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Il tarlo della lettura

(di L. Malanga)

imagesQuali sono i vostri libri preferiti? Qual è la vostra top ten? Su aNobii lo potete dire!

Questa sorta di social network dei libri è una grande biblioteca virtuale su cui si possono lasciare i commenti di tutti i libri che abbiamo letto e che tutti gli appassionati possono condividere o meno. Il bello di aNobii è proprio questo: ognuno è libero di recensire qualsiasi libro letto, di lodarlo così come di criticarlo, il tutto per la libera conoscenza di tutti gli altri membri.

Ne parlo perché da qualche mese è in libreria un libro secondo me utilissimo, appunto “aNobii. Il tarlo della lettura”, dove la bravissima Barbara Sgarzi ha raccolto su carta tutti i 100 libri più votati dagli utenti con 5 recensioni per ciascuno, naturalmente quelle a loro volta più votate. In più, per soddisfare tutti i gusti, ci regala altri 100 libri e 9 “rotte per i naviganti”. Et voilà, ne vieni fuori un libro magnifico, ricco e divertente, perché se devo essere sincera, alcuni commenti dei naviganti sono fenomenali.

In queste cinquecento pagine navigherete tra grandi classici della letteratura, opere prime, bestsellers, libri d’amore e chi più ne ha, più ne metta. Molti membri del social network si sono opposti alla realizzazione di questo libro, ma io credo che l’intento pratico perseguito sia lodevolissimo. E poi sono sicura che questo libro verrà affisso immediatamente nelle bacheche virtuali di tantissimi.

Recensire libri non è facile. Direbbe De Andrè: “C’è chi la lettura la fa per noia, o chi la scegli per professione, i lettori di aNobii né l’una né l’altra, loro lo facevano per passione”. Questa apologia non vuol significare altro che nelle recensioni dei semplici lettori si ritrova quasi sempre la vera essenza del libro: i commenti sono schietti, fulminanti, colpiscono dritto al sodo e si capiscono facilmente. Tutti i diritti d’autore di questo libro saranno devoluti a favore del Centro Chirurgico di Kabul di Emergency.

Ecco alcuni commenti:

Alcuni libri ti prendono per la manica del cappotto e tu non puoi farci proprio niente.
Lexotan (Danyta I.S.) su L’altra verità


È un capolav. Gli manca l’oro.
Federica* su L’ombra del vento

Mia nonna, in dialetto, avrebbe detto: come ciucciare un chiodo.
Blupiùblu su La solitudine dei numeri primi

Mentre scrivo siamo in 2669 ad avere questo libro su aNobii e 56 milioni in assoluto. Le librerie Ikea le vendono già con Oceano mare incorporato.
Yossarian1 (Andrea Punzi) su Oceano mare

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di Letizia Malanga

le-perfezioni-provvisorie1L’avvocato Guerrieri mi ha subito colpito.

Incaricato di risolvere una strana questione che riguarda la scomparsa di una ragazza che studia a Roma, si trasforma in un investigatore alla ricerca della verità. Un avvocato strano direi:  ama la lettura, ama fare passeggiate solitarie, non è fortunato in amore, il suo locale preferito è un locale gay e molto spesso il suo miglior confidente diventa il sacco da boxe.

Manuela, la ragazza scomparsa, studia alla LUISS e da qualche tempo è sparita. I genitori della ragazzi, in cambio di una ricompensa molto alta, chiedono all’avvocato Guerrieri di ritrovarla. Egli, in questa ricerca, percorre una ripida traiettoria attraverso la mutazione genetica dei suoi tempi e della sua Bari, delle sue bellezze, ma anche delle “escort” e della cocaina.

Emergeranno verità nascoste, in un mondo apparentemente stabile e normale, in realtà insospettato e torbido, dove l’unica salvezza sembra essere nella nitida perfezione di alcuni rari, provvisori momenti di felicità.

