai dipendenti pubblici, insegnanti e non, contro i “pensionamenti coatti”, stanno avendo risultati difformi in tutti i Tribunali italiani.
Almeno una ventina di giudici si sono già schierati a favore della Pubblica Amministrazione, altrettanti contro (altra discriminazione verso i pubblici dipendenti !), con grande intasamento delle aule giudiziarie (come se non fossero già abbastanza ingolfate!) ed enorme spreco di risorse umane ed economiche da parte dei ricorrenti (altra ingiustizia!) e, talora, anche dello Stato, quando esso viene (e, in alcune ordinanze, già lo è stato) condannato a pagare le spese processuali.
Per non parlare, poi, della scomoda ed ambigua posizione di palese “conflitto di interessi “in cui si son venuti a trovare tutti i giudici del lavoro che si sono occupati e si stanno occupando ancora dei numerosi ricorsi avverso i pensionamenti forzosi, visto che essi dalle leggi citate (vedi sopra) sono stati esclusi da tale provvedimento.

Non sarebbe stato meglio, nella L. n. 133 /2008, e nella n. 102 /2009, invece che dire che “l’amministrazione ha la facoltà di procedere unilateralmente alla risoluzione forzosa del rapporto di lavoro”, affermare che “l’amministrazione ha la facoltà, in base alle sue esigenze organizzative ed operative, di procedere, con accordo bilaterale con gli interessati, o su base volontaria degli stessi, alla risoluzione del rapporto di lavoro dei dipendenti con 40 anni di contributi”?

Ci sono, infatti, migliaia di dipendenti pubblici che vorrebbero andare in pensione con 40 anni ed anche meno di contributi. Ma perchè imporre a tutti di andare in pensione per forza, anche a quelli che se la sentono ancora di lavorare (per la passione che hanno sempre transfuso in questa difficile professione, per l’entusiasmo e l’amore per la cultura che hanno cercato, con impegno e fatica, spesso riuscendoci, di comunicare ai loro studenti, per continuità didattica a vantaggio delle classi loro affidate) e anche a quelli, magari monoreddito, con figli e mogli a carico, con il mutuo casa da pagare, che fanno fatica ad arrivare a fine mese (come la maggior parte delle famiglie italiane con reddito mediobasso da lavoro dipendente), ai quali 100-150 euro in più nello stipendio, rispetto alla pensione, in questa fase di grave crisi economica, aiutano un po’ a tirare avanti?

E, poi, qual è il risparmo che lo Stato ricaverà da questa operazione? Secondo Italia Oggi ed altri quotidiani, il Tesoro risparmierebbe, su 10.000 appartenenti al personale scolastico, comprendenti anche i presidi, una cifra che si aggira, più o meno su 450.000.000 di euro l’anno. Essendo i presidi, come abbiamo visto sopra, stati esclusi dal provvedimento di pensionamento, rimarranno da pensionare, press’a poco, 6000 docenti su un totale complessivo di 700. 000.
Dal loro pensionamento si prevede di ricavare, ipotizzando uno stipendio medio di 1900 euro a testa, un risparmio di 148.200.000 Euro l’anno. Ma, se consideriamo che lo Stato deve pagare a costoro la pensione massima, minimo 1700 Euro a testa, esso dovrà sborsare Euro 132.600.000. Infine, attraverso l’Inpdap, il Tesoro dovrà pagare ai pensionati coatti, dal 1° settembre 2010, entro 3 mesi, la buonuscita massima.
Calcolando mediamente una buonuscita di 70.000 Euro a persona, lo Stato dovrà pagare subito a 6000 docenti rottamati, una somma complessiva che si aggira sui 420.000.000 di Euro, aggravando, così, il traballante bilancio Inpdap che, in parte è finanziato da contributi statali accantonati proprio per le buonuscite e le pensioni dei pubblici dipendenti. A questo punto, qual’è il risparmio a beneficio dei conti pubblici? Irrisorio.

