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Silvio Berlusconi è un cartone animato in Russia

Chi pensi possa battere Berlusconi nel 2013?

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Archivio di novembre 2009

di Carmine Gazzanni

Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia come la Piovra, un disastro in giro per il mondo. C’è chi dice che c’è la mafia. Non so fino a che punto. Cos’è la mafia? Un centinaio di persone”. Niente paura. Non siamo nel Novembre 2009. Dobbiamo andare ad alcuni anni prima: 15 ottobre 1994. Tempo diverso, ma stessi personaggi e stesse battute. E ancora: “Bloccate la serie de “La Piovra”. Quella è roba fatta da comunisti per difendere magistrati comunisti, che danneggia l’ immagine del nostro paese nel mondo” (2000).
A parlare, ieri come oggi, è Silvio Berlusconi, che ricevette, suo malgrado, subito i plausi di Totò Riina: “Ha ragione il presidente Berlusconi, queste cose sono invenzioni da tragediatori che screditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Ma quale mafia, quale Piovra, sono romanzi”. Beh, proprio romanzi no, perché se a morire era nella serie il commissario Cattani, interpretato magistralmente da Michele Placido, è un conto (anche se sappiamo che per Berlusconi eroe non è Cattani. Per lui meglio Mangano). Ma se a morire sono i vari Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Gaetano Costa, Cesare Terranova, Emanuele Basile, Pio La Torre, Pier Santi Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, è un altro conto. Se a dirlo, poi, è Riina è un conto. Ma se ad attaccare questa serie e tutti coloro che hanno scritto libri sulla mafia (“Se trovo quelli che hanno scritto libri sulla Piovra, che ci hanno fatto conoscere nel mondo per la Mafia, giuro lo strozzo”), è ancora Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio, è un altro conto. Soprattutto se continua imperterrito a sostenere che il suo Governo da sempre porta avanti una lotta contro la mafia (peccato per lo scudo fiscale, per l’asta dei beni confiscati, la proposta di abolire il concorso esterno in associazione mafiosa, reato per cui è condannato, guarda un po’, proprio il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri). Però Berlusconi non ci sta. Proprio è infastidito da queste serie e preferisce, invece, quelle dove si parla sì di mafia, ma  di sparatorie, di lotte per il comando nella cosca, ma mai di rapporti tra mafia e politica. E ultimamente soprattutto, sembra essere molto infastidito (sarà un caso, ma proprio ultimamente si sono riaperte le inchieste a Palermo e a Caltanissetta per le stragi del ‘92 e ‘93): parla di “guerra civile” addirittura scagliandosi contro i magistrati proprio per aver riaperto queste indagini (“è una follia che pezzi di procure si occupino ancora di indagini su fatti vecchi del 1992/1993/1994 cospirando contro di noi”). Qualcuno, però, glielo dica: nessuno con questi processi ha parlato di lui! Silvio Berlusconi, lei non è (almeno per il momento) inscritto nel registro degli indagati. Come mai, allora, se la prende tanto, signor Presidente, se almeno questa volta non deve far nulla, nessuna legge per evitare un processo che non le spetta? Semplice nostalgia o lei sa qualcosa che, forse, noi non sappiamo?

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di Carmine Gazzanni e Antonio Perna

