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9 Maggio 1978. Sono passati 33 anni da quando Peppino Impastato, con la sua Radio Aut, dal piccolo paese di Cinisi alle porte di Palermo,venne ucciso perché era una voce scomoda. Era troppo ingombrante per la mafia e per Tano Badalamenti, il boss di Cinisi che abitava a soli cento passi da casa di Peppino. Badalamenti che, nel vero senso della parola, regnava. Sì, perché questo è quello che fa la mafia: regna, governa, domina. Sostituisce in tutte le sue funzioni lo Stato che, pian piano, soprattutto in questi piccoli paesi di provincia, scompare fino a diventare invisibile (e a volte complice). Ieri come oggi.

Ma a Peppino non andava giù questa situazione. E allora cominciò a parlare, a raccontare, a diffondere, a colpire, ad affondare con la semplice arma della verità. E questo gli costò la vita: lo assassinarono in modo atroce, mettendogli nel petto, dopo averlo legato sulle rotaie della ferrovia, una carica di tritolo. L’esplosione fu forte, ma nessuno volle sentire: il 9 maggio 1978 Peppino Impastato saltava per aria nel silenzio omertoso e criminale di tutto un paese. E i giorni dopo, al silenzio drammatico di Cinisi, si aggiunsero accuse di uomini deliranti: molti giornali catalogarono quel delitto di mafia come un “incidente” capitato ad un ”terrorista” che stava per compiere un attentato. E così nessuno se ne occupò più di tanto, anche perché nello stesso giorno venne ritrovato il corpo di Aldo Moro. Peppino, dunque, non era nessuno, era un delinquente, terrorista, comunista. Si sbagliavano: era un uomo (trentenne) morto ammazzato perché aveva parlato per la verità, aveva parlato contro la mafia.

Sono passati trentatre anni da allora e pare che molte cose non siano affatto cambiate. Ieri come oggi è molto scomodo parlare e dar libero spazio alla verità; si cerca, anzi, di proibirlo: come chiamereste coloro che tentano di negare questa fondamentale libertà (quella di espressione e di informazione) se non “mafiosi”? Non sono forse i mafiosi che fanno di tutto per azzittire chi rivela verità scomode? E cosa si sta facendo oggi con le leggi contro le intercettazioni se non esattamente questo? Certo i metodi saranno diversi, qui si parla di metodi “para-isituzionali”, ma la logica, l’ottica è chiaramente la stessa: una logica drammaticamente, perversamente, irrimediabilmente mafiosa.

Le mafie oggi sono cresciute, sono diventate più potenti, in molti casi hanno messo le radici nelle istituzioni. Ma la morte di Peppino non è stata vana. Né la sua, né quella degli altri nove giornalisti uccisi dalle mafie perché voci fuori dal coro omertoso. Nessuno di loro è morto senza lasciarci qualcosa: testimonianza, forza, verità. E anche oggi abbiamo i nostri Impastato, i nostri Peppino che gridano, denunciano, lottano senza alcun timore, senza mai fare un passo indietro perché coscienti e convinti che questa è l’Italia sana, vera, nobile. Questa è l’Italia d’onore! Roberto Saviano, Pino Maniaci, Giulio Cavalli, Emiliano Morrone, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e tutti quanti gli altri che, anche nel silenzio, lottano e combattono.

E’ necessario, allora, che l’Italia ricominci ad avere coscienza delle cose, ricominci a costruire una cultura antimafia: non si possono elogiare, applaudire, quasi onorare uomini politici che affermano che la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta perchèle otto serie de “La piovra” […] e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale,Gomorra e tutto il restogli fanno pubblicità. Questa è cultura “mafiosa” perchè si delegittima la verità, si delegittima la dignità della lotta al crimine. Dobbiamo ricominciare a riconoscere, a discernere, a chiamare le cose col proprio nome.

E il nome di Peppino Impastato è molto più forte di queste assurde affermazioni. E’ molto più forte di chi delegittima, imbavaglia, zittisce. La voce della verità è molto più forte di qualsiasi organizzazione mafiosa.

Peppino è vivo e lotta in mezzo a noi! Le nostre idee non moriranno mai!!!