L’ultima giustificazione per il “pensionamento coatto”, addotta, oltre che dalle burocrazie ministeriali, dai precari, ancora dall’opinione pubblica ed anche, in un’altra intervista alla radio RTL. 105, dallo stesso ideatore del provvedimento, il ministro Brunetta, si fonda sull’asserzione (falsa) che, mandando in pensione 6000 insegnanti (ma il problema è esteso a tutti i pubblici dipendenti) si farebbe gradualmente largo ai giovani, svecchiando l’età anagrafica di questi lavoratori della scuola.
Tale tesi è facilmente confutabile. Tra gli insegnanti, per esempio, centinaia di migliaia su 700.000, che rimarranno in servizio per non avere maturato 40 anni di contributi, hanno un’età anagrafica di 60-64 anni, spesso superiore a quella dei loro colleghi rottamati a 52-59 anni che possiedono 40 anni contributivi solo perchè hanno già riscattato, a loro spese (e a loro danno!) i 4 anni di laurea, servizi pre-ruolo, servizi all’estero o in altre Amministrazioni pubbliche o aziende private (ricongiunzioni).

Ed allora, qual è la ragione del “pensionamento coatto”? Non è individuabile. Insomma, stiamo assistendo ad un’ ennesima operazione di “macelleria sociale” o “darwinismo sociale”, da parte del governo in carica, del tutto priva di valide e coerenti motivazioni.

Puro arbitrio del potere. Un capriccio del Principe ! E, poi, seguendo una logica di “svecchiamento anagrafico”, perchè non mandiamo in “pensione coatta” i politici (i componenti di assemblee elettive nazionali, europee e degli enti locali) o i manager pubblici (parecchi dei quali hanno raggiunto l’età di 70 anni ed oltre), a partire da 60 anni in su?


Chi volesse contattare il Professor Giovanni Falcetta per unirsi a ricorsi e proteste collettive (sono molti gli insegnanti e i membri del personale ATA che già hanno aderito) può farlo ai seguenti indirizzi:
[email protected]
tel. 0373 / 23 03 04

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

I magistrati oggi si fanno “i cazzi loro e noi i cazzi nostri”, mentre un tempo “avevamo un certo feeling”, per questo adesso “i giudici li educhiamo noi”. Questo diceva Umberto Bossi qualche giorno fa a Calalzo, presente per festeggiare il compleanno di Giulio Tremonti. Qualcuno, probabilmente, ha pensato che fosse un’altra delle tante provocazioni leghiste (vedi Zaia che qualche tempo fa ha parlato addirittura di “federalismo meteorologico”, perché Roma Ladrona sarebbe rea di fornire al Veneto previsioni meteo negative che danneggiano il turismo nel Nord Est). E invece no, tutto vero.
E’ nata a Bergamo la prima Scuola Superiore di Magistratura padana. E ne sono previste ben tre, pronte a sfornare magistrati padani per gente padana, per i distretti di Lombardia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Insomma, in attesa del federalismo tanto auspicato, si comincia con una sorta di federalismo giudiziario. Ed è molto curiosa anche l’affermazione di Calderoli che, si suppone, avrebbe dovuto rasserenare gli animi: “non si tratta di una scuola leghista, bensì di una scuola padana per avere magistrati padani in Padania”. Ecco, cosa cambia? Chi parlerebbe di una scuola solo ed esclusivamente padana per magistrati solo ed esclusivamente padani in Padania? Certamente un leghista. E dunque?

Ma c’è di più. Questa proposta, per quanto assurda sia, potrebbe essere per lo meno avanzata da un partito che sia immune da guai giudiziari. Con quale diritto un prescritto, un indagato o addirittura un condannato potrebbe parlare dell’istituzione di una “Scuola Nazionale di Magistratura” padana? Ed è proprio qui che viene il bello: la Lega Nord di certo non è immune da condannati, indagati e prescritti. Anzi, per alcuni aspetti si potrebbe definire il partito stesso incostituzionale. Ma andiamo con ordine.

Partiamo da Umberto Bossi stesso. Il senatùr, infatti, è stato condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; è stato in seguito condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana per averla pubblicamente offesa in più occasioni. Il 26 luglio 1997 affermò: “Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo“; il 14 settembre dello stesso anno, invece, ad una signora che aveva esposto il tricolore alla finestra disse: “Il tricolore lo metta al cesso, signora”, e ancora: “Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore“. Per la prima affermazione, Bossi è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena. Per il secondo evento la Cassazione ha rigettato il ricorso di immunità presentato da Bossi, in quanto europarlamentare, confermando la condanna a pagare 3000 euro di multa.