Fa piacere fare una camminata e scoprire che nella tua piccola cittadina è montato un gazebo ove persone molto giovani testimoniano di una passione civile che, per la verità, nel nostro paese (parlo dell’Italia) sembrava smarrita, o quasi. Un incoraggiamento caloroso a continuare e a renderci partecipi del loro impegno. Bravi! Luigi Vitullo
Questo abbiamo letto appena tornati a casa dopo una giornata stancante, ma allo stesso tempo piena di emozioni. Lo avevamo deciso tempo fa: “facciamoci promotori del No Berlusconi Day“, manifestazione nata su internet da semplici cittadini, da semplici ragazzi, ma che ha raggiunto una potenza tale da coinvolgere più di 300 mila persone. La mattina, con grande passione, siamo stati lì, vicino al gazebo spiegando i motivi per cui, a nostro avviso, bisognava partecipare alla manifestazione il 5 dicembre; si è avvicinata gente molto interessata che si complimentava con noi e, a volte, anche persone che non la pensavano come noi, con cui nascevano contrasti, critiche, scontri. Addirittura qualcuno ci ha strappato i volantini sotto gli occhi (ci congratuliamo con l’educazione di questi ultimi, probabilmente hanno preso ad esempio l‘arroganza propinataci da … Altri!). Ma non ci siamo persi mai d’animo: eravamo profondamente convinti di quello che stavamo facendo. E abbiamo continuato, tutta la mattinata e tutto il pomeriggio. E poi conclusione: un dibattito tenuto da noi, collaboratori de “Lo Specchio”, dove affrontavamo quei problemi, anche in maniera leggera, che ci spingono a ritenere quasi indispensabile partecipare alla manifestazione. E davanti a noi persone interessate che ci prendevano sul serio, ci stavano a sentire, e ringraziamo tutti costoro. Un ringraziamento anche e soprattutto a tutti coloro che ci hanno dato un’immensa mano nell’organizzazione. Grazie di cuore!!!!
E alla fine siamo tornati a casa con un sorriso stampato in faccia per i complimenti ricevuti, ma soprattutto per un’iniziativa che abbiamo portato a termine e che, all’inizio, ci sembrava quasi impossibile realizzare. Siamo tornati a casa contenti, orgogliosi, soddisfatti. Stanchi, ma soddisfatti.

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di Piero Liberatore

Con il termine clientelismo viene per consuetudine indicata la pratica grazie alla quale una persona che non avrebbe alcun titolo per godere di risorse, benefici o posti di prestigio nel panorama politico-sociale, li ottiene attraverso i favori forniti da una o più persone appartenenti ad un gruppo di potere
Così Wikipedia descrive quella che oggi è una delle più grandi piaghe della democrazia. Si tratta di un fenomeno che tutti conosciamo, perché radicato in ogni ambito della vita sociale. Un fenomeno da ricondurre, in sostanza, alla necessità di chi appartiene a determinati “gruppi di potere”, di instaurare e consolidare reti di relazioni, ai fini di un’ampia raccolta di consensi. Un mezzo per dar vita ad un sistema di potere infallibile e teoricamente privo di limiti temporali.
In termini pratici, il clientelismo si applica al rapporto tra cittadini e politici, in cui il “professionista politico” utilizza la sua posizione e le sue ( e non solo ) risorse per favorire l’elettore in qualsivoglia ambito, assicurandosene in questo modo il suo voto.
Oggi, alla luce del sistema giuridico italiano, questa pratica è da considerarsi una variante di corruzione ed è definita “voto di scambio”. L’individuo che se ne rende responsabile è penalmente perseguibile. Tuttavia è talmente comune, che nell’immaginario collettivo non viene più percepita come illegale. Anzi il cittadino la vede come una via necessaria per ottenere qualcosa per cui non ha diritto e, cosa ancor più aberrante, per ottenere ciò che, invece, gli spetterebbe di diritto. Basti pensare alle cure mediche o al lavoro.
Il clientelismo è anche la morte della meritocrazia. È la fine di un sistema basato sul merito, che forse in Italia non è mai esistito. È un fenomeno multiforme che assume diversi aspetti nei vari contesti. Nelle università ha la forma del baronato accademico. In ambito istituzionale, una sua variante è il nepotismo, termine che indica la pratica di favorire una persona sulla base di una relazione familiare. E a tal proposito ci sembra calzante l’esempio di Renzo, il rampollo di casa Bossi, pluribocciato alla maturità e ideatore del gioco on line “Rimbalza il clandestino”, che oggi riceve una paga mensile di 12000 € in qualità di membro di una commissione per l’Expo di Milano.
Ma il clientelismo è anche la strategia con cui il potere mafioso si radica nelle istituzioni, le asservisce alle proprie necessità, le svilisce. Si pensi al Comune di Fondi, recentemente salito alla ribalta delle cronache nazionali perché a rischio di scioglimento per infiltrazione mafiosa. Qui un’organizzazione criminale, avvalendosi delle posizioni che alcuni suoi componenti rivestivano nell’ambito di settori della pubblica amministrazione, attraverso una rete clientelare di scambi di favori, era riuscita a gestire e controllare parte dell’attività istituzionale del Comune. Tutto al fine di favorire le attività lucrative dell’organizzazione.
Per dovere di cronaca, lo scioglimento non è avvenuto, perché alcuni esponenti del governo hanno fatto pressioni perché fosse ritardato, fino a che il Consiglio Comunale, in blocco, ha rassegnato le dimissioni. Ciò ha reso impossibile il commissariamento del Comune. Si faranno nuove elezioni a Fondi e i suddetti malviventi potranno tranquillamente ricandidarsi.
In ultima analisi, si tratta dunque di un fenomeno dall’enorme portata, che si ripercuote sul funzionamento di un intero sistema e che ostacola il compito di qualsiasi democrazia, degna di tale nome, di abbattere le disparità di partenza tra i cittadini. È un morbo troppo difficile da debellare, di cui forse non ci libereremo mai. D’altronde è eloquente l’episodio che avvenne nel 2006, quando l’attuale Presidente del Consiglio, in un dibattito televisivo con Romano Prodi, affermò sdegnato: “Questi vogliono che il figlio dell’operaio sia uguale al figlio del professionista!”.
Eh no, ma  SIAMO MATTI!!!