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di Emanuele Mazzocco

Intercultura arriva in Molise e finalmente anche la nostra regione potrà contare sul proprio centro locale, ad Isernia. L’associazione è una ONLUS, ovvero un’organizzazione non lucrativa che persegue obiettivi ideali come quello di contribuire al dialogo tra le culture e alla pace, favorendo l’incontro e la conoscenza fra giovani di tutto il mondo. Per le sue attività in campo interculturale, l’associazione ha ricevuto il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio e il Premio della Solidarietà della Fondazione Italiana per il Volontariato.

L’iniziativa di promuovere i fini dell’organizzazione in Molise è stata di un gruppo di volontari che hanno vissuto direttamente l’esperienza di un programma di studio all’estero o di ospitalità e hanno deciso di trasmettere a quante più persone possibili l’entusiasmo e il fascino di queste esperienze.

Ma veniamo ai veri compiti del centro locale.  Ogni volontario svolge delle mansioni ben precise, organizzando in maniera puntuale e flessibile le attività del centro. Sostanzialmente i programmi di Intercultura sono rivolti a due soggetti principali: gli studenti delle scuole medie superiori e le famiglie interessate ad ospitare uno studente straniero. Per i primi c’è la possibilità di studiare all’estero (Europa, Americhe, Africa, Asia e Oceania) usufruendo di borse di studio parziali o totali, per un periodo di un anno, sei mesi, tre mesi o due mesi e di frequentare una scuola locale e vivere in famiglia. Per i secondi c’è la possibilità concreta di venire a contatto con culture e abitudini diverse ospitando uno studente per un periodo di un anno, sei mesi, tre mesi o un solo mese, assistiti e guidati dai volontari del centro locale.

Intercultura però è molto di più, è uno strumento di crescita personale e dell’intera società, è il veicolo attraverso cui imparare nuove lingue, nuove tradizioni, è una possibilità di aprirsi al mondo e comprendere l’importanza del rispetto affinché i giovani di oggi riescano a costruire domani una vera società multiculturale e tollerante.

L’associazione è stata sin dal 1955, anno della sua fondazione, lodata dai diversi Presidenti della Repubblica Italiana  per i suoi fini educativi e di volontariato internazionale.

I responsabili del Centro di Isernia sottolineano l’adesione a questi principi morali e assicurano a chiunque sia interessato la massima disponibilità nel fornire informazioni, chiarimenti e consigli. Con questo centro infatti si è compiuto un passo importante poiché tutti i Molisani hanno oggi un punto di riferimento reale che sostiene chi vuole vivere esperienze di “Incontri che  cambiano il mondo”, secondo il motto e la mission di Intercultura.

L’Unione Europea ha dichiarato il 2011 come anno del volontariato e i volontari del Centro di Isernia invitano tutti coloro che desiderano dedicare un po’ del loro tempo prezioso, ad unirsi  all’Associazione.

Per maggiori informazioni è possibile contattare il presidente del centro locale di Isernia all’indirizzo e-mail [email protected]

Seguiteci anche su Facebook: Intercultura Afs CL Isernia

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di Vincenzo Barbato

litaliasecondome.blogspot.com

La scarsità non esiste, ma viene creata affinché ci sia mercato, leggete questo interessante articolo.

C’era la famosa credenza popolare che definiva i ricchi come la categoria sociale più felice e meno stressata, difatti anche la canzone “chi ha tanti soldi vive come un pascià” che conosciamo benissimo dava a tutto l’immaginario collettivo questa visione. Invece si è dimostrata errata.
La BBC ha condotto uno studio che ha dimostrato un enorme incremento dei farmaci antidepressivi di oltre il 43% negli ultimi 4 anni nel Regno Unito, tradotto in 23 milioni all’anno di spese in più. Questo aumento dovuto al forte stress è derivato dal sistema monetario che ha messo in crisi il mondo intero, e dal lavoro che in tutti i paesi automatizzati è sempre meno presente, inoltre i tagli che il governo inglese ha imposto sulla sanità e sulle “talking therapy” hanno accentuato il fenomeno.

Questo aumento di depressione e disagio sociale lo possiamo vedere anche nello studio Merva-Fowles, in cui attestarono che un aumento dell’1% del tasso di disoccupazione portò:

  • un 6,7% di aumento omicidi;
  • un 3,4% di aumento i crimini violenti;
  • un 2,4% di aumento di reati contro la proprietà.