Ma abbiamo anche altri esponenti di spicco che ritroviamo tra le file dei pregiudicati: Roberto Maroni, attuale Ministro degli Interni, condannato definitivamente a  4 mesi e 20 giorni per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale durante la perquisizione della polizia nella sede di via Bellerio a Milano; e Mario Borghezio, che è stato condannato nel 1993 a pagare una multa di 750.000 lire per violenza privata su un minore in relazione ad un episodio risalente al 1991, quando aveva trattenuto per un braccio un venditore ambulante marocchino di 12 anni per consegnarlo ai carabinieri; e ancora condannato nel 2000 per incendio aggravato da “finalità di discriminazione” a 2 mesi e 20 giorni di reclusione commutati in 3.040 euro di multa, per aver dato fuoco ai pagliericci di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte di Torino.

E poi abbiamo Matteo Bragantini, che nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e tre anni di interdizione dall’attività politica. L’accusa è istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nei documenti giudiziari si legge che Bragantini e altri sei coimputati, tra cui l’attuale sindaco di Verona Flavio Tosi, hanno “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici”. L’11 luglio 2009 la Cassazione ha condannato in via definitiva Tosi, Bragantini e gli altri a due mesi di reclusione, con sospensione della pena, e a 4 mila euro di multa e alla sospensione per tre anni dai pubblici comizi. Logicamente questo è fatto di vanto: Bragantini è stato ricandidato ed eletto alla Camera, Tosi rimane sindaco di Verona.

Ancora abbiamo Matteo Brigandì. Era assessore regionale in Piemonte quando fu arrestato per truffa aggravata  ai danni della Regione Piemonte: avrebbe “regalato” all’amico imprenditore Agostino Tocci circa sei miliardi di lire, a titolo di “rimborso” per inesistenti danni subiti dalle alluvioni tra il 1994 e il 2000. Anche lui premiato per la sua condotta: Onorevole.

E ancora Roberto Castelli, indagato per abuso d’ufficio per alcune facili consulenze concesse quand’era Ministro della Giustizia. Il voto del Senato, tuttavia, l’ha salvato regalandogli l’immunità dai suoi reati ministeriali. Ma non è sfuggito alla Corte dei Conti, che l’ha condannato a rimborsare un danno erariale di circa 99 mila euro.

E poi, ancora, l’attuale Ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, indagato per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Fiorani. Lo stesso Fiorani dichiarò di averlo corrotto per ricevere l’appoggio politico della Lega. Secondo l’accusa Calderoli e l’allora sottosegretario Aldo Brancher (ve lo ricordate? Il Ministro più breve della storia Italiana) si sarebbero spartiti 200 mila euro.

Ma non è finita. Si potrebbe parlare di Gentilini, l’ex sindaco di Treviso, omofobo (“darò immediatamente disposizioni alla mia comandante affinché faccia pulizia etnica dei culattoni […] Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili”) e xenofobo (“Bisogna sparare sui gommoni e sulle carrette del mare […] i gommoni vanno distrutti, perché, a un certo punto, bisogna puntare ad altezza d’uomo”), indagato per  istigazione all’odio razziale, e poi condannato a non poter sostenere pubblici comizi per 3 anni e al pagamento di 4.000 euro di multa. Ancora si potrebbe parlare di Alessandro Costa, una sorta di Dottor Jekyll e mister Hyde: assessore alla Sicurezza di Vicenza di giorno; mentre di notte gestore di un vero e proprio giro di prostitute attraverso gli annunci pubblicati su internet. Senza dimenticare i ben 36 leghisti rinviati a giudizio per l’inchiesta sull’operato delle cosiddette “camicie verdi”, che fa riferimento al periodo tra il ’96 e il ’97. Secondo l’accusa  la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l’obiettivo anche di organizzare attraverso un’organizzazione armata la resistenza e pianificare l’eventuale secessione.

Ma, come accennato anche prima, lo stesso partito della Lega Nord presenta dei tratti di incostituzionalità. Potremmo cominciare con l’ARTICOLO 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”), per poi passare all’ARTICOLO 5 (“La Repubblica, una e indivisibile”), per finire all’ARTICOLO 12 (“la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano”), senza contare che NEI PRINCIPI FONDAMENTALI (primi 12 articoli) IL RIFERIMENTO AD “UNA” REPUBBLICA E’ RICORRENTE.