“…ero in bilico tra il non più della mia vita di ragazzo e il non ancora della mia vita di uomo. Era una striscia sottile, euforizzante e provvisoria. Era bello starci su quella striscia. Solo quello che è provvisorio è perfetto”

Non avevo mai letto niente di Gianrico Carofiglio, ma incuriosita dal titolo del suo ultimo libro subito l’ho comprato. Mi è piaciuto subito, anche perché sa tracciare personaggi e storie in poche pagine, senza troppe parole. La scrittura è pulita e ricca di riferimenti lettari che saltano all’occhio (come dimenticare la citazione di De Andrè!). Ho saputo poi che Carofiglio è un magistrato con la passione della scrittura; una passione che spesso lo ha portato a  mentire anche alla moglie, ad inizio carriera, sulle lunghe serate passate rinchiuso nel suo studio a scrivere, invece che studiare ulteriormente i suoi processi. E questo noi lettori lo apprezziamo molto!

Coinvolgente fino alle ultime pagine.

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di Letizia Malanga

berlusconariomanchetteSi ride  per non piangere.

Autori di questa mega barzelletta italiana sono Giovanni Belfiori, giornalista professionista che, oltre a collaborare con il Pd, ha fondato l’agenzia di comunicazione “Officina Nuova” e Giorgio Santelli altro giornalista professionista che è uno dei fondatori dell’associazione nazionale “Articolo21. Liberi di…”. Troviamo anche le vignette di Paolo Deandrea.

Beh, questi autori semplicemente cercano di ripercorrere la carriera umoristica e piena di gaffe del nostro Presidente del Consiglio dal 1994  fino alle ultime note vicende, segnalando tutte quelle battute che lo hanno, aggiungerei purtroppo, reso famoso in tutto il mondo.

Per noi ormai le fantascientifiche esternazioni (dicesi Balle) del Presidente del Consiglio sono diventate pane quotidiano, con la conseguenza negativa, il più delle volte, di non prenderlo nemmeno più sul serio. Dico negativa perché tali aberrazioni provengono da colui che senza giri di parola, decide le sorti dell’Italia.

Cercherò di citarne tanto quanto basta.

Mussolini non ha mai ucciso nessuno: gli oppositori li mandava al confino”, Berlusconi rilascia questa dichiarazione durante un’intervista pubblicata da La Voce di Rimini e da The Spector.

Io il lifting non lo volevo fare. Sono stato tirato dentro a farlo. È stata Veronica a spingermi a fare il lifting” Veronica Lario: “Il lifting è stata un’idea sua” (La Repubblica, 31 Gennaio 2007)

Io penso di essere l’uomo politico più democratico che sia diventato presidente del Consiglio in Italia. Ne sono assolutamente certo” (25 Gennaio 2002)

Passerò alla storia. Preparate il monumento” (30 Maggio 2001)

Il 90% dei giornalisti italiani milita sotto le bandiere del comunismo” (L’Espresso, 11 Novembre 1994)

Berlusconi su un ennesimo stupro: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le  belle ragazze italiane, non ce la faremmo mai…

Durante una conferenza stampa il presidente risponde così ad una giornalista de l’Unità: “Io non parlo con i comunisti, hanno un atteggiamento pregiudiziale. Voi dovreste vergognarvi della vostra storia, e se lei non si vergogna allora è complice di cento milioni di omicidi” (La Repubblica, 24 Dicembre 2005)

Aver costruito un impero è una qualità, non un peccato: ho trasformato lo Stato e ora gli altri capi di governo mi chiedono consigli

Naturalmente tutti i ringraziamenti vanno a Silvio Berlusconi.