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di Letizia Malanga

Si deve  solo aspettare l’approvazione alla Camera e poi tutti i mafiosi d’Italia potranno gioire. È questo uno dei punti dell’assurda finanziaria messa in atto dall’attuale governo. Il meccanismo è semplice: se i beni confiscati alle mafie non vengono assegnati entro 90 giorni dalla confisca (che possono diventare 180 se l’operazione è molto complessa), il dirigente dell’ufficio territoriale dell’Agenzia del Demanio  procederà alla vendita mediante asta pubblica. Gli introiti saranno destinati per metà al Ministero dell’Economia e l’altra metà al Ministero della Giustizia.
È evidente che queste condizioni sono cucite esattamente per le proporzioni della mafia, perché essa è l’unica “azienda” che può avere a disposizione in così poco tempo  grosse somme di denaro per tali acquisti.
In pratica questo emendamento rischia di affossare tutte le precedenti vittorie contro la mafia. C’è voluta la morte di Pio La Torre e del prefetto Dalla Chiesa per far approvare finalmente la legge Rognoni-La Torre con la quale scattava immediatamente la confisca se non si dimostrava l’origine lecita dei beni.
In seguito, nel 1996, grazie al milione di firme raccolte in tutta Italia dall’associazione “Libera” di Don Ciotti, la mafia subì un altro duro colpo: i beni confiscati potevano essere utilizzati per fini sociali, cioè si “toglieva alla mafia per dare ai poveri”, ovvero a giovani senza lavoro che in qualche modo si opponevano alle mafie.
Ma perché ci stupiamo? In fondo i mafiosi hanno sempre richiesto che questa legge fosse svuotata sostanzialmente del suo contenuto. Lo stesso papello di Riina nel punto tre chiedeva espressamente una “revisione della legge Rognoni-La Torre”, ribadito poi al punto dieci: “misure prevenzione-sequestro non familiare”, cioè limitare l’efficacia delle legge soltanto ai beni strettamente riconducibili ai boss, ma non quelli dei suoi familiari. Per cui quando sentite qualche esponente della maggioranza che dice quanto quest’esecutivo si stia battendo sul fronte delle mafie, sappiate che mente sapendo di mentire: è solo grazie alle forze congiunte di magistrati e polizia che si stanno conseguendo risultati importanti contro le mafie. Anzi, strumenti come lo scudo fiscale, non possono fare altro che favorire il crimine organizzato.
Ora, la mafia, con questo emendamento, tramite semplici prestanome, avrà gioco facile per la riconquista dei beni ad essa confiscati. Questa è una cosa certa perché da sempre tali beni sono il simbolo del potere mafioso conquistato con la violenza.
“Libera” da anni si batte contro le mafie, per questo vi invito ad andare sul sito www.libera.it per firmare l’appello di Don Ciotti ed incrementare così il coro di protesta che si sta levando in tutta Italia.
Firmiamo e facciamo firmare l’appello:
“Niente regali alla mafia, i beni confiscati sono cosa nostra”