E durante il periodo dal 1990 al 1992, questo si tradusse in:

  • 1459 ulteriori omicidi
  • 62.607 ulteriori crimini violenti
  • 223.500 ulteriori reati contro il patrimonio

Da questi 2 dati si evince che tanto la ricchezza quanto la povertà portano al disfacimento dell’essere umano.
Ora vorrei mostrarvi queste due comunità, una sono i kibbutz, israeliani che vivono senza la moneta, e che grazie alla produzione ortofrutticola e di materiali elettronici riescono a comprare le risorse che nel loro territorio non esistono, ma all‘interno non si usa assolutamente moneta; la seconda sono i Boscimani, indigeni africani. Ma d’altronde perfino in Norvegia, uno degli stati dove l’uguaglianza è distribuita nel modo più uniforme, si nota il più basso tasso di omicidi, furti, rapine ed altri crimini, un minore stress, minori disagi, ergo minore criminalità.
Le uniche a guadagnarci in questa situazione disastrosa sono le case farmaceutiche che  hanno incrementato la produzione di Prozac e  Duloxetina (farmaco molto pesante), e ovviamente i loro fatturati.
Questo è un inutile, macabro e distorto circolo vizioso derivato da un sistema obsolescente basato su una moneta che non ha alcun riscontro nella realtà e che anzi aumenta stratificazione sociale, disparità, crea competizione e conseguente stress che porta anche a suicidi. Ed ovviamente con il modello di crescita (virtualmente) infinito inquina il nostro mondo e quindi noi stessi. L’unica scelta per salvaguardarci, a questo punto, è rigettare il sistema monetario e godere della felicità di tutti, come nel famoso dittatore di Chaplin.

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di Andrea Vetere

Ha comprato una villa a Lampedusa, ha ipotizzato un campo da golf, un casinò. Proporrà l’isola di Lampedusa come candidata al Nobel per la pace. Libererà l’isola dagli immigrati in 48-60 ore.

Frattanto, a Roma, il suo partito propone alla Camera un’inversione dell’ordine del giorno per discutere per primo l’ultimo dei punti: il fantomatico processo breve. Il tutto mentre la nostra attenzione è dedicata allo spettacolo clownesco a Lampedusa: “Sa giocare a scopa? Bene, la invito a giocare a scopa e ne parleremo”.

Poi, una capatina alla nuova villa, che gli permette di giustificare un discorso che, ad ogni modo, resta un’idiozia. Riassumendo, il Presidente del Consiglio vuol dare ai lampedusani una prova certa della sua attenzione per l’isola. Si chiede quale possa essere una buona prova e alla fine giunge alla geniale soluzione: devo essere uno di voi. E allora il cittadino Silvio B. compra villa Due Palme.

Così, curando il bene dell’isola farò il mio interesse o facendo il mio interesse farò il bene dell’isola. Il succo era questo, insomma.

Come dire, l’unico modo che ho per dimostrarvelo è fare in modo che convenga a me, così starete ben certi che lo farò.

Ma ragionateci: non vuol dire, un simile argomentare, ammettere amenamente che solitamente il ragionamento da fare è quello? (Lo faccio perché conviene anche a me!)

Sono legittimato, dunque, a pensare che valga lo stesso per la rediviva proposta di legge sul processo breve, restata quiescente per un anno intero? E risvegliatasi proprio quando sono stati bocciati il lodo Alfano e, parzialmente, il legittimo impedimento?

Altra prova, questa, che forse il processo breve serve proprio a chi era protetto dalle altre due leggi: se fosse stata per tutti i cittadini si sarebbe potuta discutere in tutto l’anno passato!

Che poi, e questa mi fa ridere, ci dicono che questo intervento ce lo chiede l’Europa. Fesseria bella e buona: l’Europa ci chiede processi veloci, agili ma non processi che quasi certamente finiscono per prescrizione. Siamo tenuti a tutelare non solo il diritto che ha l’indagato a veder risolta presto la propria situazione, a veder scomparire la spada di Damocle che pende sul proprio capo nell’incertezza dell’esito del processo.