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di Letizia Malanga

IL PORTO DEI SOGNI INCROCIATIUna delle ultime uscite hollywoodiane è stata “Up in the air” (Tra le nuvole); lo dico perché è stato il mio primo pensiero una volta conosciuto Marcel, il protagonista del libro che mi appresto a recensire. La somiglianza tra Ryan Bingham (Geoorge Clooney) e Marcel sta nel fatto che entrambi rifiutano di stanziarsi nello stesso posto più del necessario.
Marcel è un giovane capitano di una nave mercantile che solca le acque dei mari nordici europei; è una persona impavida, misteriosa, che sa affrontare qualsiasi tipo di situazione con naturalezza. Ma la sua capacità più grande è quella di saper cogliere tutto ciò che c’è nel cuore delle persone che incontra, tutto ciò che il loro inconscio desidera ma che si rifiutano di esteriorizzare. Di essere, come lui stesso si definisce, “un venditore ambulante di sogni”.
L’autore, Bjorn Larsson, inizia la gran parte dei capitoli del libro con le stesse espressioni: “Ci sono giorni, sull’Atlantico…”, “C’erano giorni, a Kinsale,…”, quasi per dare al romanzo uno slancio fiabesco, e come nelle più classiche favole, Marcel, con i suoi occhi a mandorla e il suo indelebile sorriso, diventerà la chiave di volta delle vite di quattro persone, ciascuna delle quali conosciuta in un porto diverso.
C’è Rosa Moreno, conosciuta in Galizia; una giovane orfana piena di sogni ed aspettative, imprigionata nelle logiche di paese, che si innamorerà del capitano ma che naturalmente non sarà in grado di fermare.
C’è Madame Le Grand (Mama), vedova francese, il cui obiettivo è schedare le vite di tutti i marinai di passaggio nel porto per onorare il suo adorato marito.
C’è Peter Sympson, gioielliere irlandese che cerca nelle pietre preziose la perfezione che non riesce a trovare negli esseri umani.
Ed infine c’è Jacob Nielsen, ingegnere informatico che ha speso tutta la sua vita per raggiungere successo ed indipendenza, perdendo come contropartita l’affetto dei suoi figli.
I destini di queste persone si incontreranno materialmente a Kinsale, in Irlanda, la cittadina con “il porto dei sogni  incrociati”, per ascoltare finalmente la “storia” di Marcel, colui che ha offerto ad ognuno una svolta.
Coprotagonista del racconto è il Mare, visto come un essere vitale, che accompagna i personaggi lunga la loro vita, che li aiuta ad incontrare altre persone, che gli regala la possibilità di affrontare il proprio destino: insomma, che li aiuta a sognare…
L’obiettivo dei personaggi del libro è quello di ricordare e non essere dimenticati, e soltanto il destino potrà dirgli se lo raggiungeranno. Mentre posso dire con sicurezza che l’obiettivo dell’autore di catturare il lettore e farlo riflettere sulla caducità dell’uomo e sull’importanza dei sogni, è pienamente raggiunto.

“La vita, nel migliore dei casi, era un’immensa giostra, ci si mette in coda, si passa un momento divertente e si può sempre tornare a fare un altro giro.”

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di Letizia Malanga

lackberg_cover_small-thumbUscito in Italia da meno di due mesi si è insediato già nella top ten dei libri più venduti. “La principessa di ghiaccio” di Camilla Lackberg ci regala un libro da divorare in pochi giorni. Ammetto che sono stata convinta dalla critica a leggere questo libro, perché addirittura in Svezia è considerata l’erede di Stieg Larsson; ma si sa, come lui non c’è nessuno! Ancora oggi si spera in un possibile quarto manoscritto, ma essendo vane le speranze ci godiamo la trilogia Millennium, sempre tutta da assaporare con  le sue descrizioni mai scontate e con dei personaggi straordinari.

Ci troviamo in una provincia della Svezia, in cui la tranquillità e la quiete della vita di una piccola cittadina vengono sconvolte da due omicidi. Protagonista del libro è una giovane donna, Erica, una scrittrice amica di infanzia di una delle due persone morte. Decide di scoprire, insieme ad un poliziotto, Patrick, del quale poi come nelle più prevedibili storie si innamorerà, la dinamica delle vicende, grazie alle sue indagini personali e ad elementi sottratti alla polizia.