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di Dada

Era pronto l’ultimo articolo! Decido di fumare l’ultima meritata sigaretta e poi inviarlo. Ah! Intanto, stranamente perché non lo faccio spesso, accendo la televisione … una singolare intervistatrice si avvicina alle persone e chiede a delle persone per strada: “secondo lei c’è libertà d’informazione in Italia?”… è la goccia che fa traboccare il vaso! Spengo la televisione e decido che l’articolo sarebbe cambiato. Il fatto che probabilmente venga posta una domanda come questa vuol dire già che qualcosa di poco chiaro c’è in circolazione … decido quindi di raccontarvi una storia: nel 1995 iniziò una temeraria trasmissione, “Il Fatto”, un programma di approfondimento sui principali fatti del giorno, di cui Enzo Biagi («Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie [...] ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo») era autore e conduttore. Sarà premiato come miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant’anni della RAI. Probabilmente in tutto il mondo, questo programma sarebbe stato osannato, reso intoccabile solo per l’attenta letture che faceva della politica; in quasi tutto il mondo poiché in Italia Biagi venne accusato di sfruttare la televisione pubblica contro una persona in particolare…chi sarà mai? Berlusconi!!! (i casi sono due: o tutti ce l’hanno con lui senza motivo alcuno, oppure questa persona fa troppe cose su cui è possibile obiettare!!! a voi l’ardua sentenza…) Al centro della bufera c’erano anche le dichiarazioni che Indro Montanelli aveva rilasciato al Fatto: attaccando il centrodestra paragonandolo ad un virus per l’Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una “dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci“, ovvero molta corruzione (per fortuna che le cose non sono andate veramente così…!!! Strano che un grandissimo giornalista e analizzatore della sua contemporaneità, come Indro Montanelli si sia sbagliato!!!) Diversi politici e giornalisti attaccarono Biagi tra questi Giulio Andreotti e Giuliano Ferrara che dichiarò: “Se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi, mi sarei sputato in faccia” (spero di non essere l’unico ad aspettare con ansia, questo estremo gesto da parte del noto “giornalista di peso”). Biagi fu quindi denunciato all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per “violazione della par condicio” ma fu poi assolto con formula piena. Ma la storia non finisce qui, in quanto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, rilasciò una dichiarazione, passata alla cronaca come l’Editto bulgaro. Berlusconi, commentando la nomina dei nuovi vertici Rai, resi pubblici il giorno prima, si augurò che “la nuova dirigenza non permettesse più un uso criminoso della televisione pubblica” come, a suo giudizio, era stato fatto dal giornalista Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dallo stesso Biagi («uno che fa battute come quella di Berlusconi dimostra che, nonostante si alzi i tacchi, non è all’altezza. Un presidente del Consiglio che ha conti aperti con la giustizia avrebbe dovuto avere la decenza di sbrigare prima le sue pratiche legali e poi proporsi come guida del Paese»). La storia finisce con la cancellazione del Fatto dai palinsesti.
Questo mio articolo non vuol essere una risposta alla domanda “in Italia c’è libertà d’informazione o d’espressione?”… ma uno spunto di analisi su come sia possibile che una personalità immensa e un professionista geniale come Enzo Biagi, possa essere allontanato dalla televisione! Probabilmente la risposta è una sola: può succedere di questi tempi e può succedere perché siamo in Italia…si perché in Italia può succedere che un piccolo e insignificante uomo abbia la meglio su un grande maestro!!!