Insomma, mentre Bossi dice che è necessaria una Scuola di Magistratura padana perché i magistrati si fanno “i cazzi loro e noi i cazzi nostri”, la realtà pare essere esattamente l’opposto: si vuole a tutti i costi questa scuola proprio perché i magistrati si fanno troppo “i cazzi loro”. Sembrerebbe più plausibile, no? E allora, caro senatùr, se si vuole fare i “cazzi suoi”, per lo meno non dica cazzate.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

di Carmine Gazzanni

Da Mara Carfagna alla Brambilla, da Barbara Montereale a Francesca Pascale, da Angela Sozio fino a Licia Ronzulli. Lo sappiamo tutti: sono tutte avvenenti donne in carriere (televisiva o politica che sia) per volere (o desiderio) di Silvio Berlusconi. Quelle ribattezzate nell’inchiesta de “L’Espresso” condotta da Claudio Pappaianni e Emiliano Fittipaldi Papi girls”. Ma attenzione. Tutto è cominciato già nel 1994: una delle prime che, dalla televisione, venne portata per vie preferenziali da Silvio Berlusconi in Parlamento è stata Gabriella Carlucci, sorella della più famosa Milly. Bene, in più di quindici anni la Gabriella ne ha combinate di cotte e di crude. Per questo vogliamo parlare di lei: visto l’andazzo, speriamo che le altre ex veline, ex ballerine, ex letterine non seguano la stessa strada (fallimentare e a tratti tragicomica) della Carlucci.

La Carlucci nasce come conduttrice televisiva. Nel 1983 è al fianco di Enzo Tortora nel famosissimo “Portobello”. E da qui in poi una serie di fortunati programmi televisivi: “Azzurro”, “Festivalbar”, fino al “Festival di Sanremo”, presentato in due edizioni (1988 e 1990). Arriviamo al ’94. Già allora Silvio Berlusconi era affascinato dalle belle donne e la chiama a far parte di Forza Italia. Lei viene eletta alla Camera nelle elezioni legislative del 2001, del 2006 e nel 2008. Quest’anno, invece, è diventata sindaco di Margherita di Savoia. Nel corso dei suoi mandati molto spesso, come detto, ha fatto parlare di se.

Nel 2001, ad esempio, in via del Tritone a Roma, per non rispettare uno stop, ha tamponato un autobus del servizio pubblico. E cosa ha fatto l’allora deputata, nonostante fosse stata riconosciuta dai passeggeri? Non si è fermata, ma, imboccando contromano la corsia preferenziale, si è recata a Montecitorio. E non è finita qui: una volta arrivata in Piazza del Parlamento è stata multata per aver parcheggiato la sua Porsche sul marciapiede.

Passiamo al 2008: la Carlucci è al centro di una pesante e lunga querelle con alcuni importanti esponenti della comunità internazionale di studiosi di fisica. Andiamo con ordine.
Nel momento di riconfermare la presidenza del CNR (Centro Nazionale di Ricerca), i fisici all’unanimità votano il professor Luciano Maiani, presidente uscente e grande fisico, autore di importantissimi studi sulle particelle e stretto collaboratore del premio Nobel Sheldon Lee Glashow. Ma in Parlamento qualcuno si oppone. Indovinate, tra questi, chi troviamo? Proprio lei, Gabriella Carlucci, la quale manda all’allora Ministro Mussi e all’allora Presidente del Consiglio Prodi una lettera in cui svelava che Maiani sarebbe stato addirittura deriso dal premio Nobel Sheldon Lee Glashow e dal grande fisico John Iliopoulos. E scriveva: “Maiani nel 1969 ha avuto la fortuna di lavorare per un semestre ad Harvard con Sheldon Glashow con il quale pubblicò l’unico suo lavoro degno di interesse. Lavoro che firmò ma che chiaramente non capì visto che nel 1974 lo rinnegò pubblicando un altro lavoro […] dove confusero particelle elementari di proprietà fisiche diverse. Successivamente Glashow addirittura si oppose a che Maiani ottenesse un posto di ruolo al CERN”.
Il Premio Nobel Glashow, tuttavia, rispose prontamente smentendo in toto la Carlucci: “Nella lettera sostiene, falsamente, che io abbia messo in dubbio la competenza scientifica del prof. Luciano Maiani […] Queste calunniose dichiarazioni sono parte di un più grande tentativo di sminuire l’operato scientifico del prof. Maiani […] I commenti che la signora Carlucci mi riferisce sono assolutamente falsi e maligni. Il prof. Maiani ebbe un ruolo chiave nella nostra collaborazione, anni fa, e questo gli è stato riconosciuto internazionalmente con un’alta onorificenza: il premio Dirac Medal and Sakurai”.
A questo punto, non contenta della magra figura, la Carlucci scrive nuovamente una lettera al fisico in cui dice di essere stata offesa “brutalmente”. Logicamente tutto falso. Ma qui arriva il bello: la Carlucci rivela che le sue notizie sono certamente vere, tant’è che sono state riprese anche da due giornali specializzati (“Nature” e “Lettere al Nuovo Cimento”), che, a loro volta, l’avevano ripresa da “Libero”. Nell’articolo incriminato, infatti, si legge: “nonostante una clamorosa svista – lo scambio di una particella senza carica elettrica, neutra, con una particella dotata di carica elettrica e con massa maggiore – il professore di Fisica teorica all’Università La Sapienza di Roma (Maiani, ndr) lo scorso 1° febbraio è stato nominato presidente del Cnr dal Consiglio dei ministri”. Ma ecco svelato l’arcano. Libero” si era basato su un sito fasullo, messo su probabilmente da qualche studente e prontamente cancellato mesi fa. Libero non solo non controllò la fonte, ma addirittura non pubblicò mai smentita. E lei si acquietò? Certo che no. Continuò a pubblicare articoli e lettere cadendo in errori grossolani (e vergognosi) di ortografia italiana, di fisica e di traduzione dall’inglese. Oltre a pesanti accuse (chiamò Maiani “figlio di ballerina).