Nel complesso il libro è molto piacevole, anche se si alternano momenti di forte suspence (e naturalmente, come in ogni buon giallo che si rispetti, soprattutto nel finale), a momenti di scarsa originalità, in cui la scrittrice cade in descrizioni prevedibili e luoghi comuni. L’approccio dato dall’autrice alla vicenda poi, è molto psicologico: la Lackberg analizza e mette in mostra finemente l’inconscio di ogni personaggio. Lo stile utilizzato comunque è molto snello e scorrevole.

Essendo io (credo l’abbiate notato) un’accanita fan di Stieg Larsson, non ho potuto fare altro che notare come in questo libro l’amore assuma un ruolo molto più incisivo e di primo piano che nei tre romanzi larssoniani. Ma la descrizione degli svedesi, e della cultura nordica in generale, non cambia molto tra i due scrittori: l’aspetto sessuale, la violenza e le quinte del teatro sociale svedese sono le stesse per entrambi.

La Lackberg, anche se giovanissima, ha già venduto milioni di libri in tutto il mondo, è tuttora in corso di traduzione in altri ventisette Paesi ed in Svezia i suoi libri hanno già dato vita ad un’amatissima serie televisiva. Buona lettura.

“Senza far rumore, cominciò a sbirciare nei cassetti. Ancora non sapeva cosa stava cercando, e frugando in mezzo alla biancheria di seta di Alex si sentiva un po’ guardona. Ma proprio nel momento in cui aveva deciso di passare a un altro cassetto la sua mano incontrò qualcosa che frusciava sul fondo”.

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di Antonella Spinelli

copertina_ilgattopardoGiuseppe Tomasi di Lampedusa  con un romanzo la cui stesura impegnò gli ultimi anni della sua vita e che, con suo profondo rammarico, l’autore non riuscì a vedere pubblicato – uscì postumo nel 1958 – ci regala uno splendido affresco fatto di tormenti, malinconia, e pessimismo condito con gli ultimi sprazzi di vita di una nobiltà ormai in inarrestabile declino.

È il maggio del 1860 e il regno borbonico sta per assistere all’inizio tangibile della sua fine, suggellata dallo sbarco dei garibaldini a Marsala. L’aristocrazia siciliana è in subbuglio, si teme che i privilegi secolari possano essere spazzati via all’improvviso. Eppure, in una di queste famiglie, le reazioni all’evento sembrano andare controcorrente.

Il principe Fabrizio di Salina, il pilastro del romanzo, decide di non fuggire via dalla nuova realtà ma di assecondare i tempi. Il breve dialogo col nipote pronto ad arruolarsi nelle fila degli attentatori della monarchia borbonica gli fanno aprire gli occhi verso la rivoluzione che andava profilandosi. Ed è proprio dalla celeberrima frase pronunciata da Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi” che il principe, con distacco e senso critico, dà avvio al fluire delle proprie riflessioni che si diramano via via lungo tutto il romanzo; riflessioni e scelte apparentemente controverse, attraverso le quali è possibile cogliere il senso del passaggio di testimone, il momento di transizione che il protagonista, così come l’Italia intera, stava vivendo.

Ma ci fu davvero il cambiamento o meglio, il rinnovamento, tanto celebrato?

Il pessimistico sguardo del principe sulla vita e sulla storia, la sua ironia tagliente nei confronti degli homini novi dei quali, tuttavia, avalla la scalata sociale, parla chiaro: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”.

Il principe si avvia verso il tramonto e, con lui, il regno borbonico.

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di Letizia Malanga

l_isola_sotto_il_mareIsabel Allende ci torna a sorprendere con un altro mirabile affresco di un’eroina coraggiosa. L’isola sotto il mare è un romanzo storico avventuroso, che narra la vita di Zaritè, fin da quando, a soli nove anni, questa “piccola mulatta con gli occhi color miele liquefatto” viene venduta a Toulouse Valmorain affinchè si occupi di sua moglie.