“Alla fine il reato più grave diventa quello di chi racconta certe cose, anziché di chi le fa. La colpa non è dello SPECCHIO, ma di chi ci sta davanti”

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di Carmine Gazzanni

“ … E arrivò finalmente in Senato“. Questo potrebbe essere il commento di chi sperava che questo ddl giungesse a Palazzo Madama. State contenti, miei cari: esordio oggi in Senato del disegno di legge sul processo breve. La commissione Giustizia ha iniziato alle 14 l’esame del ddl. Vedremo gli sviluppi e, nel caso, se il Presidente Napolitano vorrà continuare a  restare “imbattuto”, se vorrà continuare a detenere un importante record in Italia: l’unico Presidente della Repubblica che ha sempre firmato. Anche l’infirmabile.
Non sono mancate, però, le critiche, gli scontri, i dibattiti. Come quello di ieri tra Alfano e l’Anm. L’associazione nazionale dei magistrati che ha sottolineato, dati alla mano, come questo ddl porterebbe alla sospensione immediata del 50% dei procedimenti pendenti a Roma, Bologna e Torino; mentre a Firenze, Napoli e Palermo, l’estinzione riguarderà una percentuale di procedimenti compresa tra il 20 e il 30 per cento. Impossibile agli occhi del matematico Alfano che tuona: “Ma stiamo scherzando? Invito l’Anm a non giocare con le parole e neanche con i numeri, e dunque a chiarire bene i termini della questione … Dei procedimenti penali ho parlato dell’1%, ma sia Spataro che l’Anm continuano ad attaccare questo dato senza fornirne uno alternativo”. E anche Gasparri si è sentito in dovere di dire la sua, consigliando all’Anm di darsi a uno studio più proficuo della matematica di base (“studiare le tabelline”).
Ecco, chi non sa tanto far di conto, però, non è l’Anm, ma proprio il ministro della Giustizia. Rapido calcolo: tempo fa lo stesso Alfano aveva detto che i processi in Italia durano mediamente sette anni e mezzo. Fatta la dovuta somma ora i processi, secondo il ddl, non potranno superare i sei anni (due in primo grado, due in appello e due in cassazione). Quesito: come poteva Alfano rivolgersi solamente all’1% dei processi in corso di svolgimento se questi durano mediamente sette anni e mezzo e ora non potranno superare i sei anni per sopravvivere? “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Ma non è l’unica polemica di questi giorni. Ha suscitato grande scalpore anche un’intervista rilasciata da Ciampi a Massimo Giannini (La Repubblica). Qui l’ex Presidente della Repubblica sembra “bacchettare” il suo successore (“Basta con le leggi ad personam“, “se una legge non va non si firma”); ma lui stesso (la ruota gira …) a sua volta subito viene bacchettato dalla maggioranza che si schiera, ci mancherebbe, a favore di Napolitano.
Lo stesso Alfano chiarisce: “”Il processo breve mette al centro il cittadino”. Giusto, esatto! Quesito: il cittadino in questione è …? Domanda da un milione di dollari.