Ma non possiamo prescindere dal diritto delle parti lese dai reati all’individuazione dei colpevoli di essi, non tanto per la ricerca di un capro espiatorio quanto invece per gli effetti civili: il colpevole sarà tenuto a risarcire i danni causati dal fatto illecito. Capirete bene che processi veloci ed efficaci possono aversi (altrove esistono) e che sono preferibili a processi vani (dato che facilmente i reati si prescriveranno).

Beh, tanto agli italiani interessa molto più che il capetto di turno sia impunito, che importa se per ottenerlo qualche migliaio di soggetti lesi non potrà mai accertare da chi è stato leso. L’importante è che si farà il campo da golf a Lampedusa. E il casinò, ovviamente. Siamo sicuri che non volesse dire casino? Pare abbia esperienza nel settore.

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di Carmine Gazzanni

Centocinquantesimo anno dall’Unità d’Italia. Alcune dichiarazioni e “modi di fare” squisitamente leghisti. “Domani non sarò presente alla commemorazione in Aula alla Camera. Sarò sul territorio. A mio modo di vedere le strumentalizzazioni costruite anche contro la Lega sui 150 anni dell’Unità d’Italia alle quali abbiamo assistito in questi giorni non servono a nulla”. Questo è quello che ha affermato ieri Federico Bricolo, presidente della Lega Nord a Palazzo Madama.

150 anni di centralismo, che guasti”: è il titolo a due pagine che, oggi 17 marzo, centocinquantesimo anno dall’Unità d’Italia, la “Padania” mette in prima pagina. E ancora: “Festeggiamo l’addio ai parassiti uniti nel federalismo”.

In molte città nessun esponente della Lega Nord ha partecipato alle cerimonie organizzate per commemorare l’Unità d’Italia. Nemmeno a Torino, sebbene il Presidente della Regione sia un leghista. A Milano, invece, il capogruppo al Comune di Milano della Lega Matteo Salvini si trova ad un banchetto all’ingresso della galleria Vittorio Emanuele: distribuisce bandiere di Milano, cartoline storiche della città e adesivi del Carroccio.

E ancora. Al Pirellone, sede del Consiglio regionale lombardo, due giorni fa i consiglieri della Lega Nord non hanno partecipato all’esecuzione dell’Inno di Mameli che ha aperto la seduta dell’assemblea, secondo quanto stabilisce la legge lombarda per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, legge che il Carroccio non ha votato. In aula c’era solo il presidente del Consiglio regionale Davide Boni che, ha spiegato, “ha assicurato la sua presenza” soltanto “per il ruolo istituzionale”. Gli altri leghisti, fra cui gli assessori e Renzo Bossi, sono rimasti alla bouvette a prendere un caffè e a fare colazione.

E non è stato un caso isolato quello lombardo: polemiche anche a Genova nella solenne seduta congiunta dei consigli della Regione Liguria, del Comune e della Provincia per i 150 dell’Unità d’Italia. La Lega Nord qui non si è presentata alle celebrazioni. Stessa cosa dicasi in Emilia Romagna: i consiglieri regionali della Lega Nord, ieri, ricalcando un po’ le “gesta” degli amici lombardi, hanno disertato l’aula mentre era in corso la seduta solenne per i 150 anni dell’Unità d’Italia. D’altronde anche la stragrande maggioranza dei parlamentari leghisti ha assicurato che oggi diserterà i festeggiamenti e non parteciperà alla seduta a Camere riunite del Parlamento.

E non mancano nemmeno le proposte assurde, in perfetto stile padano. Ricordiamo, su tutte, quella di Cavallotto: “In occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità di questo Paese ritengo fondamentale il riconoscimento ufficiale della lingua piemontese. La prima lingua del Parlamento italiano non è solo proprietà dei piemontesi, ma è patrimonio storico di tutto il Paese giacchè ha contribuito alla nascita di questo Stato”. Ma d’altronde sono tanti quelli che continuano a blaterare, vomitando parole insensate. Come il capodelegazione della Lega Nord all’europarlamento, Francesco Speroni: “L’unità d’Italia non è un evento da festeggiare”. Anzi, “sarebbe stato meglio se non ci fosse stata perchè così la Padania sarebbe più ricca”. E ancora: “Quando ascolto l’inno di Mameli provo fastidio, perchè mi sento un pò oppresso da chi mi ha conquistato”. Infine: “non esporrei mai dal balcone di casa mia il tricolore”. E non è l’unico. Uno dei gotha della Lega, Mario Borghezio (pregiudicato) questa mattina,intervistato a “Omnibus” su LA7, ha dichiarato: “E’ fuori luogo buttare via tutti questi soldi […] Il destino, il vento della storia porterà a due Italie”.