Pensate sia finita qui? Assolutamente no. Sempre nel 2008 dichiarò che lo stipendio dei parlamentari era troppo basso: ”No, lo stipendio troppo alto no! Io ho una segreteria a Roma che pago io, due segreterie in Puglia che pago io… Sa cosa vuol dire mantenere una segreteria? Affitto, telefono, luce…“. E poi l’affondo finale, che ha fatto infuriare numerosissime persone che a stento arrivano a fine mese: “Un operaio quando va a casa ha lasciato i suoi problemi nel suo ufficetto. Io quando vado a casa ho ancora i miei problemi di lavoro”.

Ma la Carlucci è stata anche precursore dei tempi. Oggi, infatti, sentiamo tanto parlare di bavagli anche a internet con la legge sulle intercettazioni. Ma l’idea già era venuta in mente alla deputata pidiellina nel 2009. La sua proposta di legge, all’articolo 2 comma 3, prevedeva: “Per quanto riguarda i reati di diffamazione si applicano, senza alcuna eccezione, tutte le norme relative alla Stampa”. Peccato che da più di dieci anni la Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che Internet  non è Stampa. Ma ancora non è finita. Come giustificava la Carlucci questo provvedimento che, è evidente, ledeva la libertà di informazione e di espressione? Come una misura anti-pedopornografia. Assurdo. E ancora più assurda la risposta che la deputata diede ad Alessandro Gilioli che le faceva notare proprio questa incongruenza: “Le auguro che appena suo figlio avrà accesso a Facebook venga intercettato dai pedofili e che lo incontrino sotto scuola”.

Ultime brevissime chicche. L’Onorevole più e più volte si è fatta riconoscere per aggressioni. Attenzione: non ricevute, ma commesse. Questo, infatti, è accaduto il 27 marzo di questo anno tra la Carlucci e Antonella Cusmai (Pd).  Le due si sono azzuffate davanti a 200 persone incredule. Alla fine, chiaramente, le versioni sono state profondamente differenti. Possiamo solo dire che il tutto si è concluso con un trauma al collo. Per la Cusmai naturalmente.
E ancora. Attimi di tensione ci sono stati anche durante un incontro con il Trio Medusa de Le Iene, recatosi davanti al parlamento con l’intento di chiedere spiegazioni alla Carlucci in merito ad alcune sue assenze in Parlamento (55 su 685). I tre giornalisti, vestiti da vigili, hanno ironicamente fatto una multa di 10 euro, (in linea con la proposta fatta in quei giorni da Fabrizio Cicchitto). La parlamentare ha gettato in terra le finte carte delle multe e tentato di rompere la telecamera dell’addetto. Il bilancio dei danni causati dalla parlamentare consiste in 2 microfoni rotti e una cuffia danneggiata. Oltre, chiaramente, ad offese gratuite e, anche queste, più che vergognose.

Insomma, meglio quando presentava “Portobello”. Almeno lì, zitta, non faceva danni.

VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.6_1107]
Rating: 0 (from 0 votes)

De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

Pubblicità