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di Carmine Gazzanni

Cara Politica,
Le scrivo per tenerla aggiornata su una situazione, quella italiana, che forse lei non conosce e, forse, è meglio così, forse tutti noi vorremmo non conoscerla. Ma non sempre si può avere quello che si vuole e allora ecco un bel riassuntino su quello che intanto accade.
Lei dovrebbe essere un’arte, un “codice di etica sociale” il più lontano possibile da ciò che è “mestiere”, “professione”, da ciò che lo si fa per interessi esclusivamente personali. Bene (o male?), non è proprio così che vanno le cose in Italia.
Lei ricorda ancora quelle parole pronunciate da Sandro Pertini (lui sì uno dei migliori politici italiani!): “Sono del parere che la televisione rovina gli uomini politici, quando vi appaiono di frequente”. La classe politica di oggi, però, è più intelligente, mica come Pertini. Il problema è apparire troppo in televisione? Mi compro le televisioni e il problema è risolto! Ci sono le reti pubbliche? Non fa niente! Ci metto persone “di buona lingua”, a me fedeli che mi dicono sempre di si e fine delle questioni!
Lei ricorda, ancora, Berlinguer che, in difesa del Corriere della Sera, affermava: “C’è il pericolo che il Corriere della Sera cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa faccia una così brutta fine”. Anche Berlinguer, cara Politica, oggi è vecchio e demodé! E si, perché che facciamo? Controlliamo i canali televisivi e non i giornali? Sarebbe un peccato. E allora subito si corre ai ripari. Ora, non so se lei lo sa, tutti i canali di informazione sono “politicizzati”, sarebbe strano se non lo fossero. E non è che le voci fuori dal coro vengono allontanate o messe a tacere. Non si corre proprio questo rischio. Non gli si dà direttamente la parola e si fa prima.
Lei ricorda Aldo Moro che diceva: “Non basta parlare per avere la coscienza a posto: noi abbiamo un limite, noi siamo dei politici e la cosa più appropriata e garantita che noi possiamo fare è di lasciare libero corso alla giustizia“.Ora le cose sono un po’ diverse con una classe dirigente che sembra dirci: ”a vincere è sempre il più furbo”. Non so se ha sentito l’ultima: una riforma che ammazza i processi (che noi abbiamo affrontato in due articoli precedenti: “Meno carcere per tutti” e “La legge contra personas”) per i colletti bianchi che, impuniti, potranno continuare a rubare denaro alle spalle dello Stato; e così montagne di processi cadono all’istante (bazzecole: il Processo Mills e quello per frode fiscale nel processo sui diritti Tv Mediaset; ma cadrebbe anche il coinvolgimento dell’ex Presidente della Banca d’Italia, Fazio, nel caso Antonveneta; andrebbe in prescrizione anche Tanzi per il reato di aggiotaggio nel caso Parmalat; il caso della clinica Santa Rita che toglieva organi ai pazienti sani per ricevere poi più fondi dalla Regione; cadrebbero molti reati in prescrizione anche nel caso Telecom, dove vennero intercettati e schedati numerosi “nemici” di Tronchetti-Provera) E il bello, cara Politica, è che dicono poi che questo è il “processo breve”che tutti noi dobbiamo ardentemente volere! Da morir dal ridere. Si perché alcuni personaggi sembrano più comici e barzellettieri che altro, e allora poi si fa confusione.
Questi personaggi che oggi popolano la politica italiana, forse, nemmeno sanno chi sia Lei, nemmeno sanno cosa sia Lei, forse non hanno mai avuto a che fare con Lei. Aveva ragione Totò (politico o comico? Mah …) quando diceva: “A proposito di politica … quand’è che si mangia?

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di Letizia Malanga

Galeotta fu la goccia (non più pubblica) che fece traboccare la nostra rabbia.
L’ennesima ingiustizia è stata approvata da chi dice di rappresentarci e soprattutto da  chi dice di agire per il nostro benessere. Montecitorio ha convertito in legge il decreto Ronchi, che contiene delle norme sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali inclusa l’acqua, con 320 voti favorevoli e 270 voti contrari. Per non rischiare di perdersi in un “bicchier d’acqua” il governo aveva blindato il voto, ponendogli la fiducia, così anche la timida opposizione della Lega è svanita nel nulla.
Cerchiamo di spiegare cosa cambierà. La proprietà dell’acqua resterà sempre pubblica, mentre la gestione idrica verrà affidata con delle gare d’appalto a società private; inoltre se entro il 2015 le società pubbliche non saranno scese sotto il 30% del capitale dell’azienda che ha la concessione per la gestione della rete idrica, la perderanno all’istante. Ne consegue che nel giro di pochi anni la gestione di questo servizio pubblico essenziale passerà da società pubbliche a società private, con Leggi il resto di questo articolo »

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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