Certo, dichiarazioni di questo tipo lasciano attoniti. Ma oggi non bisogna dare peso a uomini e donne vuote, che sbraitano, latrano, ululano suoni incomprensibili. Come se fossero tra loro in competizione nel riuscire a proferire le parole più insensate e, in questo, assolutamente leghiste. Ma, per fortuna, Dio ce ne scansi, l’Italia è altro.

L’Italia non è la Lega Nord: loro, forse, dal loro scranno di presunzione e arroganza da prendere a schiaffi, diranno di non aspirare affatto ad esserlo. Ma la questione è un’altra: siamo noi, gente italiana fiera di esserlo, a non voler riconoscere loro come italiani. Sebbene quanto descritto sopra faccia cadere le braccia, stringere i pugni e digrignare i denti, non siamo pochi a pensarla in questo modo. Lo dicono i dati (sondaggio condotto da Demos): quasi il 90% degli italiani (intervistati nel corso dell’indagine) considera in modo positivo la conquista dell’Unità. Di questi il 56% la giudica “positiva” e il 33% “molto positiva”. Checché se ne dica, è un sentimento condiviso dovunque: la Lega, così forte politicamente, quasi imbattibile, è da sola, snobbata oggi da tutti, abbandonata alle sue idee strampalate, anacronistiche, tragicomiche. Così come lo sono le loro iniziative e i loro modi di fare.

Mi spiace, gente del carroccio, ma oggi non vincete voi. Non vince Umberto Bossi con tutto il suo seguito di cravatte verdi. Non vincono le disertazioni o le dichiarazioni impietose dei padani. Oggi vince la Patria, vince l’Inno di Mameli, vince l’Unità, il Tricolore, l’unica Vera Bandiera Italiana. Vincono Cavour, Mazzini, Garibaldi. Vincono tutti quegli italiani che sono morti, che hanno sacrificato la loro vita affinchè oggi noi festeggiassimo.

Vince l’Italia Unita, contro cui quel carroccio di legno su cui viaggiate si è fracassato, si è distrutto. Il verde che tanto amate altro non è che la prima delle tre strisce di un’unica grande bandiera, alla quale voi – e ne sono contento – non potete appartenere.

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di Letizia Malanga

A noi giovani romane vennero in mente gli alberi coperti di fiori gialli… pensammo che quel fiore era abbondante e, spesso, disponibile senza pagare…”

Così parla Marisa Rodano, una delle tante voci femminili raccolte in un racconto di  Tilde Capomazza e Marisa Ombra, dal titolo evocativo: “8 marzo, una storia lunga un secolo ”, nel quale si ricostruisce un secolo di duro lavoro e tutte le loro iniziative e battaglie.

Perché l’8 marzo? Si narra che l’8 marzo 1908, in una industria tessile con scarsi sistemi di sicurezza e con pessime condizioni di lavoro ci sia stato un terribile incendio in cui hanno perso la vita 129 donne, rimaste purtroppo bloccate nella fabbrica. Qualche anno dopo, per ricordare l’evento, negli Stati Uniti l’8 marzo si festeggiava la ricorrenza. Poi questa festa, grazie alle varie associazioni femminili, si diffonde in  quasi tutto il mondo, e diventa il giorno della Donna, un’occasione per rivendicare tutti i suoi diritti (naturalmente senza mai  tralasciarne i doveri).

Dopo la seconda guerra mondiale, si sceglie la mimosa come simbolo di questa ricorrenza, perché profumata e selvatica, gioiosa e vitale; mentre la festa comincia ad acquisire anche precise connotazioni politiche.

In Italia, la festa, per la prima volta viene celebrata l’8 marzo del 1946, quando finalmente anche le donne hanno il diritto di votare liberamente, festeggiando così importanti conquiste sociali, politiche ed economiche. Da allora anche in Italia è diventato un appuntamento irrinunciabile per molte donne: sempre emozionante è vedere le tantissime assemblee, i cortei e le cerimonie che anno dopo anno ne evidenziano l’importanza.