“Aspetta, Tété. Vediamo se ci aiuti a risolvere un dubbio. Il dottor Parmentier sostiene che i neri siano umani quanto i bianchi e io dico il contrario. Tu che ne pensi?”, le domandò Valmorain, in un tono che al dottore sembrò più paterno che sarcastico. Lei rimase muta, con gli occhi rivolti a terra e le mani giunte. “Forza, Teté, rispondi senza timore. Sto aspettando…”. “Il padrone ha sempre ragione” mormorò lei in conclusione. “In altre parole, pensi che i neri non siano completamente umani…”,“Un essere che non è umano non ha opinioni, padrone”.

La storia si snoda tra il 1770 e il 1810 prima sull’isola di Santo Domingo per poi finire in Luisiana; la prima è una fiorente colonia francese ricca di campi da canna da zucchero in cui i neri erano considerati inferiori agli animali; utili soltanto per essere sfruttati, puniti per errori banali e costretti a lavorare fino alla morte. Saranno proprio queste terribili condizioni a nutrire il seme della rivoluzione per l’emancipazione dalla schiavitù. Allende ci spiega che l’ossesione di Tetè è la libertà, è protagonista della rivoluzione degli schiavi a Haiti. L’unica rivoluzione di schiavi che abbia trionfato”.

Come per tutte le donne di Allende, la vita di Tetè è ingiusta e difficile, ma la battaglia per la sua libertà si mescola ad amori e passioni e dalla presenza molto variegata di personaggi: soldati ,medici ,frati cattolici, schiavi guerrieri e matrone.

Possiamo paragonare il libro ad un percorso ad ostacoli dove la meta finale è la libertà, una libertà diversa da quella a cui siamo abituati: essa ha un profumo sublime perché è stata conquistata con forza e caparbietà.

“Ho avuto maggior fortuna di altre schiave. Vivrò a lungo e la mia vecchiaia sarà gioiosa, perché la mia stella – la mia zetoile – brilla anche quando la notte è luminosa”.

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di Letizia Malanga

“Io mi preferiimagessco quando scrivo. Quando esco dal rigo mi sento smarrito. In particolare mi sembra di avvertire una quasi impossibilità di stare al mondo, in questo mondo che non sa più raccontarsi, che pensando solo ad arricchirsi inesorabilmente si impoverisce.”

Franco Arminio non fa teorie sulla scrittura, ma semplicemente lascia scorrere la penna raccontando la vita, i personaggi e i paesi che la definiscono. Dovremmo un po’ tutti preferire il mese di Marzo perché è il mese più produttivo, è un mese di “angoscia e di scrittura”. Dopo “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia.” Franco Arminio ci regala un altro mirabile affresco della sua terra e, ancora una volta in veste di paesologo va alla ricerca di nuove vite da raccontare, descrivendo implicitamente ed esplicitamente anche la sua stessa persona. “Ho quarantanove anni e ne ho passati almeno quarantacinque nell’inverno. Quasi mezzo secolo in poche centinaia di metri, esposto come un lenzuolo abbandonato allo stesso vento, alla stessa neve”.

Il mouse di Arminio è puntato sulla morte, infatti vive con una paura inesorabile di morire che lo porta a vivere in maniera ipocondriaca e instabile: viaggiando e navigando tra la sua vita, che diventa un teatro dove man mano prendono parola sempre più persone. Arminio diventa il regista di esperienze quotidiane, passa a raccontare una serata in pizzeria ,dove un miscuglio tra  pizza scadente e amici , o presunti tali,  non la rendono meritevole di lode; descrive il suo paese in cui per forza di cose ci si consegna all’infelicità, un paese in cui i vecchi diventano decrepiti e i giovani non diventano adulti.

Poi passa a raccontare un “Manicomio a cielo aperto” cioè la vita di diversi personaggi che inconsapevolmente raccontano anche la sua. C’è Elio Marena sempre chiuso in casa, troppo disgustato dall’inutilità delle nuove generazioni, vede nella  morte l’ultima speranza di felicità; poi c’è Pinuccio Sansone sempre alla ricerca di una donna: alla fine si rende conto che comunque vada la vita è sempre schifosa; c’è poi la breve storia di A., un uomo che è morto dopo una silenziosa agonia, proprio come è stata la sua discreta esistenza.