Per concludere possiamo ricordare la manifestazione tenutasi il 13 febbraio scorso in tutte le più grandi piazze italiane. Migliaia di donne, con la presenza non scontata di molti uomini, sono scese in piazza per rivendicare ancora una volta i loro diritti e la loro ferma volontà di discostarsi dal modello di donna-oggetto rappresentato dalle tv.

Allora, godiamoci questa giornata internazionale, tutta femminile!

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Il video che vedrete contiene immagini forti; sconsigliamo la visione per chi è troppo sensibile

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di VIncenzo Barbato

In una guerra non ci sono nè vincitori nè vinti, ma solo persone che guadagnano e altre che muoiono: i soldati sono mercenari dei Governi; Governi che hanno impoverito ragazzi per catturarli e reclutarli promettendo loro un guadagno facile.

I media, poi, danno manforte chiamando le guerre “missioni di pace” e “esportatrici di democrazia” ed “eroi caduti” uomini che partecipano ad una guerra che, probabilmente, loro stessi sentono ingiusta. E questi quattro bambini cadaveri ne sono la prova; non ci sono giustificazioni: petrolio, soldi, probabili armi nucleari. A quel povero padre nessuno ridarà i suoi figli caduti.

Non ridaremo mai pace e prosperità all’umanità se continuiamo sulla strada della violenza. La strada per il reale cambiamento è la cultura, gratuita ed opensource; la cultura apre gli orizzonti fisici e mentali e ti permette di essere critico. Ecco degli esempi:

Sono tutte realtà che, volente o nolente, predomineranno in barba ai sistemi chiusi e manovrati.
Secondo voi se Geronimo La Russa andasse in guerra col rischio di morire, il papà cosa farebbe? La continuerebbe? Sì perché:
1) Geronimo non ci andrà mai in guerra a morire, poiché è già ricco è non ha bisogno di essere “patriota” o “eroe”
2) Ignazio La russa non ha nulla da perdere…anzi, tutto da guadagnare!

In una guerra non ci sono nè vincitori nè vinti, ma un povero che combatte contro un altro povero che non si conoscono e che non hanno arrecato alcun danno l’uno all’altro. Perché uccidere allora? La risposta la conoscete già.

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di Carmine Gazzanni

Il link che stai tentando di visitare è stato considerato offensivo dagli utenti di Facebook”. Questo è quanto si legge su Facebook nel momento in cui si clicca su uno dei link che rimanderebbero agli articoli del Blog “Lo Specchio”. Censura? Non lo sappiamo. Fatto sta che è molto strano quanto ci sta accadendo. Per diversi motivi. Cerchiamo di capire meglio.

Innanzitutto l’articolo “incriminato”, il primo che Facebook  ha bloccato – pensiamo in seguito ad una segnalazione da parte di qualcuno – è un articolo assolutamente innocente ed innocuo, nel quale semplicemente si commentavano le manifestazioni organizzate le scorse settimane dai Berluscones in difesa e in appoggio del Presidente del Consiglio visti i prossimi processi a cui sarà sottoposto. Si diceva semplicemente che la manifestazione organizzata lo scorso 11 febbraio davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, manifestazione annunciata a gran voce anche da “Il Giornale”, oltreché da importanti esponenti pidiellini (Ignazio La Russa, Mariastella Gelmini, Paolo Romani e Michela Brambilla), era stata un incredibile flop: nessun politico aveva preso parte e solo un totale di massimo 100, 150 militanti del Pdl stazionava davanti al Palazzo di Giustizia in difesa di Berlusconi. Dopodichè si faceva riferimento all’altra manifestazione, “In mutande, ma vivi”, organizzata il giorno dopo da Giuliano Ferrara, manifestazione contro i “neopuritani”, come li hanno chiamati loro. Un evento che certamente ha riempito il teatro, ma probabilmente è stato ancora più tragicomico del precedente, con appelli che hanno lasciato assolutamente esterrefatti (“Presidente, noi la sosteniamo, ma deve ascoltarci – ha affermato Ferrara – Non riduca le sue giornate alle giornate di un imputato. Lei deve fare il presidente del Consiglio, il capo dell’Italia”).

Ebbene questo articolo è stato giudicato da Facebook “offensivo”. Le domande sono alquanto ovvie: perché mai? Quali sono i punti nei quali si concentrano le offese? E soprattutto: chi sono questi “utenti” che hanno segnalato l’articolo? Con quali motivazioni l’hanno considerato “offensivo”? Domande legittime, che tuttavia non riceveranno mai risposta.

E qui passiamo al secondo punto dell’incredibile questione che ci è capitata. Noi non possiamo assolutamente far nulla per poter in qualche modo “sbloccare” i link dei nostri articoli. Assolutamente nulla. Si dirà: potreste contattare i gestori di Facebook. Impossibile: non esiste alcun modo per contattarli. Non un servizio, non un contatto diretto, non un e-mail disponibile. Nulla. Hai problemi? L’unica possibilità è consultare delle pagine di informazione nelle quali sono riportate le domande più frequenti, i problemi più frequenti con le relative risposte. Peccato che un problema di tale genere non sia presente.

Altra questione assolutamente imbarazzante. Abbiamo già parlato dell’articolo “incriminato” e “considerato offensivo dagli utenti di Facebook” (?). A questo punto si potrebbe pensare che Facebook abbia bloccato soltanto l’articolo segnalato. E invece no: sono stati bloccati tutti i link de “Lo Specchio Blog. Tutti gli articoli: quelli nuovi e anche quelli vecchi. In pratica ad oggi è assolutamente inutile postare un articolo del nostro Blog, sia esso vecchio sia esso nuovo, su Facebook perché, comunque sia, uscirebbe sempre la medesima schermata con le medesime parole: “Il link che stai tentando di visitare è stato considerato offensivo dagli utenti di Facebook”. Anche se scrivessimo: “Il sole è bello” o, che so, “Amo Berlusconi”. Oramai Facebook ci ha bloccato e non c’è modo di cambiare la situazione attuale: nessun contatto possibile, nessun articolo che possa essere accettato per via di questa sorta di “censura preventiva.

Come muoverci? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che, nonostante una più che ovvia incredulità per quanto accaduto, continueremo a scrivere, a commentare, a dare – per quanto ci è possibile – informazioni utili a chiunque voglia seguirci e leggerci. Anche se, non potendo più postare i nostri articoli su Facebook (sarebbe assolutamente inutile) abbiamo perso un importante bacino di visite. Detto questo, noi continuiamo. Senza mai abbandonare, senza mai rinunciare, credendo in quello che facciamo, sperando in quello che scriviamo.

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di Vincenzo Barbato

Tutto quello che sta succedendo in Libia è un surrogato di mala politica, misto ad interessi aziendali delle multinazionali energetiche da cui anche noi abbiamo tratto vantaggio. Ora è tempo di saldare il conto: dobbiamo avere anche noi sulla coscienza queste migliaia di morti  perché non abbiamo impedito ai governi di destra e di sinistra di fermare gli accordi che abbiamo stipulato sulla convenienza energetica.
E’ un errore nostro dato dalla nostra ignoranza e mancanza di cultura in materia energetica. Tutto è guidato da aziende come la nostra cara Eni. A proposito: vi chiedete perché mai c’è un cane a sei zampe nel logo? Perché è una chimera, una chimera assurda che negli ultimi 50 anni ha voluto far passare il messaggio che bruciare petrolio porta un alta crescita economica (solo dei loro soci ovviamente) e sviluppo della società!
Sento imprenditori che parlano bene del nucleare, fingono di applicare la democrazia anche in uno spot nel quale moostrano un confronto tra favrevoli e contrari al nucleare quando, in realtà, già hanno deciso, non dicono la verità, ovvero che il nucleare è una tecnologia morta perché 500 centrali danno il 5% dell energia del mondo; non dicono che il processo di costruzione+smantellamento (12 anni), approvvigionamento di uranio (scavare e comprare) sono così energeticamente costosi che alla fine l’ energia prodotta è già consumata più di quella in uscita nel processo di fusione. Anche economicamente, poi, sono svantaggiose: ecco perché non sono private, ma pagate con le tasse della gente!