Ci vengono poi narrate  le “Cronache dal paese della cicuta” che sono delle dicerie, paragonabili ad aforismi, in cui vengono raccontati nuovamente una miriade di personaggi, si rivelano essere  uno spettegolare  saggio e volontariamente futile. Ma come un grande regista Arminio riesce ad inquadrare nel suo film i minimi particolari e la monotonia del vivere nel paese.

Ancora una volta Franco Arminio ci sorprende con la sua scrittura, con periodi brevi e poetici, che all’istante sono puntati al cuore ma soprattutto alla mente, provocando una marea di riflessioni  in coloro che  vivono quotidianamente questa realtà e queste sensazioni.

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di Letizia Malanga

Questo libro viene al mondo dopo una lunga gestazione, infatti  viene concepito nel 1991, quando in Italia si trasmettono nei telegiornali i primi scorci di servizi che raccontano della guerra in Bosnia; quando in pratica la guerra è lontana poche centinaia di kilometri da noi.
Il libro racconta la guerra, l’amore, il dolore, la sofferenza e la nascita. Una vita che nasce, che porta in sè il bene e il male.
La protagonista Gemma, significato appunto di gemmazione, porta con se il desiderio di avere un figlio, tanto ambito, ma che non arriva mai. Diego, il “fotografo di pozzanghere”, è il grande amore della sua vita, che però non riuscirà ad esaudire mai il suo sogno. Un’ appassionante storia d’amore che farà da sfondo ai bombardamenti e le vittime delle guerra, perché è Sarajevo la città che ospita questi ragazzi giovani, ma che si ritroveranno vecchi senza un perché.
Il romanzo appunto narra il loro amore, un amore spontaneo e imperfetto come nella realtà, la vita che risorge inesorabile dalle ceneri della guerra, e la sofferenza che ”sputa” la speranza di un figlio, che è figlio del mondo. L’abilità dell’autrice sta proprio in questa capacità di danzare in bilico tra la vita e la morte, e di riuscire infine a rimanere su, permettendo alla vita di germogliare e di ridare dignità a chi ha rischiato di cadere a causa della Storia.
L’incontro con Margaret Mazzantini si è tenuto a Perugia grazie all’associazione “Il filo d’Arianna” che promuove una serie di incontri d’autore. Lei è stata la prima, e alternando tra storia e lettura, ha fatto un resoconto di quello che è il suo ultimo libro: “Venuto al mondo”, vincitore del Premio Campiello 2009. In merito alla sua vittoria la scrittrice risponde così: “io scrivo per la piccola gente che ogni giorno prende l’autobus e va al lavoro, e che legge anche i bei libri.
È stato interessante vedere la forte immedesimazione dell’autrice con il proprio libro: mentre leggeva dei passi le sue parole uscivano con naturalezza, quasi come se quella storia fosse parte della sua anima. In effetti l’autrice dice che questo “è un libro che mi ha davvero lacerato. Ho pianto molto nello scriverlo e per questo lo dedico ai figli, a tutte le vittime della guerra di Sarajevo, ai bambini”.
Ora la storia di Gemma sta per rivivere nelle sale cinematografiche grazie al marito Sergio Castellitto che, come racconta lei stessa, gli è stato vicino durante la stesura di questo tormentato libro.
Devo dire però che accanto alle tante lodi del popolo, si sono aggiunte voci discordanti che hanno criticato molto il modo di scrivere della Mazzantini, accusandola di trastullarsi troppo con le parole solo per stupire il lettore.
Invito tutti a leggerlo per sapere il vostro riscontro.