Quando sento queste falsità raccontate nelle varie pubblicità vorrei svegliarmi  dall’incubo per riderci sopra. Ma purtroppo è vero, e nessun maledetto media dice qualcosa sulle soluzioni offerte dalle rinnovabili, sia per i trasporti, sia per la fornitura energetica globale!! Nessun dannato media.

Mi piace però distaccarmi dai discorsi inconcludenti dei politici o degli scienziati pagati per non fare il loro mestiere. Vi do qui due dati scientifici, che a differenza delle opinioni sono inoppugnabili!

  1. Physorg, una delle riviste scientifiche più famose al mondo ha pubblicato un post secondo cui entro il 2030 l’energia rinnovabile scalzerà al 100% quelle fossili. Qui l’articolo.
  2. Quali sono queste fonti di energia? Clicca qui.
  3. Altri modi per produrre energia gratis ed illimitata? Clicca qui.

Ecco qui, la soluzione è così lampante e semplice che farebbe rabbrividire chiunque, ma in TV vi fanno vedere persone che si scervellano, si contorcono perché non riescono a trovare soluzioni, come Chicco Testa, e parlano di investire quì o investire lì, CAZZATE.
Quindi bisogna informare tutti, non parlate al bar di calcio o di Grande Fratello con gli amici, condividete questi filmati, condividete perché è la cultura che salva il mondo e non i politici, le leggi o tanto meno la finta democrazia in cui viviamo, un popolo acculturato è un popolo libero, critico e svelto nell avvistamento di truffe! Muovetevi!

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di Letizia Malanga

Oggi è il turno delle donne.

Le donne scendono in piazza per i loro diritti schiacciati da uomini troppo potenti e da una società legata ancora ad antichi pregiudizi.

Le donne scendono in piazza per gridare a tutta l’Italia che sono libere dall’angherie maschili, da ogni forma di “mignottocrazia”.

Le donne sono sempre state la colonna portante della famiglia, e conseguentemente della società. Ora si stanno imponendo anche nel lavoro, occupando ruoli sempre più importanti. Ma ancora oggi, “grazie” al nostro Presidente del Consiglio, ancora una volta le donne vengono ridotte a semplice “merce” per soddisfare i suoi impuri desideri, fomentando una società già orientata all’utilizzo della donna come  oggetto sessuale, grazie alla pubblicità e alla televisione.

In una società dove le prostitute vengono chiamate “escort” con una traduzione non volgare, finalizzata solamente a non imbarazzare ulteriormente la falsa morale italiana.

In questo clima il 13 febbraio tutte le donne che vogliono difendere la propria dignità scendono in piazza. A unirle non sarà un partito politico o un sindacato, ma la forza che le ha sempre contraddistinte e la voglia di lottare per  i propri diritti.

In tutte le principali piazze italiane, da Roma a Milano, da Bari a Bologna ma anche a Londra, a Barcellona e in tante altre piazze internazionali, le donne si uniranno in un corteo, sperando nella presenza di molti uomini, schierati con tutte le loro forze dalla parte delle donne.

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La realtà “allo Specchio”

Abbiamo deciso di fondare questo blog per il forte interesse che nutriamo per la politica attuale, per le “magagne” attuali, insomma per tutto ciò che, ahimè, ci circonda. Anche il nome di questo blog è molto significativo: innanzitutto, richiama alla mente una massima di uno dei più grandi giornalisti italiani, Enzo Biagi, ma soprattutto ci piaceva l’immagine di questo blog che, come appunto uno specchio, riflette la realtà, riflette SULLA realtà traendo delle conclusioni che, speriamo, siano valide ed utili per noi e per tutti coloro che decideranno di visitare questo blog. D’altronde qual è l’utilità di uno specchio? Vedere, vedersi per rendersi conto di quello che non va, per aggiustarsi, per migliorarsi … ecco, speriamo che questo blog possa “riflettere” il mondo in cui viviamo per meglio capire cosa c’è che non va e , soprattutto, possa FAR riflettere!!! L’interesse, però, non sarà rivolo solo alla politica, ma anche alla musica, alla satira e ad altri “campi” che non vogliamo rivelare per non rovinarvi la “sorpresa”. E allora, buona lettura (e non solo) su “Lo Specchio“!

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