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di Flo Barboleta

Di rado in queste ultime settimane capita di non sentir parlare i media di transessuali. E altrettanto raramente si sentono dire cose gradevoli a questo riguardo. Per quanto sia una realtà affatto marginale al giorno d’oggi, il mondo della transessualità è del tutto sconosciuto alla maggior parte di coloro che non ne “fanno parte”. E da quest’ignoranza derivano frasi a dir poco assurde fatte da quei personaggi di auto-dichiarata elevata moralità.
Nel libro “Invisible Monsters” di Chuck Palahniuk si ha una descrizione del tutto priva di giudizi pseudo morali a proposito di un mondo che potrebbe sembrare del tutto estraneo all’ambito della “normalità”. Tuttavia basta guardarsi intorno, in maniera più onesta, per rendersi conto che il suo non è un racconto di fantascienza. I protagonisti del romanzo sono una top model , sfigurata in volto da un misterioso incidente, una bellissima transegender , ed un uomo  la cui identità resta per gran parte del libro piuttosto vaga, come d’altronde è la sua personalità.
La storia si costituisce di una serie di frammenti che solo nelle ultime pagine del libro raggiungono un’omogeneità assoluta e stupefacente. E’ un viaggio alla ricerca di un appagamento artificiale che nasconde lo stato di inquietudine e ambiguità in cui queste tre persone vivono.
Il trio attorno al quale la vicende si svolge, ha il suo fulcro in Brandy Alexander, la misteriosa figura che ha deciso di cambiare sesso, che guida l’ex-modella nel percorso di ritorno a se stessa, attraverso la rivalutazione della propria persona ormai privata di quel viso che le ha dato il successo. L’uomo segue la vicenda in modo quasi marginale, lasciandosi annientare poco a poco dalle pillole che ruba negli armadietti dei bagni delle case in cui si intrufola.
Nonostante possa sembrare il racconto della vita delirante di tre squilibrati, questa storia riesce a far emergere, senza scadere nel patetismo, il disagio che può nascere in ogni tipologia di persona, quando la propria esteriorità non coincide con la più profonda interiorità di se stessi. La presentazione delle tre figure principali, molto diverse tra loro, dimostra come sia deleterio sopprimere le proprie inclinazioni piuttosto che accettarle; Brandy, colei che ha deciso di cambiare interamente la propria persona, ha dovuto affrontare una serie di  difficoltà, come l’abbandono dei genitori,l’ostilità manifestata dalle donne che la reputano inadeguata alla loro stessa condizione per quanto misera possa essere, insomma l’essere considerata da ogni parte della società una sorta di esperimento scientifico piuttosto che una persona.
Shannon è la ragazza che ha realizzato il sogno di diventare una famosa top model; e quando un misterioso colpo di pistola la priva del suo bene più prezioso, la bellezza esteriore, si mette finalmente alla ricerca di se stessa, affrontando ciò che la sua vita è stata e ciò che può diventare.
E infine l’uomo, Seth, che ha vissuto a lungo nel ruolo che sarebbe giudicato dai benpensanti della nostra società moralmente irreprensibile, come ogni essere umano deve affrontare la sua natura, evidente e comprensibile solo al termine della storia.
È chiaro dunque, come tra i tre il personaggio più stabile è Brandy, colei che ha compiuto la scelta più ardua ma anche la più sincera, colei che riesce a guidare l’ex-bellissima modella, tutto ciò che lei avrebbe voluto essere, alla piena consapevolezza di sé.
E infine Shannon riesce ad essere trasparente  con se stessa, ad ammettere ciò che di sé non amava e che l’ha portata a farsi del male. Al contrario Seth fino alla fine della storia mostra, senza mai prenderne coscienza, ciò che veramente è, e questa sua ambiguità con se stesso e con gli altri è la cosa che lo rende maggiormente biasimabile.
Insomma i percorsi interiori di persone molto differenti approdano ad una conclusione che per quanto drammatica, o difficile, dovrebbe essere accettata da ognuno di noi: se tutti avessero un onestà di questo tipo probabilmente si eviterebbero molti moralismi nei confronti degli altri e si griderebbe meno allo scandalo.

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De Magistris, Donadi e Tinti

Pino Maniaci e Giulio Cavalli

Arianna Ciccone

Perugia: tre ragazzi arrestati. Parla Leonardo.

Il Parco-Discarica delle Testuggini

La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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